I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 20 giugno 2011

Lo Sgarbi Festival su Mafia e Antimafia

Ai link http://www.youtube.com/watch?v=yFD77aWRpxc e http://www.enricodigiacomo.org/2011/06/20106/ è possibile seguire gli utlimi minuti dello scandaloso intervento di Vittorio Sgarbi alla 57^ rassegna cinematografica di Taormina, venerdì 17 giugno 2011.
Si è tratto di uno show in cui sono state messe sotto tiro le maggiori istituzioni e i soggetti in prima linea in Sicilia nella lotta contro la mafia (magistrati, prefetti, forze dell’ordine, ecc.), dove le affermazioni più ricorrenti sono state che “in Sicilia ormai la mafia non esiste più”, che “la vera mafia è lo Stato” e che “l’antimafia è peggio della mafia ed è ostacolo dello sviluppo dell’isola”.
Ad aggravare le mistificanti affermazioni del noto polemista, va sottolineato il suo ruolo istituzionale come sindaco del comune siciliano di Salemi (Trapani) e il fatto che sono avvenute nell’ambito di una kermesse cinematografica organizzata e quasi interamente finanziata con denaro pubblico (Regione siciliana, Provincia di Messina, Comuni di Messina e Taormina, Unione europea), all’interno della sezione Campus (patrocinata dal ministero della Gioventù) e a cui partecipavano centinaia di studenti universitari e liceali, critici cinematografici, giornalisti della stampa internazionale, ecc..
C’è poi il fatto che nessuno degli organizzatori o dei co-relatori presenti allo Sgarbi Show (la diretterice del festival Deborah Young e l’avvocato Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma Mediterraneo, main sponsor dell’evento) abbiano ritenuto doveroso richiamare all’ordine Sgarbi, invitato a relazionare nello specifico su “L’arte e la cultura in una società senza valori” e non certo sulle vicende relative all’ispezione avviata dalla Prefettura di Trapani per verificare l’esistenza di presunte infiltrazioni mafiose nella vita amministrativa del Comune di Trapani.
Come è poi possibile vedere nel video, nessun ha impedito (o censurato) che il sottoscritto - giornalista accreditato al festival - venisse apostrofato per tre volte da Sgarbi come “mafioso” solo per aver espresso verbalmente il proprio sdegno per i gravissimi attacchi all’Antimafia. In merito ho già dato mandato ai miei legali di sporgere querela nei confronti del sindaco-polemista; tuttavia sento il dovere di invitare gli organi d’informazione a dare il massimo risalto alla vicenda anche per prevenire che in futuro si possano ripetere simili sproloqui di fronte a giovani e studenti, per giunta a spese dei contribuenti. Invito altresì le autorità giudiziarie competenti, la Prefettura di Trapani, le Commissioni parlamentari antimafia nazionale e regionale a ordinare il sequestro della registrazione dell’intervento di Vittorio Sgarbi per verificare la gravità delle sue affermazioni al festival di Taormina.
Colgo l’occasione per ringraziare i colleghi giornalisti e tutti coloro che in questi giorni mi hanno espresso solidarietà.
Messina, 20 giugno 2011                                            
Antonio Mazzeo


Allegato
Comunicato PRC: Taormina FilmFest, solidarietà al giornalista Antonio Mazzeo
Apprendiamo dalla stampa le deliranti affermazioni del noto animatore televisivo Vittorio Sbarbi durante un incontro al Taormina FilmFest.
Pare che l'illustre ospite abbia affermato che "la mafia in Sicilia non esiste più". Tale dichiarazione per quanto ci riguarda  non solo è una colossale menzogna, che si replica da sola, ma è anche una "pugnalata" a chi la mafia, "Cosa Nostra", la combatte ogni giorno. Ricordiamo che sotto gli occhi di tutti ci sono uomini dello Stato, associazioni e liberi cittadini che a costo di gravi rischi e mille sacrifici lavorano ogni giorno contro la mafia per la legalità e la giustizia, oltre che partiti come il nostro, storicamente in prima linea nel contrasto degli interessi criminali nella politica. Gravi anche gli attacchi ricevuti dal giornalista Antonio Mazzeo che, sempre a quanto riporta la stampa, è intervenuto civilmente per contestare tali sproloqui, dato anche il colpevole e mancato intervento della direzione del festival.
Antonio Mazzeo, giornalista da sempre avverso ai poteri criminali ed autore del libro "I Padrini del Ponte" (insignito recentemente da Italia Nostra del premio "Bassani" per il giornalismo d'inchiesta), è stato ripetutamente apostrofato come "mafioso", accusa che farebbe anche ridere se non fosse di per sé una grave calunnia.
Presa visione di tutto ciò il Partito della Rifondazione Comunista (Federazione della Sinistra) esprime la sua più totale solidarietà e vicinanza ad Antonio Mazzeo ed a tutti coloro i quali ogni giorno vivono e lottano per fare della nostra Sicilia una terra giusta, libera e felice.

Gianluca Pini
segreteria provinciale PRC / FdS Messina
resp. movimenti







News - Attualità
Scritto da Santo Laganà   
Martedì 21 Giugno 2011
Questa testata giornalistica, la sua direzione, i redattori e tutti i collaboratori, esprimono forte e convinta solidarietà ad Antonio Mazzeo,  per le accuse gratuite di cui è stato fatto oggetto  da Vittorio Sgarbi (guarda il video) nell’ambito di un dibattito all’interno del festival del cinema di Taormina. Il noto critico d’arte mediatico, in una delle sue elucubrazioni che ne hanno fatto un personaggio televisivo, parlando ad una platea di giovani, all’interno di una manifestazione finanziata con denaro pubblico, ha detto che la mafia non esiste e che è tenuta in vita dall’antimafia per esigenze di sopravvivenza di quest’ultima. Quando Antonio Mazzeo, giornalista regolarmente accreditato presso il festival, ha contestato le affermazioni di Sgarbi, quest’ultimo , con uno dei suoi scatti d’ira proverbiali, l’ha apostrofato come “mafioso”, “mafioso”, “mafioso”. Ci appare del tutto superfluo ricordare chi sia Antonio Mazzeo, la sua storia di militante pacifista e antimilitarista, le sue battaglie sugli intrighi del Ponte, sulla mafia Barcellonese, sul businnes mafioso legato alle vicende dei migranti e tante e tante altre battaglie di libertà e per i diritti umani. Di Sgarbi c’è poco da dire se non che, per sovrapprezzo, è anche sindaco di Salemi, città sulla quale pesa l’ombra di quel Giuseppe Giammarinaro,  titolare di un curriculum criminale di tutto rispetto, come si evince dall’ultima, in ordine di tempo,  proposta del Questore di Trapani per “l’applicazione della misura di prevenzione personale e patrimoniale” a suo carico. Della serie: “da quale pulpito arriva la predica”.


La visione del video, da ieri sul web, relativo all’intervento di Sgarbi, il 17 giugno scorso al Taormina film festival, ed al suo scontro verbale con il giornalista Mazzeo, è sconcertante e ci indigna per l’arroganza dimostrata dal sig. Sgarbi, per la sua disinformazione, per il suo attacco gratuito e grave a chi lotta quotidianamente contro la mafia, per la sua pericolosa sottovalutazione della pericolosità del fenomeno mafioso, per i suoi insulti ad un giornalista come Antonio Mazzeo, da sempre impegnato a svelarci le trame oscure e palesi dei poteri forti e mafiosi.
Il grave comportamento di Sgarbi non può passare inosservato e deve vedere un deciso intervento da parte delle istituzioni che hanno patrocinato l’evento, tra cui la Regione Sicilia,la Provincia regionale di Messina, il Comune di Messina. Non si tratta di chiedere al sig. Sgarbi le sue scuse che, conoscendo il personaggio, non arriverebbero mai, ma di assumere una presa di distanza netta e decisa dalle cose dette dal sig. Sgarbi e l’impegno a non invitare più simili personaggi fino a quando continuino a sostenere posizioni che rischiano oggettivamente di fare abbassare la guardia in una lotta, quella contro il potere mafioso, che seppure ha vinto tante battaglie non ha ancora vinto la guerra.
La nostra solidarietà al giornalista Antonio Mazzeo ed a quanti sono stati insultati dal sig. Sgarbi.
Daniele Ialacqua – Coordinatore cittadino SEL


SGARBI ATTACA MAZZEO. LA SOLIDARIETA’ DEL PDCI AL GIORNALISTA



lunedì 20 giugno 2011
“In Sicilia ormai la mafia non esiste più”, “la vera mafia è lo Stato”, “l’antimafia è peggio della mafia ed è ostacolo dello sviluppo dell’isola”. Queste le parole di Vittorio Sgarbi Sindaco del Comune siciliano di Salemi (Trapani). Il Pdci: si dimetta!
“In Sicilia ormai la mafia non esiste più”, “la vera mafia è lo Stato”, “l’antimafia è peggio della mafia ed è ostacolo dello sviluppo dell’isola”. Queste le parole di Vittorio Sgarbi Sindaco del Comune siciliano di Salemi (Trapani), rivolte a Antonio Mazzeo, giornalista messinese, da sempre  impegnato contro la mafia e il malaffare, apostrofato per tre volte da Sgarbi come “mafioso” solo per aver espresso verbalmente il proprio sdegno per i gravissimi attacchi all’Antimafia.
Il Pdci di Messina è pienamente convinto che una cappa occulta impedisce il mancato sviluppo dell’Isola, ed esprime piena solidarietà  a Antonio Mazzeo per la grave calunnia messa in atto dal sindaco del Comune siciliano, di cui si chiedono le immediate dimissioni.
Il Pdci, inoltre, si dice stupefatto dal mancato intervento di disapprovazione nei confronti del sindaco televisivo Vittorio Sgarbi, da parte della Direzione del Filmfest di Taormina.
La Sicilia e i siciliani vogliono esseri liberi dai condizionamenti e dagli amministratori che, allo scopo di apparire per qualche minuto sui media senza, peraltro, suscitare grande entusiasmo, vaneggiano e inneggiano alla cattiva coscienza sociale.
La Federazione provinciale Pdci Messina



 LA CIRCOSCRIZIONE SOCI DI BANCA ETICA DELLA SICILIA EST ESPRIME SOLIDARIETA'
    AL PROPRIO SOCIO, IL GIORNALISTA ANTONIO MAZZEO, FATTO OGGETTO DI VERGOGNOSE
    E INACCETTABILI INVETTIVE DA PARTE DI VITTORIO SGARBI NEL CORSO DEL FESTIVAL DEL
    CINEMA DI TAORMINA DEL 17 GIUGNO SCORSO.
    Nuccio Aliotta coordinatore Git Circoscrizione Sicilia Est di Banca Etica

 
LA SOLIDARIETA' DEI GIURATI DEL PREMIO "GIORGIO BASSANI 2010" DI ITALIA NOSTRA


I componenti della giuria della prima edizione del  Premio giornalistico Nazionale per l’impegno civile, istituito da Italia Nostra  ed intitolato a Giorgio Bassani (Ferrara, novembre 2010), dichiarano di essere profondamente sconcertati a seguito dell'increscioso  episodio accaduto il 17 giugno, in occasione di una manifestazione del Festival di Taormina,  quando il critico-polemista Vittorio Sgarbi, dopo una discutibilissima e certamente non condivisibile affermazione delle responsabilità dei magistrati antimafia a diffondere un'idea di mafia che a suo parere sarebbe inesistente in Sicilia, ha rivolto al giornalista Antonio Mazzeo ripetute accuse di “mafioso”, lesive dell’ immagine  umana e professionale del giovane e valoroso giornalista che la giuria del Premio ha unanimemente considerato meritevole con la seguente motivazione“per i suoi interventi coraggiosi in difesa del paesaggio e della legalità. Figura di grande rilievo nel mondo del volontariato non violento e pacifista, Mazzeo  ha scritto  pagine importanti contro le mafie del cemento e sullo scandaloso  progetto del ponte di Messina. Italia Nostra  ritrova nel suo lavoro lo spirito del proprio impegno etico e culturale”.  Coerentemente a tale giudizio, nel confermare la propria stima ad Antonio Mazzeo,  i giurati stigmatizzano  l’accaduto con fermezza esprimendo pubblicamente la propria solidarietà nei confronti di questo giornalista e scrittore, costantemente impegnato nella difesa di valori fondamentali come la lotta contro la criminalità, la difesa dell’ambiente, della pace e dei diritti umani.

 Anna Dolfi, Carl Wilhelm Macke, Alessandra Mottola Molfino,
Gherardo Ortalli,  Salvatore Settis, Gianni Venturi, Luigi Zangheri

sabato 18 giugno 2011

Il Mediterraneo mistificato del Tao FilmFestival 2011


Doveva essere un CineFilmFestival all’insegna del dialogo interculturale nel Mediterraneo ma a Taormina, purtroppo, di dialogo mediterraneo si è visto assai poco. Modernamente “liquidi” gli enti locali titolari di quella che è stata per decenni una delle principali rassegne cinematografiche nazionali (la provincia di Messina e i comuni di Messina e Taormina), autorelegatisi a bancomat di distribuzione delle ingenti risorse finanziarie che tengono in vita la comatosa kermesse, ci ha pensato il main sponsor  privato a imporre logo, ordini del giorno e contenuti alla 57^ edizione del festival in corso nella città siciliana.
La Fondazione Roma Mediterraneo del potente cavaliere-avvocato-professor Emmanuele Emanuele, sorta nel 2008 come costola della più nota Fondazione Roma (ex Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, importante azionista Unicredit), dopo le sedi di rappresentanza a Palermo e Rabat e le nuove di Valencia e Istanbul, sembra essere intenzionata a mettere radici a Taormina. La fondazione ha istituito quest’anno il Premio Award allo sviluppo del dialogo interculturale ed all’affermazione di una specifica identità mediterranea che sarà consegnato a un cineasta nella serata finale del festival di Taormina. In ringraziamento, con un ignoto atto amministrativo, le è stata intitolata la principale sala conferenze del palazzaccio dei Congressi, cuore operativo della rassegna cinematografica. Palcoscenico e riflettori invece per il banchiere-finanziere Emanuele, ospite d’onore dell’incontro “L’arte e la cultura in una società senza valori” all’interno del Campus formativo del festival destinato a centinaia di studenti liceali e universitari siciliani e non, grazie al contributo del Ministero della Gioventù. Un incontro in cui si è discusso assai poco d’arte e di cultura e nulla di Mediterraneo ma invece tanto e male di mafia e antimafia, causa la contestuale partecipazione del critico-polemista e sindaco di Salemi (Trapani), Vittorio Sgarbi.
Un’amicizia quella tra Emanuele e Sgarbi coronata dalla collaborazione della Fondazione Roma ad alcuni “progetti culturali” avviati a Salemi dall’attuale sindaco e che oggi si alimenta della mutua collaborazione alla 54^ Biennale d’Arte di Venezia, dove l’avvocato-professore è presidente del Comitato degli intellettuali del Padiglione Italia su nomina del ministro per i beni culturali, mentre il critico Sgarbi è curatore della sezione espositiva italiana. Il lungo sproloquio di Vittorio Sgarbi ha lasciato attonita una parte del pubblico. Adirato dall’ispezione avviata dalla Prefettura di Trapani per verificare l’esistenza di possibili infiltrazioni mafiose nella vita amministrativa della città di Salemi, Sgarbi è andato pesante contro prefetti, questori, giudici e professionisti anti-mafia. “Sono loro i veri mafiosi perché la mafia in Sicilia non esiste ormai quasi più, è lo Stato la vera mafia e l’antimafia, che è assai peggio della mafia, continua ad alimentare la sua leggenda bloccando l’economia dell’isola…”. Il cronista registra, spera inutilmente in uno stop di Emanuele o della direttrice della rassegna e moderatrice dell’incontro, Deborah Young, poi sbotta con un “vergogna, basta parlare così agli studenti” e viene impietosamente tacciato da Sgarbi di “mafioso, mafioso, mafioso, gente come te è la vera mafia in Sicilia” ma finalmente il dibattito-sceneggiata viene dato per chiuso.
Non era certamente andata meglio prima la tavola rotonda sulle “rivoluzioni in nord Africa”. Per imprecisati “motivi tecnici”, gli organizzatori avevano modificato in extremis il programma, dividendo l’incontro in due diversi momenti. Il primo riservato ai giovani e brillanti cineasti Ibrahim El Batout, Habib Attia, Mourad Ben Cheikh, Leila Kilani e Soufia Issami, testimoni diretti del fermento sociale e culturale e dello spirito rivoluzionario che anima le nuove generazioni in Algeria, Tunisia, Marocco ed Egitto. Si è pensato bene però di concentrare l’attesissimo dialogo con il pubblico in poco meno di un’ora, per giunta dopo aver relegato la proiezione dei loro splendidi film (solo “tre e mezzo” le produzioni arabe in programma come amaramente sottolineato dal decano dei critici cinematografici siciliani, Citto Sajia) negli insostenibili orari del dopo pranzo. Il secondo appuntamento, invece, è stato di quasi due ore, una master class del finanziere franco-tunisino Tarak Ben Ammar, socio di Silvio Berlusconi ed ex delegato ai rapporti istituzionali della Presidenza del consiglio con i capi di stato nordafricani (i “dittatori” Ben Ali e Moumar Gheddafi, tra gli altri). Al festival, tra l’altro, Ben Ammar è stato consegnato per la sua attività di produttore – caso più unico che raro nella storia delle rassegne internazionali - uno dei tre Taormina Arte Award.  Il suo intervento autocelebrativo ha ammaliato il pubblico in sala. Parole commoventi per i giovani nordafricani che sfidano il Mediterraneo per “esercitare il diritto alla libertà e consocere la cultura europea ma ingiustamente respinti dalle politiche migratorie dell’Unione”, lui che il 24 marzo 2011 aveva accompagnato i ministri Maroni e Frattini per stringere una nuova alleanza politico-militare con la Tunisia per ridare il via ai respingimenti in Africa dei migranti. Un’ovazione ha suscitato poi l’annuncio che presto prenderanno il via le riprese di un film interamente dedicato alla storia del venditore ambulante Mohamed Bouazizi che si è ucciso lo scorso dicembre dandosi fuoco e denunciare con il suo sacrificio le violenti repressioni della polizia e dell’esercito di Ben Ali. “Abbiamo il dovere che i nostri figli non dimentichino quanto è accaduto in questi mesi in Tunisia e nel mondo arabo e dello storico processo di affermazione dei valori di libertà e democrazia”, ha dichiarato Ben Ammar.
Un’ora prima i giovani registi nordafricani si erano detti però un po’ meno ottimisti sulla linearità dei processi rivoluzionari in atto.  “Il padrone è andato via ma i cani del padrone sono rimasti, abbaiano forte e cercano ancora di mordere”, ha spiegato il tunisino Mourad Ben Cheikh, autore del documentario Plus jamais peur  (Mai più paura) su quanto accaduto in Tunisia nelle tragiche giornate del gennaio 2011. Modi antitetici di intendere la storia, la libertà, la democrazia e il cinema, che hanno costretto il FilmFestival ad evitare che si sedessero allo stesso tavolo registi e produttori indipendenti arabi e il magnate franco-tunisino. “Sì, è vero, ho lavorato per decenni in Tunisa sotto il governo di Ben Alì, ma è stata una scelta di realpolitik tesa a salvaguardare i miei affari e i salari delle maestranze, gli oltre 750.000 tunisini che in tutti questi anni ho impiegato per le produzioni dei miei kolossal”, si è giustificato Ben Ammar. “La location n nord Africa delle produzioni europee e nordamericane consente di ridurre le spese e ridistribuire ricchezza”, spiega il finanziere, omettendo che proprio le delocalizzazioni e le politiche neoliberiste imposte dalla finanza transnazionale hanno spinto centinaia di migliaia di giovani arabi a lottare per le “rivoluzioni democratiche”, come magistralmente documentato dallo splendido film Sul la planche della regista marocchina Leila Kilani presentato a Taormina, con al centro la decomposizione del tessuto economico e sociale generata dalla grande zona franza di Tangeri  (una coproduzione Marocco-Francia-Germania).
Tarak Ben Ammar, a differenza del socio e amico Silvio Berlusconi, respinge l’idea di buttarsi nell’agone politico, scegliendo di governare il paese in odo sommerso, attarverso il controllo dei canali finanziari, dell’economia e soprattutto dei nuovi media “indipendenti”. “Sono un uomo di cultura, non amo la politica e escludo categoricamente di coinvolgere la mia persona e la mia vita nelle competizioni elettorali”, ha dichiarato Ben Ammar, “onorato” di poter lanciare proprio da Taormina il suo nuovo kolossal Black Gold (Oro Nero), incentrato sulla “scoperta” del petrolio nel regno di Arabia ma interamente girato in Tunisia dal regista Jean-Jacques Annaud e dall’attore Antonio Banderas. “Il cinema deve produrre denaro”, spiega Ben Ammar. “La Tv è la banca del cinema e sono le banche che finanziano le Tv e ciò spiega perché ho scelto di fare ingresso nel sistema bancario internazionale e divenire membo del consiglio di amministrazione di Mediobanca”. Se poi c’è spazio, ma senza disturbare i manovratori, può subentrare anche la “cultura”…
Si annuncia ancora più cinico e lacerante l’epilogo del FilmFestival del Mediterraneo negato, dimezzato e più volte mistificato da organizzatori e certi ospiti “di peso” della kermesse taorminese. Stasera, nello splendido scenario del teatro greco, la Fondazione Roma Mediterraneo di Emmanuele Emanuele consegnerà il suo Award al dialogo interculturale al regista palestinese Elia Suleiman, autore di importanti film di denuncia sulla condizione di un popolo oppresso da ormai 64 anni di occupazione israeliana. Riconoscimento meritato, peccato che tra i membri “d’onore” del comitato scientifico della fondazione per “la cooperazione culturale ed economica nel bacino mediterraneo” compaia l’ex ambasciatore d’Israele in Italia, Avi Pazner, portavoce per decenni dei più guerrafondai governi della storia nazionale e strenuo oppositore delle risoluzioni ONU che invocano il ritiro militare dai territori della Cisgiordania pre-1967. Le organizzazioni non governative che compongono il coordinamento italiano per il boicottaggio d’Israele hanno chiesto da Elia Suleiman di disertare il “tappeto rosso” di Taormina esprimendo ancora una volta il proprio sostegno alla lotta palestinese. Dall’area dello Stretto, con una lettera aperta, la Rete No Ponte ha chiesto al regista di rifiutare un “premio maledetto”. Un mese fa uno striscione in memoria del pacifista Vittorio Vik Arrigoni apriva a Messina il corteo nazionale contro il progetto di realizzazione del ponte sullo Stretto. “Restiamo umani”, si leggeva, come il titolo del suo blog che per lungo tempo ha testimoniato i crimini israeliani a Gaza. Come la recente operazione “Piombo fuso” o il sanguinoso assalto alla Gaza Flottilla che l’ex ambasciatore Avi Pazner ha rivendicato e giustificato di fronte alla stampa e alla diplomazia mondiale. Elia Suleiman non ha ancora risposto. A Taormina è atteso tra un paio di ore. Ma c’è ancora chi spera in un doveroso atto di obiezione, in nome dei diritti e della dignità umana e della pace giusta in Medio oriente.

domenica 12 giugno 2011

Al referendum con 2 reattori nucleari USA nel Golfo di Napoli

Due pericolosissimi reattori nucleari con una potenza di 194 MW a presidio del voto referendario dei napoletani. Da sabato 11 giugno sono approdate nel Golfo di Napoli le unità navali USA componenti il George H.W. Bush Carrier Strike Group, la task force navale salpata un mese fa dal porto di Norfolk (Virginia) e diretta dalla USS George H.W. Bush, l’ultima portaerei della classe “Nimitz”, una delle più grandi imbarcazioni militari mai costruite nella storia, 333 metri di lunghezza, 77 di larghezza e un peso di 104.000 tonnellate. I due reattori nucleari che consentono la propulsione della portaerei sono del tipo A4W (dove A sta per Aircraft Carrier Platform, 4 per quarta generazione e W per Westinghouse Electric, la società statunitense produttrice) e hanno un’autonomia di circa 20 anni.     

Rispetto alle unità della stessa classe, la George H.W. Bush ha un design innovativo che include una torre radar protetta, sistemi di navigazione e di telecomunicazione di ultima generazione, sofisticati apparati di stoccaggio e distribuzione del carburante, servizi semi-automatici di rifornimento e più moderne ed efficienti aree di atterraggio, lancio e ricovero per oltre 70 aerei. L’unità ospita una selva di radar che ne fanno una pericolosissima sorgente mobile di elettromagnetismo: si va dalle antenne di ricerca aerea SPS-48E ed SPS-49(V)5 ed acquisizione bersagli Mk 23 ai radar di controllo del traffico aereo SPN-46 ed SPN-43B, a quelli di aiuto all’atterraggio SPN-44 sino ai sistemi di guida dei lanciatori Mk 91 e Mk 95. Lo stemma della portaerei intitolata al 41° presidente della storia degli Stati Uniti d’America che nel 1991 scatenò la prima Guerra del Golfo, rappresenta le tipologie dei cacciabombardieri imbarcati: si tratta degli F/A-18 “Super Hornet” per l’attacco al suolo e dei nuovi monoposto di 5^ generazione F-35 Lightining II. Ma a bordo della portaerei atomica, come sottolineato dall’alto comando di US Navy, debuttano pure i velivoli di sorveglianza elettronica EA-18G “Growler”.

A bordo del George H.W. Bush Carrier Strike Group sono imbarcati oltre 6.000 marines e il Carrier Air Wing (CVW) 8, il gruppo di volo dell’US Navy con sede a Oceana (Virginia), composto da otto squadroni dotati di cacciabombardieri F/A-18, velivoli per la guerra elettronica E-2C “Hawkeye”,  aerei-cargo C-2A “Greyhound” ed elicotteri MH-60 “Knighthawk” e “Seahawk”. Della task force fanno poi parte quattro unità navali, due incrociatori della classe Ticonderoga (USS Gettysburg e USS Anzio) e due cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke (USS Truxtun e USS Mitscher). Si tratta di imbarcazioni destinate agli attacchi missilistici e alla guerra elettronica: imbarcano i sistemi a lancio verticale MK 41 e i siluri MK 32, più un cocktail micidiale di centinaia di missili MK26, RIM-66 “Standard”, RUR-5 ASROC, RGM-84 “Harpoon”, RIM-66M, RIM-161, RIM-174 “Eram” e finanche i famigerati BGM-109 “Tomahawk”, missili da crociera all’uranio impoverito. Nelle unità sono stati installati inoltre i radar multi-funzioni AM/SPY-1 e i sistemi di combattimento navale “Aegis” dotati degli intercettori anti-missile SM-3, le cui versioni navali e terrestri costituiranno l’ossatura del nuovo scudo stellare voluto dall’amministrazione Obama. Il dislocamento dell’“Aegis” nel Mediterraneo segna la prima tappa del programma di sviluppo di un sistema anti-missili balistici in Europa e in Medio oriente, a cui seguirà entro il 2015 l’installazione dei sistemi Aegis/SM-3 in basi terrestri di Turchia, Romania, Bulgaria, Polonia e Repubblica Ceca.

Il George H.W. Bush Carrier Strike Group è giunto nel Golfo di Napoli dopo aver partecipato ad una serie di esercitazioni aeronavali a largo delle coste della Gran Bretagna e della Spagna. Secondo il Comando della VI Flotta della marina USA, la task force nucleare opererà nel Mediterraneo perlomeno sino alla fine del 2011 in missioni di “sicurezza marittima e mutua cooperazione con i partner NATO”, ma la spropositata potenza di fuoco lascia presagire il suo impiego diretto nelle operazioni di bombardamento alla Libia. Successivamente le unità navali si dirigeranno nelle acque del Golfo Persico poste sotto il comando della V Flotta USA in Bahrein.

giovedì 9 giugno 2011

L’omaggio del FilmFestival al grande socio di Silvio B

Lo scorso 25 marzo era stato lui ad accompagnare in Tunisia i ministri Franco Frattini e Roberto Maroni per concordare con il premier Beii Caid Essebsi le politiche di contrasto dell’emigrazione di nordafricani verso le coste del sud Italia. Messi via gli abiti di mediatore e diplomatico, il prossimo 16 giugno, il “produttore” franco-tunisino Tarak Ben Ammar sarà ospite in Sicilia per ritirare il premio Arte Award del FilmFestival di Taormina, giunto alla sua 57^ edizione.

Ammar è “figura chiave del panorama cinematografico internazionale”, annunciano gli organizzatori della rassegna. Produttore di oltre 70 film per un budget totale di 500 milioni di dollari (tra i più noti Il Messia di Roberto Rossellini, Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli, I Predatori dell’Arca Perduta di Steven Spielberg, Pirati di Roman Polanski e Baaria del siciliano Giuseppe Tornatore), Tarak Ben Ammar è sicuramente uno dei finanzieri più potenti di tutto il Mediterraneo. Nipote di Habib Bourguiba (il primo presidente della Tunisia indipendente) e figlio di un avvocato prima ambasciatore in Italia e poi ministro in patria, Ben Ammar è dal 2003 membro del consiglio di amministrazione di Mediobanca e dal 2007 di Telecom Italia. Il franco-tunisino è pure un importantissimo operatore del settore televisivo e della distribuzione cinematografica. Amministratore delegato di Europa TV e Promotions et Participations International SA, presidente di Prima TV, Ex Machina SAS, Andromeda Tunisie SA, Holland Coordinator & Service Company ltalia, Eagle Pictures S.p.A., Ben Ammar è azionista di riferimento della prima società di fiction italiana Lux Vide, proprietario della compagnia di produzione e distribuzione francese Quinta Communications, del canale televisivo Sportitalia e degli studi cinematografici Rome Studios sulla via Pontina, nonché socio fondatore insieme a Goldman Sachs ed altri gruppi internazionali di The Weinstein Company, la maggiore società multimediale nordamericana.

In Italia, socio storico del finanziere franco-tunisino è Silvio Berlusconi. La prima collaborazione tra Ben Ammar e il capo di governo italiano risale al 1983, quando fu co-prodotto Anno Domini, serie televisiva sulla caduta dell’Impero romano. Ho cono­sciuto Silvio ad Hammamet, sulla spiaggia, con Bettino Craxi, e la sera dopo ci fu una festa con modelle e attrici stupende”, ricorda Ben Ammar. Sei anni più tardi, i due fondarono Quinta Communications e nel 1991 Ben Ammar ricevette da Berlusconi il mandato di rilanciare la Fininvest tra gli investitori stranieri interessati a rilevare una quota azionaria del gruppo. Il finanziere intervenne per favorire l’ingresso in Borsa di Mediaset, di cui fu pure nominato nel 1997 membro del consiglio di amministrazione (confermato sino al 16 aprile 2003). Nel dicembre 2005 Ben Ammar cederà a Mediaset - attraverso le controllate Holland Italia ed Europa Tv - le infrastrutture e le frequenze digitali che verranno integralmente dedicate dalla società del presidente del consiglio alla nuova rete Dvbh che trasmette i contenuti tv sui telefonini. Nel maggio 2008 è Ben Ammar a consentire a Mediaset di acquistare il 50% dell’emittente Nessma, la prima tv indipendente di Tunisi, diffusa via satellite in tutto il Maghreb. Più controversa la relazione d’affari stretta all’ombra di All Iberian, la società off shore di Berlusconi che all’inizio degli anni ‘90 finì nel mirino della magistratura milanese per il presunto versamento di una tangente miliardaria a favore di Bettino Craxi. Il denaro, di provenienza del gruppo Fininvest, attraverso la società formalmente in mano a Giancarlo Foscale (cugino di Berlusconi e amministratore delegato Fininvest), transitò sul conto Northern Holding, e da lì, secondo la Procura di Milano, rigirato da Ben Ammar a Craxi e al Partito socialista.

Il gruppo Berlusconi ha sempre respinto l’accusa, sostenendo che il versamento corrispondeva ad anticipi per un contratto di commercializzazione di diritti cinematografici. Ben Ammar ha rifiutato per ben due volte di deporre davanti ai giudici del Tribunale di Milano, ma in una intervista ha fornito la sua versione dei fatti, chiamando in causa l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Secondo il produttore, Bettino Craxi chiese del denaro a Berlusconi per sostenere Arafat. In cambio della vendita di un pacchetto di diritti de La Cinq del valore di 200 miliardi di lire, egli avrebbe intascato una percentuale del 15% dell’importo contro il 5% normalmente previsto per le transazioni di questo genere. La differenza, 20 miliardi circa, sarebbe stata trasferita all’Olp attraverso All Iberian. Nel processo di primo grado, conclusosi nel luglio 1998, il tribunale aveva condannato Craxi a 4 anni e Berlusconi a 2 anni e 4 mesi con l’accusa di finanziamento illecito. In appello, nell’ottobre 1999, Craxi e Berlusconi sono stati dichiarati non punibili per intervenuta prescrizione del reato, sentenza poi confermata dalla Cassazione.

Ben Ammar ha continuato a testimoniare pubblicamente la profonda stima per Silvio Berlusconi anche nei momenti più diffiicli del suo ultimo mandato istituzionale (vedi scandalo sulle frequentazioni con minorenni italiane e straniere). “La sua capacità di resistenza e di reazione è straordinaria, impressionante”, ha dichiarato il produttore in un’intervista al Corriere della Sera (21 giugno 2009). “Silvio non è malato di certo. È un lavo­ratore instancabile, dorme quattro ore per not­te. Fa una vita terribile, che ha bisogno di pau­se. La sua malattia, caso mai, è il divertimen­to, la felicità, la compagnia. Che gli manca, per­ché da quando è finito il matrimonio con Veronica è un uomo solo”. “Io a Villa Certosa ci sono stato e ho sempre trovato perso­ne di grande livello artistico e intellettuale”, aggiunge Ben Ammar. “Non ho mai visto non dico una escort, ma una per­sona imbarazzante o volgare. Sono stato a cena di recente, c’erano anche Carlo Rossella, Emilio Fede e due coppie di amici francesi e americani, ed è stata una serata bellissima, con cantanti e artisti di qualità. Perché Silvio è un esteta. Ha il senso del bello, in ogni dettaglio”.

Nel 2001, rieletto Presidente del consiglio, Berlusconi ha sugellato l’amicizia con il produttore-socio, nominandolo consigliere personale per i paesi dell’Africa del Nord e del Vicino Oriente e affidandogli importanti missioni d’affari con alcuni leader di governo, primi fra tutti Ben Alì in Tunisia e Muammar Gheddafi in Libia. È stato proprio Ben Ammar ad avere avuto un ruolo chiave nella firma dell’accordo bilaterale Roma-Tripoli del 2008, quello del “risarcimento” per 5 miliardi di euro per i crimini dell’avventura coloniale e dell’affidamento alle forze armate libiche dell’offensiva anti-immigrati. “Conosco Gheddafi dal ‘77”, ha ammesso Ben Ammar al Corriere della Sera. “Lui non andava d’accordo con Bourghiba, ma adorava la moglie, mia zia. È un originale. Molto intelligente, mai arrogante. È dolce, cordiale. La tenda beduina per lui è come il kilt per gli scoz­zesi. È il contatto con le sue radici: le pecore, i cammelli, il tè, il Sud del­la Libia dove cresceva il figlio unico di una fami­glia povera, che sognava di entrare nell’esercito per cambiare il suo paese. Grazie a Berlusconi la strategia di Gheddafi in Italia è cambiata. Un tempo i suoi erano semplici investimen­ti, come in Fiat. Ora c’è un rapporto privilegiato. Berlusconi fir­mando l’accordo con la Libia ha compiuto un gesto storico. E Gheddafi gli ha persi­no offerto di diventare il suo successore in Libia...”.

Dopo l’attacco militare ONU-USA-NATO, Ben Ammar ha tentato di smarcarsi dal rais di Tripoli, ma è fiero di ricordare che solo un anno fa aveva accompagnato a Palazzo Grazioli, al cospetto di Berlusconi, Letta e Tremonti, una delegazione del governo di Tripoli disponibile a investire in Unicredit, Eni e Finmeccanica. Ma le relazioni con l’entourage del “dittatore” libico vanno aldilà dell’intermediazione: nella società editrice di Nessma Tv, infatti, oltre alla lussemburghese Trefinance-Fininvest, Ben Ammar può contare sull’apporto di Lafitrade, la finanziaria interamente controllata della famiglia Gheddafi.

È tra i petrosovrani dell’Arabia Saudita che si nasconde un altro socio-partner particolarmente indigesto per il finanziere franco-tunisino. Si tratta del principe Al Walid Bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo, nipote del re Abdullah e azionista dei colossi dell’informazione News Corp e KirchGruppe (accanto a Rupert Murdoch e Leo Kirch) e del gruppo saudita Dallah Al Baraka che nei primi anni ’90 ha lanciato una televisione digitale araba (ART) i cui collegamenti satellitari sono gestiti dal centro “Telespazio” del Fucino (L’Aquila). Nel 1995, grazie a Ben Ammar, Dallah Al Baraka ha stipulato un accordo con la Radiotelevisione italiana per la diffusione in Nord e Sud America e in Australia dei programmi di RAI International, mentre Al Walid Bin Talal ha potuto rilevare, per 100 milioni di dollari, il 2,7% del pacchetto azionario di Mediaset. L’ultima volta che il principe saudita, Silvio Berlusconi e Ben Ammar sono stati visti assieme, risale al 31 agosto 2001 in Sardegna. “Berlusconi ci ha spiegato il suo programma di privatizzazioni”, ha raccontato Ben Ammar al quotidiano Il Mattino. “Ha detto che gradirebbe che Al Waleed possa fare la sua parte. Si è citata l’Enel, come l’Eni e Finmeccanica, perché sono due gruppi notissimi. Ma il nostro interesse ad investire è molto più ampio. Al Waleed è rimasto affascinato dal piano per le grandi opere che gli ha illustrato Berlusconi. I grandi finanziatori, com’è il principe saudita, sanno che la realizzazione di porti, strade e ferrovie è un’eccellente occasione d’intervento”.

Undici giorni dopo quell’incontro, l’11 settembre, il tragico attentato alle Torri Gemelle di New York e i sospetti della Cia e dell’Fbi di un possibile collegamento economico-finanziario tra il magnate saudita e Osama bin Laden. Per ingraziarsi i favori della stampa statunitense Al Waleed emise un assegno di 10 milioni di dollari a favore delle famiglie delle vittime dell’attentato ma l’allora sindaco di New York, Rudolph Giuliani, rifiutò d’intascarlo. Finanche il presidente George Bush, già socio d’affari del Bin Laden Group (holding finanziaria-industriale dei familiari del capo di Al Qaeda), si rifiutò di ricevere il saudita alla Casa Bianca.

Intorno al 2002-2003, uno dei più stretti congiunti di Al Waleed, il principe Bin Nawaf Bin Abdulaziz Al Saud, si sarebbe fatto avanti attraverso la Tatweer International Company per mettere le mani sul “padre” delle grandi opere in Italia, il Ponte sullo Stretto di Messina. Grazie ad un intermediario italo-canadese, Giuseppe Zappia, i sauditi avrebbero offerto alcuni miliardi di dollari per concorrere ai lavori di progettazione ed esecuzione dell’infrastruttura di collegamento stabile Sicilia-Calabria. In vista del Ponte, Zappia avrebbe pure rappresentato gli “interessi” della famiglia mafiosa nordamericana dei Rizzuto e per questo,lo scorso anno, è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Roma.

La gara fu poi vinta da un pool d’imprese guidato da Impregilo, da qualche tempo partner del Bin Laden Group per alcuni progetti nella penisola arabica. Impregilo annovera tra i propri azionisti le famiglie Ligresti e Benetton, mentre Jonella Ligresti e Gilberto Benetton siedono in loro rappresentanza nel consiglio d’amministrazione di Mediobanca accanto al finanziere-produttore Tarak Ben Ammar. Coincidenza vuole che nel Cda di Mediobanca sieda pure Carlo Pesenti, il re del cemento e del calcestruzzo, comproprietario della SES, la società editrice della Gazzetta del Sud, il quotidiano-portavoce dei Signori del Ponte. I premi Arte Award del FilmFestival di Taormina edizione 2011 sembrano proprio essere forgiati in onore del Mostro sullo Stretto…


L’Arabian Connection del Ponte sullo Stretto è analizzata nel libro di Antonio Mazzeo “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina” (Alegre Edizioni, Roma, 2010)

martedì 7 giugno 2011

L’antimafia sociale come modello per lo sviluppo

Antonio Mazzeo, giornalista e pacifista, impegnato nella lotta per i diritti umani e per la legalità, si racconta attraverso la nostra intervista. Autore di diversi saggi, ha condotto inchieste riguardanti le collusioni mafiose e politiche nella provincia di Messina e non solo.

Si è occupato dei conflitti internazionali e dei traffici illegali delle organizzazioni criminali, soprattutto per quelli dietro la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina e proprio nel 2010 ha pubblicato I Padrini del Ponte, volume in cui evidenzia gli inquietanti retroscena e i ruoli delle cosche nel contesto che vede la realizzazione della mega-infrastruttura.

Come risponde lui stesso ad una delle nostre domande “un vero giornalista deve essere un militante, deve stare dalla parte della verità degli “ultimi”, si chi non ha diritto di parola, di coloro a cui vengono negate verità e giustizia. Si deve essere testimoni e portavoce degli oppressi, nel Sud del mondo e in mezzo a noi”.


Come sono iniziate le sue battaglie e i suoi interessi nei confronti delle tematiche sociali?

Mi sono formato umanamente, culturalmente e politicamente nel corso degli anni ’70 con le grandi mobilitazioni studentesche e dei lavoratori in una fase storica di profonde trasformazioni e conquiste democratiche in Italia. La guerra in Vietnam, la violenta repressione sviluppata dallo Stato per opporsi alle richieste popolari, un interesse generale sempre maggiore per le problematiche del sottosviluppo nel cosiddetto “Sud” del mondo, la difesa dell’ambiente, l’escalation nucleare e i rischi reali dell’olocausto mondiale, hanno profondamente colpito la mia sensibilità. Da adolescenti è normale che ci si ponga dubbi e domande sul mondo e sull’ordine delle cose e che si senta il dovere di esserci, contare, contribuire al cambiamento, poter decidere senza deleghe. Poi i primi passi nel volontariato come animatore in un villaggio di ex baraccati della periferia nord di Messina e i campi di lavoro e studio con Mani Tese…

Nella nostra provincia, quali sono le dinamiche mafiose delle quali tratta spesso nelle sue inchieste?

Messina e la sua provincia si caratterizzano per una presenza pervasiva, diffusa, direi sistemica della borghesia mafiosa, cioè di una classe che arriva a controllare gli apparati dello Stato e le istituzioni locali. All’ombra delle decine di logge massoniche o paramassoniche, imprenditori piccoli e grandi, magistrati, finanzieri, banchieri, docenti universitari, la casta dei progettisti e degli ingegneri, i colletti bianchi e i boss di mafia impongono autoritariamente le regole del gioco, si dividono prebende e affari, banchettano ai tavoli delle grandi opere pubbliche, il Ponte sullo Stretto ad esempio, vero catalizzatore di interessi criminali e crimonogeni. Il primo effetto di questo connubio tra poteri forti è la profonda crisi democratica della vita politica e sociale a livello locale e regionale, l’emarginazione di ogni forma di dissenso. E in ultimo, quando le soggettività “altre” non possono più essere rese invisibili grazie al monopolio esercitato dalla casta sui media oppure espulse dai territori (con il conseguente impoverimento culturale generato dall’esodo di migliaia di giovani diplomati e neolaureati), può essere anche deciso l’omicidio selettivo o la punizione esemplare.

Attività antimafia a Barcellona. Quali sono gli strumenti, secondo lei, più efficaci e meno efficaci per combattere la mafia?

Personalmente non ho mai creduto che la mera attività investigativa o la repressione in ambito poliziesco e giudiziario siano elementi sufficienti ad ostacolare l’infiltrazione mafiosa nei tessuti sociali ed economici di un territorio. Specie poi se questo avviene in realtà dove aldilà di pochi casi di serio impegno professionale ed integrità morale, le istituzioni sono al servizio del potere e finanche strumento di protezione e rafforzamento delle classi dominanti. Per questo dovrebbe essere l’antimafia sociale il modello su cui sviluppare gli anticorpi di un contesto così complesso e così drammaticamente contiguo come quello barcellonese. Penso in concreto alle esperienze di volontariato politicamente radicale e assolutamente non assistenzialista nei quartieri, ad un impegno di rinnovamento democratico e partecipativo nella scuola e nell’università, ad un azzeramento delle consorterie politiche e dei carrozzoni clientelari che ammorbano la vita amministrativa, alla crescita di una coscienza del rifiuto e della disobbedienza alla mafia tra i cittadini, i commercianti, gli imprenditori, ecc. In merito all’azzeramento di cui parlavo prima, irrinunciabile per riappropriarsi del controllo democratico, penso ad esempio allo scioglimento d’autorità del consiglio e dell’amministrazione comunale, specie adesso che sono stati chiariti gli scandalosi scenari che stanno dietro l’approvazione della variante al PRG per l’insediamento in contrada Siena di un mega parco commerciale, un progetto che vede protagonista una società, la Di.Be.Ca., finita sotto sequestro da parte della Direzione Investigativa Antimafia di Messina. Sarebbe un segnale forte di cambiamento che consentirebbe di rimettere in gioco energie nuove anche in vista del prossimo appuntamento elettorale amministrativo.

In una sua recente pubblicazione, “I Padrini del Ponte”, delinea gli affari sottesi al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. In sintesi, quali sono le motivazioni del suo NO?

Io distinguerei le tesi sposate ne “I padrini del Ponte” con le ragioni-motivazioni del “NO al Ponte” testimoniate da decine di migliaia di cittadini. Il libro delinea le caratteristiche criminogene del “Mostro sullo Stretto”, gli appetiti delle cosche calabresi e siciliane che puntano ad accaparrarsi subappalti e forniture di cemento e calcestruzzo, imporre guardianie, fare incetta di terreni a rischio di esproprio, controllare cave e discariche di inerti, ecc.. Ma in particolare si tenta di spiegare l’originalità criminale di questa grande opera: per il suo alto valore simbolico e per gli interessi politico-strategici ed economici che lo caratterizzano, il Ponte è visto dalle grandi organizzazioni mafiose transnazionale come un’opera che oltre a consentire una enorme operazione di riciclaggio di denaro sporco può ridare legittimità a quei soggetti criminali che hanno perso parte del consenso dopo la stagione delle stragi 1992-93 e che successivamente hanno scelto l’immersione per continuare a controllare impunemente ingenti risorse finanziarie pubbliche nella cosiddetta seconda repubblica di chiara matrice neoliberista. Ma il “No” ad ogni ipotesi di collegamento stabile nello Stretto ha soprattutto motivazioni di ordine ambientale, sociale, economico, occupazionale, di visione alternativa e sostenibile del modello del trasporto delle merci e delle persone da e per la Sicilia. E non ultimo, anche di ordine “pacifista”: l’eventuale realizzazione del Ponte fomenterà un nuovo processo di militarizzazione dei territori, di riarmo del sud Italia e in conseguenza di progressiva riduzione delle libertà individuali.

Ha curato molte inchieste sulle basi militari in Sicilia (e non solo). Qual è la sua opinione sul ruolo assunto dal nostro governo nel conflitto in Libia? E la posizione della nostra isola?

Nonostante i debiti storici e morali che l’Italia ha con la Libia per i crimini commessi durante la tragica epoca coloniale, si è deciso d’imbarcarsi in un’operazione di cui nessuno al mondo, Stati Uniti e NATO compresi, sa come poter regolare e soprattutto uscirne. Dopo aver affidato alle forze armate libiche, appositamente armate ed addestrate dall’Italia, il lavoro sporco contro il flusso di migranti sub-sahariani, grazie all’allestimento di veri e proprio lager in Libia o consentendo mortali deportazioni nel deserto; dopo i baciamani al “dittatore” Gheddafi da parte dell’establishment politico e dei consiglieri di amministrazione delle maggiori società e banche italiane; dopo aver consentito la scalata dei capitalo libici a Finmeccanica, il complesso militare industriale italiano ancora in buona parte in mano allo Stato, in nome dell’accaparramento del gas e del petrolio e dei miliardari fondi libici investiti nelle piazze finanziarie internazionali, scateniamo una nuova guerra in Africa che potrebbe avere un devastante effetto domino in tutto il continente e nel mondo arabo. E lo facciamo stracciando un trattato bilaterale “d’amicizia” firmato da appena un paio d’anni e trasformando la Sicilia in una portaerei nel Mediterraneo. Così, stiamo assicurando alle forze armate della coalizione dei “volenterosi” a guida NATO lo scalo militare di Sigonella, gli scali civili-militari di Trapani Birgi e Pantelleria e finanche le piste dell’aeroporto di Catania-Fontanorossa. Per non dimenticare il ruolo strategico del porto di Augusta dove approdano le unità di guerra della coalizione e i sottomarini nucleari USA, vere e proprie bombe ecologiche e radioattive a due passi da popolosi centri abitati. Questa maledetta guerra rischia di ipotecare per i prossimi decenni il modello-immagine dell’isola: piattaforma di morte e immenso centro di detenzione per decine di migliaia di donne e uomini in fuga dalle guerre e dai disastri ambientali di mezzo mondo.

Vittorio Arigoni è stato ucciso. Qual è la sua opinione su Vik, sulle sue missioni di pace e sul suo motto “Restiamo umani”?

Vittorio “Vik” è il simbolo di una generazione che ha rifiutato ogni coinvolgimento con le logiche di distruzione, di guerra, di sopraffazione e di violazione efferata dei diritti umani. È la persona che mette cuore, corpo, anima in difesa dei dimenticati, degli emarginati, di chi è condannato al dolore dell’assedio e alla solitudine. E mentre c’è chi si straccia le vesti invocando vendette mirate, bombardamenti, la generalizzazione della pena di morte di governanti-dittatori ex amici, c’è invece chi chiede nel nome dell’uomo di fermarsi, di non perdere la ragione, di rompere l’isolamento con la non-violenza. L’Utopia della pace e della giustizia sulla devastante realtà del sangue, dell’odio e della morte. Ma soprattutto un chiaro messaggio di speranza in un  mondo sempre più anestetizzato all’indifferenza.

Quale dovrebbe essere, a suo avviso, il suolo del giornalista nel contesto socio-politico attuale?

Da non “giornalista” che ha sempre esercitato l’obiezione di coscienza all’iscrizione all’ordine dei giornalisti, istituto medievale che non ha mai tutelato quei giovani cronisti sovraesposti per le loro denuncie del malaffare e delle ingiustizie, mi si permetta d’invocare il diritto-dovere di essere di “parte”, di schierarsi, di non essere ipocritamente e cinicamente “imparziale”. Un vero giornalista deve essere un militante, deve stare dalla parte della verità degli “ultimi”, di chi non ha diritto di parola, di coloro a cui vengono negate verità e giustizia. Si deve essere testimoni e portavoce degli oppressi, nel Sud del mondo e in mezzo a noi. Rivendicando sempre e dovunque la propria indipendenza dai centri di potere che controllano l’informazione in regime di monopolio per occupare impunemente e in nome del dio profitto ogni sfera del politico, del sociale e dell’economia.

Quali sono i progetti futuri del giornalista e dell’eco pacifista Mazzeo?

Se per progetti s’intende un nuovo volume o lavoro di ricerca, credo proprio di no, non fosse altro per le enormi difficoltà ad incontrare editori coraggiosi e disponibili a farsi carico dei rischi che comporta uno sforzo di denuncia e di verità. Spero però di riuscire nel mio piccolo a continuare un’opera di testimonianza di quei crimini economici, politici e ambientali che la borghesia mafiosa perpetua nella nostra regione e a fornire strumenti di analisi e dibattito sui temi sempre meno sentiti e visibili del diritto alla pace e della lotta alle guerre e ai processi di militarizzazione del territorio. Un impegno che continuerò a fare a titolo del tutto volontario e nei ritagli di tempo strappati nelle pause dal lavoro. Perché, come dicevo prima, non sono un “giornalista” e la mia professione retribuita è quella d’insegnante di scuola media. Una condizione simile, purtroppo, alla stramaggioranza dei cronisti di frontiera.


Intervista a cura di Giulia Carmen Fasolo e Chiara Siragusano, pubblicata in MetroPòlis, maggio 2011

lunedì 6 giugno 2011

L’insostenibile Premio Award del Festival di Taormina

Venerdì 17 giugno, nell’ambito della 57^ rassegna cinematografica di Taormina, il regista e attore palestinese Elia Suleiman riceverà il premio Fondazione Roma-Mediterraneo Award per il Dialogo tra le Culture.

Originario della città di Nazareth, nel 1982 Suleiman si trasferì a New York per girare alcuni cortometraggi, il più noto dei quali è Homage by Assassination (1991) sulla prima Guerra del Golfo. Divenuto docente di cinema nell’Università Birzeit di Gerusalemme, nel 1996 Suleiman diresse il primo lungometraggio, Cronaca di una sparizione, premiato come migliore Opera Prima alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Nel 2000 ha diretto il cortometraggio Cyber-Palestina, rivisitazione in chiave moderna del viaggio di Maria e Giuseppe a Betlemme attraverso una sempre più assediata Striscia di Gaza. La notorietà a livello internazionale del regista palestinese è giunta però con il film Intervento divino. Cronaca d’amore e di dolore, ambientato al checkpoint tra Nazaret e Ramallah e interpretato dallo stesso Suleiman (Gran Premio della Giuria 2002 a Cannes). L’ultimo lungometraggio, Il tempo che rimane, è stato presentato alla fine del 2010: interpretato ancora una volta dal regista, narra la storia di Fuad, membro della resistenza palestinese sin dalla creazione dello stato d’Israele nel 1948, e della sua difficile relazione con il figlio. Un’opera in buona parte autobiografica che pone ancora una volta l’accento sulle tragedie del popolo palestinese sotto l’occupazione israeliana, che ha consacrato Elia Suleiman come uno dei migliori cineasti mediorientali odierni. 

Più che meritato pertanto il riconoscimento dell’importante kermesse cinematografica siciliana, peccato però che il Roma Mediterraneo Award sia un premio-invenzione di una fondazione assai poco brillante per “dialogo” o “interculturalità” ma che però si è imposta come “principale sponsor” della manifestazione accanto ad enti locali e Regione Siciliana. Costola della “Fondazione Roma” (ex Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, azionista di riferimento del colosso bancario Unicredit), la Fondazione Roma Mediterraneo è stata istituita nel 2008 dal professore e avvocato Emmanuele Francesco Maria Emanuele, storico presidente della fondazione bancaria madre. Di origini palermitane, Emanuele ha ricoperto prestigiosi incarichi nei maggiori gruppi bancari, finanziari e industriali nazionali, collezionando contestualmente titoli e riconoscimenti cavallereschi e nobiliari (barone di Culcasi, gentiluomo di Sua Santità il Papa, cavaliere dell’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme, consigliere economico del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, ecc.). Il professore-avvocato è pure “Signore della Grande Holding del Ponte”, lobby che accoglie i sostenitori della realizzazione del collegamento stabile in acciaio e cemento tra le sponde della Calabria e la Sicilia. Emmanuele Emanuele, in particolare, ha fatto parte del Consiglio di amministrazione della Società Stretto di Messina S.p.A., la concessionaria pubblica per la costruzione del Ponte. A riprova della spiccata sensibilità pontista della fondazione-sponsor del CineFestival di Taormina, va pure ricordato il doppio ruolo del cavaliere del lavoro Ercole Pietro Pellicanò, membro del Cda della società fautrice del Mostro sullo Stretto e consigliere della Roma Mediterraneo.

Ma a rendere pesante come un macigno il premio al “dialogo interculturale” attribuito al regista palestinese Suleiman, è tuttavia la presenza tra i membri del Comitato scientifico d’onore della fondazione, dell’ex ambasciatore d’Israele in Italia Avi Pazner, consigliere personale del primo ministro Yitzhak Shamir nella seconda metà degli anni ’80 e portavoce ufficiale di altri governi israeliani ultranazionalisti (l’ultimo in ordine quello di Ehud Olmert, maggio 2006 – gennaio 2009, passato alla storia per aver condotto la tragica guerra dei 34 giorni in Libano e l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza).

Alto funzionario del ministero degli Esteri sin dal 1966, Avi Panzer esordì come diplomatico prima in Africa e poi a Washington. Nel luglio 1991, l’amico Shamir lo volle a capo dell’ambasciata israeliana a Roma, in uno dei momenti chiave della storia delle relazioni Israele-Italia. Conclusasi la prima Guerra del Golfo, Tel Aviv puntava a rafforzare il dialogo con l’allora presidente del Consiglio Andreotti, sempre più distante dall’approccio filo-palestinese che aveva contraddistinto sino ad allora la politica italiana in Medio Oriente. Panzer ricoprì l’incarico a Roma sino al 1995 contribuendo in particolare allo stabilimento di relazioni diplomatiche ufficiali tra Israele e il Vaticano.  “Durante quegli anni – ha ricordato in un’intervista – l’Italia ebbe cinque diversi primi ministri: Giuliano Amato, Giulio Andreotti, Azeglio Ciampi, Lamberto Dini e Silvio Berlusconi. Il loro atteggiamento verso Israele fu assai differente. Il socialista Amato fu il meno amichevole, mentre Berlusconi era ed è il più disponibile verso Israele”. Pazner è tornato a tessere le lodi dell’Uomo di Arcore in occasione del suo viaggio ufficiale a Gerusalemme del febbraio 2010. “Questa è la visita del nostro grande amico europeo”, ha esordito l’ex ambasciatore. “Berlusconi è figura unica nel panorama dei primi ministri italiani del dopoguerra e parlerà davanti alla Knesset, un onore che è stato riservato a pochi negli ultimi anni: Bush, Sarkozy, Angela Merkel”. Missione da piazzista d’armi quella di Silvio B. in terra santa. “Il premier italiano dovrebbe fare pressione sul ministro della difesa Barak perché Israele acquisti l’M-346, aereo militare di fabbricazione italiana, al posto del coreano T-50”, segnalarono al tempo i quotidiani israeliani. “La scelta del velivolo italiano da parte dell’aeronautica israeliana potrebbe aprire le porte ad ulteriori vendite internazionali”.

Il potente diplomatico-consigliere stima però anche alcuni (ex) leader del centro-sinistra italiano, come ad esempio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano o l’ex segretario del Pci Achille Occhetto. Tra gli “amici” c’è pure l’inossidabile manager pubblico e privato Giancarlo Elia Valori, già massone della loggia “Romagnosi” del Grande Oriente d’Italia, transitato nel 1973 nella più nota “Propaganda P2” da cui fu poi espulso dal Venerabile Licio Gelli. In occasione della recente presentazione a Tel Aviv del suo libro “Ben Gurion e la nascita dello Stato d’Israele”, Giancarlo Elia Valori ha avuto gradito ospite-relatore, tra gli altri, proprio Avi Pazner.

Abbandonata definitivamente la carriera diplomatica, nel 1998 il consigliere scientifico della Fondazione Roma Mediterraneo è stato eletto presidente mondiale del Keren Hayesod - United Israel Appeal (letteralmente “Fondo per le fondamenta”), una delle agenzie ebraiche fondate in occasione del Primo congresso mondiale Sionista (1920) per agevolare l’immigrazione degli ebrei nei territori della Palestina e che oggi raccoglie i fondi per “sostenere” lo Stato di Israele e i progetti di nuovi insediamenti di coloni. Keren Hayesod è particolarmente attiva anche in Italia con l’organizzazione di eventi culturali, dibattiti e conferenze, una delle quali (marzo 2004), ha visto la partecipazione del controverso giornalista statunitense Michael Leeden. Membro dell’ultraconservatore American Enterprise Insitute, Leeden è stato consulente del servizio segreto militare italiano SISMI, intervenendo con più di un’ombra su alcune delle vicende più inquietanti della Repubblica italiana (il sequestro di Aldo Moro, il Dc-9 esploso su Ustica, l’ascesa della P2, ecc.) e finanche nello scandalo della triangolazione di armi USA a favore dell’Iran e della Contra nicaraguese a metà anni ‘80.

Anche Avi Pazner non nasconde una certa predisposizione per i canali della diplomazia parallela. “Della notte nel gennaio 1991 in cui scoppiò la Guerra del Golfo, ricordo la tensione ed una telefonata, alle 11 di sera, di un amico francese, un alto funzionario di Parigi, che mi avvisò che l’attacco era questione di 2-3 ore al massimo”, racconta l’ex ambasciatore. “Avvisai Shamir, che mise in stato di massima allerta le forze armate. Il Pentagono si fece vivo solo venti minuti prima che la Cnn trasmettesse il bombardamento su Baghdad”. “Eravamo certi di un attacco su Israele di Saddam Hussein”, aggiunge Pazner. “Il primo missile Scud arrivò esattamente 24 ore dopo l’attacco alleato. In quelle prime ore Shamir e gran parte del governo erano determinati all’attacco di rappresaglia, avevamo diritto di replicare, avevamo la capacità di colpire duro. Bush chiamò più volte Shamir e lo persuase a non reagire…”. A che tipo di risposta si stesse pensando è lo stesso Pazner a spiegarlo con un’intervista a Il Tempo di Roma, il 27 ottobre 2001. In pieno clima “post 11 settembre”, il diplomatico fece sapere che contro gli estremisti islamici “Israele si prepara a combattere una guerra non convenzionale, batterica, chimica o nucleare che sia…”. 

Due mesi dopo, nella fase più cruenta del conflitto scatenato da Israele in Cisgiordania, mentre i caccia e gli elicotteri bombardavano gli uffici di Yesser Arafat a Ramallah, Pazner, in qualità di portavoce del governo, spiegava che “l’obiettivo è la guerra al terrorismo”. “Arafat ne ha fatto un cinico uso strategico, e benché Sharon non lo abbia definito un terrorista, è chiaro che egli ha sostenuto e protetto le organizzazioni terroriste”, aggiungeva. “Arafat fa parte del problema terrorista che ha preso dimensioni gigantesche, insopportabili. E quindi gli attacchi di queste ore sono volti a segnalare che le sue organizzazioni sono parte del terrore…”.

L’ex ambasciatore ha le idee chiare su come imporre le “trattative” e la “pace” agli odierni rappresentanti del popolo palestinese. “Alcune delle richieste della Comunità internazionale sono inaccettabili”, spiega Pazner. Si chiede il ritiro di Israele entro le frontiere del giugno 1967, ma noi non crediamo che quelle linee di armistizio, decise nel 1949 alla fine della guerra di indipendenza, siano qualcosa di sacro. Non sono confini internazionalmente riconosciuti, e ciò fa decadere le pretese suddette. Crediamo invece che potremo raggiungere una configurazione di confini per via di negoziati con i nostri vicini arabi attraverso degli scambi di territori sulla base dei cambiamenti demografici avvenuti negli ultimi 44 anni”.  Inaccettabile infine qualsiasi ipotesi di ritorno in Israele dei profughi palestinesi espulsi dopo il 1947. “A queste richieste tutto il popolo israeliano dice concordemente no. Se questi arabi vorranno, potranno tornare nel futuro Stato palestinese, ma non potremo mai accettare che milioni di arabi trasformino Israele in un secondo Stato palestinese. A loro non sarà mai concesso di tornare…”.

Bellicismo, cinismo e negazione del “dialogo interculturale” raggiungono l’apoteosi con le dichiarazioni rilasciate subito dopo il sanguinoso assalto della marina israeliana contro il convoglio Freedom Flotilla che si stava dirigendo verso la Striscia di Gaza (19 morti e 26 feriti). “Noi abbiamo provato a fermarli, abbiamo provato a farli venire nel porto di Ahsdot per poi trasferire gli aiuti umanitari a Gaza”, ha dichiarato Avi Panzer, ancora una volta portavoce del governo. “Ma non hanno voluto. Non volevano entrare in acque israeliane, non erano interessati agli aiuti umanitari, erano interessati alla provocazione. Ma non potevamo immaginare che fosse una provocazione armata. Hanno ferito dieci dei nostri soldati. E i nostri soldati hanno dovuto difendersi. Noi non permetteremo che nessuna nave arrivi a Gaza senza che venga esaminata…”.

Totale dissenso nei confronti degli organizzatori del Festival del Cinema di Taormina per l’“imbarazzante partnership” con la Fondazione Roma Mediterraneo è stato espresso dalla rete No Ponte che ha contestualmente chiesto ad Elia Suleiman di rifiutare il Premio Award per il Dialogo tra le Culture. “Il 14 maggio 2011 - scrivono in una lettera aperta al regista palestinese - abbiamo sfilato per l’ennesima volta per le vie del centro di Messina per ribadire il nostro No alla costruzione del Ponte sullo Stretto, espressione di una politica di sperpero di risorse pubbliche per opere inutili e devastanti dal punto di vista ambientale. Sul camion che trasportava il nostro impianto d’amplificazione abbiamo esposto una bandiera della Palestina con la frase Restiamo umani. Era il titolo del blog di Vittorio Arrigoni, il pacifista-reporter difensore del popolo palestinese, ucciso a Gaza. Abbiamo voluto legare, in tal modo, idealmente, la nostra resistenza alla devastazione del territorio di cui è espressione il Ponte con la resistenza di chi mette in pericolo la propria vita per la difesa di una popolazione che vive sotto assedio”. Un popolo, quello palestinese, che del premio di Emanuele e Pazner preferirebbe farne a meno.