I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

venerdì 26 agosto 2011

La guerra segreta dei Predator italiani in Libia

Gli analisti statunitensi ne sono più che convinti. I velivoli senza pilota schierati dalla coalizione internazionale per le operazioni di guerra in Libia hanno contribuito in modo rilevante al successo dell’offensiva sferrata dalle forze ribelli contro i santuari del potere del colonnello Gheddafi a Tripoli. Frederic Wehrey, politologo della RAND Corporation ed esperto di conflitti mediorientali, sostiene che la scelta degli obiettivi e gli attacchi delle forze anti-governative sono stati “molto più efficaci e meglio coordinati e controllati”  grazie all’uso di “tecnologia fornita individualmente dagli alleati Nato e al  maggiore sostegno diretto e indiretto dell’alleanza militare”. Un anziano diplomatico della NATO, in forma anonima, ha spiegato alla Cnn che i ribelli sono stati aiutati in particolare dalle “operazioni di intelligence e sorveglianza, intensificatesi nelle ultime settimane di conflitto, grazie all’uso dei velivoli armati senza pilota UAV Predator che hanno individuato, segnalato e colpito occasionalmente gli obiettivi”. Secondo i dati forniti dal Pentagono, le sortite degli aerei UAV statunitensi contro le forze terrestri e le difese aeree libiche sono più che raddopiate negli ultimi 18 giorni in comparazione al periodo compreso tra l’1 aprile e il 10 agosto scorso (“1,4 attacchi al giorno contro gli 0,6 antecedenti). Principale base operativa dei Predator USA la stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia.  
Alla guerra più o meno occulta dei sofisticatissimi velivoli senza pilota non ha fatto mancare il suo apporto l’Aeronautica militare italiana. Secondo quanto è stato possibile verificare, l’uso dei Predator del modello di ultima generazione “B” avrebbe preso il via tra il 10 e l’11 agosto e sino ad oggi sarebbero state effettutate non meno di tre missioni in Libia. Sotto il controllo del 28° Gruppo “Le Streghe” del 32° Stormo dell’Ami, i Predator sarebbero partiti dalla base di Amendola (Foggia), dove avrebbero fatto rientro a conclusione di missioni di volo durate all’incirca 12 ore ciascuna. “Un velivolo a pilotaggio remoto Predator B è entrato a far parte degli assetti aerei italiani messi a disposizione della NATO per l’operazione Unified Protector  congiuntamente  ai cacciabombardieri “Tornado” ed “AMX”, ai caccia F-16 “Falcon” e agli aerifornitori KC-767A e KC-130J”, conferma il ministero della Difesa con un comunicato stampa.
Il possibile schieramento in Libia degli UAV italiani era stato annunciato il 29 giugno da Il Sole 24 Ore. “Per superare lo stallo nelle operazioni militari contro le truppe di Gheddafi la NATO potrebbe mettere in campo i velivoli teleguidati dell’Aeronautica militare già tra due settimane in compiti di sorveglianza, intelligence e ricognizione”, riferiva il quotidiano. Fonte autorevole, il colonnello Fabio Giunchi, comandante del 32° Stormo di Amendola, l’unico reparto italiano dotato di velivoli senza pilota (sei Predator modello “A” e due “B”). “Affiancando i due velivoli dello stesso tipo messi in campo dagli statunitensi, che li basano a Sigonella, gli UAS (Unmanmned aerial system) italiani sono in grado di restare in volo sul bersaglio per molte ore esplorando il terreno grazie a telecamere e sensori, individuando i bersagli e “agganciandoli” a favore di missili e bombe dei jet alleati o degli elicotteri da combattimento franco-britannici”, annunciava il colonnello. “Stiamo affinando le ultime preparazioni, al momento i Predator B sono impiegati con compiti di ricognizione ma possono volare armati, se si volesse andare su questa strada. Noi ci auguriamo che accada, perché questo darebbe una maggiore flessibilità di impiego”.
“Proprio in vista delle operazioni di attacco contro target libici – aggiungeva l’estensore dell’inchiesta de Il Sole 24 Ore - l’Aeronautica militare sta per ricevere dalle forze armate statunitensi i kit necessari a imbarcare bombe a guida laser e Gps e missili, le stesse armi impiegate dai velivoli di questo tipo che gli statunitensi impiegano per colpire le basi talebane e di al-Qaeda in Pakistan. Una vera e propria rivoluzione per l’Aeronautica italiana che finora, per motivi squisitamente politici, aveva potuto utilizzare queste macchine senza sfruttarne le capacità d’attacco”. L’“operazione umanitaria” contro l’ex regime alleato di Gheddafi, alla fine, ha consentito di far superare gli ultimi tabù del governo e delle forze politiche di maggioranza e d’opposizione, consentendeno il battesimo di fuoco dei Predator tricolore.
L’MQ-9 Predator B è operativo in Italia dall’estate 2010. Noto negli Stati Uniti come “Reaper”, il velivolo è un’evoluzione del Predator A già utilizzato dall’Ami in Iraq ed Afghanistan. Con una lunghezza di 11 metri e un’apertura alare di 20, il “Reaper” assicura maggiori prestazioni in termini di raggio d’azione, autonomia di volo (tra le 24 e le 40 ore), velocità (440 Km/h) e carico trasportabile (quasi 1.800 chili contro i 200 dei Predator A). “L’incremento delle dimensioni e delle prestazioni dell’UAV si rifletterà ovviamente sul carico di armamento trasportabile”, segnalano le riviste specializzate in strumenti di morte. “Si tratterà di missili Hellfire, bombe a guida laser Gbu-12 Paveway II e Gbu-38 Jdam (Joint direct attack munition) a guida Gps”. Un “gioiello” che la casa produttrice, la General Atomics Aeronautcal Systems Incorporated di San Diego (California), vende a 10,5 milioni di dollari l’uno, contro i 3,2 milioni dell’esemplare di prima generazione. “La manutenzione dei Predator B sarà gestita per ancora due anni ad Amendola da personale americano della General Atomics”, specifica il sito web Dedalonews. “Entro un anno gli UAV diverranno sei per modello, consentendo al 32° Stormo dell’Aeronautica di gestire in contemporanea fino a tre velivoli, anche dall’altra parte del pianeta. In attesa di diventare nel 2014 la prima base italiana per i nuovi cacciabombardieri Lockheed Martin F-35A, destinati a sostituire prima gli AMX e poi i Tornado, ad Amendola sono in via di ampliamento gli hangar per gli UAV”.
Per consentire ai Predator B di volare in qualsiasi parte del Mediterraneo, il ministero della Difesa ha predisposto la creazione di “corridoi di volo” riservati tra la Puglia, il poligono sperimentale di Salto di Quirra e lo scalo di Decimomannu in Sardegna, le basi di Sigonella e Trapani in Sicilia e l’isola di Pantelleria. Alcuni di questi “corridoi” sono stati messi a disposizione dei velivoli senza pilota Global Hawks e “Reaper” schierati dalle forze armate USA a Sigonella. I decolli e gli atterraggi degli aerei USA, sempre più numerosi negli ultimi mesi, stanno creando gravi difficoltà al traffico del vicino aeroporto civile di Catania-Fontanarossa. Ne sanno qualcosa i passeggeri del volo di linea Alitalia “Venezia-Catania” che la mattina del 18 agosto sono stati dirottati a Palermo - Punta Raisi “a causa di intenso traffico militare nell’aeroporto di Sigonella” e costretti poi ad un interminabile viaggio in pulman tra il capoluogo siciliano e Fontanarossa. Alle ore 11.18 del giorno successivo, i piloti degli aerei in partenza o diretti allo scalo etneo hanno ricevuto un NOTAM, l’informazione sull’efficienza dei sistemi di sicurezza dell’aeroporto, che ha imposto una breve sospensione delle operazioni sullo scalo “a causa delle attività di un aereo senza pilota”, presumibilmente un Global Hawk dell’Us Air Force operativo a Sigonella. Fra tre anni gli enormi UAV-spia schierati nella base siciliana potrebbero essere venti. Terribile immaginare cosa accadrà in termini di sicurezza, tenuta delle rotte e puntualità di orari viaggiare da e per la Sicilia orientale.

mercoledì 24 agosto 2011

La Mafia non esiste! A Milazzo....

Il testo integrale scritto e interpretato da Antonio Mazzeo in occasione dello spettacolo "La mafia non esiste!" tenutosi il 23 agosto 2011 a Milazzo (Messina) e organizzato dal Presidio di Libera "Rita Atria"


“Sindaco, non mollare, questo paese ha ancora molto bisogno di voci libere che sappiano anche pensare… Forza, c’è tanta gente come me che ti stima e ti vuole bene…”. Mittente: Salvatore Cuffaro, Casa Circondariale di Rebibbia, via Raffaele Maietti, Roma.
Il Sindaco, quello di Salemi, ha prontamente risposto al detenuto che sconta una condanna definitiva a sette anni per favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio. “Totò, lo considero un amico…”, spiega ai giornalisti. “Per me è innocente. C’è una certa tendenza da parte della magistratura a considerare mafia anche ciò che non lo è”.
La mafia non esiste!
A Milazzo, perlomeno. Così, nel maggio 2006, Totò Cuffaro, governatore di Sicilia plurindagato, candidato alle elezioni regionali, giunge in città per partecipare accanto a prelati, frati, amministratori e consiglieri comunali alla processione del compatrono San Francesco di Paola. Poi in posa, sorridenti, per la foto di rito. Dopo la benedizione, i sacerdoti gli affidano il saluto ai fedeli e la preghiera al Santo dei marinai e dei naviganti. Cuffaro fa richiesta di intercessione per la città e la regione. Vince le elezioni ma non può evitare il doloroso cammino che lo ha condotto sino ai portoni di Rebibbia. 
Ma la mafia non esiste
In quegli stessi mesi, dei temerari dipingono lo sprovveduto centro tirrenico come “importante snodo” e “possibile terminale d’investimento in attività commerciali dei proventi dei traffici illeciti della mafia barcellonese”. La Relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia traccia l’impietosa immagine di Milazzo cassaforte finanziaria delle cosche stragiste, riserva di caccia di riciclatori affamati di negozi, bar, pub, porticcioli, lidi balneari, discoteche, sale gioco e bische più o meno clandestine. 
Milazzo feudo post-coloniale di una borghesia scaltra, dinamica, imprenditrice, mafiosa. Generatrice di un’insperata mobilità sociale: i pescivendoli che diventano imprenditori, industriali e operatori turistici; gli spacciatori ristoratori; i sorvegliati speciali costruttori e pasticceri; i muratori con il grembiulino architetti, primari o manager sanitari; i paramedici consigliori e capo-consiglieri a vita; gli sponsor dei vecchi boss onorevoli regionali. E il suo ospedale, inossidabile centro di potere, dispensatore di carriere, denaro e pacchetti di voti.
Ma la mafia non esiste
Sin dalla metà degli anni ’90 gli inquirenti avevano identificato l’esistenza a Milazzo di una “base” operativa del boss dei boss Bernardo Provenzano. La cellula mamertina, in stretto contatto con le famiglie barcellonesi e catanesi, era stata creata per gestire traffici di droga ed estorsioni da Gino Ilardo, corriere di fiducia del fantasma di Corleone sino al suo assassinio a Catania il 10 maggio ‘96, qualche giorno prima dell’ufficiale inizio della sua collaborazione con l’Autorità giudiziaria. Gino era figlio di Calogero Ilardo, uomo d’onore di Vallelunga, e cugino del boss nisseno Giuseppe Madonia. Al tempo, un cognato del Madonia era il gestore dei bar situati all’interno delle nuove stazioni ferroviarie di Milazzo e Barcellona.
Ma la mafia non esiste
La città del Capo zona franca per le latitanze dorate di padrini, spietati killer, narcotrafficanti e gregari di mafia. Primo fra tutti, ovviamente, frà Bitto della Cattiva Morte, come potremmo in fondo chiamare Provenzano che preferiva celarsi dentro a un saio durante i suoi pellegrinaggi ai santuari del malaffare della provincia di Messina. O tali Pietro Aglieri e Benedetto Santapaola. Don Nitto, il catanese, fu arrestato in conseguenza di una soffiata partita da Milazzo nei giorni in cui, in un prestigioso hotel cittadino, alloggiavano i suoi congiunti.
Ma la mafia non esiste
Quando Santapaola latitava in uno stabile di Barcellona a due passi dall’abitazione del giornalista Beppe Alfano, erano frequenti i tour siciliani del Gran Maestro della P3, l’amico-socio di Silvio B., pregiudicato per mafia e co-indagato per le stragi di stato che sancirono la fine della prima Repubblica italiana. Gli inquirenti hanno accertato che tra il 1990 e il ‘93, Marcello Dell’Utri realizzò 58 viaggi aerei tra Roma e la Sicilia, di cui ben 34 da e per Catania. Un collaboratore di giustizia, Maurizio Avola, ha riferito di avere accompagnato nel ‘92 a Barcellona il boss etneo Marcello D’Agata per un appuntamento con Dell’Utri. Avola ha pure accennato ad un incontro, sempre a Barcellona, tra Marcello P3, Aldo Ercolano e Nitto Santapaola. “Si era creata una grande amicizia tra l’imprenditore Michelangelo Alfano, rappresentante di Cosa nostra nel messinese e il Dell’Utri, tramite Vittorio Mangano”, ha spiegato un altro collaboratore, Luigi Sparacio. “Una sera mi trovavo a casa Alfano e passò da lì Dell’Utri. Loro si appartarono e fu stappata una bottiglia di champagne. Si festeggiavano gli attentati a Falcone e Borsellino”.
Ma la mafia non esiste come non esistono le stragi di Stato
Un grosso affare stava tanto a cuore al clan Berlusconi: realizzare un ipermercato nell’ex stabilimento Montecatini di Milazzo, un investimento di 24 miliardi di vecchie lire. La trattativa venne avviata nell’estate del ‘92 e il contratto preliminare fu sottoscritto il 30 aprile dell’anno dopo. Poi il progetto si arenò per le resistenze degli amministratori. Oggi quell’area è nelle mani dei Franzantonio. All’orizzonte c’è l’ennesimo centro commerciale con tanto di parcheggi, multisala cinematografica e chi più ne ha più ne metta. Il business è seguito passo dopo passo da un legale della santissima trinità (padre, figlio e spirito santo): factotum dei traghettatori a Milazzo; assessore ai lavori pubblici a Messina; portavoce di chi sogna di trasformare Lipari in un immenso porto turistico, fra tutte una società romana, co-contraente generale del Ponte sullo Stretto, a cui un ministro-sceriffo ebbe l’ardire di sospendere il certificato antimafia per sospette contiguità con le ‘ndrine calabresi. Polo commerciale anomalo quello dell’ex Montecatini, al confine con un’area di due ettari e mezzo sotto sequestro perché c’è chi l’ha trasformata in discarica di rifiuti speciali pericolosi e un occhio puntato all’autoporto e al preannunciato “cantiere remoto” del Ponte di Messina, padre di tutte le Grandi Opere criminali e criminogene. Più che un cantiere, un’immensa pattumiera per milioni di metri cubi di inerti e di scarti dei lavori che devasteranno i profili di Scilla e di Cariddi.  Destinazione finale le antiche cave d’argilla di Venetico e Valdina. Milazzo capitale dei padrini del Ponte senza ponte.
Ma la mafia non esiste
Al punto che nessuno ha il coraggio di chiamare col suo nome completo - al massimo un sospiro, “Saro C” - l’avvocato onnipresente a Milazzo sin dal suo rientro in Sicilia, a fine anni ’90, dopo un soggiorno in un carcere di Milano per una pesante condanna per traffico di droga poi annullata. L’innominabile, origini barcellonesi e neofasciste, solo nel luglio 2005 ha finito di scontare la misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, irrogatagli nel massimo (5 anni), “per la sua pericolosità, comprovata dai costanti contatti, particolarmente intensi proprio nella stagione delle stragi, con personaggi del calibro di Santapaola, Pietro Rampulla (l’artificiere di Capaci) e Giuseppe Gullotti (capomafia barcellonese condannato definitivamente per l’omicidio Alfano)”. Un personaggio in odor di servizi e massoneria. Il Gico della Guardia di finanza di Firenze ha tracciato l’identikit di alcuni buoni conoscenti di Saro C.: un ex sottosegretario alla difesa con delega all’Arma dei carabinieri, noti politici regionali, amministratori, un prefetto, funzionari di questura, alti magistrati compreso l’odierno procuratore generale di Messina, i soci di un sodalizio culturale che ha raccolto a sé boss, parlamentari, generali, un piduista e un ex capo dei servizi segreti militari.
Ma la mafia non esiste 
Saro C. è l’anima grigia di quella che è la peggiore speculazione nel messinese degli ultimi anni, la realizzazione nella contrada frontiera tra Barcellona e Milazzo di un Parco commerciale di 18 ettari e quasi 400.000 metri cubi di cemento. Un ecomostro votato all’unanimità (e un’astensione) dal consiglio comunale del Longano, insabbiatosi dopo le denunce delle assoziazioni antimafia e il sequestro preventivo dei beni (7 milioni di euro) dei più stretti congiunti dell’avvocato. Ma cambi di destinazione d’uso e concessioni non sono stati ancora revocati. Né ci pare sia stata avviata un’indagine contro gli amministratori e i consiglieri consenzienti. La auspichiamo. E consentiteci di dire che sarebbe stato pure opportuno (ri)avviare l’iter per lo scioglimento del consiglio comunale di Barcellona per infiltrazione mafiosa.
Ma la mafia non esiste
C’è un nuovo collaboratore di giustizia, Carmelo Bisognano, già a capo della cosca dei “mazzarroti”, che ha riconosciuto in don Saro C. il “capo dei capi” di Cosa nostra messinese. Bisognano tesseva un sistema impositivo del 3%, quanto le imprese dovevano versare nelle casse criminali per la pax sociale nei cantieri. Meglio ancora se gli si affidava la fornitura di cemento e calcestruzzo. Il pozzo di san Patrizio dei clan e dei politici sodali era però la mega-discarica di Mazzarrà Sant’Andrea, dove continuano a giungere impunemente da mezza Italia rifiuti di tutti i tipi. Una bomba ecologica a cielo aperto che espande miasmi e liquami sino al residence di Portorosa. “Ad aggiudicarsi l’appalto nel 2000 per la discarica è stata la Ca.Ti.Fra. di Tindaro Calabrese, ma la gara è stata pilota”, ha raccontato il Bisognano. “Io stesso mi recai da chi voleva presentare ricorso e dissi: Non ce n’è bisogno, questa cosa ci interessa come rappresentanti barcellonesi di Cosa Nostra…”.
Azienda piglia tutto la Ca.Ti.Fra. di Barcellona PG. Meno di due mesi fa, il ministero delle Infrastrutture e l’Autorità portuale le hanno affidato i lavori di costruzione del nuovo pontile di attracco per natanti veloci di Milazzo. Settecentomila euro d’incasso. Una boccata d’ossigeno in un periodo di profonda crisi economica.  
Ma la mafia non esiste
Specie a Milazzo, dove nulla sembra turbare o scandalizzare e dove può accadere che a riqualificare la riviera di Ponente sia chiamato un costruttore che sei anni prima aveva patteggiato a Palermo una condanna per associazione mafiosa. Una presenza ingombrante che non ha però spaventato gli estortori che hanno festeggiato l’avvio dei cantieri con attentati incendiari. Un’inchiesta ha voluto far luce sull’affare, ponendo più di un interrogativo sulla professionalità di ex amministratori e anchorman televisivi. Come sia andata a finire non lo sappiamo ancora. Scorci di Ponente hanno sempre più l’aspetto dei vicoli di letame di certe favelas brasiliane; sgomitano per farsi intervistare da un indagato deputati, senatori, sindaci e pubblici funzionari.
Ma la mafia non esiste
Corpi torturati, straziati, mutilati, macellati, sgozzati, scannati, cremati, ceneri disperse nel fango dei torrenti, ossa tritate e mescolate nell’immondizia. Le discariche cimiteri senza croci e senza fiori, dove privare del lutto madri, padri, spose, figli. Dal 1983 al ‘92 tra Barcellona, Falcone e Milazzo si sono contati più di un centinaio di omicidi ed una ventina di sparizioni forzate. Una guerra di mafia scatenata dall’avvio dei lavori del raddoppio ferroviario, un morto a chilometro, 100 chilometri 100 morti. Un’interminabile sequela di stragi, omicidi eccellenti, lupare bianche, attentati per accaparrarsi subappalti e commesse, le complicità di alcuni settori istituzionali, l’oblio della memoria e della ragione, l’ipocrita indignazione dei politici, dei media, della chiesa, della borghesia rampante e parassitaria. Perché la mafia non esiste. Anche quando recide le vite degli innocenti, dei bimbi, degli adolescenti.   
E se la mafia non esiste non sono mai morti Giuseppe, Graziella, Rosario, Ignazio, Giovanni, Francesca, Rocco, Antonino, Vito, Paolo, Agostino, Eddie, Emanuela, Vincenzo, Claudio, Rita, Beppe, Pino, Attilio, Adolfo.
E se non sono morti, vuol pure dire, forse, che non sono mai esistiti. Che vaghino allora nel limbo, che si oscurino le apparizioni dei congiunti, che si serrino le nostre coscienze nell’ambiguità, nelle incertezze, nell’omertà, nella paura. Ma se ancora avvertiamo un’energia interiore, se vogliamo vivere, respirare, sperare, resistere, allora indigniamoci, ribelliamoci, invochiamo memoria e giustizia, urliamo che la “mafia esiste, esiste, esiste”. E giuriamoci che sino a quando la mafia esisterà non avremo pace e continueremo a lottare, ad opporci. A difesa della libertà e della dignità, la libertà e la dignità nostra e delle nostre sorelle e fratelli barbaramente assassinati.
Per ascoltare il monologo: http://www.youtube.com/watch?v=kpWs0XDQaok 

domenica 21 agosto 2011

Verso la Marcia Perugia-Assisi. Sette domande ad Antonio Mazzeo

Sette domande di Telegrammi della Nonviolenza in Cammino ad Antonio Mazzeo alla vigilia della Marcia Perugia - Assisi del 25 settembre 2011. 

Quale è stato il significato più rilevante della marcia Perugia-Assisi in questi cinquanta anni?

La Marcia Perugia-Assisi sin dalla sua prima edizione, 50 anni fa, è stata l’appuntamento in cui si sono “contaminate” culture e visioni del mondo diverse ma che avevano come denominatore comune il rifiuto delle guerre e dell’uso delle armi, l’affermazione della pace e della giustizia sociale. Grazie alla Marcia, è stato possibile visibilizzare, socializzare e affermare nella cultura e nella società italiana repubblicana i  principi e le pratiche della nonviolenza.

E cosa caratterizzerà maggiormente la marcia che si terrà il 25 settembre di quest'anno?

L’appello dell’edizione di quest’anno della Marcia enfatizza particolarmente il clima d’ingiustizia sociale e la crisi strutturale ed economica che investe pesantemente la vita di miliardi di donne e uomini in tutto il mondo. Onestamente avrei però preferito che si desse maggiore rilevanza alle guerre e ai processi di riarmo in atto internazionalmente, avrei voluto un “No” chiaro e netto all’intervento militare italiano in Libia, un “No” alle guerre in Iraq, Afghanistan e Pakistan, un “No” al nucleare civile e militare e ai nuovi sistemi di morte. la Marcia è un’occasione unica, irripetibile per dar voce e forza al popolo della pace, che per questa sua edizione 2011 poteva sicuramente essere utilizzata meglio.
*
Quale è lo "stato dell'arte" della nonviolenza oggi in Italia?

Purtroppo, ma vale anche per il più ampio movimento “no war”, quella odierna è per i movimenti nonviolenti una fase storica in cui sono più deboli e incapaci d’incidere sui grandi processi internazionali, nonostante la guerra sia divenuta sempre più globale e permanente. Spero di cuore che il 25 settembre possa rappresentare in Italia un primo momento collettivo di svolta per ridare il via ad una nuova fase di mobilitazioni, accanto e congiunai movimenti sociali che sicuramente occuperanno le piazze del paese nei prossimi mesi.   

Quale ruolo può svolgere il Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini, e gli altri movimenti, associazioni e gruppi nonviolenti presenti in Italia?

Quello di mettere a disposizione il proprio patrimonio di idee, valori, azioni e forme di lotta, con piena disponibilità, senza voglie e bisogni inutili di protagonismo, cercando collaborazioni e alleanze con i soggetti sociali, gli studenti, gli ambientalisit e tutti coloro che ancora hanno la forza d’indignarsi per le ingiustizie, le sofferenze di donne euomini, le sopraffazioni, le prevaricazioni, le guerre, la distruzione dell’ambiente e delle risorse naturali.  

Quali i fatti più significativi degli ultimi mesi in Italia e nel mondo dal punto di vista della nonviolenza?

Nonostante gli scenari siano densi di nubi, e si evidenziano all’orizzinte vecchie e nuove tragedie, ci sono segnali in  controtendenza che ci consentono di nutrire speranze e desideri di esserci, opporci, resistere. Le campagne referendarie per “l’acqua bene comune” e contro il rilancio del nucleare, le occupazioni di istituti secondari e università contro la privatizzazione del sapere, le mille iniziative locali contro dissennati megaprogetti infrastrutturali e grandi opere, o contro le nuove basi di guerra e di morte, segnano momenti assai significativi di lotta non-violenta. Ad essi si aggiungono le iniziative in tutta Europa di giovani, disoccupati e studenti per i diritti al lavoro e all’istruzione, alla salute n o le lotte dei popoli indigeni e dei movimenti sociali in America latina e in alcuni paesi asiatici contro lo strapotere delle transnazionali e per l’accesso alla terra e alle risorse naturali. Il pianeta è sull’orlo del baratro, ma queste energie sviluppatesi al Nord come al Sud possono ancora impedire l’olocausto finale.

Su quali iniziative concentrare maggiormente l'impegno nei prossimi mesi?

Credo che si debba ripartire con le mobilitazioni diffuse contro vecchie e nuove operazioni di guerra e d’intervento militare (Libia, Afghanistan, Iraq ma penso pure al Corno d’Africa, dove si moltiplicano le spinte per un “intervento umanitario” a suon di missili e bombe), contro i nuovi piani di riarmo e militarizzazione del territorio (penso ai grandi centri-hub che le forze armate Usa, Nato e italiane stanno realizzando o ampiando in Italia, vedi  Aviano-Vicenza, Camp Darby-Pisa, Napoli-Capodichino, Trapani-Sigonella, o all’avvio dei lavori per insediare a Niscemi, Caltanissetta uno dei quattro terminali terrestri del nuovo sistema Muos di telecomunicazione satellitare per le guerre convenzionali e nucleari del XXi secolo, ecc). Ma bisognerà tentare di bloccare anche i piani di riconversione militare di complessi e centri di produzione industriale (vedi ad esempio quanto accade in Fincantieri o a Cameri-Novara con il programma per il cacciabombardiere F-35). Per i noviolenti sarà poi doverosa la parrecipazione in prima persona alle iniazitive sociali e sindacali per impedire le controriforme costituzionali in atto, contro le privatizzazioni selvagge e l’affermazione del modello socio-economico neoliberista che il governo, con il consenso di diverse forze “d’opposizione” sta implementando nel paese. E non dimenticare infine che dal Piemonte alla Sicilia continueranno le azioni e le proteste contro il dissennato modello “sviluppista” delle Grandi Opere, dilapidatrici di risorse finanziarie e generatori di forti appetiti criminali.

Se una persona del tutto ignara le chiedesse "Cosa è la nonviolenza, e come accostarsi ad essa?", cosa risponderebbe?

Direi che è un modo “altro” d’intendere le relazioni tra donne e uomini, tra esseri viventi e con la natura, il territorio e le risorse, dove siano bandite la violenza, ogni forma di guerra, la sopraffazione, l’ingiustizia sociale, economica, ogni forma di discriminazione e asservimento. E per accostarsi ad essa chiederei l’umiltà di voler ascoltare e comprendere l’altro e di mettersi a servizio della vita contro la morte, contro ogni morte.

Antonio Mazzeo. Peace-researcher e giornalista impegnato nei temi della pace, della militarizzazione, dell’ambiente, dei diritti umani, della lotta alle criminalità mafiose. Ha pubblicato alcuni saggi sui conflitti nell’area mediterranea, sulla violazione dei diritti umani e più recentemente un volume sugli interessi criminali per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina ("I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina", Edizioni Alegre, Roma). Ha ricevuto il "Premio Giorgio Bassani - Italia Nostra 2010" per il giornalismo. 

 Intervista pubblicata in Telegrammi della Nonviolenza in Cammino del Centro di Ricerca per la Pace di Viterbo,
numero 655 del 22 agosto 2011.

venerdì 19 agosto 2011

A Milazzo pure una tassa sui minori immigrati

Due euro e mezzo al giorno a persona. Rende tanto al Comune di Milazzo (Messina) la partecipazione alla “gara di solidarietà” lanciata dal Ministero delle Politiche sociali per ospitare i minori stranieri non accompagnati provenienti dai centri di accoglienza per migranti di Lampedusa. Una vera e propria tassa di soggiorno, o meglio, “d’accoglienza”, il doppio di quanto richiesto a chi visita i più rinomati centri turistici delle Eolie o Taormina.
Dal 12 luglio 2011, la cittadina siciliana “ospita” una ventina di giovani miracolosamente scampati alla fame e alle guerre che lacerano l’Africa subsahariana. In cambio riceve denaro e ottiene finanche discutibili prestazioni lavorative occasionali. “Siamo uno dei pochi comuni in Sicilia che hanno offerto la propria disponibilità a far parte del piano di evacuazione dell’isola di Lampedusa approntato dal governo, in collaborazione con la Protezione civile, portando avanti un’alleanza con il terzo settore”, spiega entusiasta il sindaco di Milazzo, Carmelo Pino, a capo di un’amministrazione che unisce finiani e sinistra radicale, passando per ex forzisti, autonomisti della prima e ultima ora, centristi vari e Pd. Una disponibilità che viene però fatta pagare cara alla Cooperativa sociale Utopia, soggetto a cui sono affidati i minori immigrati. La coop, dopo aver utilizzato per una ventina di giorni i locali dell’istituto “Regina Margherita”, onde consentire “un’accoglienza più utile e proficua sul piano psicopedagogico”, ha chiesto di usufruire di uno stabile di proprietà comunale già adibito a sede dell’assessorato ai beni culturali. L’ok è arrivato in tempi record: riunitasi lo scorso 29 luglio, sindaco e giunta hanno autorizzato la “locazione transitoria” di due unità abitative con una superficie utile coperta di 380,96 mq, più 198 mq di cortile e 36,98 di balconi e terrazzo. Comodato d’uso gratuito per la rilevanza del progetto? Manco a parlarne. Utopia, che riceve 67 euro al giorno per ogni minore, dovrà versare al Comune un canone mensile di 1.501,96 euro, con “rate anticipate”. Moltiplicato per i cinque mesi di durata del contratto (dall’1 agosto al 31 dicembre 2011), l’“accoglienza” dei giovani immigrati consentirà entrate nelle casse comunali per 7.502 euro, denaro che sarà decurtato dagli interventi a loro favore (cibo, servizi, formazione, ecc.). Due euro e mezzo in meno per ogni minore al giorno in nome della solidarietà al contrario, non quella del dovere morale degli enti locali a cofinanziare l’ospitalità dei rifugiati ma quella dei migranti “accolti” per contribuire a ridurre i deficit finanziari.       
“Ritengo non sia degno dello spirito di accoglienza dei milazzesi che invece di mettere gratuitamente a disposizione dei ragazzi le strutture necessarie al loro ricovero, il Comune si faccia pagare per ospitarli”, afferma Antonio Isgrò, consigliere comunale di Sinistra Ecologia e Libertà. “In virtù del fatto che il piano di risanamento economico dell’ente, recentemente approvato, impedisca di dare gratis in comodato i locali di sua proprietà, assistiamo all’indecoroso trattamento riservato alla cooperativa Utopia che, nonostante la difficile e impegnativa presa in carico per la permanenza dei giovani africani, si vede costretta a pagare pure un esoso canone al Comune. In sede di discussione dell’atto, avevo presentato un emendamento che proponeva di concedere gratuitamente l’uso dei locali comunali per le finalità sociali. Il parere negativo dei dipartimenti furono una delle ragioni che mi spinsero a non votare il piano. Il tessuto sociale milazzese non può permettersi di chiudersi in dannose restrizioni che vanno contro il semplice buon senso”.
A surriscaldare il dibattito sull’abortita solidarietà pro-immigrati degli amministratori c’è stato poi l’annuncio sulle prestazioni “volontarie” dei giovani ospiti a favore dell’ente locale. A dar fuoco alle polveri un comunicato apparso il 2 agosto sul sito web del Comune di Milazzo. “Bonificata l’area monumentale all’interno del Gran Camposanto”, il titolo. “ L’intervento di pulizia straordinaria – prosegue la nota - è stato eseguito però dai giardinieri comunali e dai 27 ragazzi (7 sono ospiti a Santa Lucia del Mela n.d.a.) provenienti dai paesi del Nord d’Africa che da alcune settimane si trovano nella città del Capo. Muniti di rastrelli, pale ed altri strumenti per la rimozione delle erbacce, i ragazzi hanno lavorato con grande impegno e con grande entusiasmo, nonostante il gran caldo, restituendo decoro ad una zona che deve essere mantenuta in queste condizioni”. Infine il commento dell’assessore all’ambiente, Maurizio Capone, “promotore dell’iniziativa”: “Si tratta di un momento di apertura della nostra città a questi ragazzi al fine di favorire quel processo di integrazione che è stato richiesto alle località che li accolgono. Si tratta in prevalenza di giovani, rimasti orfani e in condizioni economiche difficili, ma con tanta volontà di fare qualcosa per la comunità che li ospita anche per imparare un mestiere. Adesso contiamo di organizzare altre iniziative legate sempre al miglioramento dell’arredo urbano e al decoro di Milazzo. Quanto alla bonifica del cimitero ritengo che fosse una necessità visto che da anni non veniva fatta”. I minori stranieri non accompagnati sono stati poi utilizzati per la pulizia di aiuole e antiche scalinate della città.     
“Sarebbe divertente, se non fosse drammaticamente triste, indagare con chi, nella circostanza, si siano integrati i nostri giovani ospiti e, tuttavia, i fatti dimostrano la leggerezza, la superficialità e l’assoluta mancanza di sensibilità del nostro primo cittadino e dei suoi sodali”, ha commentato l’avvocato Giovanni Formica, presidente di DeM – Democratici e Milazzesi, già candidato a sindaco per il centro-sinistra. “Siamo cresciuti nel convincimento che l’integrazione fosse un processo che si nutre dello scambio e del confronto tra le culture, che alimenta la conoscenza e conduce all’apprezzamento dell’altro ed invece impariamo oggi che si raggiunge in un cimitero a suon di pale e rastrelli”, aggiunge Formica. “Il nostro gruppo consiliare ha formalizzato un accesso agli atti del Comune per verificare se tra le attività di accoglienza siano previste quelle nelle quali sono stati impiegati i minori e se, conseguentemente, siano state assicurate tutte le tutele alle quali ha diritto chi svolge un’attività lavorativa per conto di una Pubblica Amministrazione”.
La Cooperativa sociale Utopia respinge ogni addebito e difende con forza il proprio operato. “La nostra è una struttura-ponte”, cioè un centro di prima accoglienza dove i minori provenienti da Lampedusa risiederanno per lo stretto tempo necessario ad individuare alloggi definitivi”, spiega Francesco Giunta, presidente di Utopia. “La creazione delle strutture-ponte per l’accoglienza temporanea dei minori stranieri non accompagnati nasce a seguito delle ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri  n. 3933 del 13 aprile 2011 e n. 3048 del 20 giugno ed in conseguenza dell’enorme afflusso di migranti (più di 2.000 minori) in Sicilia. I nostri ospiti sono di età compresa tra i 14 e i 17 anni e provengono in buona parte da Mali e Ghana, ma anche da Ciad, Burkina Faso, Benin, Senegal e Costa d’Avorio”. “Attorno a questa esperienza – aggiunge Giunta - si è attivata una rete di solidarietà che ha coinvolto alcune parrocchie e associazioni locali, la Chiesa Evangelica, i Servizi della Medicina di base dell’ASL, l’Agesci, il Centro Sportivo Italiano, decine di giovani e meno giovani che hanno chiesto di dare una mano, hanno portato indumenti e generi alimentari”.   
Il presidente di Utopia spiega che gli ospiti trascorrono le loro giornate studiando italiano, andando al mare, giocando a calcio, partecipando a concerti e spettacoli. “I nostri ragazzi non stanno svolgendo alcuna attività lavorativa in senso stretto, perché quelle svolte assieme ai giardinieri del Comune sono per noi attività di educazione al lavoro che hanno esclusivamente degli obiettivi formativi. Sono esperienze che io chiamerei di cittadinanza attiva, in termini di puro volontariato. Perché non comprendere che i nostri amici dalla pelle scura hanno un forte desiderio di sentirsi protagonisti di attività che in parte conoscono e che in parte potranno contribuire ad accrescere il loro patrimonio di esperienze personali? Tranquillizziamo infine sugli aspetti amministrativi ed assicurativi. L’attività di accoglienza presso la struttura-ponte è gestita in stretto collegamento con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e monitorata costantemente dall’associazione umanitaria Save the Children”. L’opinione pubblica mostra di apprezzare gli interventi “volontari” degli adolescenti africani. Peccato però che analoghi “percorsi educativi e formativi” non siano stati avviati dagli amministratori locali con i coetanei di “pelle chiara”, nativi di Milazzo. Carnagione e cittadinanza fanno certamente la differenza.

martedì 16 agosto 2011

Fincantieri e il business di guerra africano

Orizzonte Sistemi Navali, società controllata da Fincantieri e partecipata da Selex Sistemi Integrati (gruppo Finmeccanica), si è aggiudicata un contratto dal ministero della difesa dell’Algeria per la costruzione di un’unità da sbarco e supporto logistico destinata alle forze armate nazionali. Il valore della commessa è di circa 400 milioni di euro. Secondo la testata on line Dedalonews, l’imbarcazione sarà una “derivazione progettuale molto potenziata”, sul piano delle capacità operative, delle navi da sbarco portaelicotteri (LPD) della classe “San Giorgio”, utilizzate dalla Marina militare italiana a partire dagli anni ‘90 per intervenire nei maggiori teatri di guerra internazionali (Somalia, Balcani e Kosovo, missioni “Antica Babilonia” in Iraq e “Leonte” in Libano, più recentemente in Libia), per contrastare le imbarcazioni dei migranti nel Mediterraneo o deportare gli immigrati dall’isola di Lampedusa ai centri di reclusione sparsi in mezza Italia.
A differenza delle “cugine” San Giorgio, San Marco e San Giusto, l’unità destinata all’Algeria avrà una lunghezza più ridotta (40 metri), una larghezza di 21 e un dislocamento di circa 8.000 tonnellate. Sarà in grado di imbarcare sino a 350 uomini, 35 veicoli corazzati, motoscafi veloci ed elicotteri da attacco AB212, NH90, SH-3D ed EH-101.
La nave sarà costruita in buona parte negli stabilimenti Fincantieri del Muggiano di La Spezia e in quelli di Riva Trigoso, mentre sarà responsabile dell’integrazione dei sistemi di bordo la società Seastema (Genova) operante nella progettazione e realizzazione di sistemi di automazione destinati ad imbarcazioni civili e militari, di proprietà Fincantieri e della holding svizzera ABB. Nella realizzazione dell’unità saranno coinvolte pure alcune aziende di Finmeccanica specializzate in sistemi di comunicazione, comando e controllo e di combattimento.
“Giungono così a buon fine gli sforzi promozionali di Fincantieri che, in collaborazione con la Marina Militare, nel lontano novembre del 2007 organizzò in Algeria una trasferta della nave “San Giusto, con a bordo uomini, mezzi anfibi e veicoli del reggimento San Marco ed elicotteri SH-3D del 3° Gruppo Maristaeli di Catania”, aggiunge Dedalonews. In quell’occasione, a promuovere il gioiello navale made in Italy, si recarono in visita ad Algeri l’allora sottosegretario alla difesa, senatore Lorenzo Giovanni Forcieri (Ds-Ulivo poi Pd, odierno presidente dell’Autorità portuale di La Spezia) e il comandante delle forze navali Italiane (COMITMARFOR), ammiraglio Rinaldo Veri, odierno responsabile del comando navale della Nato per il Mediterraneo (Napoli). A capo della “San Giusto” c’era al tempo il capitano di vascello Carlo Cellerino, attuale capo ufficio stampa della Marina militare.
Il trasferimento alle forze armate algerine della nuova unità da guerra è stato salutato con favore da tutte le forze politiche e dalle organizzazioni sindacali italiane, preoccupate per la grave crisi finanziaria e occupazionale che sta colpendo la cantieristica navale. A stigmatizzare l’accordo è intervenuto però opportunamente l’analista Manlio Dinucci con una nota su Il Manifesto. “L’Algeria – scrive Dinucci - ha un tasso di disoccupazione del 30% e ha appena ricevuto un aiuto di 170 milioni di euro dalla Ue, ma spenderà quasi mezzo miliardo per acquistare una nave per la proiezione di potenza dal mare, utilizzabile per operazioni multinazionali in Nordafrica o altrove, e allo stesso tempo per schiacciare eventuali ribellioni interne”.
Il paese nordafricano è al centro da lungo tempo di un violentissimo conflitto politico-militare e continuano le denunce sui crimini, gli abusi e le violazioni dei diritti umani commessi da appartenenti alle forze armate o ai corpi di polizia speciale. Il rapporto 2010 di Amnesty International segnala in particolare come il Dipartimento per l’informazione e la sicurezza (Drs), i servizi segreti militari algerini, sia solito arrestare sospettati per terrorismo e a “detenerli in incommunicado per settimane o mesi”, esponendoli al “rischio di tortura o altri maltrattamenti”. Le autorità statali, inoltre, “non hanno intrapreso alcuna iniziativa per indagare le migliaia di casi di sparizioni forzate che ebbero luogo durante il conflitto interno degli anni ‘90”. Lo scorso anno, un centinaio di persone sono state condannate a morte, anche se le autorità hanno mantenuto la moratoria de facto sulle esecuzioni in vigore dal 1993. “La maggioranza delle sentenze – aggiunge Amnesty - sono state imposte nel contesto di processi collegati al terrorismo, per lo più in assenza degli accusati, ma alcune sono state comminate nei confronti di imputati giudicati colpevoli di omicidio premeditato”. Un progetto di legge per l’abolizione della pena di morte, presentato nel giugno 2010 da un parlamentare dell’opposizione, è stato respinto dal governo.
Durissima la repressione delle proteste popolari dilagate nel paese a partire dal gennaio di quest’anno. Tre persone sono state assassinate dalle unità anti-sommossa che hanno utilizzato armi da fuoco, più di 800 i feriti e migliaia i dimostranti arrestati e sottoposti a lunghe detenzioni. Scenari che rendono particolarmente indigesta la vendita di sistemi d’arma ad un paese che si caratterizza per l’instabilità e che appare particolarmente compromesso in tema di diritti umani ma che tuttavia non sembrano scuotere le coscienze dei politici di governo e d’opposizione e dei sindacalisti italiani.
Altrettanto inopportuna  una recente commessa Fincantieri con un altro stato africano di dubbia fede democratica e pro diritti umani. L’8 luglio 2011, lo stabilimento di Muggiano ha completato i lavori di rifacimento e potenziamento di due unità veloci lanciamissili in dotazione alla marina militare del Kenya (la “Nyayo” e l’“Umoja”), destinate a svolgere “compiti di pattugliamento costiero e contrasto al contrabbando e alla pirateria”. Gli interventi di Fincantieri hanno riguardato in particolare la ricostruzione dello scafo, il rifacimento delle eliche, degli impianti elettrici e dell’automazione, la completa sostituzione di tutti gli apparati di comando e controllo, l’installazione di nuovi sistemi di telecomunicazione e di puntamento. I lavori, come sottolinea una nota dell’azienda cantieristica, “segna l’attenzione di Fincantieri nei confronti del mercato africano, caratterizzato da un sensibile aumento della domanda di nuove unità per le Marine e le Guardie Costiere, in risposta alla necessità di assicurare un maggior presidio delle acque territoriali e per contrastare efficacemente attività terroristiche a danno dei traffici marittimi, nonché fenomeni di pirateria e di pesca di frodo”.
Il mercato continentale fa dunque gola ai manager italiani: l’asso nella manica  per moltiplicare utili e affari potrebbe essere la nuova fregata multimissione franco-italiana “FREMM”, in avanzata fase di realizzazione. Con una lunghezza di 140 metri circa, l’unità raggiunge le 5.900 tonnellate e può imbarcare sino a 145 uomini d’equipaggio più 20 uomini delle forze speciali d’assalto e numerosi elicotteri da guerra NH90 ed EH-101. Enti contraenti per il programma “FREMM” sono le imprese francesi  Thales e DCNS e l’italiana Orizzonte Sistemi Navali. A fare da “cliente di lancio” in terra d’Africa delle nuove fregate multiruolo sarà il Marocco che ha già ordinato alcune unità. Sulle “FREMM” saranno installati siluri MU90, missili Exocet MM40 ed Aster 15 ed i cannoni 76/62 SR stealth prodotti dalla OTO Melara, altra società del gruppo Finmeccanica. Questi ultimi sono pezzi d’artiglieria capaci di una cadenza di tiro molto elevata (sino a 120 proiettili al minuto con una gittata tra i 9 e i 30 chilometri) che, secondo la casa produttrice “li rende particolarmente adatti per la difesa anti-missile o per altri ruoli come la contraerea, il bombardamento navale e costiero”. I cannoni 76/62 possono utilizzare un ampio ventaglio di munizioni, comprese quelle “a frammentazione, incendiarie, anticarro, da esercitazione, a scoppio ritardato, a scoppio ravvicinato e a guida avanzata”. Tuoneranno italiano dunque le battaglie navali africane del XXI secolo.

martedì 9 agosto 2011

Mineo, un inferno a cinque stelle

Un posto letto in villette ben arredate, i campi da tennis e di football, i prati all’inglese, pasti abbondanti tre volte al giorno, la disponibilità di acqua potabile a tutte le ore. Sino a sei mesi fa era il residence di lusso dei militari Usa in forza alla base di Sigonella. Oggi, il Villaggio degli aranci di Mineo (Catania) ospita il più ambizioso dei programmi di “solidarietà” berlusconiani, il  Centro di accoglienza (Cara) per circa duemila richiedenti asilo, donne, uomini e bambini scampati miracolosamente agli orrori delle guerre e alle dittature. L’idea del governo è semplice: concentrare in una struttura confortevole tutti i rifugiati dopo averli prelevati manu militari dalle località dove hanno vissuto sino ad oggi nell’attesa di ottenere asilo in Italia. Gli standard di Mineo non sono comparabili certo con quelli delle ex caserme riconvertite in Cara, ma bastano un paio di giorni di permanenza nella torrida piana etnea per rendersi conto che anche l’inferno può essere a cinque stelle.

Il tempo nel centro è scandito da turni e file, in coda per mangiare, per telefonare (solo tre minuti al mese), per fare internet (cinque minuti), per uscire – solo dopo le 8 di mattina - e rientrare – non oltre le 8 di sera - dai cancelli che segnano il confine tra l’oasi del Cara e il deserto di sassi e polvere che si perde a vista d’occhio. Il centro abitato più vicino è quello di Mineo, 11 Km, più distante (25 km), Caltagirone. Chi voleva doveva arrivarci a piedi; adesso sono attivi i bus navetta, ma costano 2 euro A/R per Mineo e 4,5 per Caltagirone e i richiedenti asilo, a differenza di quanto avviene in tutti gli altri Cara d’Italia, non percepiscono alcun contributo economico e devono pagarsi pure le schede telefoniche per parlare con i familiari. La gestione del centro è stata affidata per trattativa privata alla Croce Rossa italiana. Dall’1 agosto, forse, subentrerà la Protezione civile con servizi da subappaltare a cooperative e onlus locali. Sperando che non si ripeta quanto avvenuto in aprile, quando uno stretto congiunto del boss mafioso locale, Rosario di Dio, ottenne un breve incarico per la rivendita di sigarette e schede telefoniche all’interno del Cara.

“Mineo è un centro di segregazione, un esperimento di nuove politiche di detenzione dei migranti”, denuncia la Rete Antirazzista Catanese, promotrice di una campagna per la sua chiusura immediata. “L’area è ipermilitarizzata, ci sono doppie recinzioni e telecamere, un centinaio tra carabinieri, poliziotti e militari dell’esercito effettua controlli soffocanti e non mancano gli abusi. Di contro ci sono pochi mediatori culturali, niente giornali e tv, nessuna attività ricreativa e culturale. Il cibo non piace e nonostante gli alloggi siano dotati di cucine funzionanti, è proibita la preparazione di alimenti”.

L’insostenibilità del modello Mineo è denunciata pure da una ricerca nazionale sul sistema d’asilo condotta dall’ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione) in collaborazione con il Centro Studi Politica Internazionale, Caritas, Consorzio Communitas e Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa. “Il Centro di Mineo – scrive l’equipe di ricerca - per ragioni legate alla sua ubicazione e per il fatto di inserirsi quale corpo estraneo nel già fragile tessuto socio-economico, rappresenta una struttura ad alto rischio di involuzione verso una realtà-ghetto completamente isolata dall’esterno, dove possono facilmente prodursi gravi fenomeni di marginalità e degrado sociale”. Nonostante gli impegni del governo, il centro vive nella totale assenza di programmazione dei servizi, senza alcun collegamento con le amministrazioni locali. “La locale ASL, priva di risorse aggiuntive, difficilmente è in grado di rispondere efficacemente al proprio compito istituzionale di tutela sanitaria”, aggiungono i ricercatori. “Inoltre non è previsto il potenziamento dei servizi scolastici a fronte della nuova utenza (al 13 maggio 2011 risultavano presenti circa 80 minori con famiglie e 40 minori stranieri non accompagnati)”.

Senso di precarietà ed abbandono, sfiducia, solitudine, disperazione sono i sentimenti più diffusi tra gli “ospiti”. I più forti tentano di rimettersi in gioco, sperimentando la fuga verso la Francia o la Germania. Altri si accontentano di camminare ininterrottamente a ridosso del filo spinato come si fa in carcere durante l’ora d’aria. Altri ancora traducono rabbia e desiderio di libertà in legittime manifestazioni di protesta: per tre volte in meno di quaranta giorni, un centinaio di rifugiati ha occupato la carreggiata della superstrada Catania-Gela, sfidando la reazione delle forze dell’ordine. Il 20 giugno, dieci di loro sono stati costretti a ricorrere alle cure dell’ospedale per le contusioni prodotte dalla carica degli agenti. In molti invece soccombono. L’indeterminatezza della semidetenzione, la condizione di eterna sospensione tra l’essere e il non essere, di persona e non persona, possono condurre all’autolesionismo. Sette rifugiati hanno già tentato il suicidio all’interno del Cara, secondo quanto denunciato dallo staff di Medici senza frontiere che a Mineo sta portando avanti un progetto di salute mentale per 350 residenti.

Per l’alto numero di rifugiati ospitati e la cronica inefficenza delle istituzioni chiamate a riconoscere lo status di rifugiato si rischia di prolungare all’infinito il confinamento nel limbo-inferno di Mineo. La commissione territoriale competente per l’esame delle richieste d’asilo ha iniziato le audizioni solo il 19 maggio e riesce ad incontrare solo due persone al giorno per non più di due volte la settimana. A questo ritmo, per smaltire le pratiche relative ai duemila richiedenti, ci vorranno non meno di tre anni. Inoltre sono già stati pronunciati numerosi dinieghi e per un’intera comunità, quella dei pakistani del Punjab, le richieste sono state rigettate in blocco.


Paesi di provenienza dei richiedenti asilo del Cara di Mineo (aggiornato al 18 luglio 2011)

Afghanistan 160, Bangladesh 24, Burkina Faso 47, Ciad 18, Costa D’Avorio 133, Eritrea 116, Etiopia 49, Georgia 1, Ghana 136, Guinea 17, Iran 24, Iraq 11, Kenya 1, Libia 8, Mali 136, Niger 14, Nigeria 328, Pakistan 317, Senegal 54, Siria 1, Somalia 5, Sudan 36, Tunisia 6, Turchia 20, Camerun 7, Gabon 2, Liberia 5, Marocco 1, Mauritania 3, Guinea Bissau 2, Togo 37, Gambia 32, Sierra Leone 12, Benin 4, Congo 12, Egitto 2, Palestina 1.


Articolo pubblicato in Left Avvenimenti, n. 30 del 29 luglio 2011.