I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

martedì 27 settembre 2011

Non esistono interventi umanitari, ma solo guerre

Chi è contro la guerra ritiene le missioni militari un modo per mascherare vere e proprie operazioni belliche. Come spiega Antonio Mazzeo


Antonio Mazzeo, “ricercatore per la Pace”, siciliano, ha operato per molti anni nella cooperazione internazionale. Soprattutto in Colombia, a Medellin. E' autore di Colombia, ultimo inganno e del più recente I padrini del ponte (ed. Alegre) sugli intrecci mafia-ponte di Messina, oltre che di vari studi sui processi di militarizzazione del Mediterraneo. A lui abbiamo chiesto una valutazione sulle missioni militari all’estero.


Parlando di missioni all'estero si pensa, in genere, a missioni a carattere umanitario. A suo avviso vale ancora questa interpretazione?

Personalmente non ho mai condiviso il concetto di “intervento umanitario”. Mi sembra un tentativo di coprire l'idea stessa dell'esistenza della guerra. Dovrebbe essere chiaro invece, almeno per la coscienza dei pacifisti, che si tratta di guerre vere e proprie, con costi umani, sociali e ambientali elevatissimi. Andrebbero impiegati i termini adeguati, invece assistiamo ad una sorta di maquillage che favorisce il riarmo, a tutto vantaggio del complesso industriale-militare, lo stesso che controlla i media e alimenta l’equivoco del “ripristino del diritto internazionale”.


Costi umani. A pagare il prezzo di sono spesso civili indifesi con i cosiddetti “effetti collaterali”. Cosa può dirci in proposito?

Una recente ricerca della Rhode Island University ha analizzato i costi umani degli interventi dopo l'11 settembre 2001. Sono dati devastanti, anche se estremamente prudenti nella stima. Senza calcolare la Libia (su cui al momento non esistono dati verificabili), in totale le vittime sarebbero 258mila.
I morti civili (intendendo donne, bambini, anziani...persone assolutamente non combattenti) a seguito delle operazioni della Nato sarebbero almeno 172mila. Di cui: 125mila in Iraq, 12mila in Afghanistan (ma si ritiene che in realtà siano molti di più) e ben 35mila in Pakistan, nelle zone tribali. Ufficialmente il Pakistan non viene considerato area di conflitto, ma lo stillicidio delle vittime provocate dagli attacchi con i droni è quotidiano.
Nella stessa ricerca si parla anche dei costi economici che gravano sui contribuenti statunitensi. Una cifra che, per gli Usa, si aggira tra 3700 e 4400 miliardi di dollari, praticamente un quarto del debito pubblico degli Usa. Questo per dire che tra le “vittime collaterali” andrebbero calcolati anche i costi sociali, le migliaia di vite sacrificate tra la stessa popolazione americana, gli homeless condannati a morire per strada.


Un tributo sempre più alto è anche quello versato dai nostri soldati. Quali ritiene siano le motivazioni di questi giovani italiani, in maggioranza provenienti dal Sud, che partono volontari?

Vanno perché, per intere generazioni del Sud, la carriera militare è rimasta una delle poche possibilità di mobilità sociale, soprattutto per giovani con scolarità bassa o media. Un mese all'estero comporta uno stipendio anche triplo rispetto a quello normale e garantisce l'accesso a beni di consumo che ormai vengono considerati primari, la casa, l'auto... A mio avviso, non andrebbero idealizzati (le ragioni umanitarie come l'”esportazione della democrazia” sono in gran parte propagandistiche), ma nemmeno colpevolizzati. Va anche detto che parlando di “interventi umanitari” si facilita la rimozione di eventuali scrupoli. Se si parlasse onestamente di guerra probabilmente molti di loro si porrebbero delle domande.


Ritiene che le conseguenze sui tempi lunghi (ferite, invalidità, problemi di reinserimento...) siano state sottovalutate?

Si dovrebbe tener conto anche delle centinaia di feriti e delle “ferite psicologiche”. Gli Stati Uniti incontrano molte difficoltà con i veterani. Si è verificato quanto possa essere difficile il recupero dei reduci, persone sottoposte a stress, a traumi per aver visto morire altri soldati o civili. I giovani italiani che hanno partecipato a missioni in aree di conflitto sono ormai decine di migliaia. Si è parlato di “sindrome dei Balcani” per i soldati morti o ammalati di cancro (ma anche per tutti quelli che da anni convivono con la paura di ammalarsi) dopo le missioni in Bosnia e Kossovo, dove si era fatto uso di uranio impoverito.
E non dimentichiamo le vittime tra cooperanti e giornalisti. Dopo l'11 settembre nelle zone di conflitto sarebbero morti 168 giornalisti e 266 tra volontari e cooperanti.


Intervista a cura di Gianni Sartori, pubblicata in La Voce dei Berici, Vicenza, l’11 settembre 2011.

Selex Finmeccanica e i radar delle meraviglie

La società è al centro di alcune delle vicende giudiziarie più complesse degli ultimi mesi: l’inchiesta sulle presunte tangenti e le sovrafatturazioni negli appalti ENAV per l’ammodernamento dei radar dell’aeroporto di Palermo Punta Raisi; quella sul sistema Sistri per il tracciamento del trasporto dei rifiuti; o quella ancora sulla malagestione di appalti e commesse nella Protezione civile. Non è certo uno dei momenti migliori per Selex Sistemi Integrati, azienda del gruppo Finmeccanica specializzata nella produzione d’impianti radar per la difesa aerea, navale e terrestre. Si respira inquietudine tra manager e dipendenti e preoccupata è pure l’amministratrice delegata Marina Grossi, nota tra i mercanti d’armi come Lady F, dove la F sta per Finmeccanica, holding presieduta dall’onnipotente consorte Pier Francesco Guarguaglini.
Gli affari però sono non si fermano certo a colpi di ordinanze e avvisi di garanzia. Così Selex Sistemi è pronta a festeggiare il completamento della rete più estesa di sorveglianza al mondo, un centinaio di radar per la copertura di 7.500 km di coste, come dire un impianto ogni 75 km, valore della commessa 400 milioni di euro. Si tratta del Vessel Traffic Management System (VTMS), sviluppato per conto del ministero dei Trasporti e della Guardia costiera italiana, una selva di antenne e centri di trasmissione a microonde che entro la fine del 2011 consentirà d’identificare l’esatta posizione di ogni imbarcazione che si avvicinerà alle coste italiane, tracciando e memorizzando le rotte di più di cinquemila unità al giorno.
Il piano, figlio della cronica sindrome da gigantismo di politici e forze armate nostrane, ha preso il via nel 1999 con l’assegnazione ad Alenia Marconi Systems (poi Selex) di un contratto di 90 milioni di euro per la progettazione e la costruzione dei primi radar del sistema. Dopo l’inserimento da parte dell’Unione Europea tra i progetti cofinanziati dai cosiddetti fondi PON Trasporti (il contributo Ue è stato di 71.469.000 euro), il VTMS è stato ufficialmente presentato nel 2004 dall’allora ministro dei Trasporti, Pietro Lunardi. “Si tratta di un sistema fondamentale per garantire la gestione e la sicurezza del normale trasporto marittimo e delle rotte navali, per contrastare l’immigrazione clandestina e supportare la lotta al terrorismo”, disse Lunardi. L’Italia era ancora sotto choc per gli attentati dell’11 settembre e i programmi di “auto-difesa” privilegiavano le missioni di guerra in Medio oriente, le crociate anti-migranti e la proliferazione di radar e impianti d’intercettazione tra i reparti di esercito, marina, aeronautica, forze di polizia, Guardia di finanza e Guardia costiera. Obiettivo della prima tranche del sistema VTMS, la copertura delle regioni meridionali, prima fra tutte la Puglia, dove sono stati installati tra il 2004 e il 2006, cinque radar per “identificare le piccole e veloci imbarcazioni che giungono dall’Albania per trasportare migranti illegali”, come dichiararono i manager di Selex. Peccato che il flusso dei gommoni da Valona e Durazzo era già crollato da tempo e che gli ingressi “illegali” da est si erano spostati ai confini di terra con la Slovenia.
La seconda tranche contrattuale, per un valore di 298 milioni di euro, fu sottoscritta nel 2006: Selex s’impegnò a realizzare ed installare altri novanta radar e a fornire tre sistemi mobili montati su velivoli leggeri multiruolo “Lince” per l’utilizzo in caso di “emergenze” o “eventi speciali” (sbarchi massicci di migranti, conferenze Nato e di capi di Stato, ecc.). Quando sarà completato, il VTMS italiano comprenderà un centro nazionale istallato presso la centrale del Comando generale delle Capitanerie di porto a Roma; quattordici centri d’area operativi nelle sedi delle direzioni marittime; ottantadue siti della Guardia costiera per la raccolta e l’elaborazione delle informazioni e cento siti sensori. I dati saranno integrati con quelli raccolti dall’Automatic Identification System (AIS), il sistema d’identificazione in dotazione alle unità navali. Sono in corso, inoltre, ricerche per integrare il VTMS con i centri militari che elaborano i dati provenienti dai velivoli senza pilota UAV in dotazione alle forze armate italiane e NATO, “particolarmente per la lotta alla pirateria”, come spiegano i manager dell’industria militare.      
Il Vessel Traffic Management System impiega i radar della famiglia “Lyra”, da quelli più piccoli (modello “10”), per il monitoraggio a breve raggio e il trasporto mobile, a quelli più grandi (i “50” e “80”) per la sorveglianza marittima sino a 48 Km di profondità. I modelli “50” e “80”, in particolare, operano nella banda X con una frequenza che si colloca intorno ai 10 Ghz ed una potenza di emissione media pari a circa 5 W. Ciononostante non sono stati forniti studi sul rischio delle emissioni elettromagnetiche per la salute umana e la fauna, eppure buona parte delle installazioni si trova in luoghi densamente abitati.
I centri di sorveglianza marittima più importanti della rete VTMS sono ospitati nelle città portuali di Genova, Venezia, Trieste, Cagliari, Bari, Brindisi, Palermo, Reggio Calabria, Messina e Civitavecchia. Come spiega un comunicato del ministero dei Trasporti “la localizzazione del sistema è prevista però in tutte le regioni costiere italiane, ed in particolare in Campania, Basilicata, Sardegna, Sicilia, Calabria e Puglia”. La regione destinata a ricevere il maggior numero di radar (una decina) è la Sardegna: dopo quelli già installati a Guardia Vecchia (isola de La Maddalena) e Capo Sant’Elia (cagliari), dovrebbero sorgere le stazioni di Punta della Scomunica (nel parco nazionale dell’Asinara), Capo Testa (Santa Teresa di Gallura), isola di Bocca (Olbia), Capo San Marco (penisola di Sinis), Capo Sandalo (isola di San Pietro), Capo Spartivento (Teulada), Capo Ferrato (Muravera) e Capo Bellavista (Arbatax). I siti si trovano tutti all’interno di aree protette e riserve naturali, esattamente come per le postazioni volute dalla Guardia di finanza per installare i radar di produzione israeliana per la sorveglianza e l’intervento anti-migranti (Sant’Antioco, Fluminimaggiore, Tresnuraghes e Argentiera in Sardegna, Capo Murro di Porco, Siracusa in Sicilia, Gagliano del Capo in Puglia). Insostenibili servitù ad altissimo impatto elettromagnetico, fortemente osteggiate da comitati spontanei di cittadini e associazioni ambientaliste in tutto il sud Italia.
Il VTMS è una delle produzioni su cui Selex Sistemi Integrati punta maggiormente per affermarsi nei mercati esteri. Impianti e radar sono stati venduti alla Polonia, alla Russia, alla Cina. In Serbia è stato costituito un consorzio per la realizzazione di un sistema di monitoraggio del traffico navale nel Danubio del valore di 6,4 milioni di euro, mentre in Yemen si sta completando l’installazione di una rete VTMS per il controllo del Golfo di Aden. Si tratta di sei centri con stazioni radar nelle città di Mokha, Kokha, Miun, Khor, al Omirah, Al Shira, Shograh, acquistati in buona parte con fondi della cooperazione italiana. Nel biennio 2009-2010, la Farnesina ha destinato allo Yemen “aiuti” per un centinaio di milioni di euro, sessanta dei quali per “finanziare le prime due fasi del sistema VTMS e la formazione della Guardia costiera yemenita”, come riferisce l’ambasciata italiana nel paese arabo.
Nel marzo dello scorso anno, Selex Sistemi ha inoltre sottoscritto un contratto del valore di 25 milioni di euro per la fornitura di un VTMS al governo della Turchia. Il progetto prevede la creazione di un centro di controllo nazionale ad Ankara, tre centri regionali ad Izmit, Mersin e Izmir e ventiquattro siti sensori, ognuno equipaggiato con il “Lyra 50”. Molto più sostanzioso il contratto sottoscritto nell’ottobre 2009 con il governo libico del colonnello Gheddafi (300 milioni di euro) per un sofisticato sistema di controllo e vigilanza dei confini meridionali (quelli con Niger, Ciad e Sudan), contro gli ingressi “illegali” di migranti provenienti dall’Africa subsahariana. Dopo la sospensione forzata dei lavori per lo scoppio del conflitto in Libia, Selex e Finmeccanica si stanno adesso prodigando con i leader del “nuovo” corso di Tripoli perché siano confermate le commesse belliche già finanziate. Selex, spera di fornire ai libici pure i radar FADR (Fixed Air Defence Radar), modello RAT 31DL, per la difesa aerea e anti-missili, con una portata operativa di circa 500 Km, presentati al salone militare LABDEX 2008 di Tripoli, insieme al VTMS.
Non meno controverso il contratto firmato nell’agosto 2010 con il ministero di sicurezza pubblica di Panama, per la fornitura di un sistema di sorveglianza marittima con un centro di controllo, otto stazioni locali e diciotto radar “Lyra 50” da dislocare su altrettanti siti costieri. Il VTMS panamense rientra nel programma di “cooperazione nell’area della sicurezza legata alla lotta al crimine organizzato e al narcotraffico”, firmato nel giugno 2010 dal premier Silvio Berlusconi e dal presidente della Repubblica di Panama, Ricardo Martinelli. Consegne di sistemi d’arma, unità navali, elicotteri e radar di produzione Finmeccanica in cambio di 180 milioni di euro, intermediario dell’affaire Valter Lavicola, procacciatore presunto di escort e veline per i festini del cavaliere.

domenica 25 settembre 2011

Obiettivo Somalia per gli aerei senza pilota USA

Il nuovo segretario della Difesa, Leon Panetta, ne è profondamente convinto. Dopo la controffensiva USA in Afghanistan e Pakistan e la morte di Osama bin Laden, il baricentro della crociata internazionale contro il “terrorismo” deve trasferirsi in Corno d’Africa. Target, le milizie somale degli Shabab, accusate dall’agenzia d’intelligence di essere parte della rete di al-Qaeda. “Abbiamo parecchi indizi che mostrano che gli Shabab stanno per colpire obiettivi anche fuori dalla Somalia”, ha dichiarato Panetta nel corso di una recente audizione al Senato. “Al-Qaeda sta trasferendo i suoi affiliati in Yemen, Somalia e nord Africa per fornire aiuti e addestramento al combattimento, ed è in queste regioni che potrebbe emergere il suo nuovo leader carismatico. La CIA sta lavorando con il Comando congiunto per le operazioni speciali USA per cercare di potenziare le forze antiterrorismo”.
Contro la “grande minaccia” rappresentata dalla penetrazione in Africa orientale delle milizie antigovernative sono stati mobilitati i reparti di USAFRICOM, il Comando interforze per le operazioni USA nel continente africano, a partire dagli oltre duemila marines di stanza nello scalo aeronavale di Gibuti. E per scovare e annientare gli Shabab, Washington è pronta ad intervenire con le tecnologie militari più moderne e sofisticate, come i velivoli senza pilota UAV del tipo Global Hawk, Predator e Reaper, ampiamente utilizzati per l’attacco alla Libia.
Secondo il Washington Post, in vista delle nuove operazioni “anti-terrorismo” in Somalia e Yemen, l’amministrazione Obama sta allestendo in Corno d’Africa e nella penisola arabica una serie di basi per i decolli e gli atterraggi dei droni. Una di esse sorgerà in Eti­o­pia, principale alleato USA nella lotta contro gli Shabab somali. Secondo il quotidiano statunitense, da almeno quattro anni Washington chiedeva ad Addis Abeba di autorizzare l’uso di una installazione militare per gli aerei senza pilota. “Il programma ha subito però forti ritardi perché gli etiopi non erano del tutto convinti”, ha spiegato un alto ufficiale USA al Washington Post. “Quando è stata compresa appieno la portata della minaccia degli Shabab, l’Etiopia ha accettato di essere un valido partner nella lotta al terrorismo. Oggi abbiamo una serie di accordi di cooperazione con gli etiopi, specie nel campo dell’intelligence e dello scambio di dati sulle postazioni dei militanti islamici. Noi forniamo agli alleati le informazioni raccolte dai nostri satelliti spia, mentre i militari etiopi ci aiutano a tradurre i messaggi, le telefonate e le e-mail dei membri dell’organizzazione degli Shabab, intercettati dalle agenzia USA”.
La CIA e le altre agenzie di spionaggio statunitensi utilizzano in territorio somalo informatori e agenti segreti di nazionalità etiope. Un’unità speciale delle forze armate USA, la Task Force 88, è operativa in Etiopia e in Kenya da alcuni anni per addestrare le truppe d’élite locali, come ad esempio gli Agazi Commandos, i gruppi di pronto intervento etiopi che hanno partecipato alla sanguinosa offensiva in Somalia di fine 2006.
Un’altra base per le operazioni dei droni contro le postazioni dei miliziani islamici è operativa dal settembre 2009 nell’arcipelago delle Seychelles (Oceano Indiano). “Dall’aeroporto internazionale di Mahé, ha ripreso le operazioni questo mese una piccola flotta di droni hunter-killer, dopo che una missione sperimentale ha dimostrato che i velivoli senza pilota possono pattugliare effettivamente la Somalia partendo dalle Seychelles”, scrive il Washington Post, citando il portavoce di USAFRICOM. I droni, quattro MQ-9 Reaper, sono ospitati in un hangar vicino al terminal passeggeri dello scalo aeroportuale.
Con una lunghezza di 20 metri, gli MQ-9 Reaper possono volare per 40 ore consecutive ad una velocità di oltre 440 chilometri all’ora e un raggio operativo di 4.800 chilometri. Dotati di sofisticate telecamere e sensori per captare qualsiasi oggetto si muova nell’oceano, i velivoli sono guidati da stazioni terrestri e satellitari sotto il controllo dei Comandi US Air Force di Creech (Nevada) e Holloman (New Mexico). I lanci e gli atterraggi dei velivoli sono seguiti a Mahé da un team di un centinaio tra militari e contractor statunitensi.
In principio le autorità politiche e militari di Stati Uniti e Seychelles avevano affermato che la missione primaria degli UAV era l’identificazione delle imbarcazioni dei “pirati” presenti nelle acque somale e nel Golfo di Aden (in codice Operation Ocean Look). “Le Seychelles sono diventate il centro hub per la lotta alla pirateria”, aveva annunciato il ministro dei trasporti delle isole-stato, Joel Morgan, in occasione del primo volo operativo dei Reaper. “Gli aerei senza pilota saranno utilizzati per condurre missioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento in un’area che si estende dalle coste somale sino all’Oceano Indiano occidentale”. In pochi tuttavia han creduto alle edulcorate versioni ufficiali, e dopo la pubblicazione sul periodico EastAfrican di un documento del Comando USAFRICOM di Stoccarda, fu chiaro che i Reaper erano destinati principalmente “a cacciare e attaccare i militanti islamici all’interno della Somalia”. Il Pentagono negò però che gli UAV avessero vocazioni offensive e utilizzassero armi a bordo. I cablogrammi dei diplomatici statunitensi, rivelati recentemente da WikiLeaks, mostrano tuttavia che il Pentagono aveva la ferma intenzione di armare i Reaper con missili “Hellfire” e bombe teleguidate da 500 libbre sin dall’inizio delle operazioni nelle Seychelles, esattamente come avviene in Afghanistan e Pakistan.
Gli USA utilizzerebbero droni armati in territorio somalo dallo scorso mese di giugno, quando fu sferrato un attacco missilistico contro due leader Shabab, “vicini al predicatore di origini statunitensi Anwar al-Aulaqi, scampato ad un bombardamento aereo in Yemen il mese precedente”, come ha ammesso il Dipartimento della difesa. Con questo attacco, la Somalia è divenuto il sesto paese colpito dai velivoli senza pilota, dopo Afghanistan, Pakistan, Libia, Iraq e Yemen.
Contro le milizie islamiche radicali, il Pentagono ha pure utilizzato UAV armati, decollati dalle basi di Gibuti. Per potenziare le future opzioni di strike in Corno d’Africa e Yemen, la CIA starebbe pure realizzando uno scalo per Predator e Reaper in un luogo top secret della penisola arabica. Secondo le agenzie di stampa russe, la nuova installazione dovrebbe trovarsi in Bahrein “dove già esiste una base statunitense della V Flotta”, in modo da “assicurare la rotta più sicura dei droni verso lo Yemen, attraverso l’Arabia Saudita, alleato chiave USA”.
Al quartier generale della CIA di Langley (Virginia), è stata attivata di recente un’unità speciale “antiterrorismo” destinata specificatamente a coordinare le operazioni UAV in Yemen e Corno d’Africa. La task force è andata ad affiancare il dipartimento pakistano-afgano della centrale d’intelligence (noto internamente come “PAD”) che persegue al-Qaeda con una flotta di una trentina di Predator e Reaper dislocati in alcune basi pakistane ed afgane. Alla nuova unità giungeranno pure le informazioni e le immagini captate in volo dai grandi aerei-spia Global Hawk che l’US Air Force ha installato lo scorso anno nella base siciliana di Sigonella.

venerdì 23 settembre 2011

La laboriosa estate del MUOStro di Niscemi

Le grandi piattaforme in cemento sono ultimate e nella prima settimana di ottobre potrebbe iniziare il collocamento dei tralicci per le tre grandi antenne circolari di 18,4 metri di diametro e le due torri radio di 149 metri d’altezza. Sul terreno sono visibili le lacerazioni delle ruspe per il tracciato stradale che congiungerà il costruendo centro con la stazione di radiotrasmissione della Marina militare USA di contrada Ulmo, Niscemi. Forse sarà l’ultima estate senza il MUOS (Mobile User Objective System), il modernissimo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate statunitensi pensato per le guerre del XXI secolo, quelle con i missili all’uranio impoverito, gli aerei senza pilota e le armi nucleari in miniatura, conflitti sempre più “virtuali”, computerizzati, disumanizzati.
Tre anni di ritardo sulla tabella di marcia degli strateghi del Pentagono, centinaia di milioni di dollari dilapidati per individuare e correggere gli errori progettuali, ma adesso non c’è più tempo da perdere, anche a costo di stuprare i territori e l’ambiente e ignorare la volontà popolare. Così per Washington e militari italiani, si può sbancare all’interno dell’area protetta “Sughereta” di Niscemi, Sito di Importanza Comunitaria (SIC), senza le necessarie autorizzazioni, in spregio alle leggi e al senso comune. “Lavori del tutto abusivi”, ha denunciato il sindaco di Niscemi, Giovanni Di Martino, che in compagnia degli amministratori di Caltagirone (Ct), Gela (Cl) e Vittoria (Rg) si è recato al cantiere MUOS per notificare l’ordinanza di sospensione dei lavori. “Avremmo voluto incontrare i militari statunitensi e consegnare personalmente l’atto, ma non si sono presentati”, afferma Di Martino. “Poco tempo fa ho avuto notizia che all’interno della riserva naturale erano in piena attività camion, ruspe e betoniere. Ho inviato due volte i vigili urbani per verificare se effettivamente si stesse realizzando il terminale terrestre del MUOS. Da qui l’ordinanza di sospensione immediata dei lavori, provvedimento trasmesso alla Procura della Repubblica di Caltagirone, al Comando della polizia municipale, alla Stazione dei carabinieri ed al Genio civile di Caltanissetta”.
I lavori nell’area protetta “Sughereta” sono iniziati subito dopo il parere favorevole emesso l’1 giugno 2011 dall’assessorato territorio ed ambiente della Regione siciliana, bypassando l’amministrazione comunale che aveva formalmente dichiarato la propria contrarietà al progetto. Al diktat di Palazzo dei Normanni, il sindaco Di Martino ha risposto presentando ricorso al Tar. “La Regione non aveva titolo per adottare provvedimenti che sono di competenza del Comune di Niscemi”, spiega il sindaco. “L’assessorato avrebbe potuto rilasciare l’autorizzazione solo nel caso in cui fossimo rimasti inerti di fronte al problema. Il 20 novembre 2009, l’amministrazione comunale ha però annullato il nulla osta ambientale che era stato rilasciato in precedenza per il progetto MUOS, perché riteniamo che l’area è già altamente a rischio per la presenza di 41 antenne di comunicazione poste nella base statunitense già dagli anni ’90”.
L’enorme impatto sul territorio e l’habitat naturale che deriverà dall’installazione delle antenne satellitari è desumibile dall’elenco degli interventi programmati dalla marina militare USA, in calce all’autorizzazione firmata da Giovanni Arnone, capo di gabinetto dell’assessorato: “livellamento superficiale del terreno e suo consolidamento; realizzazione di un sistema di drenaggio delle acque meteoriche; installazione di una recinzione con cancello, di un impianto di illuminazione perimetrale e telecamere; sistemi di viabilità; installazione di tre antenne paraboliche, circondate da altre antenne temporanee di servizio che verranno smantellate al termine dei lavori; costruzione di una cabina di trasformazione con due gruppi elettrogeni diesel; realizzazione di un impianto antincendio tramite un serbatoio alimentato dall’acquedotto comunale e dotato di sistema di pressurizzazione mediante elettropompe; collegamenti dell’area con le esistenti reti idriche, elettriche e telefoniche mediante tubazioni interrate”.  
Al progetto di Niscemi, il Dipartimento della difesa ha destinato oltre 43 milioni di dollari (13 per la predisposizione dell’area riservata alla stazione terrestre e 30 per gli shelter e le attrezzature tecnologiche del sistema). I lavori furono affidati nella primavera del 2008 ad un consorzio d’imprese denominato “Team MUOS Niscemi”, costituito dalla Gemmo S.p.A. di Arcugnano (Vicenza), società leader nell’installazione elettrica e nella costruzione d’impianti e dalla LAGECO (Lavori Generali Costruzioni) di Catania. Si tratta di aziende particolarmente attive nel business delle infrastrutture militari USA in Sicilia. La Gemmo, ad esempio, ha in affidamento da US Navy il “trasporto di armamenti, materiali ed attrezzature”, la “gestione dei servizi ambientali”, il “controllo delle sostanze nocive, la raccolta e il riciclaggio dei rifiuti” nelle basi militari di Sigonella, Augusta, Niscemi e Pachino (Sr). La LAGECO, invece, ha eseguito qualche anno fa i lavori di recinzione e la bonifica ambientale del terreno del centro di radiotrasmissione navale di Niscemi, “contaminato a causa di un versamento di gasolio”. L’assenza all’ingresso del cantiere di tabelle indicative dell’importo, della tipologia dei lavori e delle imprese affidatarie, in violazione delle normative vigenti, impedisce di verificare se è ancora il “Team MUOS Niscemi” ad eseguire i lavori “abusivi”. È certo invece che sono niscemesi le aziende a cui sono state affidate la movimentazione terra e la fornitura di cemento e calcestruzzo.  
“Oltre ad aver prevaricato le intenzioni della città, l’autorizzazione della Regione non ha assolutamente tenuto in conto i risultati degli studi scientifici commissionati dal Comune e pagati con i soldi dei niscemesi”, commenta l’ingegnere Gianfranco Di Pietro, consigliere comunale di Niscemi. “Restano sul piatto i rischi di questa installazione. I dati progettuali del MUOS che il servizio VIA-VAS ha ritenuto di poter approvare, parlano di fasci elettromagnetici da 1.600W che sprigionano un campo elettromagnetico sopra i limiti consentiti, per oltre 135 chilometri in linea retta rivolti a 17° dalla verticale in direzione delle città di Vittoria, Comiso, Chiaramonte Gulfi, Ragusa, Modica, Noto e Avola”.
A rilevare l’insostenibile rischio elettromagnetico del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitare il ricercatore dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, Massimo Coraddu. In particolare, Coraddu ha fortemente contestato le conclusioni riportate nello studio d’incidenza ambientale della Marina militare USA. “Siamo di fronte a frequenze impegnate di 30-31 GHz per le tre grandi parabole in banda Ka e di 225-400 MHz per le due antenne elicoidali in banda UHF”, spiega il fisico. “Per quanto riguarda la valutazione delle emissioni elettromagnetiche, lo studio dei militari statunitensi risulta gravemente carente e inadeguato sotto molteplici aspetti e non consente di valutare in nessun modo la reale entità del problema. La procedura di valutazione utilizzata è inaccettabile, in quanto assolutamente opaca. La normativa citata non sempre è quella appropriata e i risultati ottenuti appaiono incoerenti e contradditori. Altrettanto inadeguata e carente è la valutazione dei rischi: le ipotesi per quelli corsi dagli esseri umani (personale addetto e popolazione) non sono realistiche, quelle relative al rischio per la fauna sono state del tutto omesse, mentre la valutazione dei livelli di esposizione non è completa”.
Massimo Coraddu contesta infine le motivazioni della Regione Siciliana per autorizzare i lavori d’installazione del sistema MUOS. “Il parere favorevole è stato espresso sulla base di alcune considerazioni completamente campate per aria”, afferma il fisico. “In particolare, gli studi ARPA effettuati, lungi dall’affermare che la situazione sanitaria sia tranquilla e sicura, hanno evidenziato emissioni che hanno già raggiunto e probabilmente superato i livelli di sicurezza previsti, e che andrebbero urgentemente abbassate. Sino ad oggi, inoltre, nessuno ha ancora avuto modo di vedere lo studio del Dipartimento di ingegneria elettronica e delle telecomunicazioni dell’università di Palermo che, secondo la Regione, avrebbe accertato che il MUOS non comporterebbe condizioni di rischio per la salute dell’uomo”.
A commissionare lo studio top secret è stato il governatore Raffaele Lombardo in persona, instancabile sostenitore dell’ecoMUOStro di Niscemi. Tra gli estensori, i professori-ingegneri Luigi Zanforlin e Patrizia Livreri, “tecnici neutrali e non ingaggiati sicuramente dal Ministero della difesa o dalla NATO”, come ha voluto precisare Lombardo. Tesi che non trova assolutamente d’accordo Alfonso Di Stefano, rappresentante della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella. “Esistono le prove documentali che negli ultimi tre anni la facoltà d’ingegneria dell’università di Palermo ha sottoscritto con il Laboratorio di Ricerca dell’US Army - Dipartimento della difesa, due contratti per un valore complessivo di 70.000 dollari per la produzione elettro-chimica di materiali nano-strutturati per applicazioni di conversione energetica”, denuncia Di Stefano. “La professoressa Patrizia Livreri, inoltre, già candidata Udc alle ultime elezioni regionali, prima di approdare nell’ateneo di Palermo ha svolto attività di ricerca per conto di aziende del gruppo Finmeccanica operanti nel settore della difesa e della produzione di apparati di contromisura elettronica. Parlare di neutralità ci sembra proprio una beffa…”.
Dopo le manifestazione e i cortei con migliaia di cittadini, l’inopportuna scelta del Comitato No MUOS di delegare in pieno l’opposizione alle istituzioni locali, ha comportato la fine di qualsivoglia forma di mobilitazione popolare, proprio nella fase in cui il ministero della difesa e Raffaele Lombardo lanciavano la loro controffensiva pro-MUOS. L’avvio dei lavori sta contribuendo però a risvegliare molte delle coscienze assopitesi. Protagonisti della riscossa ancora una volta i giovani e gli studenti universitari. In pochi giorni sono stati organizzati sit-in in piazza e volantinaggi, è stata lanciata una petizione popolare e due grandi striscioni No MUOS sono stati collocati davanti il portone della Chiesa Madre di Niscemi. Un presidio, infine, è stato installato vicino l’ingresso della stazione USA di contrada Ulmo. “Non si può permettere alla protervia dei vertici militari di passare, tranquillamente, sulle vite dei cittadini”, affermano. “La nostra è una lotta contro la presenza militare, dovunque essa si manifesti; contro le conseguenze prodotte dalle onde elettromagnetiche sprigionate dal MUOS; contro tutte quelle scelte che colpiscono le politiche sociali a vantaggio delle spese militari”. E l’autunno, a Niscemi, potrebbe farsi caldo.

lunedì 19 settembre 2011

Viale Giorgio Almirante 98100 Messina

Di vie “Giorgio Almirante” ce ne sono a Foggia, Lecce, Ragusa, Francavilla Fontana (Br), Locorotondo (Ba), Praia a Mare (Cs), San Severo (Fg) e Santa Caterina Villarmosa (Cl). A Viterbo esiste una “circonvallazione Giorgio Almirante” e a Corato (Ba) finanche una piazza. Ma sino ad oggi nessuno ha intitolato un intero viale all’ex repubblichino di Salò, fondatore del primo dei partiti neofascisti, il Movimento sociale italiano (Msi). Quattro anni fa, in verità, i nostalgici militanti de La Destra di Francesco Storace insieme ai post-fascisti di Alleanza Nazionale avevano apposto provocatoriamente alcune targhe “viale Giorgio Almirante” nella grande arteria romana dedicata al leader del Partito comunista Palmiro Togliatti, dopo la bocciatura da parte del Campidoglio della richiesta d’intitolare una via all’intrepido Almirante. Se tutto andrà però come previsto, in Italia ci sarà presto un lungo asse stradale in sua memoria.
A Messina, la città del ponte senza ponte, sventrata dai bombardamenti nella seconda guerra mondiale, il consiglio della 2^ circoscrizione ha approvato con il voto unanime di centro-destra e centro-sinistra una delibera che chiede all’amministrazione comunale d’intitolare il “grande viale nella parte alta del villaggio Minissale” al fondatore del partito-movimento disciolto da Fini ma che oggi rivive grazie all’ultranazionalista messinese Gaetano Saya, per sua diretta ammissione fascista, agente segreto Gladio e massone alla corte del venerabile Licio Gelli.
“Il consiglio circoscrizionale – recita una nota a firma del presidente Giovanni Di Blasi - ha valutato la bontà di tale iniziativa ritenendo che Giorgio Almirante, come si evince dalla biografia, debba ritenersi non solo un politico, ma soprattutto un uomo che ha lasciato un segno tangibile nella storia recente italiana”. Chi si attendeva a Messina una mezza sollevazione popolare o perlomeno le proteste delle forze politiche e sociali antifasciste, si è dovuto ricredere. La delibera, pubblicata sul quotidiano locale, è passata inosservata e le voci critiche, come sempre, sono meno delle dita di una mano. Nella città del primo parlamentare siciliano comunista, l’avvocato Francesco Lo Sardo, che morì nelle galere di Mussolini, apprendiamo sbalorditi e indignati che il fascista Giorgio Almirante sarebbe stato una delle figure di spicco della politica italiana del dopoguerra”, commenta con amarezza il professore Citto Saija, critico cinematografico ed ex segretario provinciale di Democrazia proletaria. “Se si volesse sottilizzare potremmo tacciare l’iniziativa della circoscrizione di “apologia di fascismo”. Purtroppo tantissimi eredi della subcultura fascista, sdoganati anche dai partiti del cosiddetto centro-sinistra, imperversano nelle nostre amministrazioni a cominciare dal Comune di Messina. Mi chiedo a questo punto cosa intenda fare il Partito democratico all’opposizione o come intendano muoversi i sindacati e i partiti della Sinistra radicale. L’università vuole dire qualcosa? Esistono intellettuali di sinistra o liberali o solo democratici che intendono opporsi all’assurda provocazione?”. E in un accorato appello apparso sul quotidiano on line Il nuovo Soldo, Citto Saija ha chiesto alla commissione toponomastica e alla Società messinese di Storia patria di “bloccare sul nascere l’evidente rigurgito neofascista”.
“A razzisti e boia non si dedicano strade”, ha prontamente risposto Giuseppe Restifo, docente di Storia moderna dell’Università di Messina e membro della commissione toponomastica. “Da storico nato nello stesso anno della Costituzione repubblicana, voglio ricordare che nel 1942 Almirante scriveva “Esclusivamente e gelosamente fascisti noi siamo nella teoria e nella pratica del razzismo”, un teorema che per tre anni ancora avrebbe messo in pratica, con estrema coerenza. Il ruolo di tenente della brigata nera del Minculpop lo portò a essere fucilatore di partigiani e complice della deportazione degli Ebrei. Momenti emblematici che hanno segnato la giovinezza del fondatore dell’Msi, di cui però non si fa cenno alcuno nell’edulcorata biografia allegata alla delibera della 2^ circoscrizione”.
La “biografia” che tanto ha impressionato i consiglieri è lunga poco meno di una paginetta ed elenca solo gli incarichi professionali e parlamentari ricoperti da Almirante. “Nato a Salsomaggiore, fondò l’Msi nel 1946. Iniziò la sua carriera come cronista presso Il Tevere e allo scoppiare della seconda guerra mondiale fu arruolato, combattendo nella Campagna di Nordafrica”, vi si legge. Sul suo rapporto organico con il fascismo si ricorda appena che “alla creazione della Repubblica Sociale Italiana, egli si arruolò nella Guardia Nazionale Repubblicana e successivamente ricoprì il ruolo di Capo gabinetto del Ministro della Cultura popolare di Mussolini”. “Si distinse in diverse battaglie per la difesa dell’italianità sul territorio nazionale, pronunciando discorsi-fiume (anche di nove ore) a favore del ritorno all’Italia di Trieste”, il gran “merito” (l’unico) assunto dai consiglieri circoscrizionali a giustificazione della delibera.
In Internet, wikipedia ricorda ben altre gesta di Giorgio Almirante. “Firmatario nel 1938 del Manifesto della razza, dal 1938 al 1942 collaborò alla rivista La difesa della razza come segretario di redazione. Su questa rivista si occupò di far penetrare in Italia le tesi razziste provenienti dalla Germania nazista, che già avevano portato all’approvazione nel 1938 delle leggi razziali fasciste”.
“A Salò, si arruolò nella Guardia nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Successivamente passò al ruolo di tenente della brigata nera dipendente dal Ministero della Cultura Popolare. In questa veste, al pari delle altre camicie nere, si impegnò nella lotta ai partigiani in particolare in Val d’Ossola e nel grossetano. Qui, il 10 aprile 1944, apparve un manifesto firmato da Almirante in cui si decretava la pena della fucilazione per tutti i partigiani che non avessero deposto le armi e non si fossero prontamente arresi. Nel 1971 il manifesto - ritrovato nell’archivio comunale di Massa Marittima, pubblicato da l’Unità il 27 giugno 1971 e poi riconosciuto come autentico in sede giudiziale - susciterà roventi polemiche per via della feroce repressione antipartigiana compiuta dai fascisti in quelle zone: a titolo di esempio basti ricordare che nella sola frazione di Niccioleta, a Massa Marittima, tra il 13 ed il 14 giugno 1944 vennero passati per le armi 83 minatori”.
Wikipedia riporta pure integralmente, il comunicato emesso dalla Questura di Roma nell’autunno del 1947 in cui si segnala il deferimento di Giorgio Almirante, “segretario della giunta esecutiva del Movimento Sociale italiano”, alla Commissione Provinciale per il confino “quale elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, non solo per l’acceso fanatismo fascista dimostrato sotto il passato regime e particolarmente in periodo repubblichino, ma più ancora per le sue recenti manifestazioni politiche di esaltazione dell’infausto ventennio fascista e di propaganda di principi sovvertitori delle istituzioni democratiche ai quali informa la sua attività, tendente a far rivivere istituzioni deleterie alle pubbliche libertà e alla dignità del paese”.
L’anima nera di Messina e provincia ha i suoi buoni motivi per commemorare ed onorare questa “figura di spicco della politica italiana”. Negli anni della strategia della tensione e della controffensiva reazionaria contro le trasformazioni sociali e democratiche dell’Italia repubblicana, il cuore di migliaia di messinesi batteva per Almirante e i proconsoli locali dell’Msi, premiati con valanghe di voti alle elezioni amministrative e nazionali.
Tanti a Messina ricordano ancora la giornata del 9 aprile 1972 quando al comizio di Almirante in piazza Università, accorsero oltre quindicimila persone. Alla fine, centinaia di giovani in camicia nera e bastoni diedero vita ad un tetro corteo per le vie principali al grido “il comunismo non passerà”. Qualche giorno più tardi si sarebbe votato per il rinnovo del Parlamento italiano: per l’Msi fu l’apoteosi, il 23,5% dei consensi al Senato e il 23,9% alla Camera dei deputati, il secondo partito più votato in città dopo la Democrazia cristiana. Fu eletto a palazzo Madama l’industriale Uberto Bonino, editore della Gazzetta del Sud, già parlamentare Pli e dei monarchici. Due seggi a  Montecitorio per il consigliere provinciale Giuseppe Tortorella e l’oncologo Saverio d’Aquino (poi sottosegretario agli interni dal 1987 al ‘94), intoccabile politico e onnipotente docente universitario “grazie anche al ruolo di sostituto procuratore della Repubblica ricoperto dal fratello Luigi d’Aquino che, caso unico in tutta Italia, esercitava le sue funzioni in un distretto che coincideva con il collegio elettorale del fratello on. Saverio”, come sottolinea il Comitato messinese per la pace e il disarmo unilaterale nel prezioso volume Le mani sull’Università. Borghesi, mafiosi e massoni nell’Ateneo messinese  (Armando Siciliano editore, 1998).
“L’anno del trionfo della fiamma tricolore è anche quello delle bombe neofasciste all’università di Messina”, aggiungono i pacifisti peloritani.  “L’osmosi tra gli estremisti di Ordine Nuovo e i camerati in doppio petto dell’Msi era ben visibile. I militanti del Fuan e delle cellule ordinoviste condividono le stesse sedi”.
Il team di Ordine Nuovo nello Stretto era uno dei più agguerriti del paese al punto di richiamare l’attenzione del pubblico ministero romano Vittorio Occorsio, poi assassinato da elementi provenienti da ambienti massomafiosi e dell’estrema destra. Poco prima della sua morte, il magistrato si recò a Messina per interrogare una ventina di neofascisti locali, compreso il commissario della federazione provinciale dell’Msi, Oscar Marino, uomo di fiducia dell’onorevole D’Aquino e speaker-presentatore dell’oceanico comizio di Giorgio Almirante il 9 aprile 1972.
“Che gli anni ‘70 abbiano rappresentato per l’università di Messina il luogo di socializzazione criminale per gli estremisti di destra e per i giovani della ‘ndrangheta è ormai un fatto storico-giudiziario”, si legge ancora nel volume del Comitato per la pace. “Fondamentale è stata la fase in cui Reggio Calabria fu sede dell’aspra rivolta dei boia chi molla, quando molti dei mafio-fascisti calabresi operavano a Messina nelle inedite e poco probabili vesti di studenti universitari. È così che la città dello Stretto viene utilizzata dai gruppi neofascisti quale avamposto per una serie di attentati eseguiti in Calabria nel corso dei moti per Reggio capoluogo”.
Tra i protagonisti delle incursioni armate all’interno dell’ateneo messinese c’erano, tra gli altri, due personaggi che avrebbero assunto un ruolo strategico di congiunzione tra gli ambienti criminali e l’estrema destra, l’allora vicesegretario del Fuan Rosario Cattafi e Pietro Rampulla. Secondo il boss Angelo Epaminonda, negli anni ‘80 Cattafi avrebbe gestito per conto del clan  Santapaola la scalata al casinò di Saint Vincent. Condannato a undici anni e sei mesi per la vicenda dell’autoparco della mafia di via Salomone a Milano, Cattafi è stato poi “graziato” da una sentenza della Cassazione che ha annullato il processo per incompetenza territoriale. Oggi viene indicato da alcuni collaboratori di giustizia come il “capo dei capi” di Cosa nostra nel messinese.
Pietro Rampulla, originario di Mistretta, verrà invece condannato con sentenza passato in giudicato per essere stato l’artificiere della strage di Capaci, quando furono assassinati il giudice Falcone, la moglie e i poliziotti di scorta. Nella provincia dello Stretto, la criminalità organizzata ha chiare e profonde matrici di estrema destra.

venerdì 16 settembre 2011

Le Cooperative rosse fanno cassa sui migranti

Il consorzio Sisifo controlla la struttura lager di Lampedusa e fornisce servizi socio assistenziali in tutta la Sicilia. Un monopolista nel settore con qualche guaio giudiziario.

Mineo ma non solo. Quella del mega centro d’accoglienza per richiedenti asilo in provincia di Catania non è certo l’unica fatica di Sisifo nel lucroso campo dell’“emergenza” migranti. Il consorzio, costituito da 25 cooperative sociali siciliane aderenti a LegaCoop, ha infatti dato origine a LampedusaAccoglienza, la società a responsabilità limitata che dal giugno 2007 gestisce il Centro di soccorso e prima accoglienza (CSPA) di contrada Imbriacola, a Lampedusa. Si tratta della struttura-lager dove vengono stipati in condizioni semidetentive i migranti in fuga dalle guerre e dalle crisi socio-economiche che imperversano nel continente africano. Quindici chilometri più distante sorge l’ex base militare USA “Loran”, convertita in albergo-prigione per oltre duecento adolescenti, anch’esso gestito dal personale della Srl in mano a Sisifo.

Dall’agosto 2010 anche il CSPA di Cagliari-Elmas, un centro ricavato all’interno della zona militare dello scalo aeroportuale, è finito sotto il controllo del consorzio siciliano. Sempre in ambito emergenza immigrati Spa, Sisifo coordina  il progetto di accoglienza di una decina di profughi nella ex caserma dei carabinieri di Castroreale (Me) e, grazie all’aderente cooperativa Azione Sociale, la Casa del Mudar di Barcellona Pozzo di Gotto dove sono ospitati alcuni minori di origine tunisina.

Il potente consorzio “rosso” può contare su fatturati multimilionari grazie all’offerta, fatta alla Regione Sicilia e agli enti locali, di un ampio ventaglio di interventi sanitari e socio-assistenziali a favore di diversamente abili, minori, anziani, tossicodipendenti e malati terminali. Un radicamento sul territorio che consente di mobilitare, all’occorrenza, clientele e pacchetti di voti a favore di politici di centro destra e centro sinistra. Uno di essi, Nunzio Parrinello, eletto alla Provincia di Catania nelle file degli “autonomisti” del governatore Lombardo, è finito nelle maglie della recentissima inchiesta giudiziaria sulla mala gestione dei servizi sociali nella Sicilia orientale, insieme a una settantina tra amministratori, funzionari e operatori del privato assistenziale. Secondo l’accusa ci sarebbero stati una serie di appalti truccati nella gestione di alcuni servizi, a favore dei soggetti più svantaggiati. Gli affidamenti avvenivano sempre per trattativa privata e con sovrafatturazioni che consentivano ampi margini di “guadagno” a sodali e intermediari. Tra i “servizi” sotto indagine, quello di telesoccorso affidato dal distretto sociosanitario alla cooperativa “Luigi Sturzo onlus” di Catania, socia Sisifo, presieduta da Parrinello.

Tra gli indagati del maxi scandalo compare pure il rappresentante legale della cooperativa Città del Sole di Catania, Antonino Novello, membro del Cda del Consorzio Sisifo e dirigente regionale LegaCoop. Consigliere regionale dell’Unione italiana ciechi, Novello è stato un fedele sostenitore delle campagne di tesseramento del Psi (area Salvo Andò, ex ministro della Difesa). Nonostante lo scivolone giudiziario è stato nominato coordinatore del progetto Ue-Città del Sole per la formazione e l’inserimento lavorativo dei detenuti delle direzioni penitenziarie di Catania e Giarre.

Guai in vista pure per il vicepresidente di Sisifo e odierno amministratore delegato di LampedusaAccoglienza, Cono Galipò. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Patti ne ha chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di truffa aggravata e continuata per la gestione del centro per richiedenti asilo di Sant’Angelo di Brolo (Me), attivo dal settembre 2008 al maggio 2010. Secondo gli inquirenti, Galipò avrebbe trattenuto gli ospiti nel centro dopo il rilascio dei permessi di soggiorno, procurando al consorzio Sisifo un “illecito profitto” stimato in 468.280 euro + Iva. L’udienza preliminare è fissata per il prossimo 18 ottobre.


Articolo pubblicato in Left – Avvenimenti, n. 36 del 16 settembre 2011

Crociata “umanitaria” USA in Corno d’Africa

In Somalia sono decine di migliaia i morti per la grave carestia che ha colpito buona parte del paese, mentre 750.000 persone potrebbero morire di fame nei prossimi quattro mesi se la comunità internazionale non garantirà sufficienti aiuti alimentari alle popolazioni del Corno d’Africa. Secondo le Nazioni Unite, dodici milioni e mezzo di persone hanno urgente bisogno di cibo, acqua e medicinali, mentre sta crescendo giorno dopo giorno il numero dei disperati in fuga dalle sei macroregioni somale duramente colpite dalla siccità. Oltre 600.000 somali hanno attraversato il confine per raggiungere i campi profughi sorti nei paesi confinanti. Nella tendopoli di fortuna di Dadaab, Kenya orientale, il più affollato centro per rifugiati al mondo, sono stipati oggi più di 420.000 persone. In Etiopia, le agenzie internazionali hanno installato quattro grandi campi di accoglienza, dove affluiscono oltre un migliaio di sfollati al giorno. Una crisi umanitaria imponente ma con radici lontane, che le grandi reti mediatiche stanno rendendo visibile internazionalmente sulla scia della campagna interventista lanciata dal Dipartimento di Stato e da USAID, l’agenzia per gli aiuti allo sviluppo degli Stati Uniti d’America. Per Washington è indispensabile aprire manu militari corridoi “umanitari” che consentano il flusso degli aiuti alle popolazioni colpite. Un’occasione da non perdere per chiudere di rimessa e definitivamente, la partita in Africa orientale contro le organizzazioni combattenti nemiche.
“Abbiamo contribuito con quasi 600 milioni di dollari nei primi otto mesi del 2011 fornendo aiuti a più di 4,6 milioni di abitanti del Corno d’Africa e confermando il ruolo degli Stati Uniti come il maggiore dei donatori mondiali nella regione”, affermano i funzionari di USAID. “Il nostro governo ha inoltre annunciato che finanzierà la fornitura di aiuti umanitari addizionali al popolo somalo e sta lavorando con le agenzie internazionali per portare alla popolazione i bisogni basici”. A metà agosto, il presidente Obama ha approvato uno stanziamento straordinario di 105 milioni di dollari per l’acquisto di “cibo, farmaci, shelter e acqua potabile per coloro che hanno disperatamente bisogno di aiuto in tutta la regione”, come recita un dispaccio del Dipartimento di Stato. Troppo poco. Per le Nazioni Unite, infatti, c’è bisogno di un miliardo di dollari in più per rispondere a tutte le necessità alimentari e sanitarie in Corno d’Africa. Gli ha risposto solo l’Unione europea annunciando fondi per 100 milioni di dollari e, bontà sua, la Banca mondiale, disponibile a stanziare sino a 500 milioni di dollari, 8 milioni appena per affrontare l’emergenza, il resto per chissà quali progetti “a lungo termine” a favore degli “agricoltori della regione”. Washington però avverte: sino a quando opereranno impunemente in Corno d’Africa le milizie degli Shebab, le formazioni integraliste somale ritenute vicine alla costellazione di al-Qaeda, “per le organizzazioni umanitarie sarà impossibile raggiungere e prestare assistenza alle popolazioni”.  
“La mancanza di sicurezza e di vie di accesso alle aree colpite limita significativamente gli sforzi assistenziali in Somalia”, ha dichiarato il vicesegretario di Stato per gli affari africani, Don Yamamoto, in una sua audizione al Senato. “Esistono difficoltà a portare cibo dove c’è più necessità a causa della presenza dell’organizzazione terroristica degli Shebab. Le sue minacce hanno costretto le Nazioni Unite a ritirarsi dai programmi di assistenza in diverse parti della Somalia sin dall’inizio di quest’anno”. Secondo Yamamoto, “i più colpiti dall’odierna siccità sono gli oltre due milioni di somali intrappolati nelle aree meridionali e centrali della Somalia sotto il controllo degli Shebab”. Secondo il vicesegretario, gli Stati Uniti si stanno attivando insieme ai principali partner internazionali “per contrastare gli Shebab e impedire che minaccino i nostri interessi nell’area o continuino a tenere come ostaggio la popolazione somala”. In che modo ci ha pensato lo staff di USAFRICOM, il Comando degli Stati Uniti per le operazioni militari nel continente africano, riunitosi a fine luglio a Stoccarda (Germania).
“La grave carestia in Corno d’Africa è una delle priorità del Comando USA congiuntamente alla crescita nella regione dei gruppi estremisti violenti”, ha spiegato il generale Carter F. Ham, comandante di AFRICOM.  “La situazione attuale non richiede un significativo ruolo militare, ma il governo USA potrebbe chiederci qualche forma di supporto per il futuro. Se vado aldilà dell’aspetto umanitario e guardo a quello militare, posso affermare che il rischio più grave in Africa orientale è oggi rappresentato dagli estremisti di Shebab”.  Per il generale Ham, il primo passo per “indebolire” le milizie è quello di accrescere l’assistenza USA nel campo della “sicurezza e della stabilità interna” al Governo federale di transizione della Somalia e agli altri paesi della regione. “L’organizzazione di esercitazioni e scambi militari multinazionali è un mezzo importante per sviluppare la cooperazione tra le nazioni africane”, ha dichiarato Ham. “Più saranno i paesi che si uniranno per partecipare simultaneamente alle esercitazioni e meglio sarà per noi”. Per il comandante di AFRICOM, l’esempio migliore di cooperazione è rappresentato dalla recente esercitazione Africa Endeavor 2011 “per lo sviluppo delle tecniche di comando, controllo e comunicazione”, a cui hanno partecipato trenta paesi africani, cinque europei, gli Stati Uniti e quattro organizzazioni internazionali. “Dobbiamo poi sostenere l’Unione Africana nelle sue missioni di peacekeeping in Corno d’Africa”, ha aggiunto Ham. “I rappresentanti UA sono molto interessati a stabilire in tutta l’Africa standard militari elevati nel settore addestrativo, nelle comunicazioni, nei regolamenti medici, nei sistemi d’arma per il personale e nella logistica. Ciò potrebbe richiedere molto tempo, ma noi possiamo aiutarli”.
Grazie ad AFRICOM è stata costituita la East Africa’s Standby Force (EASF), una forza di pronto intervento a cui i paesi dell’Africa orientale hanno assegnato i propri reparti d’élite. La formazione del personale EASF e l’addestramento operativo è curato dai marines della Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA), la task force USA creata a Gibuti nel 2002 per “combattere le cellule terroristiche in Africa orientale” e che, dopo la creazione di AFRICOM nel 2008, è divenuta la struttura chiave per la proiezione avanzata delle forze armate statunitensi nel continente. Oltre a formare i reparti militari africani, CJT-HOA ricopre un variegato ventaglio di missioni, compresi la pianificazione delle operazioni multinazionali in Africa, la negoziazione di accordi legali per futuri interventi e/o installazioni in loco, il sostegno alle operazioni anti-pirateria delle flotte USA, NATO ed UE nelle acque del Mar Rosso. “Tra gli eventi più importanti verificatisi nell’ultimo biennio in Corno d’Africa bisogna annoverare l’espansione e l’entrata in funzione a tempo pieno di Camp Lemonnier, la prima ed unica installazione militare USA nel continente, che sovrintende alle operazioni portuali a Gibuti, a quelle aeree e terrestri di diversi Comandi di guerra USA e delle nazioni partner”, ricorda David Melson, portavoce di CJTF-HOA. “A Camp Lemonnier è pure giunta la Forza di autodifesa giapponese, con componenti navali e terrestri, la prima presenza di questo paese asiatico fuori dai confini nazionali dalla fine della Seconda guerra mondiale”.
La task force dei marines a Gibuti supera le 2.000 unità, ma in occasione della sua recente visita al quartier generale CJTF-HOA, il generale Carter F. Ham ha annunciato che chiederà al Pentagono “forze speciali più numerose entro due anni” per rispondere alla “crescente domanda operativa contro al-Qaeda ed altri gruppi terroristici e per aiutare i militari africani a migliorare la propria efficienza”. Queste unità si affiancheranno ai due corpi d’élite attivati negli ultimi mesi dalle forze armate USA ed assegnati ad AFRICOM per addestrare le truppe africane di peacekeeping in Somalia e quelle in guerra contro le milizie anti-governative in Africa settentrionale e orientale. Il primo di essi è la Special Purpose Marine Air Ground Task Force, forza di pronto d’intervento del Corpo dei Marines nel continente in caso di crisi politiche e “umanitarie” e per le immancabili operazioni “anti-terrorismo”. Secondo quanto annunciato dal generale Paul Brier (vicecomandante di MARFOR Africa), l’unità include componenti aeree e terrestri, potrebbe crescere entro due anni da 123 a 364 uomini e sarà ospitata in una delle principali basi USA in Sud Europa (Napoli, Sigonella o Rota).
La seconda task force divenuta operativa è la Naval Special Warfare Unit-10 (NSWU-10), a cui sono stati assegnati marines, personale SEAL e specialisti in intelligence di US Navy in grado di scatenare assalti contro obiettivi “nemici” da unità navali, sottomarini ed aerei. “L’unità è l’unica forza dello Special Operations Command Africa che può essere utilizzata per rispondere rapidamente alle crisi o alle contingenze continentali”, spiegano al comando USAFRICOM di Stoccarda. Come ad esempio quella “umanitaria” che ha colpito le popolazioni del Corno d’Africa.
Il Comando USA per le operazioni speciali in Africa è lo stesso che dal mese di giugno pianifica e dirige le operazioni in Somalia di bombardamento missilistico con l’utilizzo di velivoli UAV senza pilota (i droni del tipo Predator) contro obiettivi top secret, come rivelato dai maggiori quotidiani statunitensi. Il Pentagono sta inoltre preparando il trasferimento di quattro UAV alle forze armate di Uganda e Burundi, che hanno messo a disposizione 9.000 uomini per la forza multinazionale dell’Unione Africana presente a Mogadiscio e in altre città somale. Ai due stati africani Washington ha fornito nei mesi scorsi equipaggiamenti militari (camion di trasporto, blindati, giubbotti antiproiettile, visori notturni, ecc.), per un valore di 45 milioni di dollari.
Attivissima nella formazione dei militari somali nell’individuazione e smascheramento dei miliziani Shabab è anche la famigerata CIA - Central Intelligence Agency degli Stati Uniti d’America. Oltre a finanziare ed armare la neo costituita agenzia di spionaggio nazionale (la Somali National Security Agency), la CIA ha collaborato alla realizzazione di una grande stazione d’intelligence all’interno dell’aeroporto di Mogadiscio, nota localmente come “the Pink House” o più semplicemente “Guantanamo”, perché utilizzata per gli interrogatori sotto tortura dei prigionieri sospettati di terrorismo. Come rivelato da un lungo reportage del New York Times (11 agosto 2011), per l’addestramento delle unità africane in lotta contro gli Shebab, il Dipartimento di Stato e la CIA si sarebbero pure affidati ai mercenari di origine sudafricana, francese e scandinava contrattati dalla Bancroft Global Development, una società di sicurezza privata statunitense con uffici alla periferia di Mogadiscio. Secondo il quotidiano USA, Bancroft Global Development verrebbe utilizzata ufficialmente in ambito Unione Africana dalle forze armate di Uganda e Burundi, successivamente rimborsate per le loro spese da Washington. Dal 2010, la compagnia privata avrebbe conseguito in Somalia utili per circa 7 milioni di dollari.
Il New York Times ha inoltre citato un report delle Nazioni Unite che documenta il crescente impiego di contractor privati internazionali per la “protezione dei politici somali, l’addestramento delle truppe africane e la costituzione di una forza di combattimento contro i pirati somali”. In particolare il rapporto si sofferma sull’operazione condotta dalla società sudafricana Saracen International per creare una milizia di oltre mille uomini per il governo del Puntland, la regione settentrionale della Somalia autoproclamatasi indipendente. “Si tratta della forza militare indigena meglio equipaggiata di tutta la Somalia”, commenta il quotidiano. “Grazie a società di copertura, alcune della quali - secondo le Nazioni Unite - legate ad Erik Prince, il fondatore della nota compagnia di sicurezza Blackwater Worldwide, la Saracen ha trasportato segretamente equipaggiamento militare nel nord della Somalia, utilizzando aerei cargo partiti dall’Uganda e dagli Emirati Arabi”.
Con meno clamore, alla crociata “umanitaria” in Corno d’Africa sta dando un contributo l’Aeronautica militare italiana. Il 12 settembre è stato inviato in Kenya un C-13J della 46^ brigata aerea di Pisa con a bordo un veicolo Iveco Icarus per il trasporto di uomini e mezzi che, secondo lo Stato maggiore AMI, è stato “messo a disposizione della Croce Rossa italiana che lo userà nel quadro delle operazioni di soccorso alla popolazione del nord Turkana (Kenya), un’area tipicamente desertica di difficile accesso situata al confine con l’Etiopia e il Sudan, colpita dalla siccità in questi ultimi anni”. L’Italia prevede inoltre di riaprire entro la fine dell’anno l’ambasciata a Mogadiscio. “Il nostro sostegno alla Somalia non sarà solo un aiuto economico ma diverrà sempre più un aiuto per migliorare le capacità di amministrazione del governo, un aiuto umanitario e un sostegno alle forze armate e alla sicurezza”, ha annunciato il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, a conclusione della sua visita nel paese africano. L’Africa orientale, devastata dalla fame e dalla siccità, tornerà ad essere l’eldorado per i piazzisti d’armi e i contractor italiani.

venerdì 9 settembre 2011

Ignazio La Russa, l’amico degli americani

Un ministro da adulare, vezzeggiare, sostenere, consigliare, orientare. Una “rarità” di politico con un cuore tutto per Washington e gli interessi a stelle e strisce in Europa e nel mondo. Sacerdote del pensiero atlantico e strenuo paladino delle crociate contro il terrorismo in Africa e Medio oriente. Il più fedele dei Signorsì per piegare le ultime resistenze all’occupazione del territorio da parte di ecomostri e dispositivi di morte. Lui è Ignazio La Russa, ministro della difesa dell’ultimo governo Berlusconi, leader politico cresciuto nelle organizzazioni di estrema destra. A farne un’icona del filo-americanismo in salsa tricolore sono invece i più alti funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti in Italia nei cablogrammi inviati a Washington, da qualche giorno on line sul sito di Wikileaks.
Roma, 5 ottobre 2009. Fervono i preparativi per il viaggio del ministro La Russa negli States dove incontrerà il segretario della difesa Robert Gates. Il vertice è fissato per il 13 ottobre e l’ambasciata di via Veneto emette il cablo top secret, classificato 09ROME1132. Destinatario proprio mister Gates.“Il tuo incontro con Ignazio La Russa giunge in un momento cruciale, con l’Italia che ritiene possibili i tagli al budget destinato alle missioni militari all’estero”. L’establishment USA è preoccupato per i riflessi che ciò potrebbe avere sulla missione NATO-ISAF in Afghanistan, ma per fortuna a dirigere il ministero della difesa del paese partner c’è “un buon amico degli Stati Uniti, forte sostenitore dei comuni interessi per la sicurezza  transatlantica”.
“La Russa – continua il cablo - a differenza di suoi molti colleghi di governo, è stato un rumoroso sostenitore di un forte sistema difensivo e di robuste operazioni all’estero, sin da quando il governo Berlusconi è giunto al potere nel maggio 2008. Sebbene non appartenga allo stretto circolo di Berlusconi, egli è un importante politico alla sua destra – la seconda figura più potente del partito di Alleanza Nazionale che recentemente si è incorporato nel Popolo della Liberta (PdL). Di professione avvocato, La Russa è un accorto stratega politico, il cui aspetto e comportamenti piuttosto bruschi nascondono un’intelligenza acuta e piena padronanza per i dettagli. Sebbene sia spesso accusato di essere più attento ai partiti politici che alle leadership militari, La Russa è uno strenuo difensore dell’aumento delle spese militari e di maggiori protezioni per le truppe italiane impegnate sul campo, ed è popolare tra le forze armate. Egli tiene tantissimo alla sua personale relazione con te e lo ha dimostrato nei passati meeting, negli incontri interministeriali e nelle dichiarazioni alla stampa”.
“La Russa, una rarità in Europa, è un grande sostenitore della missione NATO in Afghanistan e non teme di esporre pubblicamente la necessità di continuare l’impegno dell’Italia in questo paese. Grazie in buona parte alla sua ferma difesa pubblica, la missione ISAF rimane una priorità italiana di massimo livello. L’obiettivo principale della sua venuta a Washington è di ascoltare da te la posizione assunta dagli Stati Uniti sul futuro della missione in Afghanistan alla luce del report di McChrystal. Il vostro incontro gli darà l’orientamento e gli argomenti per continuare a sostenere efficacemente la causa in Parlamento, sulla stampa, e all’interno del governo. Subito dopo, dovrà ottenere il consenso in consiglio dei ministri per un nuovo decreto che finanzi l’attività all’estero di 9.000 militari italiani, 3.100 dei quali da destinare alla missione ISAF, 2.300 a UNIFIL e 1.900 a KFOR. Per ottenerlo, dovrà respingere le richieste del ministero delle finanze di maggiori tagli al bilancio della difesa e trattare con un partner minore della coalizione del presidente Berlusconi, Umberto Bossi, leader della Lega Nord, che ha espresso scetticismo sulla missione afgana a seguito dell’attentato del 17 settembre a Kabul in cui sono stati uccisi sei soldati italiani. La Russa vorrà essere rassicurato da te sul fatto che gli Stati Uniti hanno implementato una chiara strategia sulla scia delle valutazioni fatte da McChrystal, dato che dovrà sostenere l’aumento del numero dei militari italiani e delle risorse, come richiesto dalla NATO”. 
Secondo i diplomatici statunitensi, il ministro potrebbe pure avere un ruolo importante per impedire il ritiro o il drastico ridimensionamento del contingente italiano schierato in Libano nell’ambito della missione UNIFIL. “La Russa – scrivono - come molti nel centro-destra italiano, tende a considerare UNIFIL come una missione “soft” ereditata dal governo Prodi di centro-sinistra, ma un tuo segnale che gli Stati Uniti non vogliono la riduzione della missione e preferirebbero che l’Italia mantenesse l’odierno livello delle truppe – anche se no al costo dell’impegno militare in Afghanistan – lo aiuterebbe a sostenere la causa in consiglio dei ministri. Con sufficienti volere politico e risorse finanziarie, l’Italia può continuare a mantenere in vita entrambe le missioni con la forza di oggi o meglio”.
La Russa viene inoltre ritenuto l’uomo chiave per conseguire gli obiettivi di potenziamento qualitativo e numerico delle installazioni militari USA presenti sul territorio italiano. “L’Italia è il nostro più importante alleato in Europa per proiettare la potenza militare nel Mediterraneo, in Nord Africa e in Medio oriente. I cinque maggiori complessi militari (Napoli, Sigonella, Camp Darby, Vicenza e Aviano) ospitano approssimativamente 13.000 tra militari statunitensi e personale civile del Dipartimento della difesa, 16.000 familiari e 4.000 impiegati italiani. Miglioramenti o cambiamenti di queste infrastrutture potrebbero generare controversie con i politici locali e noi contiamo sul sostegno politico ai più alti livelli, così com’è stato in passato”. “L’approvazione e il sostegno del governo italiano al progetto di espansione dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza per consentire il consolidamento del 173rd Airborne Brigade Combat Team è un esempio positivo di questo tipo di collaborazione” prosegue il cablo. “A breve termine, possiamo richiedere l’aiuto di La Russa su una serie di problemi relativi alle basi militari, ad esempio per la nostra richiesta di riconoscimento formale, da parte del governo italiano, del sito di supporto US Navy a Gricignano (Napoli) quale base militare nell’ambito del NATO SOFA del 1951 (l’accordo sullo status delle forze militari straniere ospitate in un paese in ambito alleato) e del Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, e per l’approvazione della costruzione del nuovo sistema di comunicazione globale satellitare Mobile User Objective System (MUOS) della marina militare USA all’interno del Navy Radio Transmitter Facility di Niscemi, in Sicilia. In passato La Russa ha fatto, su nostra richiesta, utili dichiarazioni pubbliche sulla questione MUOS. Un tuo segnale di apprezzamento per il suo sostegno su questo punto aiuterebbe a focalizzare la sua attenzione sulle arcane questioni tecniche e legali che ruotano attorno alla nostra presenza miliare in Italia”.
Il 22 gennaio 2010 è l’ambasciatore David H. Thorne a tessere in prima persona le lodi del ministro italiano in un secondo cablogramma inviato direttamente al segretario Gates in procinto di raggiungere l’Italia a febbraio. “Mi sono incontrato con La Russa il 19 gennaio, poco prima che egli inviasse la portaerei Cavour ad Haiti con un carico di aiuti umanitari ed elicotteri per il loro trasporto. Il suo approccio sulla crisi di Haiti è tipica del suo stile: è un leader orientato all’azione che fa le cose con poco rumore o ostentazione”. “La Russa – aggiunge il diplomatico - è felice che tu abbia accettato il suo invito e sta lavorando alacremente per assicurare che il vostro meeting a Roma dia visibilità nel migliore dei modi la relazione bilaterale Italia-Stati Uniti nel campo della difesa che lui sta cercando di rafforzare ed espandere in tutti i modi. La Russa, con l’attivo supporto del ministro degli esteri Frattini, è stato il nostro campione nell’interazione con l’Italia (…) Egli è stato la voce più forte in consiglio dei ministri a favore dei nostri comuni interessi nell’ambito della sicurezza…”.
Thorne rileva che la vista di Gates “dimostrerà pubblicamente che l’Italia è all’interno del più stretto circolo dei nostri partner europei”, “faciliterà l’approvazione parlamentare per l’invio di altri 1.000-1.200 militari in Afghanistan” e “consentirà a La Russa di pronunciarsi su altri obiettivi chiave USA”. “Egli ha risposto immediatamante alla tua telefonata del 25 novembre per uno sforzo concertato in vista di un maggiore impegno delle truppe in Afghanistan. La Russa e il ministro Frattini hanno convinto il premier Berlusconi ad approvare ed annunciare l’aumento di 1.000 militari prima di aver consultato il Parlamento, assicurando in tal modo che l’Italia fosse il primo paese della NATO a farlo”.
Per l’ambasciatore, La Russa non si risparmierà pure nel sostenere le posizioni USA in merito al procedimento giudiziario contro il colonnello dell’aeronautica militare statunitense Joseph Romano, già comandante del 31st Security Forces Squadron di Aviano, implicato nel vergognoso affaire del rapimento CIA-servizi segreti italiani dell’ex imam di Milano, Abu Omar. “La Russa è stato di grande aiuto per persuadere il ministro della Giustizia a sostenere le nostre asserzioni affinché venga applicata la giurisdizione prevista dal NATO SOFA per il caso che vede imputato il colonnello Romano. La Russa, un avvocato di successo ed esperienza, in qualità di ministro della difesa non è un attore chiave nelle questioni giudiziarie e, come il resto del governo, ha pochissima influenza sul potere giudiziario italiano, assai indipendente. Noi abbiamo sollevato ripetutamente la nostra posizione con i leader italiani più importanti e La Russa comprende che la questione continua a essere rilevante per i militari USA. La Russa ti vorrà offrire l’aiuto che può dare, ma potrebbe riconoscere la propria impotenza di fronte ad un ordinamento giudiziario testardo che resta rinchiuso in un amaro e lungo conflitto con il presidente del consiglio Berlusconi per vecchi casi di corruzione”.
A conclusione del lungo cablogramma, Mister Thorne auspica che il viaggio in Italia del segretario Gates possa essere l’occasione per risolvere le due questioni che stanno più a cuore ai comandi USA ospitati in Italia, lo status giuridico della nuova stazione US Navy di Gricignano e il progetto del MUOS di Niscemi. “Sentire che le consideri come due importanti priorità per gli Stati Uniti d’America conferirà a La Russa il potere di fare il meglio per la loro risoluzione”, scrive il diplomatico. “Abbiamo investito più di 500 milioni di dollari per realizzare a Gricignano, che è l’hub di supporto logistico per tutti i comandi US Navy nel Mediterraneo, la sede del principale ospedale navale per la regione europea, due scuole DOD e gli alloggi residenziali per circa 3.000 membri di US Navy e i rispettivi familiari. Nel 2008, durante i negoziati per attualizzare l’accordo sulle installazioni ospitate nell’area di Napoli, lo staff generale del ministero della difesa italiano c’informò che non avremmo più potuto proteggere a lungo il sito con le forze di sicurezza della marina militare USA, poiché sorge su un’area presa in affitto (o meglio, ceduta dal ministero della difesa) e US Navy non ha ottenuto l’autorizzazione specifica che le conferisce lo status d’installazione militare. I legali di US Navy hanno rifiutato le argomentazioni italiane, mostrando la serie di autorizzazioni che gli Stati Uniti hanno ottenuto per il trasferimento della base dall’ex sito di Agnano (che la marina USA ha occupato a partire dal 1950, con tutti i privilegi garantiti dal NATO SOFA), ma i legali dei militari italiani si sono mantenuti fermi nelle loro considerazioni. La loro posizione minaccia non solo la viabilità della base dal punto di vista della sicurezza, ma anche lo status di esenzione fiscale del commissariato, del cambio valute, dell’ospedale e di altre attività al suo interno. Ho chiesto a La Russa di rompere l’empasse con una dichiarazione politica che affermi che Gricignano è un’installazione militare, e lui ha promesso di trovare una soluzione, ma un segnale da parte tua che la sicurezza del nostro personale militare non è negoziabile lo aiuterà a dare massima priorità alla questione…”.
Ancora più “cruciale” l’aiuto che il ministro può fornire per consentire alle forze armate USA d’installare a Niscemi l’antenna del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare MUOS. “Una campagna dell’opposizione politica locale in Sicilia ha impedito che US Navy ottenesse l’approvazione finale a realizzare la quarta e ultima stazione terrestre. Quando entrerà in funzione nel 2012, il MUOS consentirà alle unità militari statunitensi (e NATO) presenti in qualsiasi parte del mondo di comunicare istantaneamente con i comandi generali negli Stati Uniti o altrove. Dato che il progetto è seriamente in ritardo (US Navy deve iniziare la costruzione nel marzo 2010 o prevedere di trasferire il sito altrove nel Mediterraneo), ho chiesto a La Russa di aiutarci a fare un passo in avanti con il presidente regionale siciliano Lombardo, il cui ufficio ha negato le necessarie autorizzazioni. La Russa si è detto disponibile, ma ascoltare da te che il MUOS è una priorità USA lo spronerà a spendere il consistente capitale politico nella sua regione d’origine e assicurare che il progetto vada avanti”.
Considerazioni profetiche. Dopo un’offensiva a tutto campo di La Russa e capi militari, Raffaele Lombardo ha ribaltato il suo “No, senza se e senza ma” in un “Sì subito al MUOS!”. Così, l’11 maggio 2011, l’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente ha autorizzato i militari USA ad installare il terminal terrestre MUOS all’interno della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi. I lavori sono stati avviati immediatamente. L’EcoMUOStro sorgerà nel nome e per grazia di La Russa e dell’“autonomista” Lombardo.