I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 31 gennaio 2011

Flotta internazionale a guida USA per combattere i pirati in Somalia

Una forza navale multinazionale sotto comando degli Stati Uniti d’America è pronta ad operare nelle acque della Somalia nella lotta contro la pirateria. Lo ha reso noto il Comando della 5^ Flotta della US Navy ospitato in Bahrain, che ha pure aggiunto che il contributo USA sarà rappresentato dalla nave anfibia “San Antonio”, capace di trasportare centinaia di marines, e da fregate e cacciatorpediniere dotate di sofisticati sistemi missilistici e di elicotteri multiruolo SH-60 “Lamps”. La flotta prevede la partecipazione di “più di 20 nazioni, molte delle quali provenienti dalla regione”, e sarà diretta dal contrammiraglio Terence McKnight.

Secondo quanto dichiarato all’agenzia Associated Press dal portavoce del Pentagono, colonnello Patrick Ryder, l’invio di questa task force navale nel Golfo di Aden “è un primo passo per creare una struttura internazionale specifica che combini forza militare, condividi intelligence e coordini il pattugliamento per combattere la pirateria in un paese senza legge come la Somalia”. “Gli attacchi pirati – ha aggiunto il portavoce USA – richiedono un impegno prioritario in cui le missioni antiterrorismo nella regione si combinino con la protezione delle navi mercantili”.
 
L’istituzione della flotta multinazionale è l’ultimo atto dell’escalation militare in Corno d’Africa e lascia presagire che il conflitto contro la “pirateria” sarà presto esteso dalle acque limitrofe sin dentro il territorio nazionale somalo. Il 16 dicembre 2008, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione (la n. 1851) che autorizza le forze militari dei paesi membri a “prendere tutte le misure necessarie a contrastare la pirateria all’interno del territorio della Somalia”. La risoluzione, presentata in prima persona dalla Segretaria di Stato uscente Condoleezza Rice, è stata approvata in tempi record anche grazie al sostegno degli ambasciatori ONU di Belgio, Francia, Grecia e Liberia. Per la cronaca, si è trattato della quarta risoluzione anti-pirati sottoscritta nel 2008 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
 
Nelle acque del Corno d’Africa sono già presenti sei navi da guerra degli Stati Uniti, più un imprecisato numero di fregate britanniche, canadesi, russe, indiane, malesi, tedesche, pachistane, keniane, turche e di alcuni emirati arabi. A fine dicembre la marina militare cinese ha inviato in Somalia una nave appoggio e due cacciatorpediniere armate con missili ed elicotteri pesanti, mentre l’Unione Europea ha attivato una speciale task force (nome in codice, “Eunavfor – Task Force 465”), con 6 unità navali, 3 aeri-spia e 1.000 marines di nove paesi membri. La fotta UE ha sostituito il “Gruppo Permanente Marittimo 2 (Snmg2) della NATO con comando italiano, che aveva raggiunto le acque somale nel mese di ottobre dopo la risoluzione ONU che aveva “invitato” i paesi membri a schierare unità militari a protezione delle navi cargo del Fondo Mondiale per l’Alimentazione (World Food Program).
 
Il Comando della 5^ Flotta dell’US Navy ha mantenuto il più stretto riserbo sui paesi che parteciperanno direttamente alle operazioni anti-pirati, ma è assai improbabile che potenze in competizione economica e militare con gli Stati Uniti, come Cina e Russia, possano accettare la leadership USA della flotta multinazionale. Senza dimenticare che le acque somale sono pure pattugliate da unità dell’Iran, “stato canaglia” per l’establishment statunitense, elemento di aperto conflitto che impedisce qualsivoglia ipotesi di collaborazione operativa tra la costituenda forza navale e la marina militare dello stato mediorientale.
 
Congiuntamente all’attivazione della task force anti-pirateria gli Stati Uniti hanno stanziato 5 milioni di dollari per avviare la costituzione di una non meglio specificata “forza di sicurezza” in Somalia. Il finanziamento è stato autorizzato dall’amministrazione Bush il 29 dicembre scorso, esattamente lo stesso giorno in cui il presidente somalo Abdullahi Yusuf ha annunciato le sue dimissioni, sancendo il fallimento del “processo di pace” avviato con l’insediamento del parlamento di Baidoa nel 2004.

“Gli Stati Uniti sostengono e rispettano la decisione di Yusuf dopo quattro anni alla presidenza del Governo Federale di Transizione”, si legge nella nota emessa dal Dipartimento di Stato USA. “Gli Stato Uniti condividono l’invito di Yusuf a continuare a sostenere il processo di pace avviato a Gibuti nel giugno 2008, quando i membri del Governo di Transizione e l’Alleanza per la Liberazione della Somalia si sono accordati per ridurre le ostilità e stabilire incluso una forza di sicurezza comune. Esortiamo il presidente del Parlamento Madoobe, il primo ministro Nur Adde ed i leader dell’Alleanza per la Liberazione della Somalia ad intensificare gli sforzi per un governo di unità nazionale ed accrescere la sicurezza attraverso la formazione di una forza di sicurezza comune”.
 
Oltre a definire le finalità e i mezzi del “processo di riconciliazione” nel martoriato paese africano - da cui sono debitamente escluse le organizzazioni islamiche fondamentaliste, maggioritarie - Washington auspica infine la “rapida autorizzazione e dislocazione in Somalia di una forza di peacekeeping delle Nazioni Unite”.
 
Nel solo triennio 2006-08, gli Stati Uniti hanno stanziato più di 230 milioni di dollari a favore di programmi di “assistenza umanitaria” in Somalia. Ad essi si aggiungono 11,2 milioni di dollari per l’acquisto e la distribuzione di alimenti alla popolazione, amministrati direttamente da USAID, l’Agenzia per gli aiuti allo sviluppo USA.

Articolo pubblicato in Agoravox.it l'11 gennaio 2009

domenica 30 gennaio 2011

Operazione in Darfur per il nuovo comando USA Africom

Il Comando USA per le operazioni in Africa, AFRICOM, ha dato il via ad un ponte aereo per trasferire in Darfur, via Ruanda, 75 tonnellate di materiali pesanti (camion per il trasporto carburante, elevatori, depositi d’acqua ed attrezzature varie non meglio specificate), a sostegno dell’ambigua operazione di “peacekeeping” che ONU e Unione Africana sostengono nella regione occidentale del Sudan dal 2004.

La missione aerea, la maggiore mai realizzata da quando il comando è divenuto operativo, prevede l’utilizzo di due aerei cargo C-17 “Globemaster III” dell’Air Mobility Command (AMC), ed è stata autorizzata l’1 gennaio 2009 dal presidente uscente George W. Bush. In una nota inviata alla Segretaria di Stato Condoleezza Rice, è stata definita d’“importanza strategica per gli interessi e la sicurezza degli Stati Uniti d’America”.
 
Le operazioni di trasporto saranno coordinate dal 618th Tanker Airlift Control Center dell’AMC, con sede presso la Scott Air Force Base, e dalla “Seventeenth Air Force” USA, riattivata nella base tedesca di Ramstein quale principale strumento operativo aereo di AFRICOM.
 
Secondo Vince Crawley, portavoce del Comando USA per l’Africa, “i velivoli C-17 effettueranno numerosi viaggi tra l’aeroporto di Kigali, Ruanda, ed uno scalo aereo in Darfur non ancora individuato, dove le truppe statunitensi opereranno solo il tempo richiesto per le attività di scarico dei materiali”. Parallelamente al dispositivo attivato dal Pentagono, il Dipartimento di Stato avvierà un analogo intervento in Darfur con fondi propri, che vedrà l’affidamento ad una compagnia aerea privata della movimentazione di circa 240 container di “materiali pesanti” che giungeranno a Port Sudan, città nordorientale sul Mar Rosso.

L’(ex) presidente George W. Bush ha autorizzato il Dipartimento di Stato a procedere alle operazioni in Sudan senza attendere la notifica del programma al Congresso, con la giustificazione, patetica, che “se non si agisce con urgenza, si metterà a forte rischio la salute e il benessere delle persone”.
 
Per movimentare le attrezzature destinate alla forza multinazionale in Darfur, i militari statunitensi potranno contare sull’apporto del personale della Rwanda Defense Force, con cui è stato avviato un programma di addestramento specifico che vede la presenza d’istruttori della “Southern European Task Force” USA con sede a Vicenza, Italia. Il programma fa parte del nuovo “ADAPT - Africa Deployment Assistance Phased Training”, iniziativa di Washington per il “rafforzamento delle capacità di logistica e trasporto militare dei partner africani”. ADAPT ha avuto il suo esordio nell’estate 2008, in occasione del trasferimento di “peacekeeper” dall’Uganda alla Somalia. “Continueremo a lavorare in stretto collegamento con le Nazioni Unite non solo per assicurare il trasporto delle forze di peacekeeping ma anche per il loro addestramento ed equipaggiamento”, ha dichiarato il portavoce di AFRICOM, Vince Crawley. “Le forze armate USA forniscono addestramento ai peacekeeper in Africa da oltre dieci anni e il primo trasporto di truppe e materiali a sostegno della missione in Darfur risale al 2004. L’ultima missione, la quarta, è avvenuta nell’ottobre 2007”.
 
La decisione dell’amministrazione Bush di inviare i C-17 in Sudan, a meno di 15 giorni dalla conclusione del suo mandato, trova il pieno sostegno del neo presidente Barack Obama. Obama tenterà di far assumere agli Stati Uniti un ruolo ancora più attivo negli scenari diplomatici e militari africani. Durante la sua campagna elettorale, ha auspicato che le forze armate possano fornire un supporto logistico maggiore agli sforzi dei peacekeeping in Sudan. Barck Obama si è pure detto favorevole all’ipotesi di creare una “no-fly zone” in Darfur, proposta lanciata congiuntamente due anni da George W. Bush e dall’allora primo ministro britannico, Tony Blair. Allora, i due capi di stato si trovarono d’accordo pure sulla necessità di bombardare gli aeroporti militari sudanesi nel caso di un loro utilizzo per raid in Darfur o in altre province del paese.
 
Molto probabilmente, il ponte aereo USA-Germania-Ruanda-Sudan coinvolgerà direttamente il nostro paese, in primo luogo la base siciliana di Sigonella, che l’Air Mobility Command vorrebbe trasformare in uno dei principali scali europei dei velivoli cargo e cisterna USA. In un’intervista rilasciata al periodico Air Forces Magazine (novembre 2008), il generale Duncan J. McNabb, la più alta autorità militare nel settore del trasporto aereo statunitense, ha spiegato che “per assicurare il successo dell’intervento in Africa”, è indispensabile “sviluppare le infrastrutture delle basi chiave, come Lajes Field, l’isola Ascensione nell’Atlantico e Sigonella, Sicilia”. “L’Air Mobility Command - ha aggiunto McNabb – sta lavorando con il comando dell’US Air Force in Europa per trasferire in queste installazioni, dalla base aerea di Ramstein, Germania, il traffico aereo di AFRICOM”.
 
L’Italia, però, non si limiterà a fornire basi logistiche per i velivoli da trasporto delle forze armate USA. Alla vigilia di Natale, il ministro della Difesa Ignazio la Russa, e il capo di stato maggiore Vincenzo Camporini hanno annunciato che le nostre forze armate si stanno preparando a partecipare alla missione congiunta ONU-UA nel Darfur, “mettendo a disposizione i propri velivoli da trasporto e proteggere le popolazioni locali da una sorta di pulizia etnica che in qualche modo si suppone guidata da poteri politici locali”.
 
“L’Unione Africana non dispone di strutture logistiche, in particolare di mezzi di trasporto aereo per potere dispiegarsi e intervenire”, ha aggiunto Vincenzo Camporini. “In questo quadro è stato chiesto all’Italia e ad altri paesi di farsi carico del trasporto aereo di parte di queste truppe. La partecipazione italiana doveva partire l’anno scorso, ma non è stato possibile effettuarla perché sono stati posti dei problemi burocratici piuttosto pesanti per concedere i visti per le varie missioni di ricognizione preventive”.
 
In realtà la causa del ritardo dell’intervento italiano starebbe nell’insufficienza di velivoli da trasporto a disposizione dell’Aeronautica militare, specie dopo l’escalation bellica in Afghanistan. Un gap che potrebbe essere superato - secondo fonti provenienti dagli Stati Uniti - dal leasing di due o più C-17 “Globemaster III”, come fatto di recente dalla Gran Bretagna. Nel febbraio 2008, l’allora governo Prodi avrebbe avviato una trattativa con le autorità USA per l’affitto dei C-17 e alcuni ufficiali italiani si sarebbero messi in contatto con la società Boeing, produttrice dei velivoli. Una scelta, quella per l’aereo di fabbricazione statunitense, dettata dalle sue ineguagliate capacità di carico (ogni volo può alloggiare 18 pallet standard NATO, o, in alternativa 102 paracadutisti, 3 elicotteri d’attacco AH-64 Apache e un carro armato MTB Abrams). La trattativa è poi proseguita con il governo Berlusconi.
 
Washington si è dichiarata favorevole al leasing, utilizzando il cosiddetto programma “U.S. Foreign Military Sales (FMS)”. Washington avrebbe pure verificato la possibilità di avvalersi di una o più imprese italiane per trasferire all’Italia i C-17. La stampa statunitense, riferendosi a non meglio specificate “fonti dell’US Air Force”, ha fatto il nome di Alisud, la società che effettua nella base di Sigonella le operazioni di carico e scarico dei velivoli da trasporto strategici, compresi i C-17.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 14 gennaio 2009

L’assalto a Finmeccanica del colonnello Gheddafi

Cento milioni di euro per incamerare il 2% del pacchetto azionario di Finmeccanica, la holding che controlla le principali industrie del comparto militare, aeronautico e spaziale italiano. Li ha sborsati la Lybian Investment Authority (LIA), l’autorità governativa libica che gestisce i fondi d’investimento in numerosi settori, da quello immobiliare, petrolifero ed industriale alle grandi infrastrutture, al turismo e all’agricoltura, in Libia come all’estero. Ma la vera partita si giocherà nei prossimi mesi quando la LIA tenterà di acquisire perlomeno il 3% del capitale di Finmeccanica per imporre nel consiglio di amministrazione alcuni degli uomini più fidati del colonnello Gheddafi. Attualmente la soglia del 3% è superata solo dal nostro Ministero dell’Economia (la partecipazione è del 32,5%), ma dopo che il 21 gennaio 2011 la Capital Research and Management Company di Los Angeles ha ridotto la propria presenza dal 4,88 all’1,85%, l’authority libica è divenuta la seconda azionista di Finmeccanica, prima di Mediobanca che con l’1% circa del capitale controlla un terzo dei componenti del Cda.

L’ingresso di Tripoli nella holding segue di un anno l’accordo tra i general manager Finmennica e Libya Africa Investment Portfolio (LAP), l’entità finanziaria controllata dalla Lybian Investment Authority, che ha dato vita ad una joint venture paritetica “per una cooperazione strategica nel settore militare ed aerospaziale, delle telecomunicazioni, dei trasporti, dell’elettronica e dell’energia” in grado di operare in Libia, nel resto del continente africano e in Medioriente. Ancora prima, nel 2006, era stata creata la Libyan Italian Advanced Technology Company – LIATEC, società per azioni con sede a Tripoli controllata al 50% dalla Libyan Company for Aviation Industry e per il restante 50% da Finmeccanica e dalla controllata AgustaWestland. “LIATEC opera quale fornitore delle agenzie libiche preposte agli approvvigionamenti per la fornitura di elicotteri, aerei medi e leggeri, sistemi elettronici di sicurezza e infrastrutture terrestri”, spiega Finmeccanica in un comunicato. “La società beneficia di diritti commerciali per la vendita in un certo numero di Paesi del continente africano di mezzi assemblati localmente. I due azionisti italiani forniscono know-how, addestramento, tecnologie e attrezzature, mentre il socio libico investe principalmente in infrastrutture, impianti e attività di marketing locale”.

Oltre ad un centro di addestramento volo per il personale libico, il programma di sviluppo di LIATEC si è concretizzato nella realizzazione di un moderno centro di manutenzione e assemblaggio elicotteri nell’aeroporto di Abou Aisha, vicino Tripoli. L’impianto, realizzato dalla Maltauro Costruzioni di Vicenza per un importo di 11.289.800 euro, è stato inaugurato il gli elicotteri leggeri monomotore e multiruolo AW119Ke “Koala” e AW109 “Power” e i pattugliatori bimotore AW139. Si tratta di velivoli prodotti su licenza AgustaWestland, una delle prime aziende italiane tornate ad operare in Libia dopo il riavvicinamento politico-diplomatico tra Roma e Tripoli. Nel gennaio 2006 l’azienda elicotteristica ha venduto alle forze armate libiche 10 AW109, valore 80 milioni di euro”, utilizzati per il controllo delle frontiere terrestri e marittime. Successivamente AgustaWestland ha consegnato 10 esemplari dell’elicottero AW119Ke e ha ricoperto il ruolo di sponsor privilegiato di LAVEX 2007, la seconda edizione del salone arabo-africano dell’aviazione. Alla fiera dei mercanti d’armi, le aziende di Finmeccanica hanno offerto il meglio della propria produzione industriale: oltre agli elicotteri AgustaWestland, l’aereo da trasporto tattico C-27J “Spartan” e il caccia addestratore “Aermacchi M-311” di Alenia Aeronautica, e le più sofisticate attrezzature di controllo radar e sensori di Selex Sistemi Integrati e Selex Sensors & Airborne Systems.

Nel giugno 2008 gli stabilimenti Agusta sono stati tappa della storica visita in Italia del Capo di Stato Maggiore dell’aeronautica libica, generale Al Sherif Alì Al Rifi. L’alto ufficiale sfruttava l’occasione per recarsi pure dal 72° Stormo Ami di Frosinone per “approfondire tematiche inerenti la formazione ed i programmi istruzionali in uso presso la Scuola Volo, nonché le potenzialità dell’elicottero NH-500E, in dotazione al Reparto di addestramento”, come recita un comunicato del Comando dell’Aeronautica militare italiana. Il generale Al Rifi visitava infine il 36° Stormo di Gioia del Colle (Bari) per una “significativa illustrazione delle attività operative connesse al velivolo Eurofighter Typhoon (F2000) in dotazione al XII Gruppo di volo”. L’NH-500E delle forze armate italiane è stato prodotto su licenza USA dalla Breda Nardi, azienda poi acquisita da Agusta; il caccia multiruolo Eurofighter è invece realizzato da un consorzio europeo controllato al 19,5% da Alenia Aeronautica.

Nel frattempo sono fioccati i contratti per il gruppo Finmeccanica: nel luglio 2007 il ministero della difesa libico assegnava ad Alenia-Aermacchi la revisione di 12 velivoli addestratori SF-260 (valore della commessa tre milioni di euro), mentre nel gennaio 2008 era affidata ad Alenia la fornitura di 9 velivoli ATR-42MP “Surveyor”. Il contratto (31 milioni di euro) includeva l’addestramento dei piloti e degli operatori di sistema e l’installazione a bordo di un radar di ricerca e di sensori elettro-ottici. “L’ATR-42MP sarà utilizzato dal corpo della General Security libica per il pattugliamento marittimo, il controllo delle acque territoriali e delle zone economiche esclusive, la lotta al traffico illegale di beni e persone, il lancio di equipaggiamenti per il soccorso in mare”, annunciavano i manager di Alenia. In aggiunta alle missioni di sorveglianza il velivolo può assicurare pure il trasporto truppe e paracadutisti.

A dar forza all’alleanza tra l’industria militare italiana e il governo di Tripoli ha contribuito in particolare il “Trattato di amicizia e cooperazione italo-libico” sottoscritto il 30 agosto 2008 da Silvio Berlusconi e dal colonnello Gheddafi. All’articolo 20 esso prevede infatti “un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”, nonché lo sviluppo della “collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate, mediante lo scambio di missioni di esperti e l’espletamento di manovre congiunte”. Ancora più esplicito l’articolo 19 del Trattato che auspica un’“intensa” collaborazione tra Italia e Libia “nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina”, e impegna le due parti alla “realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche”.

Sono ovviamente le aziende Finmeccanica ad essere impegnate nel rinnovamento del sistema libico di controllo dei confini e di contrasto anti-migranti. Tramite Selex Sistemi Integrati (azienda leader nella produzione di sensori navali e terrestri e nel controllo del traffico aereo) è stato firmato un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un sistema di sorveglianza radar delle coste libiche e delle frontiere con Niger, Ciad e Sudan. L’azienda italiana provvederà alla progettazione, all’installazione e all’integrazione del sistema dotandolo di tutte le funzionalità C3 (Comando, Controllo, Comunicazione) e di quelle “di elaborazione dell’informazione, integrazione dei dati provenienti dai vari sensori e gestione delle emergenze”. Selex avrà inoltre la responsabilità dell’addestramento degli operatori e dei manutentori libici e assicurerà l’esecuzione delle opere civili necessarie. In accordo con quanto previsto dai Protocolli di cooperazione in tema di contrasto all’immigrazione firmati a Tripoli il 29 dicembre 2007, l’Italia ha pure consegnato sei motovedette della Guardia di finanza “dotate di moderni sistemi di scoperta e telecomunicazioni” e di due potenti propulsori diesel che permettono di raggiungere una velocità massima di 43 nodi. L’Italia dovrebbe consegnare presto alla polizia libica anche una ventina di piccole imbarcazioni per poter meglio adempiere al “lavoro sporco” di respingimento delle imbarcazioni dei migranti.

Grandi affari infine per un’altra importante controllata Finmeccanica, l’Ansaldo, che nel giugno 2009 si è aggiudicata una commessa da 541 milioni per la realizzazione dei sistemi di segnalamento e degli impianti di telecomunicazioni della linea ferroviaria costiera Ras Ajdir-Sirte e di quella verso l’interno Al-Hisha-Sabha. Stavolta non si tratta di velivoli da guerra ma a firmare il contratto per conto del governo libico è stato l’ex agente segreto Said Mohammed Rashid, condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Milano con sentenza passata in giudicato per omicidio e detenzione illegale di revolver e munizioni.

sabato 29 gennaio 2011

Giochi di Guerra ad Aviano, sognando l’Africa

Ci vuole fantasia a simulare un’operazione di guerra in Africa utilizzando uno scenario nel nord-est d’Italia, proprio adesso che ghiaccio e neve la fanno da padroni. Ma il Pentagono vuole completare prima possibile il dispositivo per intervenire “efficacemente” nel continente africano, così anche la base aerea di Aviano, Pordenone, va bene per un’esercitazione militare di pronto intervento. Il nome in codice è “Lion Focus 2009”, e prevede il dispiegamento e attivazione di un centro di comando e controllo per sovrintendere al pronto intervento in Africa di personale e mezzi delle forze terrestri statunitensi.

A quest’esercitazione, predisposta dal nuovo Comando per le operazioni USA in Africa, AFRICOM, partecipano circa 360 militari dell’Aeronautica, dell’Esercito, della Marina e del Corpo dei Marines, impegnati nella pianificazione strategica e il coordinamento di unità presenti in località differenti d’Italia e Stati Uniti d’America. Il tutto è diretto dal Comando SETAF (Southern European Task Force) di Vicenza, da due mesi a questa parte rinominato “SETAF/US Army Africa”, per assumere la conduzione delle operazioni dell’Esercito USA nel continente africano.

La SETAF ha inviato ad Aviano un contingente di 40 specialisti nel settore delle telecomunicazioni, per montare un vero e proprio accampamento con shelter, centri di controllo e apparecchiature radio. Altra località utilizzata per l’esercitazione “Lion Focus 2009” è la base di Longare, sino a qualche anno fa un deposito di armi nucleari tattiche dell’US Army e dove, secondo gli attivisti no-war del Presidio Permanente di Vicenza, sarebbero stati avviati imponenti lavori sotterranei top secret.

Lo scalo aereo di Aviano – una delle principali basi nucleari in Europa dell’US Air Force – entra dunque a far parte del “club” delle basi USA in Italia destinate al comando e al supporto delle missioni AFRICOM. Ad Aviano e Vicenza si aggiungono infatti la stazione aeronavale di Sigonella (Sicilia), vero e proprio “hub per le operazioni di rifornimento e carico dei velivoli diretti verso il continente africano; la base di Camp Darby (Livorno), che assicurerà la movimentazione di uomini, mezzi e armamenti dell’US Army; e il complesso navale di Napoli-Capodichino-Gaeta, sede del Comando per le Forze Navali USA in Europa e della VI Flotta, a cui sono state pure attribuite le funzioni di comando della neo costituita “US Naval Forces Africa”. Secondo indiscrezioni trapelate al Pentagono, la stessa città di Napoli è tra le candidate più accreditate ad ospitare entro un paio di anni il quartier generale di AFRICOM, oggi a Stoccarda (Germania), per avvicinarlo il più possibile all’area geografica d’intervento.

Le attività allo US Naval Forces Africa sono frenetiche, anche perché a fine gennaio sarà dato il via nelle acque occidentali del continente alla prima missione 2009 “APS” (Africa Partnership Station), l’iniziativa della Marina Militare statunitense finalizzata – secondo quanto si legge nei comunicati degli strateghi di Washington - all’“addestramento delle flotte navali africane nella lotta contro i problemi che interessano la regione, come il contrabbando di droga, la pirateria, le attività di pesca non regolari, l’immigrazione illegale e il traffico di persone”.

Ma anche nel resto d’Europa si moltiplicano le installazioni riconvertite ai nuovi piani di penetrazione militare USA in Africa. In Germania, oltre al Comando generale di Stoccarda, sono presenti lo scalo aereo di Ramstein, predisposto per ospitare le forze aeree di “AFAFRICA” (le stesse che è facile prevedere opereranno pure da Aviano), e Boeblingen, sede del comando delle forze del Corpo dei Marines per il continente africano (MARFORAF).

Un ruolo chiave è stato pure ritagliato per il complesso aeronavale di Rota-Cadice, Spagna, altra possibile destinazione finale del quartier generale di AFRICOM. A conferma di quelle che sono le reali intenzioni di Washington nel continente nero, all’inizio del nuovo anno, la base di Rota è stata prescelta come “area primaria” ove trasferire il personale militare “liberato dopo essere stato tenuto come prigioniero di guerra o come ostaggio nel corso di una missione in Africa”. Secondo quanto dichiarato dall’US Africa Command, “Rota è stata individuata come località di ricovero, trattamento medico-psicologico e riabilitazione per la prossimità della Spagna all’Africa, e inoltre perché lo scalo aereo dell’installazione e l’ospedale militare distano tra loro solo meno di un miglio”.

Nella base aerea britannica di Molesworth è stato invece installato iI centro d’intelligence d’eccellenza del Comando USA per l’Africa. A questo fine, la scorsa settimana un reparto di 150 militari è stato trasferito da Stoccarda a Molesworth. Altri 150 dipendenti civili del Dipartimento della Difesa raggiungeranno la base britannica nei prossimi mesi. Secondo quanto preannunciato da Vince Crawley, portavoce di AFRICOM, la nuova stazione d’intelligence “scambierà informazioni con il NATO Intelligence Fusion Center e l’US European Command’s Joint Analysis Center, ospitati entrambi a Molesworth”.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 15 gennaio 2009

venerdì 28 gennaio 2011

Militari e mercenari in partnership contro i pirati somali

A conclusione di un meeting a porte chiuse nella sede delle Nazioni Unite, New York, 24 nazioni e 5 organizzazioni internazionali hanno dato vita al “Gruppo di Contatto sulla Pirateria” (CGP) per “coordinare e rafforzare l’impegno comune” contro i “pirati” nelle acque, nei cieli e all’interno del territorio della Somalia. A presiedere il nuovo organismo sono stati chiamati gli Stati Uniti d’America; ne fanno parte il Segretariato dell’ONU, l’International Maritime Organization, la NATO, l’Unione Africana, l’Unione Europea, l’esautorato Governo di Transizione Nazionale della Somalia, Arabia Saudita, Australia, Cina, Corea del Sud, Danimarca, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Giappone, Gibuti, Gran Bretagna, Grecia, India, Kenya, Olanda, Oman, Russia, Spagna, Turchia, Yemen e…. l’Italia, paese che per la missione antipirateria ha destinato 8,7 milioni di euro.

In una breve nota a firma del vicesegretario di Stato USA per gli Affari Politico-Militari, Mark T. Kimmitt, vengono anticipate alcune delle finalità del composito Gruppo di Contatto per la Somalia: “miglioramento del supporto operativo e d’intelligence per le azioni anti-pirateria; rafforzamento delle strutture giuridiche per l’arresto, l’incriminazione e la detenzione dei pirati; potenziamento delle capacita di auto-difesa della navi commerciali; contrasto delle operazioni finanziarie illegali”.

Obiettivi che lasciano intendere che sia pronto per il Corno d’Africa un intervento in larga scala in cui le azioni armate si alterneranno alle “extraordinay renditions”, le deportazioni illegali di prigionieri realizzate nei conflitti di Afghanistan ed Iraq.
Il summit semiclandestino al palazzo di Vetro segue l’attivazione di una flotta aeronavale che centralizzerà gli interventi anti-pirateria nel Golfo di Aden, Mar Rosso e Oceano Indiano (la “Combined Task Force 151 - CTF-151”). Si tratta di una forza multinazionale sotto il comando USA, a cui hanno dato la propria adesione le marine militari di venti paesi, in buona parte gli stessi che compongono il contact group anti-pirati. L’area geografica è la stessa in cui Washington ha promesso al governo israeliano di estendere i pattugliamenti e le operazioni d’intelligence “per impedire i rifornimenti di armi ad Hamas, nella striscia di Gaza e Libano”.
 
Le acque della Somalia sono attualmente presidiate da una cinquantina di navi da guerra dotate di sofisticati sistemi missilistici ed elicotteri, battenti bandiera dell’Unione Europea, degli Stati Uniti d’America e di altre potenze nucleari come Cina, Iran e Russia. L’egemonia militare di Washington non è pero assolutamente in discussione. Secondo quanto annunciato a Nairobi dal generale William Kip Ward, a capo del Comando americano per le operazioni in Africa (Africom), “gli Stati Uniti sono pronti a fornire assistenza ed addestramento agli eserciti africani nella lotta contro un crimine internazionale come la pirateria”. Contro gli attacchi alle navi mercantili e alle petroliere, il Pentagono ha pure assegnato diverse unità della US Coast Guard per il pattugliamento dei mari e l’addestramento delle marine di 20 paesi della regione.
 
Nonostante l’incomparabile potenza di fuoco schierata in Somalia, gli strateghi di guerra USA hanno richiesto alle compagnie di navigazione commerciale e crocieristiche di collaborare direttamente, adottando “misure minime d’intelligence e prevenzione”, quali l’uso di “tecnologie non letali come sistemi di sorveglianza ed allarme, sistemi anti-abbordaggio come cannoni ad acqua e fili elettrici, e apparecchiature acustiche che generano rumori dolorosi a lungo raggio a lungo raggio”. Il Pentagono ritiene che le compagnie potrebbero risolvere molti dei loro problemi con i pirati, se assumessero guardie “leggermente” armate a difesa di merci e petrolio, esattamente come già fa da diverso tempo la “East India Company”.
 
I suggerimenti sono stati apprezzati dalle maggiori compagnie statunitensi di sicurezza privata. Appena qualche giorno dopo l’insediamento a Stoccarda (Germania) del quartier generale di Africom (1 ottobre 2008), la famigerata “Blackwater Worldwide”, protagonista del massacro di 17 civili a Baghdad nel settembre del 2007, ha offerto i uomini e mezzi per assistere le società di navigazione in transito nel Golfo di Aden. In particolare, la Blackwater ha acquistato una vecchia nave dalla “National Oceanographic and Atmospheric Administration”, la McArthur, che ha poi ristrutturato ed armato con cannoni navali ed elicotteri lanciamissili. “Abbiamo contattato diversi proprietari di navi che sappiamo aver bisogno del nostro aiuto per proteggere i loro carichi e far sì che giungano felicemente a destinazione”, ha spiegato Bill Matthews, vice presidente esecutivo di Blackwater Worldwide (il vicepresidente generale è tale Cofer Black, direttore del Centro Anti-Terrorismo della CIA nel settembre 2001).

“La McArthur è un’unità navale multi-scopo progettata per sostenere in qualsiasi parte del mondo le operazioni militari, di rafforzamento della legalità e peacekeeping”, ha aggiunto Matthews. “Con un equipaggio di 55 uomini, bene addestrati ed armati, la McArthur può essere perfettamente utilizzata per scortare le navi cargo private nel Golfo di Aden”. Per la lotta ai pirati, la Blackwater ha pure offerto piloti, sofisticate attrezzature tecnologiche, servizi di manutenzione, aerei da guerra e velivoli-spia senza pilota. Secondo la pagina web della corporation, è stata pure programmato l’acquisto di alcuni caccia “Super Tucano”, prodotti dall’impresa brasiliana “Embraer”.
 
La Hollowpoint Protective Services, Mississippi, società emergente nel firmamento dei contractor USA, punta ad un ampio ventaglio di servizi, a partire dalle “analisi sui rischi e le potenzialità dei pirati”, l’“implementazione di piani per prevenire gli attacchi”, l’“addestramento del personale dalle compagnie di navigazione”, la “protezione delle unità sin dalla loro partenza” e finanche la “conduzione di negoziati con i pirati per assicurare il rilascio delle navi e degli ostaggi sequestrati”.
Alla crociata internazionale contro la pirateria chiedono di partecipare, ovviamente, altri due colossi della sicurezza privata made in USA, la Halliburton Co., (di cui è azionista l’ex vice-presidente Richard Bruce “Dick” Cheney) e la DynCorp International. Le due corporation sono attive da alcuni anni nel caldissimo scenario geo-strategico del Corno d’Africa. La KBR Inc., società interamente controllata dalla Halliburton, è stata utilizzata dal Pentagono per la fornitura dei servizi di protezione delle basi utilizzate a Gibuti, Kenya ed Etiopia dalla U.S. Combined Joint Task Force-Horn of Africa (la forza di “pronto intervento USA di 2.000 uomini nel Corno d’Africa).
 
Mercenari della DynCorp, hanno invece addestrato, equipaggiato e sostenuto logisticamente la fallimentare “missione di pace” dell’Unione Africana in Somalia, realizzata con militari etiopi ed ugandesi. L’amministrazione Bush ha versato alla società della Virginia, più di 10 milioni di dollari per l’acquisto di tende, generatori e veicoli militari da destinare alla “peacekeeping force”, e la movimentazione dei mezzi e del personale africano. Il Pentagono ha sottoscritto con DynCorp un altro contratto per oltre 20 milioni di dollari per il supporto alle “operazioni di sorveglianza, addestramento e peacekeeping” di alcuni importanti partner regionali (principalmente Etiopia e Liberia).
 
“Siamo una compagnia in grado di fornire rapidamente i nostri servizi in qualsiasi parte del continente, dalla logistica alle missioni di peacekeeping, all’addestramento specifico delle forze armate locali per migliorare le loro capacità d’intervento aereo e terrestre, al lavoro congiunto con l’organizzazione regionale per prevenire e risolvere i conflitti”, ha dichiarato il vicepresidente esecutivo di DynCorp, Anthony Zinni, già generale del Corpo dei Marines ed ex Comandante dell’US Central Command (Centcom), con sede a Tampa, Florida.
 
Grande conoscitore della Somalia (l’ex militare è stato il direttore operativo per della disastrosa “Restor Hope” del biennio 1992-93), Zinni è uno dei più convinti sostenitori di Africom, nonché grande amico del comandante per le operazioni militari nel continente, generale William Kip Ward. “Abbiamo la necessità d’ingaggiare le nazioni africane in un paritario campo di gioco”, ha esordito Anthony Zinni, intervenendo alla Conferenza sulle Infrastrutture USA-Africa, che si è tenuta a Washington l’8 ottobre 2007. “L’Africa sta progressivamente crescendo in importanza a livello mondiale, sia in termini di sicurezza che in termini economici. La decisione di unificare in un unico comando gli interventi nel continente, risponde concretamente a questo trend. La decisione del Congresso di destinare ad Africom appena 250 milioni di dollari è però mero alimento per polli. È un grave elemento di frustrazione e danneggia pesantemente l’immagine del comando”. E disattende certamente le attese di guadagno dei mercanti di morte…

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 19 gennaio 2009

giovedì 27 gennaio 2011

Deportazioni e minacce per i pirati della Somalia

La flotta aeronavale USA attivata a largo delle coste della Somalia, attende nelle prossime ore l’autorizzazione per avviare la caccia ai pirati e, eseguita la cattura, garantire la loro deportazione in un paese africano top secret. Lo ha dichiarato in un incontro con i giornalisti, il vice ammiraglio William E. Gortney, comandante dell’US Naval Forces Central Command, il Comando Centrale delle Forze Navali da cui dipende la task force internazionale –Combinated Task Force 151 – che pattuglia una vasta aerea geografica compresa tra il Golfo di Aden, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano.

“Stiamo lavorando a stretto contatto con il Dipartimento di Stato – ha esordito Gortney - per portare a termine un accordo con una delle nazioni dell’area che permetterà alla CTF 151 e alle forze della coalizione di spezzare, impaurire, catturare e detenere le persone sospettate di essere responsabili di atti di pirateria. Stiamo negoziando tutti i dettagli per decidere come prenderli, dove imprigionarli, quale corte li dovrà giudicare e dove verranno detenuti nel caso in cui saranno dichiarati colpevoli”.
 
Una o più Guantanamo starebbero dunque per sorgere nel continente africano (tra le candidate più accreditate ad ospitarle Gibuti, Kenya e Tanzania), ma lo scenario che l’amministrazione USA delinea per la Somalia potrebbe essere ancora più tragico. Il viceammiraglio William E. Gortney non ha escluso infatti la possibilità di utilizzare aerei e unità navali per bombardare le presunte postazioni terrestri dei “pirati”. “Se assisteremo ad un assalto”, ha dichiarato, “abbiamo tutto il potere che desideriamo per inseguirli, aprire il fuoco letale e prenderli sotto la nostra custodia”.
 
Nel dare priorità a quella che è ormai una guerra a tutti gli effetti, l’amministrazione statunitense ha affidato la pianificazione e la direzione delle operazioni della Combinated Task Force 151 all’US Central Command (CENTCOM), il Comando centrale unificato delle forze armate USA con sede nella base aerea MacDill di Tampa, Florida, relegando così in un secondo piano il nuovo Comando per le operazioni Usa in Africa, Africom.
 
Alla CTF 151 hanno già aderito le marine militari di una ventina di paesi partner degli Stati Uniti. Si tratta di una versione ancora più aggressiva della Task Force 150 attivata nella regione del Golfo Persico nel 2001 dal Comando della 5^ Flotta USA. “Le operazioni della CTF 150 includevano la deterrenza di attività destabilizzanti, come il traffico di droga ed armi”, ha spiegato l’ammiraglio Terry McKnight, comandante della CTF 151. “Con la creazione della Combinated Task Force 151, si darà enfasi alle attività anti-pirateria, mentre la CTF-150 continuerà nei suoi compiti. Le nazioni che non hanno esperienza continueranno ad operare con la CTF-150, mentre le altre offriranno le loro capacità contro I criminali coinvolti in atti in pirateria. Dimostreremo che la Marina degli Stati Uniti non ammette atti criminali nei mari e che vogliamo, come possiamo, garantire accordi commerciali aperti in qualsiasi parte del mondo”.
 
L’ammiraglio McKnigt ha spiegato che gli Stati Uniti hanno avviato nell’agosto 2008 (due mesi prima, cioè, dall’approvazione delle Nazioni Unite delle risoluzioni che hanno legittimato l’intervento militare in Somalia), un piano d’azione in tre fasi per potenziare le capacità di risposta delle marine militari e delle grandi compagnie di navigazione private contro i tentativi di abbordaggio. “Abbiamo già ottenuto notevoli successi con le prime due tappe del processo e adesso 14 nazioni cooperano con noi”, ha aggiunto il Comandante della CTF-151. “L’industria navale sta avendo un grande impatto. Sta facendo un ottimo lavoro di condivisione per migliorare e velocizzare le misure difensive e prevenire l’abbordaggio sulle proprie navi. Adesso è giunta l’ora di prendere i pirati”.
 
Ammiraglia della Combinated Task Force 151 è la nave anfibia “USS San Antonio” (LPD-17), in cui sono imbarcati un plotone del 26th Marine Expeditionary Unit del Corpo dei Marines, un distaccamento della polizia militare e personale della Guardia Coste e dei servizi d’intelligence. Nella “San Antonio” sono stati trasferiti dalla portaerei USS Theodore Roosvelt, tre elicotteri HH-60H “Seahawk” per la guerra navale e antisottomarina e un team di specialisti per il pronto intervento e la cura sanitaria di feriti.
 
In sintonia con le unità della forza multinazionale a guida USA opera la flotta navale dell’Unione Europea EU NAVFOR. Nei giorni scorsi il comandante greco Antonios Papaioannou è stato a bordo della nave ammiraglia statunitense per un summit con l’ammiraglio Terry McKnight. “L’Unione Europea ha ufficiali di collegamento con il mio staff e ci stiamo coordinando a tutti i livelli”, ha dichiarato il comandante della CTF-151. “Stiamo inoltre cooperando con le marine di Gran Bretagna, Pakistan ed Australia. L’Arabia Saudita partecipa con noi nell’organizzazione di questo impegno anti-pirateria. Stiamo equipaggiando ed addestrando gli Emirati Arabi Uniti perché inviino navi ad operare con o dentro la CTF-151. Ci sono poi paesi che si sono attivati autonomamente come Cina e Russia. Gli Stati Uniti stanno comunicando con la Cina attraverso e-mail in codice e con le unità russe grazie ad un ponte radio diretto”.
 
Il Dipartimento di Stato sigilla la sua egemonia nella pianificazione delle strategie d’intervento politico-militare assumendo la presidenza del Gruppo di Contatto sulla Pirateria (GCP), costituito a New York la scorsa settimana da 24 nazioni (tra cui l’Italia) e 5 organizzazioni internazionali (Segretariato dell’ONU, International Maritime Organization, NATO, Unione Africana e Unione Europea). Anche in questo caso gli obiettivi del Gruppo di Contatto sono prevalentemente di tipo militare, ma non mancano le aspirazioni a sviluppare nuovi meccanismi giuridici per contrastare i tentativi di assalti nelle acque somale.
 
Il GCP ha formalizzato la costituzione di quattro gruppi di lavoro. il primo è destinato al coordinamento militare, allo scambio d’informazioni e all’istituzione di un centro regionale di comando, e sarà convocato da Gran Bretagna e dall’International Maritime Organization. Il secondo gruppo, coordinato dalla Danimarca, sarà indirizzato all’approfondimento degli aspetti giuridici della pirateria e sarà supportato da UNODC, l’Ufficio delle Nazioni Unite contro le Droghe ed il Crimine diretto dall’italiano Antonio Maria Costa. Agli Stati Uniti toccherà la guida del terzo gruppo, quello per il “rafforzamento auto-difensivo delle compagnie di navigazione”. Il quarto gruppo di lavoro, coordinato dall’Egitto, s’interesserà invece agli “aspetti diplomatici e di pubblica informazione su tutti gli aspetti della pirateria”.
 
Al Gruppo di Contatto, oltre ai paesi sopracitati, partecipano l’esautorato Governo di Transizione Nazionale della Somalia, Arabia Saudita, Australia, Cina, Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Giappone, Gibuti, Grecia, India, Kenya, Olanda, Oman, Russia, Spagna, Turchia e Yemen. Il Dipartimento di Stato ha inoltre invitato a farne parte Belgio, Norvegia, Portogallo, Svezia e Lega Araba.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 21 gennaio 2009

mercoledì 26 gennaio 2011

Il Grande Fratello di Sigonella

Ignazio La Russa ce l’ha fatta. Lo aveva promesso nel giugno 2008: “faremo di Sigonella una delle più grandi base d’intelligence del mondo”. Adesso è certo: la stazione aeronavale in mano all’US Navy ospiterà il nuovo sistema AGS (Alliance Ground System) dell’Alleanza Atlantica per la sorveglianza della superficie terrestre e la raccolta e l’elaborazione d’informazioni strategiche.


Il governo italiano ha sbaragliato un’agguerritissima concorrenza: a volere i sofisticati impianti di spionaggio c’erano Germania, Grecia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna e Turchia. Gli investimenti in infrastrutture per oltre un miliardo e 560 milioni di euro facevano gola a tutti. Gli Stati Uniti dovevano però ripagare in qualche modo l’incondizionata fedeltà dei governi d’Italia alle scelte più scellerate di questi ultimi anni (guerre in Afghanistan e Iraq, nuova base militare di Aviano, comandi AFRICOM a Napoli e Vicenza, stazione radar satellitare MUOS a Niscemi, interventi in Libano, Darfur, Somalia e adesso Gaza).

Roma dovrà comunque sborsare 150 milioni di euro entro la fine del 2010, anno in cui l’AGS diventerà pienamente operativo. Ma gli affari per i soliti noti del settore costruzioni militari è assicurato.
 
L’Alliance Ground System si divide in tre componenti: una stazione fissa terrestre ove opera il Centro di commando e controllo; una stazione terrestre che può essere facilmente trasportata su velivoli o navi in caso d’emergenza e/o conflitto; le “Software Grounds Stations” costituite da sofisticati sistemi computerizzati che permettono di ricevere, decodificare e trasmettere le informazioni raccolte.
Le stazioni terrestri sono state tutte progettate per supportare le operazioni di dispiegamento in tempi rapidissimi, in qualsiasi scacchiere internazionale, di forze terrestri, velivoli aerei, navi, sottomarini, unità missilistiche. L’AGS è dunque lo “strumento chiave per rendere più incisiva la Forza di Risposta della NATO (NRF)”, divenuta operativa nel giugno 2006.
 
Il sistema consente inoltre di elaborare in tempo reale un quadro strategico e tattico prontamente disponibile ai Centri di comando e controllo sia della NATO che dei Paesi membri, in tempo di pace e di conflitto. “La capacità alleata di sorveglianza terrestre AGS, è un elemento fondamentale per dare alle forze schierate i mezzi per colpire i loro bersagli con grande precisione, proteggendole contemporaneamente dagli attacchi”, ha spiegato il relatore USA John Shimkus alla Sottocommissione per la cooperazione transatlantica dell’Assemblea Parlamentare della NATO. “L’Alliance Ground System segna un grosso progresso tecnologico per quanto riguarda la cooperazione alleata in materia di difesa. Grazie ad esso, i comandanti disporranno di un’immagine completa, in tempo reale, delle attività sul campo di battaglia man mano che esse si evolvono. Ciò consentirà un’individuazione molto efficace degli obiettivi ed aumenterà la precisione dei tiri in ambienti complessi”.
 
L’elemento cardine del sistema sarà rappresentato da un modernissimo velivolo senza pilota equipaggiato con sistemi radar e sensori in grado di rilevare, seguire ed identificare con grande accuratezza e da grande distanza il movimento di qualsiasi veicolo sul terreno. Lo scorso anno, l’Alleanza Atlantica ha formalizzato la scelta per l’Euro Hawks UAV, una variante specifica dell’RQ-4B Global Hawk acquisito da US Air Force e US Navy, che offrirebbe “maggiori benefici in termini di supporto logistico, manutenzione ed addestramento”.
 
Le caratteristiche tecniche del Global Hawk erano già invidiabili: con un peso di 13 tonnellate, questo aereo senza pilota può volare a circa 600 chilometri all’ora a quote di oltre 20.000 metri; ed è in grado di monitorare un’area di 103,600 chilometri quadrati grazie ad un potentissimo radar e all’utilizzo di telecamere a bande infrarosse. Le immagini registrate vengono poi trasmesse via satellite ai comandi terrestri. L’autonomia del Global Hawk è di 36 ore con un solo pieno di carburante. La sua rotta è fissata da mappe predeterminate, un po’ come accade con i missili da crociera Cruise, ma da terra gli operatori possono cambiare le missioni in qualsiasi momento.
 
Il primo prototipo di Euro Hawk diventerà operativo entro il 2009: due colossi del complesso militare industriale, Northrop Grumman ed EADS lo stanno costruendo dopo aver sottoscritto un contratto di 410 milioni di euro. I velivoli senza pilota della NATO destinati a Sigonella dovrebbero essere 6, a cui si aggiungeranno i 4 RQ-4B che l’US Air Force dislocherà in Sicilia quando saranno completati i lavori di realizzazione degli hangar di manutenzione degli aerei. “L’AGS è uno dei più costosi programmi di acquisizione intrapresi dall’Alleanza”, dicono a Bruxelles. Per l’intero sistema di rilevazione è infatti prevista una spesa che sfiora i 4 miliardi di euro. A beneficiarsene sarà un consorzio costruito ad hoc da imprese statunitensi ed europee: oltre a Northrop ed EADS ci sono pure General Dynamics, Thales e l’italiana Galileo Avionica, società del gruppo Finmeccanica.
 
Se era ormai nota da tempo la notizia dell’arrivo a Sigonella di squadriglie di velivoli spia senza pilota, ha destato sorpresa l’accenno del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini, all’“allestimento a Sigonella del sistema SIGINT” (acronimo di Signals Intelligence, nda). Ha dichiarato Camporini: “Abbiamo scelto questa base dopo un’attenta valutazione e per la sua centralità strategica nel Mediterraneo che le consentirà di concentrare in quella zona le forze d’intelligence italiane, della NATO e internazionali”.
 
A Sigonella saranno dunque centralizzate le attività di raccolta d’informazioni ed analisi di comunicazioni, segnali e strumentazioni straniere, trasformando la Sicilia in un’immensa centrale di spionaggio mondiale. Un “Grande Fratello” USA e NATO, insomma, ma non solo. I sistemi di Signals Intelligence hanno infatti una funzione determinante per scatenare il “first strike”, convenzionale o nucleare che sia. Sono lo strumento chiave di ogni “guerra preventiva”. Una delle articolazioni SIGINT è la cosiddetta ELINT – Electronic Intelligence, che si occupa in particolare d’individuare la posizione di radar, navi, strutture di comando e controllo, sistemi antiaerei e missilistici, con lo scopo di pianificarne la distruzione in caso di conflitto.
 
Per il funzionamento di aerei senza pilota, AGS e centrali di spionaggio, il ministro della difesa ha preannunciato l’arrivo in Sicilia di “800 uomini della NATO, con le rispettive famiglie”. I solerti sindaci dei comuni di Motta Sant’Anastasia (Catania) e Lentini (Siracusa) sono stati premiati. Ben quattro varianti ai piani regolatori approvate negli ultimi anni, consentiranno bibliche colate di cemento su terreni agricoli e aranceti: su di essi prolifereranno residence e villaggi per i militari nordamericani.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 23 gennaio 2009

Predator USA contro i pirati della Somalia

Le forze armate statunitensi hanno schierato nel Golfo di Aden i micidiali velivoli senza pilota “Predator” per dare la caccia ai pirati somali. Il comando della nuova flotta navale “Combined Task Force CTF-151”, attivata dal Pentagono nelle acque del Corno d’Africa, ha reso noto che un aereo UAV (Unmanned Aerial Vehicle) è stato trasferito a bordo del cacciatorpediniere lanciamissili USS Mahan, “per contribuire alla sorveglianza marittima e segnalare ogni azione sospetta, rendendo così sempre più efficaci le missioni anti-pirateria”.

“Ciò rappresenta un significativo passo in avanti e riflette la crescita nell’uso dei velivoli senza pilota in tutto lo spettro delle operazioni militari”, ha spiegato il comandante della USS Mahan, Steve Murphy. “Il Predator - ha aggiunto – è un aereo versatile e di pronta risposta, in grado di modificare in volo aree operative e missioni. Può volare segretamente di giorno o di notte e renderà sempre più difficile ai pirati di nascondersi. Le immagini e le informazioni che otterremo ci permetteranno di velocizzare i nostri processi decisionali, assicurandoci un significativo vantaggio tattico nell’azione contro la pirateria”.
 
Le caratteristiche tecniche del Predator sono lodate da strateghi e aziende produttrici: il velivolo gode di un’autonomia di volo di 40 ore e può volare sino ad un’altezza di 9.000 metri sul livello del mare. Grazie ai sensori ottici e ai sistemi radar di bordo può individuare e fotografare qualsiasi target anche in condizioni di intensa nuvolosità. Ma più che un aereo spia o “d’intelligence”, il Predator, è una vera arma letale da first strike, in grado d’individuare, inseguire ed eliminare l’obiettivo con estrema precisione.
 
Il velivolo senza pilota è dotato di missili aria-terra AGM-114 Helfire, i quali hanno già causato centinaia di morti nei più recenti teatri di guerra. I primi UAV da combattimento sono stati installati nel novembre 2001 in alcune basi USA in Pakistan ed Uzbekistan per eseguire, in Afghanistan, “omicidi selettivi” di presunti leader di al-Qaeda. L’anno successivo, i velivoli Predator sono stati utilizzati dall’US Air Force per assassinare alcuni militanti radicali islamici che si erano rifugiati in Yemen. L’ultima azione di guerra risale a meno di una decina di giorni fa e ha causato un vero e proprio massacro. Il 23 gennaio, tre giorni dopo l’insediamento come presidente degli States di Obama Barack, due missili lanciati da un Predator hanno ucciso in Pakistan diciassette civili. Secondo la rete televisiva CNN, solo nel 2008 gli attacchi missilistici effettuati da questi aerei nel paese islamico, sarebbero stati una trentina.
 
Oltre ai Predator, la flotta navale USA anti-pirati ha a disposizione una lunga serie di sofisticati strumenti di morte. Il cacciatorpediniere USS Mahan è dotato dei missili da crociera “Tomahawk” (la versione navale dei Cruise che furono installati a Comiso negli anni ’80) e dei missili anti-nave MK 41. Ci sono poi cannoni, mitragliatori e siluri Mk 32. L’ammiraglia della CTF 151, la nave anfibia San Antonio (LPD 17), ospita tre elicotteri HH-60H “Seahawk” per la guerra navale e antisottomarina, inviati dalla portaerei nucleare USS Theodore Roosvelt, di stanza nel Golfo Persico. L’equipaggio della San Antonio è costituito da personale proveniente dai reparti specializzati di US Navy, Coast Guard e Marine Corps. Tra questi spiccano i cecchini del 26th Marine Expeditionary Unit (MEU), in possesso di fucili ad altissima precisione come l’Mk-11, capaci di colpire un bersaglio distante 1,000 yards (circa 915 metri) e quelli calibro 50 che possono raggiungere le 1,800 yards.
 
Che il Pentagono stia pianificando in ogni dettaglio un possibile attacco in Corno d’Africa trova conferma da quanto trapelato a Washington. Il quartier generale del Comando congiunto delle forze di guerra degli Stati Uniti di Suffolk-Norfolk (Virginia) è stato sede dal 10 al 15 gennaio 2009 di un’esercitazione militare a cui hanno partecipato alcuni ufficiali del nuovo Comando per le operazioni USA in Africa, Africom, attualmente ospitato a Stoccarda (Germania). Nello specifico, sarebbero stati simulati la mobilitazione e il trasferimento nel continente africano di truppe militari USA per rispondere a tre eventi simultanei: un ciclone che devasta la Tanzania; la minaccia di alcuni “estremisti” di attaccare un gruppo d’ingegneri che lavora alla realizzazione di pozzi d’acqua in Kenya; l’evacuazione dall’Eritrea di cittadini USA e di un paese terzo, per il rischio di un conflitto alla frontiera con l’Etiopia. Elemento chiave della triplice spedizione di guerra in Africa orientale, il Combined Joint Task Force Horn of Africa, la forza di rapido intervento di 2.000 uomini che gli Stati Uniti hanno dislocato nella ex colonia francese di Gibuti.
 
Si fa intanto ancora più caotico il traffico navale militare nelle acque somale. Oltre alla Combined Task Force 151 USA con cui collaborano 14 nazioni alleate, ad una flotta dell’Unione europea a comando greco (“Operazione Atalanta”) ed alle navi inviate da Cina, Russia ed Iran, starebbero per giungere alcune unità del Giappone. Per aggirare le norme costituzionali che sanciscono il carattere meramente difensivo delle forze armate nazionali, il premier Taro Aso, potrebbe dichiarare lo “stato d’emergenza” per la lotta alla pirateria navale.
 
Dal porto di Rota-Cadice (Spagna) è invece salpata per la Somalia la fregata Victoria, che dal prossimo mese di aprile assumerà il comando dell’operazione “Atalanta” dell’Unione Europea. Il governo Zapatero sta valutando con attenzione la possibilità d’imbarcare poliziotti di paesi africani sulle navi da guerra spagnole che pattuglieranno le coste somale. Ad essi verrebbe delegato il “trattamento” diretto delle persone catturate durante gli interventi anti-pirateria. Secondo quanto indicato dalla ministra della difesa Carme Chacon, Spagna e altri paesi europei avrebbero avviato contatti con Kenia, Gibuti e Tanzania per ottenere l’autorizzazione a trasferire le persone catturate in alcune prigioni locali. È in fondo quello che gli Stati Uniti hanno fatto con i prigionieri di guerra di Afghanistan e Iraq, deportandoli in massa nel lager di Guantanamo (Cuba).
 
Il problema di cosa fare con i “pirati” somali è stringente: lo scorso 27 gennaio un elicottero della marina francese ha aperto il fuoco contro i presunti assalitori di una nave battente bandiera maltese in transito nel Golfo di Aden. Il blitz si è concluso con la cattura di 9 persone. Secondo quanto dichiarato dal comando navale francese, negli ultimi mesi le proprie unità avrebbero arrestato 57 pirati. Si sconosce, ad oggi, dove essi siano stati condotti.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 4 febbraio 2009

martedì 25 gennaio 2011

La Russa impone l’AGS della Nato a Sigonella

È una scelta che ha diviso i principali partner Nato quella d’installare a Sigonella il centro di comando del programma AGS (Alliance Ground Station) per la sorveglianza della superficie terrestre e l’elaborazione delle informazioni raccolte dalla decina di velivoli senza pilota Global ed Euro Hawk che opereranno dalla stessa base siciliana.
Alla candidatura dell’Italia, maturata durante il governo Prodi e rilanciata nel luglio 2008 dal ministro della difesa Ignazio La Russa, si sono contrapposte Germania, Polonia e Spagna, anch’esse interessate ad ospitare quello che è stato presentato per lungo tempo come il più grande programma di sviluppo di tecnologie di guerra nella storia dell’Alleanza Atlantica. Questi tre paesi però, si sono ritirati uno dopo l’altro, e il 16 gennaio 2009, in un summit nel quartier generale Nato di Bruxelles, i vertici militari USA hanno imposto agli alleati la base di Sigonella.
 
A mettere fuori gioco Varsavia, l’inatteso risultato delle elezioni politiche dell’ottobre 2007, quando furono pesantemente sconfitti i gemelli Kaczynski, partner di ferro delle avventure belliciste dell’amministrazione Bush. Per la Germania, che aveva candidato la base di Geilenkirchen (quartier generale degli aerei radar Awacs della Nato), deve aver pesato la distanza geografica dalle aree prioritarie per le attività di sorveglianza del sistema AGS (Mediterraneo, continente africano e Medio Oriente). Molto più complesse invece, le ragioni della “sconfitta” della base aerea di Zaragoza (Spagna), la candidata più accreditata ad ospitare il centro di controllo e gli aerei spia. Le polemiche esplose nel paese iberico dopo l’ufficializzazione della scelta di Sigonella, consentono tuttavia di farsi un’idea delle lacerazioni all’interno dell’Alleanza Atlantica e del peso specifico delle rispettive industrie belliche nazionali. E si può perfino apprendere come le dichiarazioni del ministro La Russa sulle “positive ricadute economiche e sociali dell’AGS” siano del tutto false.
 
La candidatura di Zaragoza fu presentata nel 2005 dall’allora ministro della difesa José Antonio Alonso, convinto del “potenziamento straordinario dell’industria nazionale” che l’AGS avrebbe generato. A sponsorizzare la capitale d’Aragona nelle sedi atlantiche ci pensò l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e la sicurezza comune, Javier Solana, Segretario generale della Nato dal 1995 al 1999, anni dei bombardamenti alleati in Serbia e Kosovo. Il pressing del governo Zapatero si protrasse per il biennio 2006-2007, ma dopo la nomina al dicastero della difesa di Carme Chacón, gli entusiasmi spagnoli per la Stazione di Sorveglianza sembrarono sopirsi. Le manifestazioni di massa organizzate a Zaragoza da un vasto fronte d’opposizione che comprendeva Izquierda Unida, associazioni pacifiste, collettivi antimilitaristi, anarchici e la “Piattaforma contro l’Installazione della Base Nato”, furono certamente causa d’imbarazzo tra l’establishment socialista spagnolo. Il cambio di rotta di Madrid fu evidente il 12 giugno 2008, quando il segretario generale per le politiche della difesa, Luis Cuesta, ammise l’esistenza di “alcune difficoltà ed incertezze” sul Sistema di vigilanza terrestre AGS. “Ciò ha fatto sì – aggiungeva Cuesta - che la Spagna guardi ad esso con minore interesse. Si tratta di un programma che ha perso parte della rilevanza che aveva inizialmente”.
 
Reso pubblico il dirottamento a Sigonella di AGS, Global ed Euro Hawk, il governo Zapatero ha ritenuto di dover spiegare le ragioni del progressivo disimpegno dal sistema interalleato, che aveva presentato come la più ghiotta delle opportunità di sviluppo per l’industria militare nazionale.
 
“La candidatura di Zaragoza per il centro di comando e controllo del sistema di vigilanza terrestre, fu voluta perché esso era uno dei programmi più ambiziosi della Nato, con un costo di circa 4.000 milioni di euro, poi ridottisi a 1.560”, ha spiegato il delegato del governo spagnolo in Aragona, Javier Fernández. “Una volta che l’Alleanza atlantica ha deciso di prescindere dall’utilizzo dei velivoli Airbus 321 come aerei spia, per puntare esclusivamente sull’utilizzo dei velivoli senza pilota Global Hawk della statunitense Northrop Grumman, la Spagna ha perso ogni interesse economico per l’AGS. Si trattava infatti di comprare aerei e radar negli Stati Uniti senza benefici per l’industria del nostro paese”. Per essere chiari, del consorzio europeo EADS, produttrice degli Airbus, fa parte INDA, società iberica che partecipa pure, con Francia e Germania, al progetto “Advanced UAV” per un nuovo aereo senza pilota.
 
Comprensibile il disappunto di Madrid per un’opzione che ha favorito esclusivamente i colossi del comparto militare industriale statunitense; incomprensibile è invece cosa ci guadagnerà l’industria italiana con un sistema di spionaggio made in USA che è stato bocciato da Spagna, Francia, Gran Bretagna, Belgio ed Olanda. Per non parlare delle stime dei costi che verranno a pesare sui contribuenti del nostro paese. Secondo il governo Zapatero, con l’AGS a Zaragoza la Spagna avrebbe dovuto contribuire con 90 milioni di euro, il 5,8% del budget previsto per il sistema. Ignazio La Russa fa invece fa riferimento ad un contributo italiano per Sigonella di 150 milioni di euro, il 10% cioè del costo del programma. Come fa l’Italia a giudicare attrattivo l’AGS quando spenderà quasi il doppio di quanto avrebbe speso Madrid, che però si è ritirata per la scarsa sostenibilità di quell’investimento?
 
Ma non è ancora finita. Il rappresentante del governo, Javier Fernández, ha infatti spiegato ai giornalisti che l’AGS a Zaragoza “presentava molti inconvenienti perché, dovendo essere implementato nei pressi dell’aeroporto della città, poteva generare restrizioni al traffico aereo, saturazione nello spazio aereo e problemi durante gli atterraggi e i decolli. Proprio per questo l’uso di aerei senza pilota non è stato ancora regolato in Spagna”. Prima il governo Prodi, poi quello Berlusconi, devono probabilmente aver dimenticato che a Sigonella operano quotidianamente centinaia di cacciabombardieri, aerei cargo e cisterna di Stati Uniti, Italia e alleati Nato, e che a meno di una ventina di chilometri sorge lo scalo di Catania-Fontanarossa, più di due milioni di passeggeri all’anno, il cui traffico è regolato da due impianti radar di Sigonella, gestiti da personale dell’Aeronautica militare italiana.
 
A credere alle promesse di ricaduta economica e occupazionale dell’AGS c’è comunque il quotidiano La Sicilia di Catania che ha ottenuto dal ministro La Russa una lunga intervista. “Sigonella diventerà ancora di più un punto nevralgico della sicurezza dove si concentreranno le forze di intelligence dell’Italia e della Nato, e questo non solo aumenterà il ruolo italiano nella Nato, ma sul piano sociale darà posti di lavoro con l’arrivo di alcune migliaia di americani, cioè le 800 famiglie dei militari, che diventeranno piccoli ambasciatori della Sicilia”, ha spiegato La Russa. “Sigonella aveva il vantaggio di trovarsi geograficamente in posizione ottimale per il controllo sia dello spazio aereo europeo e sia di quello dell’Africa e del Medio Oriente, mentre se fosse stata scelta una base tedesca il controllo della zona sud sarebbe stato difficoltoso. Sono lieto di aver portato questa iniziativa nella mia Sicilia, contribuendo in questo modo anche allo sviluppo del territorio”.
 
Sarà opportuno non dimenticare che a capo dello storico quotidiano siciliano c’è l’editore-industriale-costruttore Mario Ciancio, proprietario di un immenso aranceto nel territorio di Lentini che, provvidenzialmente, l’amministrazione comunale ha autorizzato a variarne la destinazione d’uso. Vi potranno essere costruite più di mille villette unifamiliari per il personale USA di Sigonella. Per il progetto esecutivo e i futuri lavori esiste già una società, la Scirumi Srl. I soci? La Maltauro di Vicenza e la famiglia Ciancio, naturalmente.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 6 febbraio 2009

Fronte del PONTE

È dai tempi dei Borboni che si parla di ponte sullo stretto. Era il 1840 quando Ferdinando II, re delle Due Sicilie, incaricò un gruppo di architetti e ingegneri di stilare un progetto che collegasse la Sicilia alla Calabria.
Poi, per motivi economici, non se ne fece nulla. Alle soglie del 2011 la situazione è rimasta inalterata, anche se molte ombre stazionano dietro il progetto del ponte. Interessi politici, economici e mafiosi aleggiano tra Scilla e Cariddi, anche se poche sono le voci veramente libere che hanno denunciato gli interessi dei signori del cemento.
Antonio Mazzeo, giornalista e militante ecopacifista, studiando carte giudiziarie e atti processuali è riuscito nel suo ultimo libro “I padrini del ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina” a descrivere l’intreccio di interessi torbidi sinora mai svelato dalla stampa meridionale.
D’altronde come potrebbe essere il contrario se Antonio Calarco, storico direttore del quotidiano messinese La Gazzetta del Sud, è stato presidente sino al 2002 della società Stretto di Messina e se l’Italcementi, uno dei colossi del settore, ha acquistato quote dello stesso giornale.
“I padrini del ponte” è un documento più che un libro. La società editrice non ha posto diritti né di copyright né di copyleft, quindi si possono fotocopiare ampi stralci del testo e diffonderlo.
SUD ha parlato con Antonio Mazzeo degli affari del ponte.
Antonio chi sono i padrini del ponte?
«Sono tutti quei signori che da trent’anni lavorano per il ponte. Le ‘ndrine e le cosche di Cosa Nostra, ma anche le grandi organizzazioni che si sono radicate all’estero come il clan Rizzuto che l’inchiesta Brooklyn ha evidenziato come possibili infiltrati per entrare nella realizzazione dell’opera.
Poi c’è anche una “borghesia mafiosa” come la chiama Umberto Santino (direttore del Centro siciliano di documentazione " Giuseppe Impastato" di Palermo; ndr) ossia un certo ceto politico, le banche, i grandi gruppi imprenditoriali che non hanno problemi a sedersi a un tavolo con certe persone per spartirsi la torta».
Allo stato attuale qual è la situazione dei lavori?
«In atto vi è una serie di trivellazioni affidate al general contractor per la progettazione ed esecuzione del ponte. Poi sono partiti dei lavori per lo spostamento della ferrovia, lavori che con un blitz del Governo sono stati assegnati a Impregilo, quando invece si trattava di un vecchio progetto di molti anni addietro. L’affido dei lavori a Impregilo è stato fatto senza bandi e con poca trasparenza. Il Governo Berlusconi aveva promesso di presentare entro la fine del 2010 il progetto definitivo del ponte. Già cinque anni fa era stata assegnata la redazione di questo progetto ma ancora non si è visto nulla. Inoltre il progetto dovrà poi passare al vaglio del Cipe con passaggi che prenderanno un lasso di tempo ampio. Alla fine è tutta una mera propaganda e intanto mille e trecento milioni di euro sono stati sottratti ai fondi Fas solo per il ponte».
Che ruolo ha la società “Stretto di Messina”?
«La società doveva gestire la fase di preparazione e realizzazione dei lavori come concessionario pubblico con l’Anas che detiene la maggior parte delle quote azionarie. Questa società ha affidato a Impregilo e altre aziende il compito di costruire il ponte, ma si parla di una società che è costata tantissimo ai cittadini e dopo venti anni non abbiamo un progetto. Nel libro vengono descritte le turbative delle gare e vengono rendicontati tutti i soldi che sarebbero potuti essere investiti per le infrastrutture siciliane».
Che ruolo ha avuto la stampa nella vicenda del ponte?
«La stampa è stata influenzata. Basti pensare alla Gazzetta del Sud acquisita in parte da Italcementi che intendeva avere un “megafono promozionale” per la costruzione del ponte. Infatti una delle più grandi compagnie di cemento non può non essere interessata alla costruzione di un’opera del genere. Ma anche la concentrazione dei media in Sicilia non ha permesso di parlare di molte cose. Il quotidiano La Sicilia ha sempre sostenuto una linea a favore del ponte, conducendo una battaglia con alcuni editorialisti quando il governo Prodi stoppò il progetto. Negli articoli di Tony Zermo si parla addirittura di un ponte che non costa nulla ai cittadini. Il mio libro, pur avendo ricevuto anche un premio di carattere nazionale (il premio Bassani di ItaliaNostra; ndr), non ha avuto nemmeno una riga sui tre grandi quotidiani siciliani».
Hai avuto difficoltà a trovare un editore?
«Sì, per molto tempo il libro è rimasto congelato in attesa di essere stampato. Quando avevo perso ormai ogni speranza di pubblicazione, dopo un mio articolo su MicroMega, una casa editrice si è messa a disposizione mettendo in primo piano la volontà politica di diffondere il libro senza alcuna restrizione riguardante il diritto d’autore».

Articolo-intervista di Andrea Sessa pubblicato in SUD, anno II n. 1 – 18 gennaio 2011

lunedì 24 gennaio 2011

US Army sceglie Finmeccanica per elicotteri da guerra

L’incondizionata fedeltà italiana all’amministrazione degli Stati Uniti d’America e alle sue avventure belliche in mezzo mondo, è stata premiata. Il Comando missilistico e d’aviazione dell’Esercito USA, ha aggiudicato a Drs Technologies, azienda elettronica con sede a Parsippany (New Jersey), ma interamente controllata dal gruppo Finmeccanica, un contratto per 5 anni del valore di 913 milioni di dollari per il supporto logistico, la manutenzione e la fornitura di parti di ricambio dei sistemi di visione elettro-ottici di 300 elicotteri OH-58D Kiowa Warrior.

“Grazie ai sistemi di visione elettro-ottici dotati di tecnologia a infrarossi – si legge in una nota della società leader del complesso militare industriale italiano – l’elicottero può operare anche con visibilità praticamente nulla o condizioni meteorologiche avverse e può rimanere nascosto fino a pochi attimi prima di entrare in azione”. Il tipo d’azione del Kiowa Warrior? Non certo quella esplorativa, come lascerebbero pensare i visori elettronici della Drs Technologies. Si tratta invece di un elicottero d’attacco con un’impressionante potenza di fuoco.

L’OH-58D Kiowa Warrior è armato infatti con un mixer di missili ad altra precisione, come gli aria-terra Hellfire e gli aria-aria Stinger ATAS, più i cannoni Hydra-70 ed M296. Prodotto dalla Bell Helicopter, il velivolo è stato venduto pure ad Arabia Saudita, Australia, Austria, Canada, Repubblica Dominicana e Taiwan.
Drs Technologies è stata acquistata da Finmeccanica poco meno di 4 mesi fa e non si è trattato certo di un’operazione finanziaria indolore: la holding italiana ha infatti versato 5,2 miliardi di dollari comprensivi dell’assunzione di circa 1,6 miliardi di debiti. Il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, ha giustificato il megaesborso perché “con l’acquisizione di Drs, il gruppo si è trasformato nel secondo fornitore estero del Pentagono”. “Ci consolidiamo ulteriormente come competitor internazionale di primo livello”, ha aggiunto Guarguaglini. “E rafforziamo il nostro impegno negli USA, nostro mercato di riferimento, e, soprattutto, nel supporto alle forze armate statunitensi, creando in tal modo un importante polo transatlantico di competenze nel settore dell’elettronica per la difesa”.
 
Il 26 maggio 2008, una controllata, Alenia Aermacchi, aveva sottoscritto un accordo di collaborazione con il colosso statunitense Boeing integrated Defense Systems per lo sviluppo tecnico e logistico degli aerei da addestramento M-311 ed M-346 e del Lead-in Fighter di nuova generazione. L’affermazione di Finmeccanica nel mercato USA coincide temporalmente con tutta una serie di accordi segreti Roma-Washington che hanno condotto all’ampliamento e potenziamento delle infrastrutture militari statunitensi in Italia (il Dal Molin a Vicenza, la stazione terrestre del nuovo sistema satellitare MUOS a Niscemi, Caltanissetta, gli aerei senza pilota Global Hawk a Sigonella, i comandi terrestri e navali di Africom rispettivamente a Vicenza e Napoli, ecc.). Ancora più strano che l’OK del Pentagono per i visori del Kiowa Warrior sia venuto subito dopo il “pacco” rifilato all’Italia dalla NATO (in realtà dagli stessi Stati Uniti), relativo cioè all’installazione a Sigonella del comando AGS, un sistema d’osservazione e d’allerta interamente prodotto negli USA, che è stato rifiutato dagli alleati europei per gli altissimi costi e l’intrinseca pericolosità. 
 
Nonostante il contratto con l’Us Army, Finmeccanica è stata costretta a collocare sul mercato bond per un miliardo di euro, 750 milioni lo scorso dicembre e 250 milioni a fine gennaio. “L’emissione ha raccolto richieste per circa 700 milioni di euro e rientra nell’attività ordinaria di rifinanziamento dell’indebitamento del gruppo e riflette la politica volta ad assicurare la stabilità patrimoniale e la flessibilità finanziaria”, tranquillizza il management dell’azienda. A garantire l’operazione un pool d’istituti finanziari di casa tra i produttori di morte, come Banca Imi, Bnp Paribas, Merrill Lynch, Ubs ed UniCredit Group. A sottoscrivere a favore di Finmeccanica, “risparmiatori” d’Italia (44%), Francia (20%), Germania (12%) e Gran Bretagna (6%).
 
C’è infine da registrare un vorticoso giro di poltrone tra le principali società del gruppo. Giancarlo Grasso, attuale senior advisor del presidente e ad di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, è stato nominato amministratore delegato di Selex Communications. Giorgio Brazzelli, presidente di Alenia Aermacchi, è stato designato presidente di Alenia Aeronautica. Fabrizio Giulianini, ad di Mbda Italia, passa alla guida di Galileo Avionica, al posto di Renzo Meschini che assume invece l’incarico di amministratore delegato di Finmeccanica Group Services. Antonio Perfetti, già direttore generale di Alenia Aeronautica, va a Mbda Italia, e viene sostituito da Daniele Romiti, oggi direttore centrale operazioni di AgustaWestland.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 9 febbraio 2009

domenica 23 gennaio 2011

Gli artigli di Africom nelle guerre del Congo

Lo spettro del Comando per le operazioni USA in Africa, Africom, si aggira nel sanguinoso teatro di guerra della Repubblica Democratica del Congo. Un lungo articolo apparso il 6 febbraio sul New York Times, ha rivelato che l’offensiva scatenata a metà dicembre nel nord del paese dalle forze armate ugandesi contro i ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (ERS), è stata pianificata e finanziata dal Comando Africom di Stoccarda (Germania). L’intervento contro le basi realizzate all’interno del parco nazionale di Garamba, sarebbe stato del tutto fallimentare: le milizie, uscite illese dai bombardamenti, si sarebbero poi vendicate contro la popolazione civile, massacrando più di 900 persone, in buona parte donne e bambini.

Stando al New York Times, la richiesta di appoggio al blitz contro le bande controllate da Joseph Kony, è stata fatta nell’autunno 2008 dal governo dell’Uganda all’ambasciata USA di Kampala. Il mese successivo sarebbe giunta l’autorizzazione personale del presidente George W. Bush. Diciassette consiglieri ed analisti militari sono stati così inviati in Uganda dal Comando di Africom “per lavorare a stretto contatto con gli ufficiali locali, fornendo un milione di dollari di rifornimenti, intelligence e riprese satellitari” sui luoghi in cui si nascondevano i miliziani dell’ERS. I consiglieri statunitensi avrebbero pure contribuito a pianificare le operazioni di bombardamento degli accampamenti in Congo, e il contemporaneo intervento via terra di oltre 6.000 militari delle forze armate di Uganda e Repubblica Democratica del Congo.
 
Secondo quanto dichiarato al New York Times da un anonimo ufficiale USA, il 13 dicembre, giorno prima dell’attacco, alcuni militari statunitensi si sarebbero trasferiti in un sito protetto al confine tra Uganda e Congo per un “meeting finale di coordinamento” con il comando delle forze armate ugandesi, “senza tuttavia partecipare direttamente alle operazioni di combattimento”. “Una densa nebbia ritardò l’attacco di alcune ore, e si perse l’effetto sorpresa”, ha aggiunto l’ufficiale. “Quando gli elicotteri ugandesi bombardarono il rifugio di Mr. Kony, questo era vuoto. Le forze terrestri penetrarono diverse miglia nella foresta, ma arrivarono parecchi giorni e trovarono solo un paio di telefoni satellitari e alcuni fucili”.
 
Il governo di Kampala ha tuttavia presentato l’offensiva di dicembre come un grande successo, attribuendosi la distruzione del centro di controllo e dei magazzini dell’ERS, la morte di parecchi ribelli e finanche il riscatto di un centinaio di bambini soldato. Una versione che oggi si scopre del tutto falsa ma soprattutto omissiva delle gravissime negligenze delle truppe ugandesi e congolesi, che avrebbero così abbandonato la popolazione ad una feroce rappresaglia degli uomini di Joseph Kony. “I militari hanno fatto assai poco per proteggere i villaggi vicini”, hanno denunciato i rappresentanti di alcune organizzazioni non governative congolesi. “Le truppe hanno fallito nell’isolare le vie di fuga e non hanno inviato soldati in molte cittadine vicine dove i ribelli massacravano gli abitanti. Intanto i leader ribelli sono fuggiti mentre i loro combattenti, divisisi in piccoli gruppi, hanno continuato a saccheggiare villaggio dopo villaggio nel nord-est del Congo, facendo a pezzi, bruciando e bastonando a morte chiunque incontrassero”. Testimoni oculari raccontano che i miliziani hanno sequestrato centinaia di bambini. Nell’area compresa tra le città di Doruma, Tomati e Faradje sono stati denunciati casi di stupri su bambine di 10 anni d’età e l’incendio di centinaia di abitazioni. Stime ufficiali parlano di oltre 900 vittime.
 
Mostrando un certo cinismo, gli ufficiali statunitensi intervistati dal New York Times, hanno ammesso che l’operazione militare è stata “poco pianificata e poveramente realizzata”. “Noi avevamo detto ai nostri partner di prendere in considerazione una serie di suggerimenti ed alternative – hanno aggiunto - ma le loro scelte erano le loro scelte. Alla fine, questa non era una nostra operazione”. Una dichiarazione di auto-assoluzione analoga a quella utilizzata dal Comando di MONUC, la missione delle Nazioni Unite in Congo, anch’essa incapace di difendere la popolazione dai massacri degli uomini al soldo di Joseph Kony. Solo che nel caso di MONUC, la condivisione dell’operazione non è stata rinnegata.

Il 15 ottobre 2008, quando le forze terrestri dell’Uganda si stavano concentrando alla frontiera con il Congo, il capo della missione internazionale di paecekeeping, colonnello Jean-Paul Dietrich, aveva pubblicamente offerto il “supporto logistico” della missione ONU per “questa operazione di contenimento dei ribelli dell’ERS”.
I militari USA sono presenti in Uganda da più di un decennio, contribuendo all’addestramento, alla fornitura di armamenti e all’equipaggiamento pesante delle forze armate nazionali. Nel 1996, uno squadrone VP-16 dell’US Navy di stanza a Sigonella aveva dislocato a Kampala i suoi aerei di riconoscimento P3C-Orion per raccogliere e smistare informazioni al Tactical Support Center della base siciliana, relative ai “profughi e ai rifugiati presenti al confine con lo Zaire”, come al tempo si chiamava la Repubblica Democratica del Congo. Qualche anno più tardi fu inviato in Uganda anche un contingente della 35^ Brigata di Artiglieria Aerea USA che operava presso la base di Suwon, Corea del Sud.
 
Dopo l’11 settembre 2001, le forze armate ugandesi hanno partecipato a numerose esercitazioni “anti-terrorismo” in Corno d’Africa e nella regione dei Grandi Laghi, sotto il comando della Combined Joint Task Force-Horn of Africa, la task force che gli Stati Uniti hanno attivato presso la base di Camp Lemonier, Gibuti. A partire dal gennaio 2007, alcuni reparti d’elite si sono insediati nella regione settentrionale dell’Uganda, operando congiuntamente con i militari locali contro l’Esercito di Resistenza del Signore. È stata accertata la presenza di uomini dell’US Army Corps of Engineers e dell’US Air Force di stanza a Ramstein, Germania ed Aviano, Pordenone.
 
Il 9 aprile 2008, il generale William “Kip” Ward, comandante in capo di Africom, giungeva all’aeroporto di Entebbe, una delle maggiori basi operative USA in Africa, per una visita di tre giorni ai reparti militari dislocati in Uganda. Il 10 aprile, Ward si trasferiva nel distretto settentrionale di Gulu per incontrare il personale militare della Combined Joint Task Force-Horn of Africa in un accampamento utilizzato anche dal personale dell’Agenzia per lo Sviluppo statunitense USAID. Il giorno successivo il Comandante di Africom partecipava ad un incontro con 200 cadetti del college ugandese di Jinja. Tra gli istruttori di questo istituto di formazione alla guerra, alcuni ufficiali della task force che gli USA hanno installato a Gibuti e i professori del Naval War College (NWC) di Newport, Rhode Island.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 10 febbraio 2010

Vicenza e le basi militari USA in Italia

«Tutta la vicenda della nuova base militare Usa all’aeroporto Dal Molin ha dimostrato che i cittadini, e le associazioni che in vario modo li rappresentano, sono impreparati ad affrontare un problema di grande rilevanza come la militarizzazione del territorio».

A partire da questa nota degli organizzatori abbiamo sentito uno dei relatori del convegno, il giornalista Antonio Mazzeo, siciliano, che da anni si occupa di inchieste su temi ecologici, militari e sul territorio del sud Italia.

«A Vicenza ho parlato dell’impatto delle basi militari sul territorio e di quella che ho definito la “Vicenza connection” delle basi USA in Italia, cioè del ruolo delle società vicentine nella realizzazione delle infrastrutture militari, a partire delle imprese che lavorano in Sicilia a Sigonella, dove sta per essere installato il sistema di sorveglianza terreste AGS della NATO e più una decina di aerei senza pilota USA Global Hawks, o quelle che hanno appalti per i lavori a Niscemi (CT), che ospiterà la stazione di controllo terrestre del sistema satellitare MUOS (Mobile User Objective System), elemento chiave dei nuovi programmi di guerre stellari.

Queste imprese vicentine sono le stesse, guarda caso, che hanno fatto pressione perché si costruisse la nuova base USA al Dal Molin. Come in Sicilia così a Vicenza la rete della militarizzazione diffusa e talvolta invisibile si sta infittendo e complicando: legami tra imprese, associazioni di categoria, banche, istituzioni politiche e militiari italiane e statunitensi. Il passaggio alla Caserma Ederle dal comando SETAF ad AFRICOM è un esempio, non deve lasciare indifferenti e va analizzato».

In che senso?
«Che Africom sarà determinante nello scenario geopolitico del XXI secolo, e la rete di basi USA in Italia è funzionale in modo estremamente pericoloso. Non va dimenticata inoltre la Eurogendfor (Europeran Gendarmerie Force), la cui scuola di formazione ha sede proprio e ancora a Vicenza presso la ex caserma Chinotto di via Medici. Un centro strategico di formazione di forze militari di tutta Europa e anche di personale militare di tutti i paesi».

Ma di fronte ad uno scenario dove la militarizzazione sta tessendo una rete sempre più fitta, a Vicenza come in altre città d’Italia, cosa vuol dire parlare di riconversione?
«Innanzi tutto è fondamentale, a mio avviso, prendere coscienza di questi processi di militarizzazione in atto. Al movimento per la pace di Vicenza, come a quello italiano, è chiesto di impegnarsi per proporre e attuare processi affinché questi luoghi si trasformino in scuole di pace e di educazione ai diritti umani. Sono questi che dobbiamo esportare, non le armi».
Intervista di Francesco Maule apparsa su “La Voce dei Berici”, domenica 23 gennaio 2011

martedì 18 gennaio 2011

Contractor atomico USA per le basi militari in Sicilia

In attesa che nella base di Sigonella cooperative ed imprese di costruzioni si spartiscano centinaia di milioni di euro per realizzare la più grande centrale spionistica che le forze armate statunitensi possiedono nel mondo, c’è chi si accontenta di gestire tutta una serie di “servizi” funzionali alle missioni di guerra in Africa, Caucaso e Golfo Persico. “Accontentarsi” è mero eufemismo, dato che si tratta di contratti per un valore complessivo di 16 milioni di dollari, che potrebbero diventare 96 se il Comando d’Ingegneria Navale della marina militare USA decidesse di prorogarne la durata sino al 2013.

Ad accaparrarsi le commesse nell’avamposto militare destinato ad ospitare una decina di aerei spia, senza pilota, Euro e Global Hawk di US Air Force e Nato è stata il “Team Bos Sigonella”, un consorzio composto dalle italiane Gemmo Spa e LA.RA. e dalla statunitense Del-Jen Inc.. Il primo contratto, di durata annuale, è stato sottoscritto nel febbraio 2008; il secondo, lo scorso novembre. L’elenco dei lavori da eseguire è però pressoché identico: si va dall’“esecuzione, supervisione, trasporto di armamenti, materiali ed attrezzature necessarie ai servizi operativi e di supporto”, alla “gestione ed amministrazione dei servizi ambientali e di quelli denominati janitorial e al “controllo delle sostanze nocive, la raccolta e il riciclaggio dei rifiuti”.
 
Ma non è finita; al Team Bos Sigonella sono stati pure attribuiti i lavori di manutenzione delle aree interne alla base, la pulizia delle strade e i servizi di bus navetta per il personale militare e civile. L’ultimo paragrafo del protocollo stipulato dalla US Navy chiarisce infine che tutti i servizi saranno realizzati “a Sigonella e nelle installazioni siciliane collegate”, prime fra tutte il complesso portuale di Augusta (Siracusa) ove attraccano le portaerei e i sottomarini nucleari, la stazione di telecomunicazione di Niscemi (Caltanissetta) dove sta per sorgere il terminal terrestre del sistema satellitare MUOS e il “Pachino Target Range”, in località Marza (Ragusa), centro di supporto per le esercitazioni aeree e navali USA e Nato nel Mediterraneo centrale.
 
Non è poco per un consorzio di recentissima costituzione e che certamente aspira a divenire il “number one” tra i contractor che operano nelle basi USA in Italia. Esperienza, versatilità e radicamento nei territori soggetti ai processi di militarizzazione, sono i requisiti delle società che ne fanno parte. La Gemmo Spa, ad esempio, ha sede a Vicenza, città che ospita a Camp Ederle il Comando SETAF - Southern European Task Force, e dove hanno preso il via i lavori per trasformare il vecchio aeroporto Dal Molin nella principale base operativa della 173^ Brigata Aerotrasportata dell’esercito USA. LA.RA. è invece un’impresa di Motta Sant’Anastasia, cittadina della provincia di Catania dove risiedono alcune centinaia di militari USA con tanto di famiglie al seguito; essa è poi di casa a Sigonella da tempi lontanissimi. Del tutto ignota al grande pubblico è la Del-Jen Inc. di Clarksville, Tennessee, al suo debutto in Italia. “Forniamo servizi al Governo USA in qualsiasi parte del mondo” è lo slogan di quella che preferisce farsi chiamare amichevolmente “DGJ”. Di amichevole c’è però assai poco nella storia passata e recente di una società che è tra i più fedeli contractor del Dipartimento della Difesa e delle agenzie statunitensi che operano nel settore nucleare.
 
Con 2.600 dipendenti e 76 uffici sparsi per il mondo, la Del-Jen Inc. è nella busta paga di US Air Force, Air Systems Command, US Army, US Navy ed US Air National Guard. La società fornisce tutti i servizi possibili, dalla progettazione e costruzione di basi ed infrastrutture logistiche, alla manutenzione di edifici, attrezzature, velivoli ed abitazioni; esegue la movimentazione negli scali aeroportuali, la fornitura di combustibili ai cacciabombardieri, la gestione di “programmi ambientali” in complessi di ogni tipo, comprese le stazioni missilistiche più segrete. Solo negli ultimi 5 anni, in joint venture con la Project Resource, Del-JEn ha sottoscritto con il Dipartimento della Difesa contratti per un valore di 4.246.406 dollari. La società opera in alcune delle installazioni chiave per le strategie di guerra degli Stati Uniti: tra esse, la stazione aeronavale di Rock Island, Illinois (sede dell’arsenale dove si producono armi e munizioni destinati alla marina militare); la base aerea di Los Angeles, California (sede del 61° Stormo e del Centro Spaziale e Missilistico dell’US Air Force, dove si sviluppano e si sperimentano i più sofisticati sistemi d’arma destinati alle Guerre Stellari); il complesso aeroportuale di MacDill, Florida (principale centro per le operazioni di rapido intervento, trasporto e rifornimento aereo dell’Air Mobility Command).
La Del-Jen coordina le attività logistiche della Eareckson Air Station, grande installazione che sorge nell’isola di Shemya, a 1.600 miglia dalle coste dell’Alaska, utilizzata per il rifornimento dei velivoli da guerra nella rotta Stati Uniti-Estremo Oriente e sede di un sofisticato sistema radar per l’intercettazione dei missili balistici nucleari intercontinentali (ICBM) e per quelli lanciati dai sottomarini (SLBC). Altro importantissimo centro per la guerra atomica in cui la società americana è presente nella fornitura di servizi vari (trasporti, manutenzione mezzi, rifornimento) è il “”Nevada Test and Training Range”, il più grande dei poligoni utilizzati dal Pentagono per la sperimentazione di testate nucleari, superaffollato di sistemi radar e centri di telecomunicazione.
 
La Del-Jen compare pure in una joint venture che nel solo anno fiscale 2007 ha ottenuto dal Dipartimento della Difesa contratti per un miliardo e 379 milioni di dollari, quasi l’1% dell’ammontare di quanto speso nello stesso anno dall’intera amministrazione Bush. Capofila del consorzio pigliatutto è la Fluor Intercontinental Inc., una delle corporation più ricche d’America e che nel 2003 ha acquisito il controllo della stessa Del-Jen. Con sede ad Irving, Texas, la Fluor spazia dal settore delle costruzioni residenziali civili e militari, alla realizzazione di ponti, autostrade, centrali elettriche, raffinerie, impianti petrolchimici e stazioni di telecomunicazione. La compagnia è una delle regine della shock economy, l’economia dei disastri brillantemente descritta dalla saggista Naomi Klein: dopo che l’Uragano Katrina inondò nel 2005 New Orleans, la Fluor Intercontinental fu chiamata dalla Federal Emergency Management Agency per fornire alimenti, alloggi e trasporti d’emergenza a 160 mila sfollati della Louisiana.
 
Ma sono soprattutto le guerre e le “ricostruzioni” post conflitto a fare di essa una dei contractor di maggior fiducia dell’amministrazione USA. Nel solo periodo 2000-2007, l’ammontare dei contratti stipulati dai dipartimenti e dalle agenzie del governo statunitense con la Fluor Inc. è stato di 15 miliardi, 515 milioni e 594 mila dollari. Una buona parte di essi vedono committente il Pentagono e riguardano la costruzione di infrastrutture e facilities, lo stoccaggio e la distribuzione di equipaggiamenti e attrezzature, il rifornimento di automezzi, aerei e unità navali, il controllo del traffico aereo e la “movimentazione e rimozione di sostanze pericolose”.
 
È alla Fluor International che sono stati affidati i lavori di realizzazione e/o ampliamento di alcune delle principali basi aeronavali possedute fuori dai confini nazionali, come ad esempio quelle che sorgono nell’isola di Guam, nell’Oceano Pacifico, o a Portorico. La società è attivissima nel supporto tecnico alle operazioni in Afghanistan ed Iraq, e ha inoltre realizzato alcune delle maggiori infrastrutture militari USA in questi due paesi, in Kuwait e in Kirghizistan. La Fluor è inoltre una delle tre compagnie prescelte da Washington per l’esecuzione del “Logistics Civil Augmentation Program” (LOGCAP), il piano dell’US Army per un valore di 5 miliardi di dollari finalizzato all’intervento logistico in qualsiasi parte del mondo in caso di conflitto o “crisi umanitaria”.
 
Attraverso la controllata Fluor Alaska Inc., la società partecipa ad uno dei più segreti programmi di riarmo missilistico e nucleare delle forze armate statunitensi, noto come “Ground Based Missile Defense Project”, operando nella costruzione di 12 nuove infrastrutture e nel potenziamento di altre già esistenti in Alaska. Le basi sono destinate tutte al lancio di nuovi missili nucleari e all’intercettazione in volo dei missili intercontinentali “avversari”.
 
La “nuclear connection” della compagnia texana è tuttavia più ampia. A partire dal 1970, la Fluor International ha costruito negli Stati Uniti d’America una ventina di centrali atomiche; inoltre opera per conto dei Dipartimenti dell’Energia e della Difesa nella manutenzione, gestione, “decontaminazione e risanamento ambientale” di buona parte delle centrali USA e dei siti di arricchimento dell’uranio e del plutonio destinato a fini militari. A seguito dell’impulso dato dall’amministrazione Bush alla produzione dell’energia nucleare e alla realizzazione di nuove centrali, la Fluor International ha creato nel marzo 2007 uno specifico dipartimento di ricerca e produzione atomica, con sede a Greenville, Carolina del Sud.
 
“Questa nuova linea d’affari posizionerà Fluor come uno degli attori leader nella costruzione di nuove infrastrutture generatrici di energia nucleare”, ha dichiarato David Constable, presidente del Fluor’s Power Group. Come se non bastasse, la società ha esteso il proprio intervento ad alcuni complessi nucleari, civili e militari, di Russia e Gran Bretagna. Oggi, grazie alla controllata Del-Jen, Fluor International sbarca in Italia. I cantieri di guerra non mancano, da Sigonella a Vicenza, da Napoli-Capodichino ad Aviano. Adesso che il nucleare non è più un tabù nel bel paese, chissà se il gigante dei contractor USA non voglia concorrere alla costruzione delle tante centrali annunciate da Silvio Berlusconi & C.

Articolo pubblicato in Agoravox.it l'11 febbraio 2009