I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

giovedì 28 aprile 2011

L’enorme pericolo di volare a Sigonella

Rompere il muro di silenzio imposto dalle autorità militari statunitensi è impossibile, ma è probabilissimo che mercoledì 27 aprile nella base militare di Sigonella si sia sfiorata, ancora una volta, la tragedia. Alle ore 11,35 circa, durante la fase di atterraggio, un cacciabombardiere F-16 è uscito di pista e il pilota si è salvato lanciandosi con un paracadute un attimo prima dell’impatto del velivolo con il terreno. A seguito dell’incidente è stata ordinata la chiusura dello scalo e i velivoli impegnati nelle operazioni di guerra alla Libia sono stati dirottati sull’aeroporto di Trapani-Birgi. Il comando NATO si è rifiutato di divulgare la nazionalità del caccia, anche se ha riconosciuto trattarsi di un mezzo “di un paese non aderente all’Alleanza atlantica che tuttavia sta supportando la missione Unified Protector”. Il mistero è stato rivelato dall’agenzia France-Press: l’F-16 appartiene all’Al-Imarat al-‘Arabiyya al-Muttahida, l’aeronautica militare degli Emirati Arabi Uniti ed era decollato qualche ora prima da un aeroporto greco. L’aereo è uno dei dodici cacciabombardieri (sei F-16 e sei “Mirage”) che gli Emirati hanno trasferito il 27 marzo scorso nell’aeroporto sardo di Decimomannu per partecipare con la “coalizione dei volenterosi” a guida NATO ai bombardamenti contro le forze armate filo-Gheddafi.

In forza allo Stormo caccia della base aerea di Al Dhafra, l’F-16 “Desert Falcon” è configurato nella versione monoposto “E”, prodotta in esclusiva per gli Emirati Arabi: con un radar AN/APG-80 che fornisce la capacità di tracciare e distruggere simultaneamente bersagli aerei, il velivolo è armato di missili AIM-132 ASRAAM ed AGM-84E SLAM. Per lo sviluppo di questi sofisticatissimi strumenti di morte, gli emiri hanno sborsato più di 3 miliardi di dollari. Il loro battesimo di fuoco risale all’agosto 2009: insieme ai bombardieri strategici dell’US Air Force e ai caccia AMX del 51° Stormo di Istrana e dal 32° Stormo di Amendola dell’AMI, furono eseguiti combattimenti aerei e veri e propri bombardamenti nei vasti poligoni desertici prossimi alla base statunitense di Nellis, Las Vegas.

Quello del 27 aprile è solo l’ultimo di una lunga lista d’incidenti che hanno interessato i velivoli militari schierati sullo salo siciliano di Sigonella. Il 17 febbraio 2005, un elicottero da trasporto MH-53 “Sea Dragon” assegnato all’Helicopter Support Squadron 4 della US Navy, si schiantò su una delle piste durante un addestramento all’interno della base. I quattro membri dell’equipaggio riportarono gravi ferite e furono ricoverati d’urgenza in ospedale. Meno di un anno prima, il 27 agosto 2004, all’interno di un altro elicottero MH-53E si sviluppò un incendio mentre era parcheggiato nella stazione di rifornimento idrico di Sigonella. Il velivolo era rientrato da una missione di volo; gli uomini dell’equipaggio fuggirono miracolosamente  dalle fiamme riportando però gravi ustioni e furono costretti al ricovero presso il reparto di rianimazione dell’ospedale Garibaldi di Catania.

Si era concluso tragicamente invece l’incidente capitato il 16 luglio 2003 ad un terzo elicottero da trasporto dello Squadrone HC-4: nell’impatto del velivolo con un terreno nei pressi di un distributore di benzina fuori il centro abitato di Ramacca (Catania), persero la vita quattro marines USA. Secondo un testimone oculare, prima di precipitare al suolo il mezzo militare avrebbe tentato senza successo di atterrare presso un invaso per irrigazione. Attorno ai resti del velivolo fu creato un vero e proprio cordone sanitario: le autorità statunitensi vietarono ai Vigili del fuoco e ai Carabinieri di avvicinarsi alla zona d’impatto e a domare le fiamme e transennare l’area intervenne solo una squadra specializzata della US Navy. Alcuni testimoni oculari denunciarono la presenza tra i soccorritori di una unità di controllo per l’inquinamento chimico e batteriologico. Il rapporto ufficiale della marina militare statunitense affermò che a causare l’incidente era stato un incendio scoppiato nel vano motore n. 2 dell’elicottero “a causa del danneggiamento di un bullone An3”. “Altri fattori che potrebbero aver causato lo schianto – si legge ancora nel report – i forti venti e il mancato coordinamento tra la cabina di pilotaggio e il resto dell’equipaggio. Il pilota non riuscì inoltre ad accrescere la potenza per arrestare la discesa dell’elicottero prima dell’impatto”. L’inchiesta accertò però che gli incendi ai motori dell’MH-53 erano tutt’altro che un evento raro. Il 27 giugno 2002, durante un atterraggio a Sigonella, forse proprio per le fiamme sviluppatesi accidentalmente a bordo, un quarto MH-53E dell’Helicopter Support Squadron 4 si era schiantato sulla pista: l’elicottero andò interamente distrutto ma l’equipaggio se la cavò con qualche lieve ferita.

Il 5 luglio 1990 fu la volta di un cacciaintercettore F-104 del 4° Stormo dell’Aeronautica militare italiana a precipitare nelle vicinanze della città di Caltagirone (Catania), subito dopo il decollo dalla base di Sigonella. Il pilota, Sergio Scalmana di 30 anni, morì sul colpo. Il caccia si era levato in volo insieme ad un altro F-104 per un’esercitazione sul Canale di Sicilia, quando improvvisamente il capitano Scalmana comunicò alla torre di controllo di avere noie al motore e di essere in procinto di tentare un atterraggio di emergenza sulla Statale 417 Catania-Gela. Il pilota perdeva però il controllo del mezzo che si schiantava in aperta campagna, prendendo fuoco.

Ancora più dietro negli anni, tra gli incidenti ai velivoli della stazione aeronavale siciliana, si ricorda quello avvenuto il 19 novembre 1998 ad un elicottero CH-46 “Sea Knight”, precipitato per cause ignote al largo di Riposto, cittadina ad una trentina di chilometri a nord di Catania. Quattro le vittime. Anche stavolta i militari USA invitarono con un messaggio scritto Carabinieri, Marina militare e Guardia costiera italiana “a non prestare assistenza” al velivolo scomparso in mare, “perché autonomi”.

Gravissimi i rischi di dispersione nell’ambiente di radioattività ed altri agenti inquinanti in occasione di due incidenti verificatisi nella seconda metà degli anni ottanta nella baia di Augusta (Siracusa), utilizzata per gli scali delle unità navali e dei sottomarini a propulsione nucleare USA e NATO. Il primo avvenne l’1 aprile 1986, quando a bordo della portaerei “USS America”, ormeggiata in rada, un caccia si scontrò con un elicottero presumibilmente del tipo SH-3H “Sea King”. Le autorità si rifiutarono di fornire le dinamiche dell’incidente ma ammisero che per i danni subiti l’elicottero fu trasportato alla base di Sigonella per essere sottoposto a complesse riparazioni. Il “Sea King”, utilizzato dalla US Navy per la guerra sottomarina, al tempo era adibito al trasporto di testate nucleari di profondità del tipo B57, con una potenza distruttiva variabile dal mezzo kiloton ai 20 kiloton.

Il 22 aprile 1988 un altro elicottero CH-46 si schiantò sul ponte di volo della nave munizioni “USS Mount Baker” durante le operazioni di rifornimento presso il pontile NATO di Augusta. Restò ferito un operaio italiano che stava effettuando sull’unità statunitense dei lavori di manutenzione. La “Mount Baker”, utilizzata al trasporto di carburante e altri materiali infiammabili, era pure adibita allo stoccaggio di testate (convenzionali e nucleari) destinate alle imbarcazioni e ai velivoli d’attacco della marina militare USA. Anche in questo caso le indagini furono precluse all’autorità giudiziaria italiana.

Ventisei anni fa, il 12 luglio 1984, un’identica impenetrabile cortina fu innalzata attorno ai resti del quadrigetto C141B “Starlifter” dell’US Air Force precipitato in contrada Biviere, nel comune di Lentini, Siracusa (nell’incidente morirono i nove militari a bordo). Ancora una volta i militari statunitensi di Sigonella vietarono il soccorso ai mezzi locali e impedirono con la forza che giornalisti e fotoreporter si avvicinassero all’area. “Sentii improvvisamente il rumore di un aereo che volava a bassa quota”, ha raccontato un residente di contrada Biviere. “Presi la macchina fotografica e riuscii a scattare qualche fotogramma appena qualche secondo dopo l’assordante boato. Nel breve volgere di alcuni minuti giunsero i mezzi di soccorso americani. Ricordo che da un automezzo dei pompieri, forse per il forte calore che emanavano i resti del velivolo, esplose un serbatoio contenente una sostanza schiumosa investendo un po’ tutti quelli che erano accorsi. Un militare americano, armato di un grosso fucile a pompa, accortosi che io stavo scattando delle foto, si avventò verso di me tentando di strapparmi dalle mani la macchina fotografica. Non vi riuscì perché ebbi il tempo di scappare”. Massimo fu il riserbo sul carico trasportato dal velivolo e il segreto militare fu esteso pure alle cause di incidente. Per una quarantina di giorni, la strada statale 194 che collega Catania a Ragusa fu interdetta al traffico veicolare.

Solo a seguito di uno studio del colonnello dell’US Air Force Paul M. Hansen sugli incidenti con oggetto i C141B (ottobre 2004), la Flight Safety Foundation di Washington ha pubblicato sul proprio data base una scheda descrittiva di quanto accaduto a Lentini. La fondazione segnala che la destinazione del volo era la base aeronavale di Diego Garcia, Oceano indiano. “Immediatamente dopo il decollo da Sigonella – si legge nella scheda della Flight Safety Foundation – il motore n. 3 del velivolo accusava una grave avaria. Il motore iniziava ad emettere dei rottami che causavano il danneggiamento del motore n. 4. I rottami entravano pure all’interno del compartimento di cargo, incendiando un pallet contenente vernici. L’incendio alle merci trasportate produceva uno spesso fumo velenoso che rendeva il controllo visivo dell’aereo estremamente difficoltoso. L’aereo finiva su un ripido terrapieno ed esplodeva ad appena 198 secondi dal decollo. Gli esami tossicologici effettuati dopo l’incidente indicavano che i membri dell’equipaggio avevano ricevuto potenzialmente livelli fatali di cianuro dal fumo assorbito prima dell’impatto”.

Sono dovuti trascorre più di vent’anni perché sull’incidente aereo di Lentini venisse aperta un’inchiesta da parte della Procura delal Repubblica di Siracusa. L’avvocato Santi Terranova, legale dell’Associazione per bambini leucemici “Manuela e Michele”, ha chiesto di accertare le cause dell’altissimo tasso di malformazioni congenite e dell’anomalo aumento di patologie leucemiche, tumori al cervello e alla tiroide, registrati tra il 1992 e il 1995 nel comprensorio dei comuni di Lentini, Carlentini e Francofonte. Secondo il Registro Tumori della Usl di Siracusa, infatti, il tasso di mortalità in quest’area è tre volte maggiore che nel resto d'Italia. A legare la vicenda del C-141B e lo sviluppo delle patologie oncologiche, l’ipotesi che a bordo del velivolo USA ci fosse un carico di centinaia di chili di uranio impoverito, utilizzato come contrappeso. Secondo il professore Elio Insirello, biologo dell’Istituto di Ricerca Medica e Ambientale di Acireale (Catania) e docente di genetica molecolare all’Università di Messina, esisterebbero “chiare correlazioni tra la presenza di uranio impoverito nell’aereo, il tempo trascorso tra l’incidente e l’entità delle patologie tumorali” riscontrate a Lentini. “Alcuni testimoni oculari affermano inoltre che subito dopo l’impatto fu prelevato uno strato di terreno nell’area interessata, procedura utilizzata per la decontaminazione delle zone colpite da radioattività”, aggiunge Insirello.

Gli scuri contorni della vicenda sono oggetto dello straordinario film-documentario Morire a Lentini, recentemente prodotto dai giornalisti Giacomo Grasso e Natya Migliori della “Gemini Movie” di Catania.

martedì 26 aprile 2011

Decollano da Sigonella i Predator contro la Libia

Operano da Sigonella gli aerei senza pilota UAV MQ-1 Predator che il Pentagono ha destinato per le operazioni di bombardamento in Libia. La notizia, filtrata nei giorni scorsi su alcuni quotidiani statunitensi, ha trovato l’autorevole conferma dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) di Londra. Secondo l’ultimo rapporto del centro studi sulle unità alleate impegnate nell’operazione “Unified Protector”, meno di una settimana fa due squadroni dell’US Air Force con velivoli Predator sono stati schierati nella base siciliana. Un drone è stato utilizzato la prima volta sabato 23 aprile per distruggere una batteria di missili libici nei pressi del porto di Misurata; un secondo raid è stato sferrato invece a Tripoli nella tarda mattinata del 24 contro un sistema anti-aereo “SA-8”. Quest’ultimo attacco avrebbe subito un ritardo sulla tabella di marcia stabilita dagli operatori di terra del Predator. “Nei pressi della postazione missilistica sorge un campo di calcio dove era in corso un incontro di football tra numerosi civili”, riporta una nota del comando NATO per le operazioni di guerra in Libia. “L’attacco è stato eseguito solo dopo che tutte le persone si erano allontanate dall’area suddetta”.

“I velivoli senza pilota Predator accrescono l’abilità delle forze NATO a spiare 24 ore al giorno tra gli angoli più inaccessibili del campo di battaglia libico e a colpire con attenzione e precisione”, ha dichiarato l’ammiraglio Russ Harding, vice-comandante della coalizione alleata. “Questi bombardamenti continueranno e noi chiediamo ai civili che vivono nelle regioni interessate di tenersi il più possibile distanti dalle forze armate di Gheddafi e dalle loro installazioni, in modo di poter colpire con maggiore successo e con il minimo rischio per la popolazione”. Alla luce di quanto avvenuto in Afghanistan, Pakistan e Yemen dove gli UAV hanno prodotto una interminabile sequela di vittime “collaterali”, l’ammonimento USA assume connotati minacciosi e inquietanti. L’autorizzazione del presidente Obama all’impiego dei velivoli teleguidati contro la Libia è giunta poi qualche ora dopo la notizia che quattro missili sganciati da un Predator contro l’accampamento militare di Spinwam, in Pakistan, aveva causato la morte di 25 persone, tra cui cinque donne e quattro bambini.

Realizzato dalla General Atomics Aeronautical Systems Inc., il Predator è descritto come un “aereo senza pilota di medie altitudini e lunga durata”. Di appena 8,22 metri di lunghezza, gode di un’autonomia di volo di 40 ore e può volare sino ad un’altezza di 9.000 metri sul livello del mare. I sensori ottici e i sistemi di video-sorveglianza possono individuare e fotografare qualsiasi target anche in condizioni di intensa nuvolosità. Ma più che un aereo spia, il Predator è un’arma letale da first strike, in grado d’individuare, inseguire ed eliminare l’obiettivo con estrema precisione grazie ai due missili aria-terra a guida laser AGM-114 “Helfire” di cui è armato. Un sistema operativo completo MQ-1 Predator consiste di quattro aerei, una stazione di controllo terrestre, un Predator Primary Satellite Link e del personale addetto alle operazioni di guida e di manutenzione (in forza al 15° e al 17° Squadrone “riconoscimento” della base aerea di Creech-Las Vegas, Nevada).

Per le operazioni d’intelligence e di guida degli attacchi, il Pentagono utilizza pure un altro tipo di velivolo senza pilota, l’RQ-4 Global Hawk (“falco globale”), prodotto dalla Northrop Grumman. Il viceammiraglio William Gortney, in una sua recente intervista alla stampa statunitense, ha confermato che il Global Hawk “sta fornendo una sorveglianza continua del territorio libico, eseguendo missioni di volo dalla base aerea di Sigonella”. Di dimensioni nettamente maggiori del Predator, il “falco globale” gode di un’autonomia di volo ci circa 30 ore e può volare a 60.000 piedi di altezza in qualsiasi condizione meteorologica. Dopo aver ingrandito con i propri visori di bordo le immagini captate e calcolate le coordinate geografiche dei potenziali obiettivi, il Global Hawk invia le informazioni ai centri di analisi terrestri e agli aerei-radar AWACS della NATO (questi ultimi operativi da Trapani-Birgi) che stabiliscono i target da bombardare con i cacciabombardieri, i missili da crociera e gli UAV.  

Il ruolo strategico di Sigonella nelle operazioni in Libia è consacrato pure dai velivoli pattugliatori P-3C “Orion”, gioielli dell’intelligence navale convertiti in aerei d’attacco: la US Navy ha dotato infatti gli “Orion” dei missili aria-superficie AGM-65 “Maverick”, utilizzati per la prima volta a fine marzo a Misurata per distruggere l’unità della Guardia coste “Vittoria” e due piccole imbarcazioni militari libiche. La base siciliana funziona da vero e proprio hub per la movimentazione di uomini, mezzi e sistemi d’arma destinati allo scacchiere libico. Sigonella offre il supporto tecnico-logistico agli aerei a decollo verticale V-22 “Ospreys” (in dotazione all’unità  anfibia USS Kearsarge, nave-comando del gruppo navale d’assalto dislocato nel Mediterraneo), agli elicotteri CH-46 “Sea Knight” e CH-53E “Super Stallion” del Corpo dei marines, e ai cacciabombardieri F-15 ed F-16 “Fighting Falcon” che l’US Air Force ha trasferito nel Canale di Sicilia. Da Sigonella partono inoltre i ricognitori Boeing RC-135 “Rivet Joint”, i velivoli di sorveglianza elettronica EP-3E “Aries II”, quelli per il rilevamento dei segnali radar EA-18G “Growlers” e gli aerei cisterna KC-130 e KC-135 utilizzati per il rifornimento dei velivoli impegnati nei raid, compresi i cacciabombardieri strategici B-2 (gli “aerei invisibili”).

Se l’amministrazione Obama farà sue le richieste del senatore repubblicano John McCain, fautore di un maggiore impegno statunitense nel conflitto contro Gheddafi, a  Sigonella verranno schierati pure gli aerei A-10 “Thunderbolt” e AC 130 “Spectre”, infernali strumenti di morte dell’US Air Force. Il “Thunderbolt” è armato di un cannone lungo più di sei metri, il GAU-8/ “Avenger” (vendicatore), in grado di sparare fino a 4.200 colpi in un minuto. I proiettili di 30 centimetri contengono ognuno 300 grammi di uranio impoverito per perforare blindati e carri armati. Conti alla mano, ad ogni raffica “Avenger” disperde nell’ambiente più di 15 chili di microparticelle radioattive. Lo “Spectre”, invece, può essere dotato, alternativamente, di un cannone da 105 millimetri o da cannoncini da 40 e 25 millimetri con proiettili perforanti anti-carro.

Secondo l’International Institute for Strategic Studies di Londra a Sigonella sono infine schierati sei cacciabombardieri F-16AM dell’aeronautica danese (armati di bombe GBU-49 da 500 libbre); otto cacciaintercettori JAS-39 e un aereo cisterna Tp-84 dell’aeronautica militare svedese; due pattugliatori marittimi Lockheed CP-140 “Aurora” (con missili MK-46 Mod V), canadesi; sei caccia F-16C e un aereo cisterna Boeing KC-135 “Stratotanker”, turchi.

lunedì 18 aprile 2011

Catania-Fontanarossa per la guerra contro la Libia

C’è chi chiede più aerei, più missili e più bombe, chi vorrebbe lo sbarco dei marines e l’intervento delle forze terrestri. Tutti in ordine sparso, il coordinamento tra i comandi è scarsissimo e le divisioni in ambito NATO si fanno giorno per giorno sempre più evidenti. E alla fine, la “coalizione dei volenterosi” in guerra contro la Libia rischia di trasformarsi in un’armata Brancaleone alla nuova crociata del XXI secolo.

Ne sanno qualcosa le forze armate svedesi, tornate ad una missione militare in Africa dopo un’assenza di mezzo secolo (l’ultima volta si era trattato del Congo negli anni ’60). Dopo l’invio a Sigonella di otto caccia multiruolo JAS 39 “Gripen” (Grifone) e la partecipazione alle attività d’interdizione aerea nei cieli di Tripoli e Bengasi, finite le scorte di combustibile, la Swedish Air Force ha scoperto che i velivoli non sono omologati all’uso del carburante in dotazione agli aerei della marina e dell’aeronautica militare USA ospitati nella base aeronavale siciliana. Stop alle operazioni, dunque, e caccia a terra fino a quando non è stata trovata una soluzione d’emergenza. Le autorità italiane hanno consentito ad un aereo cisterna TP 84 (versione scandinava dell’aereo da trasporto C-130 “Hercules”) di utilizzare le piste dell’aeroporto di Catania-Fontanarossa  per rifornirsi di carburante presso la locale stazione Agip. Con buona pace degli attoniti passeggeri che s’interrogano sulla conversione alla guerra di quello che è il principale scalo siciliano e il terzo in Italia come volume di traffico. La Sicilia dunque sempre più trampolino di guerra alla Libia: agli attacchi dei reparti di volo USA e NATO erano già stati destinati Sigonella, Trapani-Birgi e Pantelleria. Adesso c’è pure Fontanarossa…   

Mentre le forze armate svedesi utilizzano per i loro caccia il combustibile Jet A1, utilizzato internazionalmente per i velivoli commerciali, i mezzi in dotazione ai militari USA sono riforniti con il JP-8, più costoso e con tre diversi additivi che consentono migliori funzionalità ai mezzi a basse temperature atmosferiche. Di contro il JP-8 immagazzinato nei depositi di Sigonella e del porto di Augusta (Siracusa) è molto più pericoloso in caso d’incendio o di un suo riversamento nell’ambiente. Il via vai dell’aereo cisterna svedese a Catania-Fontanarossa continuerà sino a quando non diverrà operativo a Sigonella uno speciale equipaggiamento che consentirà la conversione del carburante USA in Jet A1.

La decisione di intervenire in Libia nel quadro della missione NATO Unified Protector è stata assunta dal Parlamento svedese lo scorso 1 aprile. Le azioni dei caccia sono state limitate alla “difesa aerea” e alla “ricognizione”, e dovrebbero essere dunque evitati gli attacchi contro obiettivi al suolo. Per gli scandinavi si tratta però di un’occasione irripetibile per valutare in un teatro di guerra le peculiarità tecniche dello Jas 39 “Gripen”, l’ultimo dei multiruolo entrati in servizio, il cui programma di ricerca e produzione è costato all’erario svedese qualcosa come 11 miliardi di dollari. Con una velocità massima di 2.470 Km all’ora e un’autonomia di volo di 3.200 km., il caccia prodotto dalle industrie Saab è armato di sofisticati e distruttivi sistemi d’arma: un cannone Bk-27 “Mauser” da 27 mm che può impiegare proiettili perforanti e incendiari; 16 bombe a caduta libera del tipo Mk82 da 500 libbre e GBU-Paveway; una trentina tra missili aria-aria AIM-9 “Sidewinder”, AIM-120 “AMRAAM” e IRIS-T, aria-superficie AGM 65 “Maverick e KEPD 350 “Taurus” e anti-nave TBS-15. Il Grifone può inoltre trasportare a bordo le “Bombkapsel BK 90”, le bombe al grappolo di produzione svedese, il cui uso è bandito dalla Convenzione internazionale sulle cosiddette munizioni “Cluster”, ratificata con ritrosità dalle autorità di Stoccolma nel novembre 2008.

Gli otto caccia e l’aereo-cisterna operativi da Sigonella e Catania-Fontanarossa sono stati assegnati alla forza di spedizione aerea che forma il cosiddetto Nordic Battlegroup dell’Unione europea. In totale le forze armate svedesi dispongono per la missione anti-Gheddafi di 130 persone, compresi dieci piloti “Gripen”. I primi tre caccia sono giunti a Sigonella la sera del 2 aprile, dopo essere decollati dalla base aerea del 17° Stormo di Ronneby. Ai piloti era stato ordinato inizialmente di raggiungere l’aeroporto di Decimonannu in Sardegna, ma dopo il decollo fu chiesto loro di dirigersi in Sicilia. Una settimana prima, il ministro della difesa italiano, Ignazio La Russa, in un’intervista al Giornale di Sicilia aveva dichiarato che “è impossibile spostare i voli militari da Trapani a Sigonella, visto che in quella base non c’è spazio, ma anche per motivi di sicurezza”. Numerosi parlamentari e operatori economici siciliani avevano chiesto al governo di dirottare le operazioni di guerra nella grande stazione aeronavale USA per consentire la riapertura al traffico civile dello scalo di Birgi ed evitare il rischio di licenziamento per un centinaio di lavoratori aeroportuali trapanasi. Quello che era però “impossibile” allora (si trattava in buona parte di caccia e velivoli da trasporto italiani) per quali segrete ragioni logistiche e di “sicurezza” veniva miracolosamente risolto per la regia aeronautica militare svedese. Che adesso può pure occupare le piste della vicina Fontanorossa.

mercoledì 13 aprile 2011

Ponte sullo Stretto. Un affare per mafiosi e reduci di Tangentopoli

La costruzione del Ponte sullo Stretto, il problema dell'immigrazione, della crisi libica e molto altro ancora. E' un fiume in piena Antonio Mazzeo, scrittore, giornalista e attivista sociale noto per le sue campagne contro la guerra e le mafie. Nell'intervista rilasciata al nostro giornale affronta diverse tematiche con la lucidità consona di chi ha una conoscenza vasta sull'argomento (vedi Ponte sullo Stretto) e chi possiede il coraggio di denunciare il malaffare insito in tanti progetti poco chiari avviati dalla politica italiana.

Il tuo attivismo nel mondo dell'antimilitarismo e della pace nel mondo è noto a tutti gli addetti ai lavori. Quando nasce questo impegno?

Le atroci immagini del Vietnam e dei conflitti che nel continente africano condannavano alla morte per fame milioni di innocenti, le cronache dei golpe e delle violazioni dei diritti umani in America latina, hanno segnato profondamente la mia adolescenza, ponendomi di fronte agli interrogativi sull'essenza stessa della guerra e dell'ingiustizia, sino a prendere pienamente coscienza che ognuno di noi è chiamato a lottare contro ogni forma di violenza sull'uomo e sull'ambiente, contro le discriminazioni politiche e sociali, le spese militari. Da qui la scelta a 18 anni di dichiararmi obiettore di coscienza e chiedere il riconoscimento al servizio civile alternativo a quello militare. Poi, nell'estate 1981, arrivò la decisione del governo italiano d'installare a Comiso (Ragusa) i 112 missili Cruise del piano di riarmo nucleare della NATO.

Si sviluppò un forte movimento pacifista in Sicilia e nel resto d'Europa ed io sentii il dovere di prenderne parte, dedicando tutto me stesso. Sono stato tra i fondatori del Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina e nel luglio 1982 decisi di trasferirmi a Comiso e contribuire a dar vita, accanto a centinaia di giovani di tutto il mondo, alla straordinaria esperienza del Campo Internazionale per la pace. Furono organizzate partecipate manifestazioni di opposizione nonviolenta e di blocco dei lavori della costruzione della base missilistica. Quindici mesi di ininterrotta presenza, di splendide relazioni umane, di crescita personale e politica che cambiarono per sempre la mia vita. Anni straordinari, ripeto, a cui devo tutto, compreso il mio amore per la scrittura e la denuncia giornalistica, compresa una maggiore conoscenza dei poteri criminali e del loro ruolo nell'economia e nella società siciliana.

Come reputi l'affare del Ponte sullo Stretto, argomento di cui sei fine conoscitore?

Beh hai detto bene, "un affare", ma per pochi intimi, i soliti noti: faccendieri, trafficanti, progettisti, holding finanziarie, qualche banca, politici bipartisan della prima e seconda repubblica, i graziati di Tangentopoli e l'immancabile corte di mafiosi di piccolo e grande calibro. Per i contribuenti e le popolazioni dello Stretto solo un enorme esborso di risorse finanziarie e una immensa tragedia socio-ambientale.

"I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina" è il titolo della tua ultima opera. Cosa ci vuoi comunicare attraverso il tuo saggio?

Che l'idea stessa del Ponte è stata partorita da Padrini ben identificabili e non sempre e solo direttamente affiliati a Cosa Nostra e ‘ndrangheta. Umberto Santino, presidente del Centro Impastato di Palermo (che ha curato la prefazione del volume) spiega perfettamente l'identità di questi Signori: rappresentano la borghesia mafiosa, la classe sociale che impone il modello neoliberista, criminale e criminogeno, delle Grandi Opere, dei saccheggi delle risorse naturali e del depauperamento delle risorse economiche pubbliche.

Mineo e il "Villaggio della Solidarietà" frutto della crisi libica. Che idea ti sei fatto di questo intervento governativo?

Il governo Berlusconi ha replicato in ambito migrazioni e diritto d'asilo il modello emergenziale che ha caratterizzato l'intervento sui rifiuti in Campania o quello per il terremoto e la ricostruzione mai avviata a L'Aquila. Si è creata ad arte la paura, l' "invasione" per giustificare provvedimenti profondamente liberticidi che violano la Costituzione e il diritto internazionale, come la deportazione e la reclusione in un villaggio a "quattro stelle", in pieno deserto, di duemila richiedenti asilo. Uomini e donne in carne ossa fuggiti a guerre immani che vivono in Italia da tempo in attesa che sia loro riconosciuto il diritto alla protezione e che avevano intrapreso un processo di inserimento in realtà concretamente solidali. Il tutto con l'ennesimo trasferimento di ingenti risorse finanziarie dallo Stato ai privati, prima fra tutte la società di costruzioni proprietaria del residence di Mineo, rimasto vuoto dopo la fuga dei militari statunitensi di Sigonella, insoddisfatti dei servizi e della qualità della vita nell'area. E' un business per chi si arricchisce sulla pelle e la reclusione forzata dei migranti, mi riferisco alle associazioni di "volontariato" che non hanno remore morali a gestire i famigerati Cpt, oggi CIE, "centri di reclusione e identificazione".

La "ricetta" sociale e politica di Antonio Mazzeo per una Sicilia migliore.

Ritrovare il gusto, il piacere della partecipazione in prima persona, il rifiuto delle deleghe in bianco ai potenti di turno, la speranza che insieme è possibile ancora imporre trasformazioni sociali, politiche, economiche. La Sicilia è a un bivio: o accentuerà il suo ruolo di portaerei per le guerre in Africa e Medio oriente e di grande ghetto per chi esercita il diritto di fuga dalle tragedie che insanguinano queste aree geografiche, o si convertirà in ponte di dialogo e pace dei popoli del Mediterraneo. Le spinte verso la prima direzione sono potentissime, appaiono onestamente vincenti. Ma possiamo ancora farcela, anzi dobbiamo farcela, ad invertire questo processo. È in gioco la nostra vita e quella dei nostri figli.


Intervista di Mirko Tomasino pubblicata in Siciliamediaweb.it il 13 aprile 2011

Golfo di Augusta sempre più a rischio Chernobyl-Fukushima

Gli abitanti del polo chimico e petrolifero di Augusta-Melilli-Priolo, in provincia di Siracusa, sanno di vivere in una delle aree più a rischio e inquinate d’Italia. Lo chiamano giustamente il “golfo della morte”. Alle spalle, le grotte e le cave naturali dei monti Climiti, per decenni depositi delle armi chimiche in dotazione alle forze armate italiane e statunitensi. Sulla costa, selve di ciminiere, raffinerie e oleodotti: hanno avvelenato le acque e i fondali con arsenico, mercurio, metalli pesanti, diossine, idrocarburi e scorie cancerogene. Infine il porto, uno dei più grandi d’Italia, 6,8 km di pontili dove si movimentano annualmente oltre 31,5 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi. Un’area del complesso è off limits: serve per gli attracchi delle unità della marina militare impegnate nei pattugliamenti del Canale di Sicilia e per rifornire di carburante e munizioni la VI Flotta USA e le navi da guerra degli alleati NATO. Con la guerra alla Libia il via vai militare si è fatto ancora più intenso ed è sempre meno raro osservare nel golfo le minacciose sagome dei sottomarini nucleari delle classi “Ohio” e “Los Angeles” della US Navy, quelli che hanno sferrato gli attacchi con centinaia di missili da crociera “Tomahawk” all’uranio impoverito. Presenze dall’insostenibile impatto ambientale che mettono ancora più a rischio la sicurezza e la salute della popolazione, ignara - stavolta - di convivere a fianco di reattori simili a quelli della famigerata centrale di Chernobyl.

L’intensificarsi nella rada di Augusta dei transiti e delle soste dei sottomarini USA è stato denunciato dalla Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e Legambiente Sicilia. Con un’interrogazione al Presidente della Provinciali Siracusa, il consigliere Alessandro Acquaviva (Gruppo Misto – SEL), ha chiesto invece di sapere “se sono state attuate dagli organi competenti tutte le procedure finalizzate a garantire alla popolazione la conoscenza sui rischi radiologici presenti e sulle eventuali misure di emergenza da adottare in caso di incidente nucleare. “L’art. 130 del decreto legislativo 230/95 – aggiunge Acquaviva - prevede che le popolazioni che risiedono in prossimità degli impianti siano regolarmente aggiornate sulle misure di protezione sanitaria applicate, sulla natura e le caratteristiche della radioattività e suoi effetti sulle persone e sull’ambiente, sul comportamento da adottare in caso d’incidenti e sulle autorità responsabili degli interventi di protezione e soccorso. Le informazioni su quanto accade nel siracusano sono invece inesistenti”. Dove si è invece avuto accesso ai piani di emergenza di altri porti nucleari (La Spezia, Taranto, Gaeta e La Maddalena), la loro valutazione ha dato esiti assai poso rassicuranti. E i punti di attracco e di fonda delle imbarcazioni nucleari sono posti a distanze minime da aree densamente abitate.

I reattori utilizzati per la propulsione di mezzi militari navali pongono serissimi problemi di sicurezza. “I sottomarini nucleari sono inevitabilmente sistemi accident prone, ovvero possono subire vari tipi di incidenti, anche molto gravi, con frequenza notevolmente maggiore rispetto ai sistemi nucleari civili”, segnala uno studio pubblicato nel novembre 2004 dal Politecnico di Torino, a firma di Massimo Zucchetti (docente di Impianti nucleari), Francesco Iannuzzelli (Peacelink) e Vito Francesco Polcaro (CNR). “In campo civile esistono numerosi sistemi di sicurezza e di emergenza che sono obbligatoriamente presenti nel reattore nucleare, senza i quali l’impianto non ottiene il permesso di funzionamento da parte delle autorità preposte. Su un sottomarino, la presenza di questi sistemi è assai più contenuta, per ragioni di spazio, di peso e di funzionalità. Inoltre, essendo vascelli militari, i sottomarini nucleari sono soggetti all’approvazione e alla responsabilità esclusivamente delle autorità militari, notoriamente e costituzionalmente poco sensibili al problema dell’impatto ambientale dei loro armamenti e della salute di coloro che li adoperano. Di conseguenza ci ritroviamo col paradosso che reattori nucleari che non otterrebbero la licenza di esercizio in nessuno dei paesi che utilizzano l’energia atomica, circolano invece liberamente nei mari”.

“I sottomarini sono progettati in genere per resistere alla pressione del mare non oltre i 500 metri di profondità”, aggiungono i tre ricercatori. “Se quindi uno di essi affonda e finisce a profondità maggiori, il vascello si danneggia irrimediabilmente e non si può fare affidamento sul contenimento di eventuali sostanze inquinanti a bordo. Siamo cioè di fronte ad una bomba ecologica aperta e soggetta ad interazione con le acque, incapace di impedire la dispersione nell’ambiente delle sostanze radioattive”. I sommergibili affrontano inoltre condizioni operative, anche in tempo di pace (esercitazioni, pattugliamento, etc.), che “possono comportare altri incidenti come l’esplosione di siluri, collisioni, urti col fondale, dalle conseguenze pericolose per l’impianto nucleare a bordo”. La statistica sul numero e la gravità di incidenti avvenuti in passato a questo tipo di reattori è amplissima, con dispersioni in mare di grandi quantità di radioattività e molte vittime. In quaranta anni, si sono verificate un centinaio di emergenze nucleari o radiologiche. “Ricerche in corso dimostrano la correlazione fra la presenza di sommergibili a propulsione nucleare e la concentrazione di elementi radioattivi alfa-emettitori in matrici biologiche marine”, segnala lo studio del Politecnico di Torino.

“Le caratteristiche dei reattori civili e militari sono analoghe, ma su un mezzo navale non possono essere imbarcate pesanti schermature di cemento e calcestruzzo, né potrà essere sempre garantita nelle vicinanze un’adeguata assistenza in caso di incidente”, segnala il fisico Giuseppe Longo dell’Università di Bologna. Dal punto di vista della tipologia degli incidenti e della quantità di radioattività diffusa, nel caso di navi e sottomarini, oltre alla veicolazione degli inquinanti nell’atmosfera si ha una diffusione anche attraverso l’acqua, con effetti sull’ecosistema marino. Tutt’altro che remota la possibilità di un surriscaldamento del nocciolo del reattore per il mancato funzionamento del circuito di raffreddamento e finanche la fusione parziale o totale del nocciolo, un incidente dalle conseguenze catastrofiche. “La fusione del nocciolo è un evento ipotizzato dai piani di emergenza di Taranto e La Spezia”, rileva il fisico Antonino Drago dell’Università di Napoli. “Ciò provocherebbe un possibile cataclisma tipo maremoto, dovuto allo sfondamento dello scafo da parte del nocciolo che fonde o evapora a milioni di gradi fondendo anche tutto ciò che incontra; si leverebbe una nube radioattiva che spazzerebbe larghe zone seminando morte, provocando un inquinamento del mare in proporzioni inimmaginabili, e in definitiva, attraverso le piogge, dell’acqua potabile e dei prodotti agricoli”.

Un caso di avaria all’impianto di raffreddamento, con conseguente perdita di refrigerante (LOCA = Loss of Cooling Accident) è avvenuto il 12 maggio 2000 al sottomarino d’attacco britannico HMS Tireless, mentre transitava al largo della Sicilia. Dopo aver ha spento il reattore, il comandante chiese di potere fare ingresso in un porto italiano, ma il permesso gli fu negato dalle autorità competenti per motivi di sicurezza. Alla fine il sottomarino si diresse nel porto di Gibilterra; l’entità dei danni subiti dal reattore costrinse l’unità all’ormeggio per diversi anni, generando le proteste della popolazione e una querelle diplomatica fra Gran Bretagna e Spagna.

Una tragedia ancora più grave avvenne venticinque anni prima nelle acque del Mar Ionio meridionale. La notte del 22 novembre 1975, la portaerei USS John F. Kennedy entrò in collisione con l’incrociatore USS Belknap, armato di missili nucleari “Terrier”. A bordo di questa unità scoppiò un incendio che giunse a pochi metri dalle testate (fu lanciato uno dei più alti livelli di allarme nucleare, il cosiddetto broken arrow – freccia spezzata). Le fiamme causarono la morte di 7 uomini dell’equipaggio. “Se le fiamme avessero raggiunto le testate atomiche, sarebbero esplose con effetti facilmente immaginabili, provocando la contaminazione radioattiva di un’area enorme, in teoria gran parte dell’Italia meridionale”, ha commentato l’esperto di Greenpeace International William Arkin, in forza all’esercito USA dal 1974 al 1978. L’incrociatore Belknap, parzialmente distrutto, fu rimorchiato nel porto di Augusta da un’altra unità navale USA. Nella città siciliana approdò il successivo 26 novembre pure la portaerei John F. Kennedy, anch’essa dotata di armi nucleari. Mentre il Belknap restò in rada per diversi giorni, la portaerei lasciò Augusta il 28 novembre per dirigersi a Napoli, dove fu sottoposta ad alcuni lavori di riparazione.

Su quanto accadde realmente quella maledetta notte del 1975 nelle acque ad est della Sicilia esistono scarne informazioni. Un rapporto del giugno 1976 del Comando del Carrier Airborne Early Warning Squadron 125 dell’US Navy ricorda che il 14 novembre 1975 “era stata avviata un’esercitazione di guerra anti-aerea (Anti-Air Warfare Exercise) per valutare ulteriormente le capacità di intercettazione a largo raggio dei velivoli E-2C ed F-14”. “Alle ore 22 del 22 novembre, la Kennedy e il Belknap si urtarono in mare durante le operazioni aeree notturne”, prosegue il rapporto. “Gli E-2C dello Squadrone 125 presero immediatamente il controllo della pista di volo della portaerei e misero rapidamente in salvo tutti gli aeroplani in una struttura diversa, la facility aeronavale di Sigonella, in Italia. A bordo della Kennedy suonarono i sistemi d’allarme e la nave fu impegnata nel combattere le fiamme che si svilupparono. Gli appelli eseguiti per tutta la notte permisero di localizzare tutto il personale dello squadrone, e parecchi degli uomini s’impegnarono attivamente nelle operazioni di spegnimento dell’incendio e di salvataggio”.

Ancora più drammatico il racconto di Tom Pruitt, uno dei militari imbarcati nella fregata USS Bordelon, giunta in soccorso delle unità in collisione. “La task force navale era posta sotto il commando dell’ammiraglio Dixon che seguì ogni fase di quella notte, dando personalmente gli ordini di assistenza al Belknap. Metà dell’incrociatore era investito dalle fiamme e successivamente ho appreso dagli uomini a bordo, che quelli che stavano a prua non sapevano se lo scafo si fosse squarciato a metà. Così come non lo sapevano quelli che stavano a poppa. Inizialmente l’ammiraglio Dixon ordinò alla fregata USS Claude Ricketts di posizionarsi a fianco del Belknap controvento, per spegnere l’incendio. Dopo alcune ore, egli si rese conto che non era questo il lavoro che andava fatto. Fu allora ordinato alla Bordelon di affiancare il Belknap sottovento alle fiamme e al fumo, in modo da poter dirigere il getto d’acqua nell’area dove nessuno poteva accedere in altro modo. Il nostro skipper, George Pierce, tenne la Bordelon a meno di 15 piedi dalla fiancata della Belknap – in mare aperto – fino a quando le fiamme non furono messe sotto controllo. Successivamente la Bordelon rimorchiò il Belknap sino alla baia di Augusta, in Sicilia, e aiutò l’equipaggio dell’incrociatore nelle attività di riparazione che durarono tre giorni”.

La foto di un ufficiale dell’US Navy immortalò l’incrociatore in rada ad Augusta il 23 novembre 1975. Anche se il ponte appare in parte intatto, la struttura d’alluminio dello scafo sembra essersi fusa del tutto.

giovedì 7 aprile 2011

La guerra nel sud Italia dei sottomarini nucleari USA

Sono lo strumento di distruzione più micidiale della coalizione internazionale in guerra contro Gheddafi. Hanno sganciato centinaia di missili “Tomahawk” all’uranio impoverito, spargendo polveri radioattive nelle città e nei villaggi della Libia. Transitano in immersione nei mari del sud Italia, attraversando i corridoi marittimi più trafficati come lo stretto di Messina. Per le loro soste scelgono le popolatissime baie ai piedi di due vulcani, l’Etna e il Vesuvio, accanto a depositi di carburante e munizioni, raffinerie e industrie chimiche. Si tratta dei sottomarini a propulsione nucleare della marina militare USA, impianti antiquati e pericolosi tipo “centrale Chernobyl”, con l’aggravante che se ne vanno a spasso liberi per i nostri mari. Uno di essi è approdato il 4 aprile ad Augusta (Siracusa), in un’area ad altissimo rischio ambientale, sede di un’importante base della Marina militare italiana e del principale polo navale delle forze USA e NATO nel Mediterraneo.

L’arrivo del sottomarino è stato comunicato dalla Capitaneria di Porto della cittadina siciliana. “Visto il vigente piano di emergenza e le norme per la sosta di unità militari a propulsione non convenzionale nel porto di Augusta - si legge nell’ordinanza firmata dal comandante Francesco Frisone - è fatto divieto a tutte le unità navali non specificatamente autorizzate di avvicinarsi, transitare o sostare ad una distanza inferiore a 1.000 metri dalla unità a propulsione non convenzionale posta alla fonda nel punto di latitudine 37° 10′ 18”N e longitudine 015° 14′ 36”E”. Durante le manovre di ingresso e uscita dell’unità militare è stato pure sospeso il traffico mercantile nel golfo di Augusta. Con la guerra la Sicilia è sempre più a sovranità limitata: il più grande porto industriale dell’isola è dichiarato off limits per consentire le spericolate manovre dei sottomarini atomici, l’aeroporto di Trapani-Birgi viene chiuso al traffico civile, l’uso dello spazio aereo di Catania-Fontanarossa viene limitato per non disturbare le missioni dei caccia e dei velivoli senza pilota della vicina base di Sigonella.

Le autorità italiane hanno mantenuto il più stretto riserbo sul sottomarino in rada ad Augusta. Fonti del Pentagono riferiscono che le unità subacquee dislocate nel Canale di Sicilia per bombardare gli obiettivi militari e civili libici sono tre: l’USS Providence (SSN 719), l’USS Scranton (SSN 756) e l’USS Florida (SSGN 728). Ma all’area operativa della VI flotta è pure assegnato l’USS Newport News (SSN 750). Il Providence ha effettuato una sosta tecnica a Gibilterra dal 24 al 28 marzo e pare improbabile che all’equipaggio sia stata concessa un’altra licenza-premio dalla guerra in nord Africa. È presumibile dunque che il sottomarino nucleare approdato in Sicilia sia lo Scranton (già fotografato nelle acque di Augusta il 6 marzo 2011), il Florida (tra il 3 e il 4 marzo in sosta nel porto di Napoli) o il Newport News, transitato da Napoli, secondo il Comando delle forze navali statunitensi in Europa ed Africa, lo scorso 8 marzo. In tutti e tre i casi c’è assai poco da star tranquilli. Scranton e Newport News (come il Providence) appartengono alla classe “Los Angeles”: realizzati nella prima metà degli anni ’80, sono lunghi 110 metri, pesano 6.184 tonnellate, imbarcano 110 uomini e dispongono di un imponente arsenale di morte (siluri Mk48 ADCAP, missili per attacco a terra “Tomahawk” block 3 SLCM con una gittata di 3.100 km. e missili anti-nave “Harpoon”). La loro spinta è assicurata da un reattore ad acqua pressurizzata S6G, dove la S sta per Submarine platform, il 6 per Sixth generation e la G per General Electric, la società realizzatrice dell’impianto nucleare con una potenza di 165 MW.

Ancora più imponente l’USS Florida, sottomarino della classe “Ohio”: varato nei primi anni ’80, è lungo 170 metri e pesa 18.750 tonnellate, mentre il reattore nucleare è indicato con il codice S8G PWR (di ottava generazione) con una potenza di 26,1 MW. Il suo carburante è l’uranio arricchito nell’isotopo U235, sostituito di norma ogni 7-8 anni invece dei 18 mesi previsti per i reattori degli impianti “civili” di terra. Nel 2003 il Florida è stato convertito da sommergibile con lanciatori di missili nucleari balistici intercontinentali (SSBN) a piattaforma lanciamissili per l’attacco a terra (SSGN),  22 gruppi di lanciatori con 7 missili ciascuno BGM-109 “Tomahawk” TLAM. L’attacco sferrato contro la Libia ha segnato il battesimo di fuoco per le unità SSGN della classe “Ohio”. “Questo nuovo guided missile submarine dispone di un potere dodici volte maggiore dei vecchi sommergibili d’attacco della classe “Los Angeles”, e di gran lunga superiore perfino agli incrociatori lanciamissili”, scrive l’attivista Phil Rushton di Peacelink. “Oltre all’equipaggio composto da 159 uomini, il Florida può imbarcare 60 militari SEAL delle Special Operations Forces (SOF), specializzati in operazioni di incursioni segrete, sabotaggio e intelligence, e che dispongono dei propri mezzi sommergibili per arrivare al bersaglio”. L’unità è pure dotata di un sistema di comunicazione di ultima generazione con antenne “High Data Rate”, che le consente di operare da struttura di comando e coordinamento dell’attacco di più mezzi, organizzati intorno al concetto militare di Small Combatant Joint Command Center (piccolo centro combattente di comando congiunto).

Secondo quanto denunciato nel 2004 dall’allora parlamentare dei Verdi Mauro Bulgarelli, oltre ad Augusta e Napoli ci sarebbero altri nove porti italiani in cui vengono periodicamente ospitati sottomarini o unità navali a propulsione nucleare (Brindisi, Cagliari, Castellamare di Stabia, Gaeta, La Maddalena, La Spezia, Livorno, Taranto e Trieste). “Per motivi di sicurezza e per l’impossibilità delle autorità militari di ottemperare secondo legge alle disposizioni delle autorità civili, in nessuno degli attuali porti italiani è ammissibile la presenza di unità nucleari”, afferma l’ingegnere Massimo Zucchetti, professore ordinario di “Impianti nucleari” presso il Politecnico di Torino. Autore del prezioso studio sull’utilizzo nel conflitto in Libia di missili “Tomahawh” all’uranio impoverito, il professore Zucchetti ha avuto modo di esaminare i cosiddetti “piani di emergenza esterna” relativi alla sosta di unità militari a propulsione nucleare nei porti di La Spezia, Taranto, Gaeta e La Maddalena. “L’elaborazione dei piani e la loro pubblicità è richiesta dalla vigente legislazione civile sulla radioprotezione”, spiega il docente. “È indispensabile una informazione completa sui dettagli tecnici relativi all’impianto per effettuare un’analisi incidentale credibile e stimare adeguatamente il rischio. Nel caso di reattori nucleari a bordo di unità navali militari, molte di queste informazioni mancano o sono insufficienti. Quanto sarebbe necessario acquisire, conoscere, ispezionare ed accertare si scontra molto spesso con il segreto militare. Mancano molte delle informazioni che sarebbe necessario ottenere, oppure sono inottenibili o vengono trasmesse mediante comunicazioni da parte della Marina Militare o addirittura della US Navy, con una modalità di autocertificazione che è inaccettabile nel caso dell’analisi di sicurezza di un impianto nucleare”.

Massimo Zucchetti ricorda inoltre come le normative prevedano intorno ai reattori nucleari un’area in cui non sia presente popolazione civile (la cosiddetta “zona di esclusione”), mentre è richiesta, in una fascia esteriore più ampia, una scarsa densità di popolazione per ridurre le dosi collettive in caso di rilasci radioattivi, sia di routine che incidentali. Normalmente, la fascia di rispetto ha un raggio di 1.000 metri e vi sono requisiti di scarsa densità di popolazione per un raggio di non meno di 10 km dall’impianto. “Nell’ambito della localizzazione e del licensing di reattori nucleari civili terrestri, questi requisiti vengono rispettati nella fase di selezione del sito e dell’installazione della centrale”, spiega Zucchetti. “Cosa del tutto diversa nel caso dei reattori nucleari a bordo di unità navali militari, dato che molti dei porti si trovano in aree metropolitane densamente popolate e i punti di attracco e di fonda delle imbarcazioni sono, in alcuni casi, posti a distanze minime dall’abitato”. “La presenza di reattori nucleari in zone densamente popolate – conclude l’ingegnere - provoca poi, in caso di incidente, evidenti difficoltà di gestione dell’emergenza. Anche in caso di messa in opera di avventurose soluzioni di rimedio, l’impatto ambientale è comunque assai rilevante”. L’orrore di Fukushima è tutt’altro che remoto per milioni di inconsapevoli cittadini italiani.

mercoledì 6 aprile 2011

Mineo, profughi Spa

Per l’accoglienza, la Croce Rossa incasserà tre milioni di euro al mese. La proprietaria dell’area 360mila. Più di 20 milioni solo per il 2011. Senza contare gli stipendi. Tutto a carico del contribuente.


Per Berlusconi e Maroni sarà il simbolo in Europa dell’accoglienza rifugiati made in Italy, ma è solo che la riproposizione sul fronte migrazione del modello Emergenza S.p.a., con ingenti flussi di denaro pubblico a favore dei soliti noti. Si tratta del residence di Mineo (Catania), piccolo centro agricolo nel cuore della Sicilia, che prima ospitava i militari USA della base aeronavale di Sigonella e dove adesso sono deportati i richiedenti asilo di tutta Italia e i giovani tunisini scampati all’inferno di Lampedusa. Ibrido giuridico, a metà strada tra un CARA (centro accoglienza per richiedenti) e un CIE (struttura di detenzione per l’identificazione e l’espulsione degli “irregolari”), il residence della solidarietà di Mineo sarà l’inesauribile pozzo di san Patrizio per holding paramilitari, cooperative clientelar-sociali e prestigiosi signori del cemento.

Le organizzazioni siciliane antirazziste hanno già fatto le prime stime dell’affaire. Agli enti che gestiscono i CARA sparsi sul territorio nazionale, il governo versa un contributo che fluttua dai 40 ai 52 euro al giorno per ogni richiedente asilo. Considerato il numero degli “ospiti” di Mineo (già sono 2.000), gli incassi per la mera gestione accoglienza oscilleranno mensilmente dai 2 milioni e 400 mila ai 3 milioni di euro. A beneficiarne sarà la Croce Rossa Italiana, individuata dal Commissario straordinario per l’emergenza immigrati, il prefetto di Palermo Giuseppe Caruso, senza l’indizione di un bando ad evidenza pubblica e la presentazione di un piano dei servizi da gestire. “Sino al 30 giugno 2011, la CRI impiegherà fondi propri destinati alla gestione delle situazioni di emergenza”, precisa il dott. Caruso. Per i restanti sei mesi coperti dal decreto anti-sbarchi ci penserà però il contribuente. Conti alla mano un gruzzolo che a fine anno potrebbe oscillare tra i 14 e i 18 milioni di euro. Pensare che l’accoglienza diluita nei Comuni di mezza Italia, grazie alle reti solidali di enti e associazioni (il cosiddetto sistema Sprar), pesa per non più di 20-22 euro al giorno per rifugiato. Con il vantaggio che si tratta in buona parte di esperienze con forti ricadute sull’economia e l’occupazione locale, come ad esempio accade a Riace, paesino della provincia di Reggio Calabria, riconosciuto internazionalmente come modello d’integrazione cittadini-migranti. A Mineo, invece, si dovrà sperare sulle “pressioni” del presidente della Provincia di Catania e coordinatore regionale del Pdl, Giuseppe Castiglione, perché la Croce Rossa affidi la gestione di alcuni servizi del villaggio alla miriade di cooperative locali, tutte riconducibili al potente consorzio Sol.Co. di Catania interessato da tempo a mettere radici nell’ex residence USA. In fondo si tratterebbe di versare una piccola tassa, ottenendo in cambio il consenso all’operazione dei politici e degli amministratori del luogo. Una fabbrica di soldi e di voti, dunque, il moderno ghetto per rifugiati e deportati.

Il vero affare, quello meno trasparente, è tuttavia quello relativo ai canoni che saranno pagati dal governo per l’utilizzo delle 404 villette presenti nell’infrastruttura. Invece di dirottare i migranti verso le numerose strutture pubbliche dismesse (come ad esempio la ex base missilistica di Comiso, già utilizzata per l’emergenza Kosovo nel 1999), il duo Berlusconi-Maroni ha imposto che il mega-CARA “d’eccellenza” trovasse posto in quello che strumentalmente è stato definito “ex villaggio NATO” ma che in verità è di proprietà della Pizzarotti S.p.A. di Parma, una delle principali società di costruzioni italiane, contractor di fiducia delle forze armate USA (lavori nelle basi di Aviano, Camp Darby, Vicenza e Sigonella). I manager dell’azienda chiedevano allo Stato un contratto di locazione per una durata non inferiore ai 5 anni, ma il Prefetto-Commissario Giuseppe Caruso ha preferito emettere un’ordinanza di requisizione della struttura sino al 31 dicembre. Contestualmente è stata affidata all’Agenzia Territoriale del demanio di Catania la valutazione dell’indennizzo per la Pizzarotti, che per legge non potrà essere inferiore ai valori di mercato. Quanto? È presto fatto. La Marina USA pagava alla società un canone annuo di 8 milioni e mezzo di dollari, più le spese per la gestione dei servizi all’interno del villaggio. Anche a limitarsi all’accattivante offerta fatta direttamente alle famiglie dei militari dopo la rescissione del contratto con il Dipartimento della difesa (900 euro al mese a villetta), alla Pizzarotti non andrebbero meno di 363.000 euro al mese, moltiplicato per i 10 mesi coperti dal decreto di emergenza. Più il canone per l’utilizzo degli altri immobili (uffici, mense, strutture commerciali, palestre, campi da tennis e football, asilo nido, sala per le funzioni religiose e 12 ettari di spazi verdi). Solo per il 2011 il Grand Hotel di Mineo “Deportati & C.” costerà così non meno di una ventina di milioni di euro, senza includere gli stipendi e le indennità missione di oltre un centinaio tra poliziotti, carabinieri e militari dell’Esercito. Un colossale sperpero di risorse in nome della guerra santa alle migrazioni.


Articolo pubblicato in Left – Avvenimenti, n. 13, 1 aprile 2011.

lunedì 4 aprile 2011

Tre centrali nucleari sotto il mare italiano più pericolose di Fukushima

Immaginate quattro centrali nucleari di vecchia generazione (stile Chernobyl per intenderci) che vanno a spasso per il Mediterraneo e che, di tanto in tanto, approdano nei porti italiani; poi immaginate che queste quattro centrali nucleari (dotate sei reattori) siano mobili e pure cariche di missili Cruise o testate nucleari. Non è fantascienza, accade davvero, a pochi passi da noi, nei nostri mari, nei nostri porti. Ne abbiamo parlato con Antonio Mazzeo, giornalista, ricercatore, uno dei massimi esperti di geopolitica mediterranea: “Fukushima? Ne abbiamo almeno quattro nel Mediterraneo”

Cos’è questa storia delle centrali nucleari nel Mediterraneo?
Ne abbiamo almeno quattro, forse cinque se si aggiunge un’unità britannica di cui però non siamo certi: tre sommergibili Usa (il Provvidence, lo Scranton e il Florida) e una portaerei francese, la Charles De Gaulle. Tutte a propulsione nucleare. Pericolosissime.

Come Fukushima?
Peggio. Sono reattori di vecchia generazione, pre-Chernobyl per intenderci, tutti privi di sistemi di protezione e sicurezza e per di più impegnate in operazioni di guerra su cui vige il massimo segreto: se poi consideriamo che queste unità possono imbarcare testate nucleari. Non si sa nulla dei loro movimenti (coperti da segreto militare) ed è solo grazie alle denunce di Greepeace e alle ricerche del professor Zucchetti del politecnico di Torino se oggi sappiamo delle decine di incidenti che si sono verificati in queste sommergibili nucleari.

E approdano nei nostri porti?
Sì, certo. Ad Augusta, provincia di Siracusa, attraccano sottomarini a propulsione nucleare. Augusta è il porto principale per operazioni di rifornimento della VI Flotta Usa, è ed un poll delle Forze Nato. Ma sono coinvolti anche i porti di Napoli, Genova, Livorno, Brindisi, Cagliari. Quello che è grave è che nessun piano di evacuazione delle popolazioni da queste zone è stato mai approntato.

In quali operazioni sono impegnati attualmente queste unità?
Centinaia di attacchi aerei, vere e proprie battaglie navali, inseguimenti di sottomarini nucleari e finanche la sperimentazione di sofisticate armi a comando remoto. Oggi in Libia o come è avvenuto nel febbraio scorso nelle acque siciliane del Mar Ionio con l’esercitazione aeronavale denominata ‘Proud Manta 2011′ a cui hanno partecipato dieci nazioni della Nato

Quali sono i pericoli concreti?
L’emissione di radioattività nei nostri mari, nello Jonio e nel Mediterraneo, è costante anche se viene ben nascosta all’opinione pubblica; Un incendio o il danneggiamento di queste unità navali possono portare a conseguenze disastrose paragonabili agli effetti di Chernobyl. Ci sono numerosi precedenti con i sottomarini russi nel Mar Baltico e nel Mar del Giappone (l’ultimo nel 2008 causato da un’avaria al sistema antincendio) ma anche da noi, in Sardegna, dove nel 2003 si sfiorò il disastro nucleare quando il sottomarino americano Hartford, a propulsione nucleare, s’incagliò nella Secca dei Monaci a poche miglia dalla base di La Maddalena.

Cosa possiamo fare?
Vietare il transito nelle nostre acque territoriali e di approdo nei nostri porti a queste unità navali

Intervista di Massimo Malerba pubblicata in Viola post il 4 aprile 2011

Quando Gheddafi piaceva tanto ai generali USA

Cane furioso, pazzo, sanguinario, assassino. A Washington descrivono così il colonnello Gheddafi, ma alla vigilia della guerra contro la Libia erano tanti gli ufficiali delle forze armate USA a tessere le lodi del leader africano. Era stato persino creato un canale diretto con la famiglia del rais, tanto che il 7 febbraio 2011 - una settimana prima che scoppiasse la rivolta nel paese - il più giovane rampollo di casa Gheddafi, Khamis, veniva ospitato dalla Air Force Academy del Colorado, l’esclusivo centro di formazione dell’aeronautica militare statunitense. “La visita, autorizzata dal Dipartimento di Stato, è stata organizzata da AECOM, società operante nel settore delle infrastrutture con grossi interessi in Libia”, rivela l’agenzia Associated Press. “Nel corso della sua visita, Khamis Gheddafi è stato ricevuto dal decano dell’accademia, generale Dana Born, e dal vice-intendente, colonnello Tamra Rank. Era pure prevista una tappa presso l’accademia militare di West Point (New York), ma il portavoce Francis J. DiMaro Jr. ha negato che essa abbia avuto luogo”.

Rientrato in Libia, il figlio ventisettenne del rais si sarebbe distinto alla guida di una delle brigate inviate a Zawiyah, cittadina a quaranta chilometri da Tripoli, per sedare la rivolta delle forze ribelli. Per le agenzie di stampa occidentali il blitz di sarebbe concluso nel sangue con decine e decine di morti.

Prima del tour di Khamis Gheddafi nelle scuole di guerra USA, erano stati i leader delle forze armate a stelle e strisce a recarsi in Libia ad omaggiare i capi del governo. Nel maggio 2010, ad esempio, il general maggiore William B. Garrett III, comandante al tempo di US Army Africa (la forza di terra per le operazioni nel continente nero ospitata a Vicenza), aveva raggiunto Tripoli per avviare una partnership duratura con l’esercito libico. “I tempi sono cambiati e devono cambiare le nostre relazioni”, dichiarava per l’occasione il generale che oggi guida l’intervento USA in Iraq. “La buona volontà della Libia ad aprire il dialogo con l’esercito statunitense è importante per far crescere la cooperazione regionale. Le discussioni a Tripoli di US Army Africa segnano un passo in vista di un lavoro con i militari libici. Oggi abbiamo una migliore conoscenza degli obiettivi da raggiungere e potremo lavorare insieme in vista della sicurezza, della stabilità e della pace in nord Africa…”. Meta-chiave della visita del generale Garrett, il quartier generale di North African Regional Capability (NARC), il comando della brigata per l’Africa settentrionale facente parte dell’African Standby Force, la forza di pronto intervento e stabilizzazione dell’Unione africana. Al capo delle unità meccanizzate dell’esercito libico, generale Ahmid Auwn, direttore esecutivo NARC, William B. Garrett prometteva l’impegno di US Army Africa a trasformare la brigata nordafricana “in una forza in grado di interagire con le altre forze di stabilizzazione regionale per operazioni a sostegno della pace”.

Il tour del generale USA si concludeva presso la sede del comitato nazionale per la cooperazione tecnica e l’alta scuola di formazione ufficiali libica, dove – come riporta la nota emessa dal comando USA di Vicenza – “ci si è soffermati sull’importanza della standardizzazione delle attrezzature e degli armamenti e sull’addestramento dei futuri leader militari”. “La visita di Garrett – prosegue la nota – segue l’incontro del comitato per la cooperazione militare che si è tenuto a Tripoli a fine febbraio, nel quale i delegati delle forze armate di Libia e Stati Uniti d’America hanno discusso temi d’interesse comune e programmato i prossimi eventi, tra i quali la visita di ufficiali libici alle scuole dell’esercito USA per partecipare a incontri sulla sicurezza delle frontiere e condurre attività congiunte nel settore medico ed elicotteristico”.

Un primo riavvicinamento tra Washington e Tripoli dopo decenni di forti ostilità era avvenuto nel gennaio 2006 quando tre società statunitensi, la ConocoPhillips e la Marathon Oil Corp. di Houston e la Amerada Hess Corp. di New York, avevano ottenuto dalla compagnia petrolifera statale libica l’autorizzazione a riprendere la ricerca e la produzione di idrocarburi nella regione di Waha, in cambio del versamento di 1,83 miliardi di dollari. Dopo l’affare fu riattivato il canale politico-diplomatico e nel settembre del 2008, l’allora segretaria di Stato, Consolezza Rice, si recava a Tripoli per la prima visita ufficiale USA in Libia dopo quella del 1953 di John Foster Dulles. “Questo viaggio segna un nuovo capitolo nella storia delle relazioni tra le due nazioni”, spiegava il vice segretario per gli affari in Medio oriente, David Welch. “La normalizzazione consentirà l’espansione della cooperazione bilaterale in numerose aree, come l’istruzione, la cultura, il commercio, la scienza e la tecnologia, la sicurezza e i diritti umani”. Poi le parole di sincero apprezzamento per l’onnipotente leader della repubblica della Giamahiria. “Io ho incontrate diverse volte il colonnello Gheddafi” dichiarava Welch. “È un uomo di grande personalità ed esperienza. È importante riconoscere che Gheddafi ha assunto alcune decisioni che hanno realmente cambiato lo stato delle cose. La Libia ha iniziato a riconoscere l’isolamento impostole per il suo coinvolgimento in passato in atti di terrorismo. Ha deciso inoltre di rinunciare alle armi di distruzione di massa e ai mezzi per produrle. Ciò è stato verificato dagli Stati Uniti e da altri paesi”.

Tre mesi dopo la storica visita a Tripoli di Condolezza Rice, USA e Libia firmavano un memorandum of understanding per l’avvio di programmi di addestramento congiunto e sviluppo dei sistemi d’arma. Nel marzo 2009, ufficiali della marina militare libica venivano ospitati a bordo della portaerei a propulsione nucleare USS Eisenhower in navigazione nelle acque del Mediterraneo per assistere ai decolli e agli atterraggio dei velivoli imbarcati. Il mese successivo, era un team dell’US Air Force ad essere invitato ad un meeting operativo nello scalo che ospitava gli aerei da trasporto C-130 delle forze armate libiche. Nel maggio 2009, la motovedetta Boutweel della US Coast Guard approdava nel porto di Tobruq: si trattava della prima visita in Libia di un’unità militare statunitense dopo quarant’anni. Sotto il comando delle forze navali USA in Europa e Africa (Napoli), l’imbarcazione era impegnata in attività di pattugliamento, interdizione e lotta alla pirateria nelle acque del Corno d’Africa e del Golfo Persico. Durante la sosta a Tobruq, sulla Boutweel venivano ospitati ufficiali libici per dei breafing sulla ricerca e i salvataggi marittimi, il controllo dei sistemi di sicurezza navali e l’uso dei mezzi d’identificazione automatica.

Da annoverare infine le cordiali relazioni dei militari libici con US Africom, il comando per le operazioni nel continente africano istituito dal Pentagono. Nel settembre 2009, una delegazione ad alto livello composta dai colonnelli Mustafa Washahi, Mohamed Abdelgane e Mohamed Algale veniva ricevuta nel quartier generale di Stoccarda (Germania) dal comandante in capo di Africom, generale William E. Ward, dal viceammiraglio Robert T. Moeller, responsabile per le operazioni militari, e dall’ambasciatore Tonu Holmes, coordinatore delle attività civili-militari. Gli ufficiali libici venivano pure invitati nella base aerea di Ramstein, sede del comando delle forze aree USA in Europa ed Africa, negli studi dell’emittente radiotelevisiva delle forze armate AFN-Europe di Mannheim e nella redazione del quotidiano Stars and Stripes di Kaiserslautern. Il generale William E. Ward avrebbe ricambiato il viaggio di cortesia recandosi in due occasioni a Tripoli. “Ho avuto un incontro cordiale ed amichevole con il colonnello Gheddafi con cui ho parlato del Comando USA per l’Africa”, racconterà Ward ai cronisti di Al Musallh, l’organo ufficiale delle forze armate libiche. “Sono molto contento di aver avuto il modo di trascorrere del tempo con lui per parlare di cose importanti. Abbiamo discusso su questioni relative alla sicurezza in Africa e su come possiamo lavorare insieme per raggiungere i comuni obiettivi della pace e della stabilità. Noi possiamo sostenere questi sforzi in settori come l’addestramento militare e la fornitura limitata di equipaggiamento per far crescere le capacità operative libiche”. Per il generale Ward, Tripoli potrebbe giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo delle brigate d’intervento dell’Unione africana, a cui il Dipartimento di Stato e della Difesa hanno destinato un apposito programma di assistenza, affidandone la gestione ad US Africom. “Penso che il Colonnello sia stato felice di ascoltarmi e che alla fine della conversazione abbia apprezzato le informazioni che gli ho fornito sugli obiettivi e le aspirazioni del nostro comando”, ricordava Ward su Al Musallh. Ancora uno stregone corteggiato dall’Impero.