I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

giovedì 31 marzo 2011

Quella portaerei, di nome Sicilia

I marines di Sigonella, l'aviazione italiana di Trapani, i depositi di munizioni di Augusta, gli hangar di Pantelleria e i centri radar e logistici sparsi per l'isola. Ecco le infrastrutture e le armi usate nelle operazioni militari in Libia.

Tre scali aerei, i porti, numerose postazioni radar, depositi di munizioni e carburante. Il conflitto scatenato contro la Libia ha trasformato la Sicilia in un’immensa portaerei da dove decollano 24 ore al giorno i caccia e gli aerei-spia della variegata coalizione multinazionale anti-Gheddafi. Il cuore di buona parte dei raid pulsa tra le decine di comandi ospitati a Sigonella, alle porte di Catania, la principale stazione aeronavale delle forze armate statunitensi nel Mediterraneo. A Sigonella vivono quasi 5.000 marines che hanno combattuto negli scacchieri di guerra mediorientali e africani, nei Balcani e in Caucaso. Dal 2004 ospita il Combined Task Force 67, il comando che sovrintende alle operazioni delle forze aeree della Marina USA, come i cacciaintercettori F-15, i pattugliatori marittimi P3-C “Orion”, i velivoli di sorveglianza elettronica EP-3E e per il rilevamento dei segnali radar EA-18G “Growlers”, questi ultimi determinanti per annientare le postazioni della contraerea libica.

Lo scalo offre il supporto tecnico-logistico e il rifornimento munizioni e carburante agli aerei a decollo verticale V-22 “Ospreys” e agli elicotteri d’assalto CH-46 “Sea Knight” e CH-53E “Super Stallion” del Corpo dei marines, imbarcati sulle unità che assediano la costa nordafricana, e ai 15 cacciabombardieri F-15, F-16 e B-2 (gli “aerei invisibili”) che l’US Air Force ha trasferito nel Canale di Sicilia. Da Sigonella partono anche gli aerei cisterna KC-130 e KC-135 utilizzati per il rifornimento in volo dei velivoli impegnati nei raid. Oltre ai mezzi statunitensi, dalla base sono operativi sei caccia F-16 dell’aeronautica danesi, a cui potrebbero aggiungersi gli intercettori di Canada, Norvegia e Spagna. Coinvolti nella missione in Libia sono infine i reparti USA schierati stabilmente a Sigonella, come l’Helicopter Combat Support Squadron HC-4, il Fleet Logistic Support Squadron VR-24 e il 25° Squadrone Antisommergibile della US Navy. Un cocktail di strumenti di morte a cui l’aeronautica militare italiana non fa mancare il suo contributo: a nove pattugliatori “Atlantic” del 41° Storno antisommergibile è stato affidato infatti il controllo dello spazio aereo e marittimo prospiciente del Mediterraneo centrale.

La cosiddetta operazione Odissey Dawn ha però il pregio di offrire una concreta opportunità per sperimentare sul campo i nuovi aerei senza pilota UAV “Global Hawk” che l’US Air Force ha iniziato a dislocare a Sigonella nell’ottobre 2010 in vista della sua trasformazione in “capitale internazionale” dei giganteschi aerei utilizzati per lo spionaggio e la direzione degli attacchi, convenzionali e nucleari, contro ogni possibile obiettivo nemico in Europa, Asia ed Africa. Stando ai piani del Pentagono, nella base siciliana dovrebbe operare entro il 2012 un plotone di 4-5 “Global Hawk”, mentre altri 5 velivoli UAV potrebbero essere assegnati entro anche ai reparti della Marina USA presenti in Sicilia. A questo fine si sta realizzando un enorme complesso per la manutenzione dei “Global Hawk”, un programma considerato “strategico” dal Dipartimento della difesa, e i cui lavori multimilionari sono stati appaltati alla CMC di Ravenna (Legacoop). La NATO, da parte sua, nel febbraio 2009, ha scelto la stazione aeronavale quale “principale base operativa” dell’Alliance Ground Surveillance – AGS, il nuovo sistema di sorveglianza terrestre dell’Alleanza Atlantica. Entro il 2014, giungeranno a Sigonella 800 militari, sei velivoli “Global Hawk” di ultima generazione e le stazioni fisse e trasportabili progettate per supportare il dispiegamento in tempi rapidissimi e in qualsiasi scacchiere internazionale delle unità terrestri, aeree e navali della Forza di Risposta (NRF) della NATO.

Scalo di dimensioni più ridotte ma di uguale importanza strategica per la guerra alla Libia è quello di Trapani-Birgi. Sede dal 1984 ospita della NATO Airborne Early Warning and Control Force dotata dei velivoli radar Awacs, Trapani-Birgi ospita i cacciabombardieri F-16 del 37° Stormo dell’Aeronautica militare italiana, disponibili per le intercettazioni aeree e il bombardamento di obiettivi terrestri. È in questo scalo che il ministro della difesa La Russa ha fatto confluire i “gioielli” di morte destinati al fronte libico: quattro caccia “Tornado” del 50° Stormo di Piacenza nella versione Ecr (specializzati nella guerra elettronica e nella distruzione delle difese aeree), e due “Tornado” Ids del 6° Stormo di Ghedi per il rifornimento in volo e/o l’attacco contro target terrestri. A secondo della missione, i “Tornado” possono essere armati con i missili “anti-radar” Agm-88 Harm, con gli aria-aria Aim-9 e con gli aria-suolo “Storm Shadow”, questi ultimi con caratteristiche Stealth, una testata esplosiva perforante in grado di distruggere bunker protetti ed una gittata di circa 500 km. A Trapani sono pure atterrati i caccia supersonici Eurofighter 2000 “Typhoon” del 4° Stormo di Grosseto, velivoli con una bassa superficie riflettente al radar e forniti di missili aria-aria a guida infrarossa “DiehIris” per l’attacco ravvicinato ed Aim 120 per bersagli a 40 km di distanza. Completano lo schieramento quattro cacciabombardieri F-18 dell’aeronautica militare canadese, tra i più impegnati nei bombardamenti.

Tutti i velivoli della coalizione possono utilizzare in qualsiasi momento le due piste di volo e il mega-hangar “Pier Luigi Nervi” ricavato all’interno di una collina dell’isola di Pantelleria - la postazione più avanzata di Odissey Dawn - capace di ospitare sino ad una cinquantina di aerei da guerra. Nello scalo sono stati completati di recente i lavori di ampliamento delle piste e di ristrutturazione dell’aerostazione che ha assunto un ruolo chiave nelle attività anti-migranti. D’importanza strategica pure alcuni impianti radar disseminati in Sicilia, a partire dal centro di Mezzogregorio (Siracusa), a cui è assegnato il compito di elaborare le informazioni raccolte da aerei, unità navali e dalle squadriglie radar dell’Ami presenti nell’isola di Lampedusa e a Marsala. I dati vengono poi trasferiti al Comando operativo delle forze aeree (COFA) di Poggio Renatico (Ferrara), il più grande centro di intelligence delle forze armate in Italia. Il Dipartimento della difesa USA può contare invece sui sofisticati sistemi di telecomunicazione di Sigonella e sulla stazione di Niscemi (Caltanissetta), dove sorgono una quarantina di antenne a bassissima frequenza per la trasmissione degli ordini di attacco ai sottomarini a propulsione nucleare. Tre di questi, in immersione nel Mediterraneo, hanno già lanciato contro la Libia decine di missili da crociera “Tomahawk” contenenti al proprio interno uranio impoverito. La centralità di Niscemi nell’assetto delle comunicazioni belliche è destinato a crescere: la base è stata prescelta per ospitare una delle quattro stazioni mondiali del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare USA, il cosiddetto “MUOS”, la cui emissione di microonde comporterà insostenibili rischi per la salute e la sicurezza della popolazione locale.

Ad assicurare le operazioni di rifornimento delle navi da guerra e dei sottomarini statunitensi, italiani e dei paesi partner è la base navale di Augusta (Siracusa), in una delle aree a più alto rischio ambientale d’Italia per la presenza di raffinerie, industrie chimiche, depositi di armi, ecc.. Augusta è classificata in ambito militare quale NATO facility ed è utilizzata dall’Alleanza atlantica e dalla VI Flotta USA per lo stoccaggio delle munizioni e deposito POL (petrolio, nafta e lubrificanti). Decine di elicotteri da trasporto fanno da ponte con la vicina base Sigonella, sorvolando popolati centri urbani. I morti di questa guerra sono invisibili. Gli angeli sterminatori, no.

Articolo pubblicato in Left - Avvenimenti, n. 12 del 25 marzo 2011

lunedì 28 marzo 2011

Il mercato criminale dell’industria italiana delle armi

Cannoni, missili, carri armati, fucili, pistole, caccia e bombardieri. Produciamo strumenti di guerra di ogni tipologia per il mercato globale, finanche braccialetti e manette che produco scariche elettriche da 50.000 volt, veri e propri sistemi di tortura per detenuti e migranti. Un business che non conosce crisi e che consente all’industria militare di affermarsi tra le prime cinque produttrici al mondo. Tra il 2008 e il 2009, quando tutti i settori produttivi del made in Italy registravano tassi di crescita negativi, l’export di armamenti è cresciuto del 74%. Un mercato che si caratterizza per essere tre volte criminale e criminogeno. Perché genera morti in ogni angolo della terra, orami quasi sempre e solo vittime civili ed innocenti, donne, bambini. Perché divora enormi risorse economiche-finanziarie e naturali, depauperando il pianeta e condannando inesorabilmente miliardi di persone alla fame e al sottosviluppo. Perché gli immensi profitti si dividono tra una ristretta minoranza di attori, manager, industriali, generali, politici, trafficanti (o più prosaicamente “mediatori”) e l’immancabile corte di faccendieri in odor di mafia.

Una zona grigia di illegalità in cui le potenti lobby dei mercanti prosperano aggirando la legge 185 del 1990 che disciplina il commercio delle armi e che vieta in particolare, le vendite ai paesi belligeranti, a quelli sottoposti ad embargo Onu e dell’Unione Europea e a quelli i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. La lista dei destinatari dei gioielli di morte del complesso militare industriale italiano è proprio “nera”: al primo posto c’è la petromonarchia dell’Arabia Saudita (commesse per 1.100 milioni di euro), poi il Qatar (317), l’India (242), gli Emirati Arabi Uniti (176), il Marocco (112), la Libia (59), la Nigeria (50), la Colombia (44), l’Oman (37). Sembra più un elenco della geopolitica della guerra totale e permanente, dei diritti violati e negati e delle discriminazioni di genere e minoranze nazionali. Ma nel bel paese vige l’indifferenza e il cinismo. Così i parlamentari e i politici che si stracciano le vesti per le sorti di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata a morte per lapidazione, restano in perfetto silenzio di fronte al fatto che tra gli stati lapidatori compaiono proprio quattro dei principali partner dell’industria di morte italiana. È a loro che sono state esportate nel 2009 più del 50% delle armi prodotte da Finmeccanica, la holding del settore a capitale in parte pubblico.

Con gli emiri in particolare, si profilano all’orizzonte affari a nove zeri. Dopo il voto unanime del Parlamento italiano - il 28 ottobre 2009 - che ha ratificato l’accordo di “cooperazione nel settore della sicurezza” firmato sei anni prima dall’allora ministro della difesa Martino e dal principe ereditario di Dubai e ministro della difesa degli EAU, sceicco Mohamed Bin Rashid Al Maktoum, sono state esemplificate le procedure di trasferimento di armamenti, munizionamenti, mine, propellenti, satelliti, sistemi tecnologici di comunicazione e per la guerra elettronica. Scambi che potranno avvenire anche in deroga alla legge 185 e che consentiranno la triangolazione di armi «a Paesi terzi senza il preventivo benestare del Paese cedente». E l’accordo di mutua cooperazione è stato prontamente festeggiato da Finmeccanica con una maxi-commessa da due miliardi di dollari: gli Emirati hanno affidato alla controllata Alenia Aermacchi la fornitura di 48 bimotori M-346 “Master” che saranno utilizzati per l’“attacco leggero” (sganciamento di bombe sino a 3.000 kg) e l’addestramento avanzato dei piloti destinati ai cacciabombardieri Eurofighter, Rafale, F-16, F-22 ed F-35 “Joint Strike Fighter”, acquistati di recente dall’aeronautica militare EAU.

Quando non è possibile mettere nero su bianco su triangolazioni e trasferimenti a paesi in guerra c’è sempre pronto a dare una mano l’alleato d’oltreoceano. Qualche mese fa il comandante della coalizione Usa-Nato in Afghanistan, generale Stanley McChrystal, ha rivelato all’agenzia Reuters la consegna alle forze armate afgane di due aerei da trasporto C-27A “Spartan” in dotazione dell’US Air Force, mentre altri 18 velivoli dello stesso modello saranno consegnati entro il 2011. Come dichiarato dall’alto ufficiale statunitense, «questo programma consentirà all’aviazione militare afgana di raddoppiare le proprie dimensioni per operare con efficacia dopo essere rapidamente caduta in disgrazia con l’avvento dei talebani». Velivoli prodotti nelle corporation a stelle e a strisce? Assolutamente no. I due biturboelica C-27A erano stati acquistati nel 1990 in Italia all’allora Aeritalia, oggi Alenia Aeronautica (Finmeccanica). Si tratta di una versione leggermente modificata degli aerei da trasporto G.222, in dotazione sino al 2005 alla 46^ Aerobrigata dell’Aeronautica militare di Pisa. Si dà poi il caso che il 19 settembre del 2008, proprio 18 G.222 ex AMI erano stati ceduti dal ministero della difesa italiano agli Stati Uniti in cambio di 287 milioni di dollari. Inutile aggiungere che si tratta proprio degli “Spartan” che il Pentagono consegnerà all’Afghan National Army Corps dopo che saranno conclusi i lavori di ricondizionamento delle apparecchiature di bordo, probabilmente proprio negli stabilimenti di Alenia. Anche stavolta da registrare l’imbarazzato no-comment del ministero della difesa e dei parlamentari di destra, centrodestra e centrosinistra.  

Con un altro accordo di “cooperazione” sottoscritto da Silvio Berlusconi e dal colonnello Gheddafi, Italia e Libia hanno chiuso la lunga contesa post-coloniale. In nome della comune lotta all’immigrazione “irregolare”, si è dato il via ai pattugliamenti navali congiunti e alla realizzazione in pieno deserto di carceri-lager per richiedenti asilo in fuga dagli inferni del Corno d’Africa, Iraq e Afghanistan. Ma il vero cuore dell’intesa sta negli affari e nelle commesse per le fabbriche di armi. Con il disgelo italo-libico l’AgustaWestland ha trasferito alle forze armate locali 10 elicotteri A109 Power, valore 80 milioni di euro, che saranno utilizzati per il «controllo delle frontiere». La stessa società italiana, da tempo immemorabile al centro di inchieste giudiziarie, scandali e mazzette, ha pure sottoscritto un accordo con la Libyan Company for Aviation Industry per costituire una joint venture per lo sviluppo di attività nel settore aeronautico e dei sistemi di sicurezza. Finmeccanica, la holding che detiene il controllo di AgustaWestland, ha invece firmato un accordo con Tripoli per la creazione di una joint venture nel campo dell’elettronica e dei sistemi militari di telecomunicazione. Nel gennaio 2008, è stata la volta di Alenia Aeronautica a siglare con il ministero dell’Interno libico un contratto del valore di oltre 31 milioni di euro per la fornitura del velivolo da pattugliamento marittimo ATR-42MP “Surveyor”. Sempre nel campo della “homeland security” (o della militarizzazione in funzione anti-migranti), Selex Sistemi Integrati realizzerà un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini della Libia e fornirà direttamente sul campo l’addestramento degli operatori e dei manutentori.

Altro pozzo di San Patrizio dell’export di guerra italiano è un altro paese leader della lotta ai migranti, il Marocco. Dal 1973 occupa militarmente l’ex Sahara spagnolo, massacrando attivisti indipendentisti, deportando intere comunità, disseminando di mine anti-uomo il muro-frontiera di oltre 3.000 chilometri realizzato per isolare i territori occupati. Per numerose organizzazioni non governative internazionali, il Marocco ha collaborato attivamente con gli Stati Uniti d’America nelle extraordinary rendition, i sequestri di presunti terroristi islamici, poi deportati nelle supercarceri di Medio oriente e Guantanamo, ed ospiterebbe ancora un centro di detenzione segreto per vecchi e nuovi desaparecidos. Amnesty International denuncia che in Marocco «sono aumentati nel 2009 gli attacchi alla libertà di espressione, di associazione e di riunione» e che «difensori dei diritti umani e giornalisti fautori dell’autodeterminazione del Sahara Occidentale sono incorsi in vessazioni, arresti e perseguimenti giudiziari». «Le autorità hanno continuato ad arrestare ed espellere cittadini stranieri sospettati di essere migranti irregolari senza prendere in considerazione le loro singole necessità di protezione o permettere loro di contestare l’espulsione», aggiunge Amnesty International. «Alcuni sarebbero stati scaricati al confine con l’Algeria o la Mauritania, senza adeguate quantità di cibo e acqua». Per rendersi conto che aria si respira in uno dei principali partner dell’establishment politico-militare industriale italiano, si pensi a quanto accaduto lo scorso 8 novembre, quando le forze armate marocchine attaccarono e distrussero il campo rifugiati di Gdeim Izik, nella capitale sahrawi di Al Aaiun. Per il Fronte Polisario si è trattato di un massacro senza precedenti: 21 i morti civili, 723 i feriti e 159 i “dispersi”.

Le più importanti commesse al Marocco? A fine 2008 l’immancabile Alenia Aeronautica ha siglato un contratto del valore di circa 130 milioni di euro per la fornitura di quattro velivoli C-27J, lo stesso aereo da trasporto e per il lancio di paracadutisti girato all’Afghanistan via Washington. In joint venture con Eads, Alenia Aeronautica consegnerà pure due Atr 42-600 e quattro Atr 72-600 alla compagnia di bandiera Royal Air Maroc. Apparecchiature integrate per comunicazioni e controllo terrestri prodotte da Selex Communications finiranno al FAR du Maroc, le forze armate marocchine che non mancheranno di utilizzarle in funzione anti-Polisario e anti-migranti. La marina militare marocchina si doterà invece delle nuove fregate multimissione FREMM co-prodotte da Francia (Thales e DCNS) e Italia (Fincantieri e Finmeccanica). Le fregate saranno superarmate: siluri MU90, missili Exocet MM40 e Aster 15 ed i cannoni 76/62 SR stealth della OTO Melara, altra società Finmeccanica. Con le autorità marocchine starebbe per essere avviato pure un programma per insediare a Casablanca un polo aeronautico per la fabbricazione di componenti meccaniche destinate a velivoli civili e militari che vedrebbe la compartecipazione (o forse meglio la terziarizzazione e delocalizzazione) di alcune delle maggiori imprese aeronautiche italiane.

La lobby filo-marocchina è assai potente tra parlamentari, ministri e industriali nostrani e non c’è stata inchiesta giudiziaria negli ultimi decenni che non abbia individuato transazioni più che sospette sulla rotta Roma-Rabat. Nel 1992 erano state le Procure della Repubblica di Messina a Catania a indagare su un gruppo di faccendieri in stretto contatto con una delle più potenti cosche mafiose siciliane (quella etnea capeggiata da Benedetto “Nitto” Santapaola), che stava mediando la fornitura di armamenti prodotti dalla Breda Meccaniche Bresciane alla marina, all’esercito e all’aviazione del Marocco. L’inchiesta, come buona parte di quelle che tentano di colpire i santuari dei mercanti di morte, si concluse nel nulla. Quattro anni dopo però la Guardia di finanza di Firenze recuperò le montagne di intercettazioni telefoniche ed ambientali prodotte e inviò un’informativa alla Procura di La Spezia che indagava su quella che era stata definita la “nuova P-2”, l’ennesima organizzazione paramassonica in grado di “deviare” il funzionamento di istituzioni, istituti bancari ed holding industriali dell’Italia a sovranità assai limitata. Utilissimo rileggere alcuni dei passi dedicati al funzionamento del sistema criminale tessuto dai mercanti di morte, basati sulle risultanze delle indagini su mafie, droga ed armi condotte nei primi anni ’80 dall’allora giudice istruttore di Trento, Carlo Palermo. «La fusione tra interessi pubblici e interessi commerciali e la compenetrazione di uomini, istituzioni e risorse appartenenti alla sfera statale e al mercato rende difficile distinguere confini e responsabilità», scrivono i militari della  GdF. «La visibilità di tali gruppi di potere emerge solo in circostanze eccezionali, come le inchieste parlamentari e della magistratura, oppure in occasione di fatti di cronaca particolarmente eclatanti come lo “scandalo Lockeed” in Europa all’inizio degli anni ’70, o l’emergere della loggia P2 in Italia all’inizio degli anni ’80».

In particolare, il giudice Palermo era giunto a definire tre «diverse costellazioni» di poteri collegate alla produzione e al commercio delle armi. La prima comprende gli apparati imprenditoriali e finanziari delle industrie produttrici di armamenti, operanti in strettissimo collegamento con l’establishment militare ed i vertici dei servizi di sicurezza di quasi tutti i paesi. «I circoli in questione costituiscono l’elemento di continuità nel business dell’esportazione di armi, e la loro particolare collocazione li rende nello stesso tempo “fedeli al sistema” ed autonomi dal potere politico del momento, specie nei paesi caratterizzati da un tasso elevato di instabilità governativa. La tendenza di tali gruppi è quella di accrescere la propria coesione ed impermeabilità tramite la costituzione di associazioni segrete o semiclandestine, e di collegarsi a singoli esponenti politici di rilievo piuttosto che a partiti o correnti politiche».

Il secondo gruppo di potere comprende i mediatori e i commercianti all’ingrosso e al minuto, quasi sempre alle dipendenze dirette o in stretto collegamento con le industrie produttrici. «È presso tale categoria che troviamo gli “incroci”, molto frequenti con il mondo della droga e della finanza clandestina», prosegue l’informativa. «Si tratta della naturale tendenza ad usare circuiti di scambio semisegreti attivati per la circolazione di una data merce e per il commercio di altre merci: oggi le armi, domani gli stupefacenti, poi le informazioni politico-militari, l’alta tecnologia ecc. I motori del tutto sono quelli di sempre. Profitto economico ed ambizioni di potenza. Con l’aggiunta di una componente sempre più rilevante di “professionismo illegale”, causato dalla moltiplicazione dei soggetti e dei canali del mercato illecito». Infine il terzo tipo di coalizione di potere interessata all’esportazione di armi, composta da personalità politiche ai vertici istituzionali, in grado di percepire tangenti sulle vendite o sugli acquisti.

Un vero e proprio di blocco di potere i cui contorni sono stati ben delineati dalle indagini sui traffici gestiti dal pool di operatori vicini alle cosche siciliane e ai grandi manager militar-industriali. Oltre alla fornitura di materiali di armamento al Marocco, l’organizzazione stava seguendo freneticamente l’affare relativo alla vendita alla Guardia nazionale dell’Arabia Saudita di dodici elicotteri CH47 per il trasporto truppe ed armamenti, di produzione “Agusta SpA”. Il trasferimento dei mezzi da guerra vide scendere in campo le massime autorità saudite. Nel corso di una telefonata del 15 giugno 1992 tra un faccendiere siciliano e l’allora direttore generale dell’industria bellica, il primo forniva l’identità del suo diretto interlocutore: «È lo sceicco Hassan Hennany a tenere le fila con re Fahd. Hennany è il segretario del principe Feisal ben Fahd, il figlio del sovrano d’Arabia, e può darci una mano a vendere elicotteri anche al Marocco». Il mese precedente, lo stesso faccendiere e alcuni personaggi in contatto con i clan mafiosi erano stati ospiti del saudita a bordo del suo yacht ormeggiato a Cannes. I particolari di quell’incontro erano stati raccontati dal responsabile per le relazioni estere di Forza Italia al direttore commerciale di Pubblitalia-Fininvest, Alberto Dell’Utri. «In questi giorni sapremo le date, te le comunico e ci incontriamo. Ok?», dichiarava l’alto dirigente di Forza Italia. Poi aggiungeva: «Se per caso il tuo presidente, se potesse venire per dire... un incontro. Perché c’è pure in grande pompa magna quell’Hennany. Alberto, io non ci sto dormendo la notte!».

L’identità del “presidente” prendeva forma nel corso di una telefonata intercorsa il 3 giugno 1992 tra due delle persone sottoposte ad indagine. «Scusami Aldo, noi lunedì c’incontriamo. Possiamo parlare con questo Berlusconi o no?», domandava uno di essi. «Gioia mia, mi auguro di sì. Io non te lo posso dire in questo momento e neanche lui me lo sa dire», la risposta.

martedì 22 marzo 2011

Sicilia armata. L'isola non lo sa ma è in guerra

L'isola non lo sa ma è in guerra, e gioca un ruolo strategico nei conflitti stellari del XXI secolo. Intanto alla popolazione toccano scorie, onde elettromagnetiche e inquinamento ambientale 

Quello che i Siciliani non devono sapere. Di vivere in un’isola ostaggio delle organizzazioni criminali, crocevia dei traffici d’armi e dei veleni radioattivi provenienti dalle centrali di mezzo mondo. E di operare, soprattutto, a bordo della più micidiale portaerei di un’alleanza militare che ha dichiarato guerra, unilateralmente, ai popoli e ai migranti di Africa, Medio Oriente ed Asia. In Sicilia proliferano basi, caserme, porti, stazioni di telecomunicazione, comandi per le Guerre Stellari del XXI secolo. Inestimabili risorse finanziarie e naturali vengono triturate da superpotenti macchine di distruzione di massa.
Capitale dell’Isola Armata è Sigonella, una base aeronavale alle porte di Catania dove operano quasi 5.000 militari statunitensi, dal 1973 al centro di tutte le operazioni di guerra del Pentagono e della NATO. I velivoli e gli elicotteri che vi sono ospitati sono stati tra i protagonisti diretti dei bombardamento del Kosovo e della Serbia (primavera del 1999), delle operazioni di guerra in Afghanistan e in Iraq e delle missioni d’intelligence nelle regioni sub-sahariene e della campagna anti-pirateria nelle acque del Corno d’Africa.
Quotidianamente decine di cacciabombardieri e aerei da trasporto atterrano nella grande base siciliana, incrociando pericolosamente le loro rotte con i voli civili - da e per - l’aeroporto civile di Fontanarossa, il terzo più grande in Italia come volume di traffico. Con il piano di Washington di potenziamento degli interventi nel continente africano, Sigonella sarà trasformata nella principale base mondiale dei Global Hawk, i giganteschi aerei senza pilota utilizzati per lo spionaggio e la direzione degli attacchi convenzionali e nucleari contro ogni possibile obiettivo “nemico”. La NATO, bontà sua, farà di meglio. Accanto ad ulteriori squadriglie di Global Hawk, installerà a Sigonella i centri di comando e controllo del nuovo sistema di vigilanza terrestre dell’alleanza, l’AGS, un Grande Orecchio e Fratello che intercetterà qualsivoglia comunicazione in Europa e nel Mediterraneo.

Sempre a Sigonella doveva sorgere una delle quattro stazioni mondiali del più recente sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate USA. Le micro-onde elettromagnetiche emesse dalle antenne sono però talmente pericolose per militari, sistemi di bordo degli aerei e detonatori di missili e testate, che il Pentagono ha deciso di trasferirlo un po’ più a sud, a Niscemi, nel cuore di una riserva naturale. Il nome in codice è MUOS, ma per tutti è già il MUOStro che svetterà minacciosamente sulle colline che si affacciano sulla piana di Gela. A Niscemi esiste dal 1991 un’altra stazione di telecomunicazione statunitense dall’enorme impatto ambientale: una quarantina di antenne a bassissima frequenza per la trasmissione degli ordini di attacco ai sottomarini a capacità e propulsione nucleare che transitano nei mari del mondo intero. Sottomarini che quando raggiungono il Mediterraneo scelgono il porto di Augusta per le soste tecniche e il rifornimento, nonostante quella che è già una delle aree a più alto rischio ambientale d’Italia per la presenza di raffinerie, industrie chimiche, depositi di armi, ecc., sia del tutto sfornita di piani d’emergenza in caso di incidente o catastrofe naturale.

Portaerei, fregate missilistiche e navi munizioni di Stati Uniti e NATO approdano pure nei porti “commerciali” di Palermo, Messina e Catania, così come caccia e bombardieri sono autorizzati a utilizzare gli scali di Fontanarossa, Palermo-Punta Raisi, Trapani Birgi, Pantelleria e Lampedusa. In verità, gli ultimi tre sono aeroporti militari concessi ad uso civile; operano in ambito alleato con funzioni sempre più spesso indirizzate al “contenimento” delle migrazioni e degli sbarchi dei disperati in fuga dalle guerre e dalle catastrofi ambientali e climatiche di Africa e Medio Oriente. Birgi, in particolare, è dal 1984 una delle “principali basi avanzate” dei velivoli radar Awacs della NATO ed ospita i famigerati F-16 dell’Aeronautica militare italiana. A Pantelleria, invece, sono in via di completamento i lavori di ampliamento delle due piste di volo e del mega-hangar ricavato all’interno di una collina, capace di ospitare sino ad una cinquantina di aerei da guerra. Per un altro scalo “civile” ancora non operativo, quello di Comiso (Ragusa), è forte l’interesse degli strateghi nazionali e d’oltreoceano che non ne venga sacrificata la storica predisposizione bellica. Sorto durante il fascismo per essere utilizzato contro le forze britanniche di stanza a Malta, a partire del 1983 l’aeroporto di Comiso ha ospitato 112 micidiali missili nucleari “Cruise”, poi smantellati con l’accordo USA-URSS di riduzione delle armi a medio raggio in Europa. Niscemi e Sigonella sono vicinissime: perché allora non prevederne un uso parziale in caso di “crisi” o eccessivo traffico aereo nella grande stazione aeronavale della marina statunitense?

C’è un antico motivo utilizzato dai mass media per promuovere o giustificare il soffocante processo di militarizzazione della Sicilia. Quello che basi e missili portano dollari, lavoro e sviluppo. Chissà però cosa ne pensano oggi in proposito gli abitanti dei centri vicini alle grandi installazioni di morte. Un tempo, è vero, c’erano gli alti affitti pagati per l’alloggio dei militari USA. Poi, però, per ragioni economiche e di “sicurezza” si è scelto di concentrare le abitazioni in residence-cittadelle autonomi, la cui realizzazione è stata affidata a speculatori e alle imprese dei soliti noti. Un tempo, c’erano pure i dipendenti civili delle basi, ma il regime di gravi violazioni e discriminazioni sindacali non è stato sufficiente a preservare l’occupazione; così, da qualche anno a questa parte, è in atto uno spietato piano di licenziamenti e pre-pensionamenti. A peggiorare il quadro, l’affidamento a un sempre maggior numero di contractor statunitensi l’amministrazione di importanti servizi nelle basi siciliane. Si è giunti perfino ad affidare ad aziende private USA la realizzazione di infrastrutture e altre opere edili. Solo la mafia ha fatto grandi affari con le basi militari. L’extraterritorialità di cui godono Sigonella, Niscemi, la base-appoggio di Augusta o la stazione di Pachino, Siracusa, (ancora oggi utilizzata per le esercitazioni aeree e di lancio paracadutisti delle forze USA), ha favorito l’intervento e l’agire delle imprese criminali. L’equazione mafia-militarizzazione venne apertamente denunciata dall’allora segretario del Partito comunista siciliano, Pio la Torre. Anche per questo ne fu decretata la morte, il 30 aprile di 28 anni fa. Un omicidio politico i cui mandanti restano ancora con il volto coperto.

Articolo pubblicato in Left - L'isola possibile, mensile siciliano, n. 67, aprile 2010 

lunedì 21 marzo 2011

US AFRICOM e i Marines per la guerra contro la Libia

Washington annuncia la propria disponibilità a cedere a Francia e Gran Bretagna la leadership nella conduzione della guerra contro la Libia ma potenzia intanto il proprio dispositivo militare nel Mediterraneo. La forza anfibia di pronto intervento Bataan ARG salperà entro 48 ore dalla costa atlantica degli Stati Uniti d’America per raggiungere le unità navali già impegnate nelle operazioni di bombardamento contro il regime di Gheddafi. “La task force sarà attiva sin dalla prossima settimana”, ha affermato il portavoce del comando della II Flotta della marina militare statunitense. “La Bataan ARG opererà a supporto del piano d’intervento USA ed internazionale associato alla crisi in Libia ed è preparata a condurre missioni che vanno dalla presenza navale avanzata alle operazioni di sicurezza marittima, alla cooperazione di teatro e all’assistenza umanitaria”.

Della forza di pronto intervento faranno parte la nave d’assalto Bataan, una delle unità maggiormente impegnate in questi anni nelle operazioni di guerra in Iraq, la nave da trasporto Mesa Verde e la portaelicotteri Whidbey Island. Le unità imbarcano complessivamente 3.200 marines, una decina di nuovi aerei multimissione a decollo verticale V-22 “Ospreys”, una ventina di elicotteri d’assalto CH-46 “Sea Knight” e CH-53E “Super Stallion” e un imprecisato numero di sofisticati sistemi missilistici e cannoni navali. Prima di salpare per il viaggio attraverso l’oceano, sulle unità della task force saranno imbarcati gli uomini e i mezzi della 22nd Marine Expeditionary Unit di stanza nella base di Camp Lejeune, North Carolina, unità di pronto intervento più volte operativa negli scacchieri di guerra mediorientali e in Africa orientale e occidentale. Con i marines viaggeranno pure il Tactical Air Control Squadron 22 dell’US Air Force con base a Davis-Monthan, Arizona, l’Helicopter Sea Combat Squadron 28 della US Navy di San Diego, California e il Fleet Surgical Team 8 di Little Creek, Virginia.

Sempre secondo il Comando della II Flotta USA, “l’installazione della forza anfibia è stata accelerata per aiutare le unità del Kearsarge Amphibious Ready Group che opera nel Mediterraneo dall’agosto 2010” e che è uno dei maggiori protagonisti del conflitto scatenato contro la Libia. Di questo gruppo anfibio fanno parte la nave d’assalto “Kearsarge” (1.893 marines, 27 aerei V-22, 6 elicotteri SH-60F più una serie di batterie missilistiche “Sea Sparrow” e “Rolling Airframe”), l’unità da trasporto “Ponce” (516 uomini e una dozzina di elicotteri d’assalto) e la nave da sbarco “Carter Hall” (419 marinai). A bordo sono ospitati pure l’Helicopter Sea Combat Squadron 22 della United States Navy Riserve, dotato di elicotteri MH-60S “Knight Hawk” e la 26th Marine Expeditionary Unit del corpo dei marines, che con i propri aerei a decollo verticale “AV-8B Harrier II” ha tempestato i target terrestri libici con bombe a caduta libera Mk 82 e 83 e con missili aria-superficie AGM-65 “Maverick” e AGM-88 “HARM”. Le altre unità impegnate sono la nave-comando della VI Flotta “Mount Whitney”, i cacciatorpedinieri della classe “Arleigh Burke” Mason, Barry e Stout (quest’ultimo più volte approdato a Palermo ed Augusta), armati con i sistemi a lancio verticale “ASROC” e con i micidiali missili da crociera per l’attaccato a terra “Tomahawk” con un raggio di azione di 1.700 miglia nautiche, 120 dei quali utilizzati nelle prime 24 ore di conflitto. Secondo quanto denunciato dal ricercatore Massimo Zucchetti, del Politecnico di Torino, i “Tomahawk” conterrebbero al proprio interno uranio impoverito per perforare le corazze dei mezzi blindati, con la conseguenza che si ripeta in Libia l’inquinamento radioattivo scatenato con l’intervento “umanitario” in Kosovo nel 1999.

Il Dipartimento della difesa ha schierato nel Mediterraneo pure due sottomarini a propulsione nucleare della classe “Los Angeles” (Providence e Scranton) e uno della classe “Ohio” (Florida), anch’essi dotati di “Tomahawk”. Alle operazioni di guerra parteciperebbe pure la portaerei nucleare USS Enterprise, la più lunga al mondo (393 metri, 66 caccia e un equipaggio composto da 3.500 marinai e 1.500 aviatori), dislocata da una decina di giorni nelle acque del Mar Rosso.

Sino ad oggi, il comando delle operazioni statunitensi è stato attribuito dal presidente Obama e dal segretario alla difesa Gates al generale Carter Ham, responsabile di US Africom, il comando per le operazioni USA nel continente africano basato a Stoccarda. Dal punto di vista operativo, la joint task force Odissey Dawn è posta sotto il comando dell’ammiraglio Samuel J. Locklear III a capo di US Naval Forces Europe and Africa (Napoli). La forza d’intervento è supportata da due componenti, una per le operazioni marittime (il comando è a bordo della nave Mount Whitney), e unaa per le operazioni aeree, con base a Ramstein (Germania). Il bombardamento contro la Libia è un vero e proprio battesimo di fuoco per Africom. Nei primi giorni di marzo, il comando statunitense aveva pure coordinato le operazioni di trasporto aereo al Cairo di oltre un migliaio di lavoratori egiziani fuggiti in Tunisia dalla Libia.

Nel corso di un briefing, il vice-ammiraglio Bill Gortney, direttore dello staff congiunto di Odissey Dawn, ha dichiarato che ai bombardamenti hanno già partecipato 15 cacciabombardieri dell’US Air Force (tre aerei invisibili B-2 “Spirit Bomber”, quattro F-15 ed otto F-16. L’alto ufficiale non ha voluto rivelare le basi da cui sarebbero partiti gli aerei, ma ha ammesso che alcuni di essi “hanno richiesto il rifornimento in volo da parte di alcuni aerei cisterna”. “Durante le loro missioni – ha specificato Gortney – tutti i velivoli da guerra hanno sganciato bombe a guida GPS”. È presumibile che buona parte dei caccia siano partiti dalla base aerea di Aviano (Pordenone), sede di due squadroni della 31esima fighter wing dell’aeronautica militare statunitense e dove - secondo fonti ufficiali del Pentagono - nella giornata del 18 marzo sono stati trasferiti cinque caccia F-18, due aerei da trasporto C-17 e un C-130 USA.

Agli attacchi contro target libici hanno poi partecipato gli AV-8B “Harrier II” del Corpo dei marines, decollati dalla nave d’assalto Kearsarge, i velivoli EA-18G “Growlers” dell’US Navy per la guerra elettronica e il rilevamento dei segnali radar, gli aerei-spia RC-135 “Rivet Joint”, dotati di apparecchiature per la raccolta dati e l’intelligence, e gli EC-130H “Compass Call” in grado di disturbare le comunicazioni nemiche. Sempre nel campo delle nuove tecnologie elettroniche, all’azione contro la Libia partecipano i velivoli senza pilota “Global Hawks” dell’US Air Force, operativi nella base siciliana di Sigonella dallo scorso mese di ottobre. Il Pentagono starebbe pure utilizzando altri velivoli UAV di minori dimensioni, come i “Reaper” e i “Predator”, armati con i missili per l’attacco terrestre “Hellfire”. È prevedibile, infine, che gli Stranamore d’oltreoceano non si lascino sfuggire l’occasione di utilizzare il territorio libico per sperimentare i nuovi caccia supersonici “per la superiorità aerea” F-22 “Raptor”, con capacità stealth. L’inferno a Tripoli e Bengasi è un’ottima vetrina per i prodotti di morte del complesso militare industriale degli Stati Uniti d’America.

venerdì 18 marzo 2011

Il Ponte sullo stretto, emblema glocal per la mafia

Il giornalista Tonino Cafeo intervista Antonio Mazzeo autore de "I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina", Alegre Edizioni, Roma.

Sono passati  appena sei mesi dall'avvio dei lavori propedeutici al ponte sullo Stretto di Messina - a Cannitello di Villa San Giovanni - e la n'drangheta non ha perso tempo a marcare il proprio territorio dando alle fiamme macchinari e attrezzature del primo cantiere.  La costruzione della megaopera entra così, almeno nelle intenzioni del governo Berlusconi, nel vivo e  le preoccupazioni per il suo impatto criminale diventano urgenti come non sono mai state. Già nei primi anni 2000 il rapporto NOMOS - gruppo Abele aveva sottolineato la pericolosità delle mafie e il loro interesse per cantieri e grandi opere. Chi si oppone al Ponte oggi ha perciò bisogno di strumenti  di analisi aggiornati e approfonditi. Come il recentissimo lavoro che Antonio Mazzeo, militante ecopacifista non nuovo a inchieste sulla penetrazione delle mafie nel tessuto economico-sociale del meridione, ha dedicato alla questione. “I padrini del ponte”, pubblicato dalle edizioni Alegre.
Gli Altri ha incontrato Mazzeo per fare il punto della situazione.
Il tuo lavoro traccia un quadro allarmante: mafie internazionalizzate perfettamente in grado di mettere le mani su grandi cantieri. Da dove sei partito?
R:  La ricerca parte dal rapporto NOMOS. Una relazione tutto sommato riduttiva, nonostante il quadro drammatico che delineava.  Le statistiche dicono infatti  che quasi la metà delle opere complementari al Ponte è a rischio altissimo di infiltrazione mafiosa (anche perché storicamente, gran parte degli interventi realizzati nell'area dello Stretto  sistematicamente sono stati gestiti dalle ndrine).
Il rapporto Nomos  non teneva conto del salto di qualità che fin dagli anni ’70 hanno fatto Cosa nostra e le altre mafie. Cosa nostra è in borsa, ha dato l’assalto ai pacchetti azionari di grandi società.  Le 'ndrine di Africo - ad esempio - si sono sviluppate nel controllo delle attività economiche legate all'Università di Messina, su questo punto la documentazione è ampia. Le  principali inchieste confermano un quadro in cui le mafie transnazionali si sono strutturate e riorganizzate per essere in grado di partecipare non solo alla realizzazione di opere secondarie ma direttamente del manufatto in se. L’impianto dell’inchiesta “Brooklyn” – che è una delle fonti più importanti del libro – dimostra che le organizzazioni criminali nordamericane erano perfettamente in grado di mettere sul piatto esattamente quella quota di finanziamento privato che il general contractor dovrebbe ricercare sul mercato ma che, oggettivamente, non si riesce a reperire, perché nessun gruppo finanziario, nessuna grande banca finora ha voluto rischiare nel sostegno ad un opera così dubbia. Cosa nostra si è proposta come elemento fondamentale nel finanziamento della parte privata dell’opera.
D.    Quindi c’è molto di più di una mafia che si limita a farsi pagare il pizzo ed a personaggi improbabili come L'ingegnere Zappia
Il modo con cui i grandi media hanno trattato queste inchieste è sconfortante: quasi un carnevale abitato da personaggi al limite del folklore. Le cose non stanno propriamente così. L’italo-canadese ingegner Zappia ha una lunga esperienza nel campo delle grandi opere. Ha partecipato, tra l’altro, alla realizzazione degli impianti utilizzati per le Olimpiadi di Montreal del ’76. Ha soprattutto realizzato opere strategiche in medio oriente come le basi USA in vista della prima guerra del Golfo. Un personaggio, perciò, tutt’altro che secondario. Sarebbe bastato non fermarsi alla superficie per rendersi conto che i materiali dell’inchiesta parlano di un’operazione seria.
Zappia non partecipa alla gara per il general contractor con l’obiettivo di vincere. Sa di non avere speranze. A lui importa  promuoversi presso  la società  Stretto di Messina, le principali società di costruzione e il  governo. Utilizza  la gara per presentarsi come il  trait d’union con quel pezzo di mercato incapace di trovare da se i capitali necessari alla realizzazione della grande opera.
La mafia ha perciò capacità non solo di presidiare il territorio ma agisce su scala globale. Nell’area dello stretto prende forma un nuovo modello di economia criminale?
Si, il ponte ha un grande valore simbolico perché è un vero emblema del glocal. Un modello cioè tipico dei rapporti economici e sociali nell’era della globalizzazione liberista. Contemporaneamente crea e ristruttura le economie e le gerarchie sociali a livello locale. Ha bisogno del consenso e lo genera. Interviene su un territorio particolare con opere che ne modificano il volto. L’area dello stretto poi da decenni è un laboratorio in cui la borghesia mafiosa non da oggi ha avuto un ruolo chiave nello sviluppo di traffici di droghe e armi. A Messina si sono sviluppati più che altrove intrecci fra eversione nera, criminalità e pezzi delle istituzioni (la presenza di Gladio, le numerose logge massoniche deviate o meno, il ruolo dei servizi) e soprattutto cosche che hanno saputo affermarsi a livello internazionale. Le 'ndrine di Africo e quei clan di Barcellona Pozzo di Gotto che hanno avuto un ruolo - lo dicono le inchieste più recenti - anche nella stagione stragista del 92 93 anche grazie alle trame che si sono sviluppate fin dagli anni 70.
Ma perché alla mafia interessa il ponte di Messina?
Non solo e non tanto per intercettare un enorme massa di capitali - basti pensare che il ponte costerà dai dieci mld di euro in su - che verranno investiti in un area di pochi chilometri quadrati. C'è in tutta evidenza una sproporzione enorme fra le risorse investite e il territorio. Una grande operazione di riciclaggio ma non solo quello. L’obiettivo decisivo delle cosche – a mio avviso - sta nell’enorme valore simbolico dell’opera. Le mafie hanno colto appelli, messaggi politici provenienti da settori imprenditoriali, dal governo perché sanno che il ponte è un pezzo di storia e gioca un ruolo importante nel consolidare il consenso per chi lo realizza. Una operazione d’immagine grandiosa, che avviene a 15 anni dalla stagione dello stragismo dei corleonesi, anni in cui la mafia perse consensi significativi  e dopo i quali tornò a immergersi nella cura silenziosa dei propri affari.
C’è un passaggio di un’intercettazione molto chiaro in tal senso. Zappia dice tranquillamente al suo interlocutore che se riuscirà a fare il ponte farà tornare don Vito Rizzuto. Uno dei personaggi –chiave dell’internazionalizzazione di Cosa  Nostra.
Il rapporto mafia-stato : una costante della storia d’Italia. Ora si manifesta nel modello di sviluppo fondato sulla gestione verticale delle grandi opere come dei disastri. Un ulteriore pericolo per la democrazia?
Il ponte ha già sottratto democrazia. Basti pensare che nell’area dello stretto non c'è mai stato un dibattito sul modello dei trasporti, sullo sviluppo autocentrato incentrato sui bisogni reali delle popolazioni e sull'uso responsabile delle risorse naturali. Un aspetto fondamentale della questione è quello dell'informazione. Il principale quotidiano  messinese  non è solo un megafono del Ponte ma “è” il ponte, nel senso che fra i suoi  maggiori azionisti vi sono aziende come  il gruppo Pesenti che  da decenni hanno la grande opera fra i propri obiettivi strategici. La conseguenza è stata che si è impedito il dibattito pubblico, non solo riguardo alle alternative all'attraversamento stabile dello stretto di Messina ma persino sulle diverse modalità della sua realizzazione. C'è un problema grosso di democrazia anche sul versante legislativo. Le relazioni della commissione antimafia definiscono la Legge Obiettivo “criminogena” perché  fa saltare tutti  i meccanismi di controllo consentendo al General Contractor di fare ciò che vuole in violazione di normative di garanzia su appalti e subappalti che sono costate anche sangue (pensiamo a Pio la Torre). Un altro aspetto della crisi democratica  a cui stiamo assistendo già oggi, prima che siano aperti i cantieri, consiste nel fatto che i nopontisti siano sottoposti  a controlli sistematici, con schedature, filmati, fotografie, che oggettivamente si configurano come violazione dei diritti umani. E’ evidente che si punta alla loro delegittimazione e all'isolamento di fronte i possibili interlocutori politici e sociali. Immaginiamo cosa potrebbe succedere al momento dell'apertura dei cantieri. Temo che quando inizieranno perforazioni e sondaggi certamente il territorio verrà militarizzato col pretesto della necessità di prevenire le infiltrazioni mafiose. Infatti alle denunce pesantissime della direzione investigativa antimafia, di pezzi della magistratura e persino dei servizi segreti, che affermano che al banchetto del ponte ci si prepara da trent'anni almeno,  si risponde sistematicamente  dicendo che ”manderemo i soldati”. Un operazione  efficace sul piano dell'immagine ma totalmente prove di risultati concreti, dal momento che è dimostrato  che la mafia convive benissimo persino con le basi Nato. Il rischio vero è che l'impatto criminale venga strumentalizzato esclusivamente per reprimere l'opposizione sociale e politica al Ponte che si sta preparando a tornare in piazza contro i cantieri.

Intervista pubblicata il 18 giugno 2010 sul settimanale "Gli Altri".

venerdì 4 marzo 2011

Varato il piano per deportare duemila rifugiati a Mineo

Tra meno di una settimana l’ex villaggio dei militari USA di Mineo (Catania), di proprietà privata, sarà trasformato in un grande centro detentivo per gli oltre 2.000 richiedenti asilo ospitati sino ad oggi nei CARA (Centri di accoglienza richiedenti asilo) sparsi sul territorio nazionale. Il “piano d’emergenza” varato dal ministro Maroni prevede che negli ex CARA vengano smistati i cittadini stranieri in fuga dalla Libia e che in caso di esodi massicci dal nord Africa i prefetti possano “requisire residence o altre strutture abitative” da convertire in “centri per migranti”. “Il potere di requisizione sarà in capo al Commissario straordinario per l’emergenza immigrati, il prefetto di Palermo Giuseppe Caruso, ma si tratterà comunque di uno strumento provvisorio e limitato nel tempo”, riferiscono al Viminale. Ben altra durata avrà invece il supercentro di Mineo, eufemisticamente denominato “Villaggio della solidarietà”, che nelle intenzioni del governo farà da “modello di eccellenza in Europa nell’accoglienza dei richiedenti asilo”.

Le deportazioni avverranno con “gradualità, in modo che non ci siano contraccolpi per il territorio”, come annunciato dal presidente della provincia di Catania, Giuseppe Castiglione (coordinatore regionale del Pdl), grande sostenitore del piano Mineo. “L’avvio del progetto – spiega Castiglione – sarà accompagnato da un Patto per la sicurezza sottoscritto da tutti i sindaci della zona e dal ministero dell’Interno per definire quali misure attuare non solo all’interno del villaggio, ma su tutto il territorio interessato, attraverso la realizzazione di sistemi integrati di videosorveglianza e il potenziamento dei mezzi, delle strutture e dei presidi esistenti e degli uomini delle forze dell’ordine”. Il ministro della difesa La Russa non ha perso tempo e ha ordinato intanto il trasferimento nella provincia di Catania di 60 militari dell’Arma dei carabinieri per “incrementare la sicurezza nei comuni interessati dall’emergenza profughi”. I primi uomini, ovviamente, hanno raggiunto la locale stazione di Mineo comandata  dal maresciallo Domenico Polifrone.

Nonostante l’apparato sicuritario ordinato dal governo per presidiare il nuovo villaggio-prigione, il presidente Castiglione enfatizza le offerte “d’integrazione sociale” che saranno avviate a Mineo: “Secondo il progetto del ministro Maroni, il Centro prevedrà al suo interno assistenza sanitaria e attività di formazione e mediazione linguistica, nella scommessa di renderlo una realtà pilota e d’avanguardia. Tutto ciò con il coinvolgimento delle cooperative sociali del territorio e dell’indotto locale”. In verità, l’intenzione sarebbe quella di affidare la gestione alla Croce Rossa Italiana, con trattativa d’urgenza e senza l’indizione di una gara come invece fatto in passato nei CARA. Un business, quello dell’“accoglienza”, che sta suscitando appetiti a destra e manca. Conti alla mano, i 45-50 euro al giorno in budget per ogni richiedente asilo, moltiplicati per i 2.000 “ospiti” di Mineo comporteranno introiti per circa 3 milioni di euro al mese, più il canone che il governo verserà alla Pizzarotti S.p.A., la società di Parma proprietaria del villaggio, che dal Dipartimento della difesa statunitense riceveva per l’affitto delle 404 villette, 8,5 milioni di dollari all’anno. Nel piccolo centro siciliano è già sorto il Comitato “Pro – Residence della Solidarietà”, promosso dalla locale sezione UIL e dalla cooperativa sociale Sol.Calatino S.C.S.. “Nel residence saranno impiegati almeno 300 operatori sociali per le attività di accoglienza ed integrazione e le imprese locali troveranno spazio nella fornitura dei beni dei servizi, con una evidente ricaduta positiva sull’economia locale”, annunciano in un manifesto affisso in città. “A tal proposito chiediamo all’amministrazione comunale di sostenere la sperimentazione del progetto istitutivo del CARA, legandolo alla programmazione sociale del territorio attraverso il Patto territoriale dell’economia sociale del Calatino Sud - Simeto, favorendo l’inserimento lavorativo dei cittadini di Mineo”. Il Patto territoriale - finanziato dall’Unione europea - vede come una degli attori proprio Sol. Calatino, filiazione locale del potentissimo consorzio Sol.Co di Catania, uno dei più grandi di tutta la Sicilia con 140 cooperative, che dopo la decisione di Washington di abbandonare Mineo aveva espresso l’interesse a insediare nel residence “un’agenzia di inclusione sociale in cui poter accogliere le persone che si trovano in un momento difficile”. I rifugiati, appunto.

Nonostante l’appello della coop, solo 10 sindaci del comprensorio su 15 si sono dichiarati favorevoli al piano di confino dei richiedenti asilo. I comuni di Castel di Iudica, Caltagirone, Grammichele, Ramacca e Mineo hanno invece ribadito la loro avversione con una lettera inviata al ministro Maroni. “Il modello Mineo – scrivono i 5 sindaci - non risponde all’idea che abbiamo consapevolmente maturato, sulla scorta dell’esperienza di effettiva integrazione portata avanti nelle nostre comunità. Non ci piace che almeno duemila persone vengano deportate in un luogo senza i necessari presidi e senza vere opportunità di inclusione, in una condizione di segregazione che potrebbe preludere da un lato a rivolte sociali, dall’altro indurre alcuni di loro, a fronte di una stragrande maggioranza pacifica e ispirata alle migliori intenzioni, a mettere a dura prova le condizioni di sicurezza del territorio”.

“Il governo - continua la lettera – dovrebbe rendersi conto che, al di là delle buone intenzioni, al Residence degli Aranci si rischia di innescare una bomba sociale dalle enormi proporzioni, a scapito dei rifugiati stessi, delle nostre popolazioni e di quanto esse hanno sin qui realizzato per un’accoglienza sostenibile ed efficace”. Dichiarandosi disponibili ad accogliere sino a 400 immigrati, i sindaci concludono che la “vera accoglienza si costruisce solo dentro un tessuto di relazioni e una rete diffusa di servizi che aiuti gli immigrati a inserirsi, per piccoli gruppi, nelle comunità e rappresenti per loro e per le professionalità che si trovano numerose e qualificate nel nostro territorio, un’effettiva opportunità”.

Forte preoccupazione per l’apertura del centro è stata espressa in diverse occasioni pure da Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite. “Si tratterebbe di trasferire dagli otto centri per richiedenti asilo coloro che già sono dentro, di ogni nazionalità, dagli afgani, agli eritrei, ai somali, un gran numero di persone tutte in uno stesso centro, con i problemi che questo porrebbe”, ha dichiarato la Boldrini. “Si verrebbe a sradicare così il sistema d’asilo che, con tutti i suoi limiti, sta funzionando bene”. Dello stesso avviso anche il Tavolo Asilo composto da diverse associazioni nazionali (Acli, Arci, Asgi, Casa dei diritti sociali, Centro Astalli, Cir, Comunità S. Egidio, Fcei, Senza Confine). “Tale misura, che minerebbe alle fondamenta il buon funzionamento del sistema asilo costruito faticosamente nel corso degli ultimi anni, non appare conforme alle vigenti normative sulle procedure di esame delle domande di asilo, neppure alla luce della decretazione d’urgenza”, afferma il Tavolo. “Va evitata un’applicazione generalizzata di misure di detenzione, specie se arbitrarie, a chi chiede protezione poiché ciò stravolgerebbe il principio fondamentale del diritto ad un’accoglienza in condizioni di libertà. In particolare va evitato di ricorrere solo o prevalentemente a strutture di grandi dimensioni, poiché l’esperienza ha ampiamente dimostrato come la loro gestione risulti assai costosa e comprometta in partenza una buona relazione con il territorio. Vi sono invece tutte le condizioni per privilegiare un’accoglienza diffusa, facilmente attivabile in tempi brevi e a costi contenuti anche ricorrendo alle esperienze già consolidate nel sistema degli oltre 130 comuni italiani aderenti allo SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati)”.

Contro il piano di deportazione, l’1 marzo si è tenuta una manifestazione di fronte ai cancelli dell’ex villaggio USA, presenti i rappresentanti catanesi di Arci, Centro popolare Experia, Cobas, Coordinamento immigrati contro la sanatoria truffa, LILA, Officina Rebelde, Red Militant, Rete Antirazzista e Rifondazione comunista. Per Alfonso Di Stefano della Rete Antirazzista, non ci sono dubbi che a Mineo opererà “l’ennesimo centro di detenzione per persone che non hanno commesso alcun reato”. “Nel residence sono venuti fuori negli ultimi giorni muri e recinzioni, costruiti da una ditta ignota che si è guardata bene ad esporre i cartelli sui lavori come previsto dalla legge”, denuncia Di Stefano. “La scelta del governo, nella sua logica segregazionista, è diametralmente opposta all’esemplare esperienza di Riace, dove l’associazione Città futura accoglie centinaia di rifugiati in un paese con meno di 2.000 abitanti dimostrando che valorizzare la solidarietà come risorsa per lo sviluppo locale è possibile e che l’accoglienza è molto più economica della crescente militarizzazione dei territori e delle coste”.

Sulle funzioni decisamente detentive che saranno assunte dal centro di Mineo è intervenuto il giurista Fulvio Vassallo Paleologo dell’Università di Palermo. “Se fosse un vero centro di accoglienza non ci sarebbe bisogno dello schieramento militare e dei cordoni di polizia”, spiega il docente. “Appare evidente che il governo vuole sfruttare questa ennesima emergenza per trasformare il regime del trattamento dei richiedenti asilo, che in base alle direttive comunitarie ed al nostro ordinamento interno, non possono essere trattenuti in un centro chiuso. Inoltre è alto il rischio che il governo deporti da un centro all’altro, per tutta l’Italia, coloro che sono già in regime di accoglienza e che questo spezzi i legami di integrazione già costruiti ed abbatta le possibilità di presentare ricorsi contro i dinieghi di status”. Per Fulvio Vassallo Paleologo si dovrebbe invece applicare a coloro che fuggono dal Maghreb gli istituti della protezione umanitaria previsti dall’ordinamento e la normativa sull’accoglienza dei profughi nel caso di afflussi di massa, “in base all’art. 20 del T.U. 286 del 1998 sull’immigrazione”. Norme inapplicate così come non è mai stata attivata fino ad oggi la direttiva 2001/55 dell’Unione europea sulla “protezione temporanea”. Come rilevato da Michele Cercone, portavoce della Commissaria europea per gli affari interni, Cecilia Malmstrom, la direttiva “prevede la concessione, su proposta della Commissione e con approvazione a maggioranza qualificata da parte del Consiglio, dello status di rifugiato per un periodo di tempo limitato a persone che fuggono da paesi in cui la loro vita sarebbe a repentaglio in caso di ritorno”.

“In verità non c’è ancora una idea chiara né da parte del governo nazionale né da quelli locali sul modo in cui vogliono realmente affrontare l’accoglienza”, commenta la sociologa delle migrazioni Tania Poguish. “L’arrivo in Italia viene ancora gestito con lo stesso meccanismo di repressione e smistamento di esseri umani. Dei giovani migranti giunti a Lampedusa si vuol confezionare un bel pacco da rispedire indietro appena si calmano le acque. Dopo i buoni propositi annunciati dal ministro Maroni sui migranti che potevano essere accolti nel residence di Mineo si è finalmente scoperta: i richiedenti asilo che godrebbero di questo privilegio sono quei giovani che hanno avuto la fortuna di raggiungere la sponda europea prima della politica feroce del respingimento in mare e sono riusciti a fare richiesta di asilo nella frontiera Lampedusa. Questi giovani hanno un altro passato e percorso personale da raccontare e sono sicuramente stati violati nel loro diritto umano di rifugiato riconosciuto, ma nello stesso tempo non garantito secondo le leggi internazionali, che paesi come Germania e Francia rispettano garantendo assistenza sociale e sanitaria”. Per la sociologa siciliana, spetta al mondo dell’associazionismo proporre “non il tavolo sulla solita pietistica accoglienza, ma un’alleanza con quei giovani della sponda sud del Mediterraneo che si sono ribellati al nuovo ordine mondiale e con i quali si può costruire il Mediterraneo della crescita culturale e sociale che include e non crea non persone”.

martedì 1 marzo 2011

La resa del presidente Lombardo al MUOStro di Niscemi

“Se non mi fossi convinto della sicurezza del MUOS, che non è barattabile con nessuna compensazione, io non sarei qui assolutamente a parlarvi, perché non c’è né punto nascita in un ospedale, né Ponte sullo stretto che tenga, rispetto alla salute dei cittadini…”. Si presenta così d’avanti al consiglio comunale di Niscemi (Caltanissetta) il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, per formalizzare il suo giro di valzer sul terminal terrestre del nuovo sistema satellitare che i militari USA vogliono realizzare all’interno della riserva naturale “Sughereta”. Dopo il “No” e il “Ni”, finalmente il “Sì” di petto: il MUOS è “sicuro al 1.000 x 1.000” e “riduce” perfino l’inquinamento elettromagnetico generato dall’impianto di telecomunicazioni che l’US Navy gestisce da quasi vent’anni a Niscemi. È per questo, secondo Lombardo, che sono superflui i risarcimenti e le misure compensative che la Regione era pronta ad offrire poco meno di sei mesi fa, appena un paio di vigilantes a cavallo nella riserva naturale, un centro in ospedale per monitorare i tumori e una sospetta “zona franca cittadina”, altro che Ponte di Messina. E per convincere sindaco, giunta e consiglieri che il MUOS s’ha da fare, don Raffaele sì è fatto accompagnare a Niscemi da due “esperti segnalati in maniera particolare dal rettore dell’università di Palermo”, una pattuglia di dirigenti regionali, tre colonnelli delle forze armate e un parlamentare, Alessandro Ruben (Fli), componente della commissione difesa della Camera e delegato presso l’Assemblea Parlamentare della NATO.

“Vorremmo tranquillizzare i cittadini sulla presenza dell’antenna statunitense perché da come espresso dai tecnici in materia fa meno male rispetto a quelle 47 antenne che insistono già nel territorio di Niscemi”, ha dichiarato il presidente. “Il MUOS è funzionale alla comunicazione che serve per la sicurezza, dalla quale dipende la permanenza nella nostra terra della base militare di Sigonella. Il MUOS sostituirà l’attuale sistema ed è più sicuro. Mi hanno spiegato che 27 antenne comunicano e le altre 20 sono di riserva nel caso in cui si guastano alcune, mentre una piccola parte di esse resterebbe inattiva, entrando eventualmente in funzione solo se dovesse disattivarsi il nuovo sistema satellitare”. In verità le antenne USA presenti a Niscemi sono 41, sei in meno di quelle contate da Lombardo. Quisquiglie, ciò che conta davvero è trovar credito a Washington specie dopo quel maledetto cablogramma inviato il 15 giugno 2009 dal console di Napoli alle massime autorità civili e militari degli Stati Uniti d’America, in cui il leader del Movimento per l’Autonomia veniva duramente criticato per le resistenze opposte all’installazione del nuovo sistema di comunicazioni satellitari. “Contro il MUOS si oppone un gruppo di sindaci locali, che hanno usato con successo i media locali per diffondere congetture – non supportate neanche dagli scienziati coinvolti dai sindaci come esperti – che l’installazione pone gravi rischi ambientali alla salute della popolazione locale”, spiegava il console USA. “Gli studi della Marina militare, convalidati dal Ministero della difesa italiano, evidenziano come le emissioni elettromagnetiche delle antenne sono al di sotto dei limiti italiani e della Ue”. Nel cablogramma si stigmatizzava poi il comportamento dell’assessorato regionale all’ambiente che “ha ritardato” l’approvazione del progetto consentendo l’esecuzione di ulteriori analisi d’impatto ambientale. “Lombardo ha poco tempo per i funzionari stranieri”, aggiungeva il diplomatico. “Durante il suo precedente incarico come presidente della provincia di Catania, ha concesso al Console Generale una telefonata di cortesia di 5 minuti, e da presidente della Regione si è rifiutato di ricevere sia l’ex ambasciatore Spogli che quello attualmente in carica, durante i loro viaggi a Palermo, a dispetto del suo staff”. Una reprimenda che deve aver lasciato il segno: nei successivi 18 mesi Raffaele Lombardo si è incontrato in sei occasioni con i diplomatici statunitensi in Italia, l’ultima volta l’11 gennaio 2011 a Roma direttamente con l’ambasciatore Thorn. Oggetto della visita, secondo una nota d’agenzia, gli “investimenti USA in Sicilia e la questione delle antenne satellitari del MUOS di Niscemi”. I meeting hanno convertito il Presidente in un convinto assertore dell’innocuità delle antenne ma soprattutto della rilevanza strategica del sistema militare. Il colonnello Francesco Maurizio Noto, capo del secondo ufficio del gabinetto del Ministero della difesa, in visita a Niscemi insieme a Lombardo, ha voluto precisare che la “rilocalizzazione” del MUOS è fuori discussione. “Ciò porterebbe ad un aggravio di comunicazioni specifiche, si dovrebbe cioè ricreare fisicamente tutto il supporto trasmissivo che esiste tra Sigonella e Niscemi”, ha dichiarato Noto. “Riteniamo che il MUOS vada fatto e come mi insegnano i casi che ho seguito personalmente di Vicenza ed altre situazioni, esplicheremo tutte le potestà che la legge ci consente per ottenere questo risultato di difesa nazionale”.

Dopo le dure parole dell’alto ufficiale, sono arrivate quelle più rassicuranti di due docenti della facoltà d’ingegneria di Palermo, Luigi Zanforlin e Patrizia Livreri, “tecnici neutrali e non ingaggiati sicuramente dal Ministero della difesa o dalla NATO”, stando alla presentazione di Lombardo. Zanforlin, esperto in campi elettromagnetici ed antenne di propagazione, ha spiegato che “con il campo di frequenza che si usa per le radiocomunicazioni siamo di fronte a radiazioni non ionizzanti che non sono dunque in grado di spezzare legami molecolari e quindi modificare il DNA ed essere causa di fenomeni degenerativi delle cellule”. Per il docente di Palermo è “molto più rischioso per la salute quando si usa il telefonino, piuttosto che la stazione radiobase che sta sul tetto di un edificio”. Inoltre le antenne del MUOS avrebbero “appena un fascio principale con un’apertura di 0,04 gradi, assai stretto e diretto verso il cielo, non verso la popolazione, un po’ come il faro dell’automobile…”.

Secondo i calcoli dei diagrammi di radiazione effettuati dal professor Zanforlin, l’emissione del MUOS darà un campo elettrico a livello di terreno che può essere considerato come “puro rumore”. “L’ampiezza che dà l’antenna parabolica, o quella elicoidale, a livello di popolazione si perde nel rumore di fondo, cioè a livello di 0,3/0,5% dei sei volt su un metro, il limite estremamente cautelativo previsto dalle norme italiane”, ha aggiunto. “Per quanto riguarda i malfunzionamenti, anche se l’antenna viene diretta direttamente sul paese, dato che ci sono 1.750 metri di distanza tra le abitazioni e le antenne, il campo che investirebbe non supererebbe la soglia di sicurezza. Il preesistente non dà quindi assolutamente preoccupazioni per la salute, il futuro ancora meno…”.

Per Patrizia Livreri, professoressa aggregata di elettronica ed ex ricercatrice in aziende del gruppo Finmecannica operanti nel settore della difesa e della produzione di apparati di contromisura elettronica (nonché candidata Udc alle ultime elezioni regionali in Sicilia), il MUOS non è altro che “un’innovazione tecnologica” a bassissimo impatto. “Le tre antenne del sistema mandano il segnale al satellite ma non funzionano contemporaneamente”, ha spiegato. “Il loro scopo è quello di trasmettere i dati elaborati sulla stazione base ed ovviamente il funzionamento è previsto per una, due antenne. Un’altra è sempre di riserva per dare continuità alla trasmissione. La ricezione è affidata alle altre due antenne elicoidali, che sono a bassissima frequenza UHF, dai 300 Mgz ai 3 Ghz. Al solito, una funziona e l’altra è da supporto, e nel caso di guasto, subentra per continuità”.

“Noi ci abbiamo messo tutta la nostra scienza, conoscenza ed oggettività, abbiamo cercato di pensare che qua potevano essere nati e cresciuti i nostri figli”, ha concluso la docente Livreri. “Ci abbiamo messo la faccia, l’Università di Palermo ci ha messo la carta intestata, il logo, la firma del professore Zanforlin, la mia e quella del direttore…”. Per dovere di cronaca, nell’ultimo biennio la facoltà d’ingegneria dell’università di Palermo ha sottoscritto con il Laboratorio di Ricerca dell’US Army - Dipartimento della difesa, due contratti per un valore complessivo di 70.000 dollari per la “produzione elettro-chimica di materiali nano-strutturati per applicazioni di conversione energetica”. Quando di parla di neutralità dell’accademia…

Ovviamente del tutto contrapposte le conclusioni degli studiosi chiamati dalle associazioni che si oppongono a quello che è ormai noto come l’EcoMuostro di Niscemi. Per Massimo Coraddu, componente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) di Cagliari, la valutazione d’impatto ambientale del sistema di telecomunicazioni satellitari, presentata dalla US Navy, “risulta gravemente carente e inadeguata sotto molteplici aspetti e non consente in alcun modo di valutare la gravità dei problemi e dei rischi legati alla sua installazione”. “Non vengono rese note le principali caratteristiche dei trasmettitori e delle antenne utilizzate (potenza, frequenze, caratteristiche del segnale, etc.) e neppure viene spiegata la metodologia di calcolo”, aggiunge Coraddu. “I risultati sono tra loro incoerenti e contraddittori: come distanza di sicurezza per l’emissione di microonde dalle parabole, vengono presentati due differenti valori, entrambi spaventosamente alti, 38,9 Km alla tabella 6.5 e 135,7 Km alla tabella 6.7. La valutazione delle distanze di sicurezza e del livello di campo è stata realizzata verificando, una alla volta, l’emissione delle singole antenne, e non, come prescrive la normativa, l’emissione simultanea di tutti gli apparecchi, al massimo livello di potenza. Non viene neppure esaminato quello che probabilmente è il peggiore dei rischi possibili: un incidente o un errore di puntamento che porti all’esposizione accidentale al fascio di microonde, pericolosissimo e potenzialmente letale, anche per brevi esposizioni, a distanze inferiori a circa 1 Km”.

Il ricercatore dell’Istituto di Fisica Nucleare lamenta come sia stata omessa ogni considerazione riguardo l’impatto delle emissioni sull’ambiente naturale circostante, “quando è ben noto come le microonde risultano nocive per molteplici specie, come le api, fortemente disturbate anche da bassi livelli di campo (inferiori a 1 V/m), in presenza dei quali si disorientano e non riescono a mantenere unito lo sciame, tanto che la diffusione della telefonia cellulare è considerata una delle principali cause della spaventosa moria che sta interessando Europa e Stati Uniti. Emissioni estremamente intense come quelle generate all’interno del fascio di microonde del MUOS (centinaia o anche migliaia di V/m) sono in grado di ferire un uccello in volo a centinaia di metri dalla sorgente e in alcuni casi forse anche a ucciderlo”. Contrariamente alle valutazioni pro-MUOS, l’esposizione diretta al fascio di microonde emesso dalle antenne è “estremamente pericoloso e, addirittura, potenzialmente letale alla distanza di qualche centinaio di metri”. “Il testo presentato dall’US Navy – spiega Coraddu – individua correttamente questo come il maggior rischio possibile ma specifica anche che è un evento improbabile visto che le antenne puntano in una direzione elevata rispetto all’orizzonte. La direzione di puntamento non è però affatto elevata, visto che si scende ad appena 17° sull’orizzonte, e non si capisce perché si debba ipotizzare un incidente tanto improbabile, come il sollevamento meccanico di una persona che viene posta accidentalmente proprio di fronte al fascio, e non uno, secondo me molto più verosimile, come un errore di puntamento dell’antenna che viene abbassata troppo rispetto all’orizzonte”.

Il cosiddetto Studio di Incidenza Ambientale della Marina USA viene stigmatizzato pure dalla Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella. “Non sono stati affrontati minimante i possibili effetti sulla salute delle popolazioni delle esposizioni a lungo termine ai campi elettromagnetici del MUOS”, affermano. “Anche in assenza di studi specifici sul rischio elettromagnetico di questo nuovo sistema, si può attingere a quanto già accertato per le onde generate dagli impianti della telefonia cellulare che operano tra i 900 Mhz e i 2 GHz, lo stesso range del MUOS”. Come rilevato dagli scienziati ed oncologi dalla Commissione Internazionale per la Sicurezza ElettroMagnetica (ICEMS) riunitasi nel febbraio 2006 a Benevento, “evidenze sperimentali epidemiologiche, in vivo e in vitro”, dimostrano che l’esposizione a specifici campi a bassa frequenza (ELF) “può aumentare il rischio di cancro nei bambini ed indurre altri problemi di salute sia nei bambini che negli adulti. Inoltre è stata accumulata evidenza epidemiologica che indica un aumentato rischio di tumori al cervello per uso prolungato di telefoni mobili…. “Non va poi dimenticato – conclude la Campagna - che numerose ricerche hanno evidenziato come l’esposizione prolungata alle onde elettromagnetiche anche nei valori consentiti dalle norme internazionali, abbia gravissimi effetti sulla salute della popolazione. Per questo gli  scienziati suggeriscono di abbassare i limiti dell’intensità della componente elettrica delle emissioni degli impianti che trasmettono tra i 100 MHz e i 3 GHz a 1 volt per metro, in modo da proteggere maggiormente i tessuti e gli organi dell’uomo dagli effetti termici delle onde”.

La presunta imparzialità della ricerca civile e militare nel campo delle telecomunicazioni cellulari viene profondamente questionata dalla siciliana Simona Carrubba, Post-Doctoral Yellow presso l’LSU Health Sciences Center di Shreveport, Louisiana. “Nessuno al di fuori delle forze armate ha accesso alle tecnologie come quelle del MUOS e non credo che siano state effettuate ricerche per verificare eventuali possibili effetti sulla salute”, afferma Carrubba. “Altro problema è che tutta la ricerca sugli effetti della telefonica cellulare è finanziata dalle compagnie telefoniche. In un saggio pubblicato sulla rivista statunitense Psychophysiology ho comparato gli studi sugli effetti dei telefonini sull’attività elettrica in esseri umani effettuati negli USA. Ho potuto verificare che su 50 di essi, solo 3 non sono stati ricollegabili alle industrie telefoniche. Solo una ricerca indipendente e slegata da interessi commerciali potrà seriamente rispondere alla questione. Quel giorno finalmente sarà affermato che le onde elettromagnetiche interagiscono con i sistemi viventi e che le attuali normative sono del tutto inadeguate”.

Le “rassicurazioni” di Rafaele Lombardo & C. non hanno comunque incrinato il fronte “No MUOS”. Per mercoledì 2 marzo è stata indetta a Niscemi una mobilitazione popolare a cui dovrebbe seguire a breve un’iniziativa di respiro regionale.