I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

venerdì 31 dicembre 2010

The Coca Cola Crimes

Coca Cola e paramilitarismo ovverosia come la transnazionale delle bollicine regola i conflitti sindacali in Colombia. Assassinii, sequestri e sparizioni eseguiti dagli squadroni della morte a danno dei lavoratori delle società d’imbottigliamento della soft drink che ha conquistato il mondo.
agosto 2001

“La nostra organizzazione sindacale è stata dimezzata dalla intimidazione, dal sequestro, dalla detenzione, dalla tortura e dall’omicidio di numerosi leader da parte delle forze paramilitari che hanno agito nell’interesse delle grandi imprese che operano in Colombia, come la Coca Cola e la ‘Panamerican Beverages-Panamco’”. Si apre così la denuncia presentata negli Stati Uniti dal sindacato colombiano “Sinaltrainal”, contro il colosso mondiale delle soft drinks e la loro maggiore societá imbottigliatrice in America Latina. “I manager degli impianti di imbottigliamento della Coca Cola in Colombia hanno contrattato gruppi paramilitari per reprimere l’attività dei leader sindacali. Non ci sono dubbi che la transnazionale di Atlanta ha tratto vantaggio dalla repressione sistematica dei diritti sindacali e che non ha protetto debitamente i lavoratori colombiani dagli atti di persecuzione”, prosegue il testo della denuncia depositata lo scorso 20 luglio dai legali della “Sinaltrainal” e dalla centrale sindacale Usa “United Steelworkers of America” presso la Corte Distrettuale della Florida. 

“Sinaltrainal”, struttura a cui aderiscono oltre 4.000 dipendenti dei maggiori complessi industriali del settore alimentare, punta il dito oltre che sulla Coca Cola e la Panamco, anche su altre importanti multinazionali, come la ‘Nestlé’ e la ‘Cicolac’. Nelle aziende di proprietà di questi gruppi si è verificata nell’ultimo decennio un’impressionante sequela di omicidi selettivi, sequestri e sparizioni di sindacalisti e operai, eseguiti dagli squadroni della morte di estrema destra, crimini rimasti del tutto impuniti grazie alle coperture e alla collaborazione di ampi settori delle forze di sicurezza statali.

Undici i dirigenti e gli attivisti assassinati (5 quelli dipendenti dalle societá imbottigliatrici della Coca Cola), 6 quelli miracolosamente sopravvissuti ad attentati dinamitardi, 5 i leader sindacali che a seguito delle gravi minacce subite dai paramilitari sono stati costretti a dimettersi dalla “Panamco” e a rifugiarsi all’estero.

Numerosi i dipendenti colombiani della Coca Cola vittima di persecuzioni da parte di organi giudiziari e di polizia dello Stato colombiano, ingiustamente accusati di legami con il terrorismo o con le organizzazioni della guerriglia;  tra essi 12 leader sindacali sono stati detenuti illegalmente per periodi piú o meno lunghi a partire dal 1984. A seguito delle campagne di repressione eseguite dalle forze armate nella regione settentrionale dell’Urabá (dipartimento di Antioquia), nel 1985, 17 operai dell’impianto di imbottigliamento della Coca Cola del municipio di Carepa, hanno dovuto abbandonare il lavoro per sfollare insieme ai propri familiari verso altre cittadine  della regione. Nel 1996, un gruppo paramilitare ha fatto irruzione nello stesso impianto di Carepa, costringendo 70 operai a rassegnare le porprie dimissioni dal sindacato. Successivamente due lavoratori sono stati assassinati, altri due dipendenti sono stati vittime di attentati e l’ufficio locale di “Sinaltrainal” è stato devastato e incendiato durante un blitz paramilitare.

A Bucaramanga (capoluogo del dipartimento di Santander), sempre nel 1996, la sede della cooperativa dei lavoratori della Coca Cola “Cooincoproco”, è stata oggetto di due raid da parte dei corpi speciali della polizia, alla ricerca – inutile – di armi ed esplosivi. Nel 1997 la “Cooincoproco” e l’abitazione del leader sindacale e dipendente della Coca Cola, Alfredo Porras, sono stati devastati da un nuovo raid degli uomini della 5^ brigata dell’esercito colombiano. “Sinaltrainal” ha denunciato altresì come i propri attivisti siano costantemente oggetto di pedinamenti e intercettazioni telefoniche illegali, e come le imprese imbottigliatrici della Coca Cola abbiano ripetutamente violato accordi collettivi e diritti sindacali, chiudendo arbitrariamente i propri impianti e licenziando i lavoratori senza giusta causa.

“Le imprese transnazionali come la Coca Cola e la ‘Nestlé’, impediscono in Colombia il libero esercizio sindacale” aggiunge ‘Sinaltrainal’. “All’interno delle fabbriche gli operai vivono in un clima di repressione, controllati a vista da videocamere e personale armato. È sufficiente partecipare a una riunione sindacale per ricevere la notifica di licenziamento e, se il lavoratore la impugna, è costretto a fare i conti direttamente con le minacce dei capi della sicurezza, pagati dall’impresa”. Il gravissimo clima d’intimidazione vissuto nelle fabbriche ha avuto come effetto l’indebolimento della centrale sindacale, che ha visto negli ultimi due anni il dimezzamento dei propri iscritti, in un paese, dove appena il 3% dei lavoratori esercita il proprio diritto di affiliazione sindacale e dove negli ultimi 15 anni sono stati assassinati oltre 3.800 tra dirigenti e iscritti della CUT, la Centrale Unitaria dei Lavoratori della Colombia.

La Panamco di Colombia alla conquista della Coppa America

“Neghiamo ogni tipo di vincolo con  qualsiasi violazione dei diritti umani” ha immediatamente commentato l’Ufficio degli Affari Internazionali della Coca Cola da Atlanta, respingendo  le accuse delle centrali sindacali colombo-statunitense. “Le imbottigliatrici in Colombia sono compagnie del tutto indipendenti dalla Coca Cola e per tanto la  Compagnia non ha a che vedere con i suoi dipendenti o sindacati”. Una smentita che tuttavia non trova riscontri oggettivi nell’organigramma aziendale, in quanto la transnazionale concede dal 1951 il monopolio della produzione, dell’imbottigliamento e della distribuzione dei propri prodotti alla “Panamco Indega Colombia”, filiale della “Panamerican Beverages–Panamco” di Miami (Florida), di cui proprio la Coca Cola Company possiede il 24% del capitale azionario e conta su due rappresentanti nel consiglio di amministrazione. L’88% del fatturato della Panamco è generato appunto dalla produzione e dalla commercializzazione in tutta l’America Latina dei prodotti del marchio Coca Cola, mentre il resto deriva dalla distribuzione sul mercato sudamericano delle note birre euopee “Kaiser” ed “Heineken”.

Per ciò che riguarda la “Panamco Indega”, essa risulta proprietaria in Colombia di 20 impianti di produzione, 71 centri di distribuzione e oltre 1.500 camion da trasporto. Diecimila i dipendenti della controllata colombiana, a cui la Coca Cola Company, fornisce il supersegreto concentrato-base della bevanda e il completo appoggio nell’implementazione delle strategie di mercato. A capo della “Panamco Indega” una potente cordata di imprenditori del dipartimento di Antioquia (gli industriali Daniel Peláez, Alberto Mejía, José Gutiérrez ed Hernando Duque – gruppo Fontibon), con articolati interessi nel settore alimentare, finanziario e dei mezzi di comunicazione di massa. Presidente della “Panamco Colombia” è Roberto Ortiz, vicepresidente del consiglio di amministrazione della “Panamco”-madre di Miami.

Prova di quanto stiano a cuore alla transnazionale di Atlanta le sorti economiche e politiche del paese sudamericano é il decisivo ruolo di pressione esercitato sulla Confederazione calcio dell’America Latina per realizzare in Colombia la Coppa America 2001, la cui organizzazione era stata sospesa  proprio alla vigilia della data fissata per l’evento sportivo, a seguito della recrudescenza del conflitto interno. La Coca Cola insieme alla “Master Card”, entrambi patrocinatori della Coppa, hanno manifestato il loro ultimatum alla società “Traffic”, proprietaria dei diritti di commercializzazione e trasmissione televisiva del torneo internazionale, perché rispettasse la data e la sede prevista; in caso contrario le due transanazionali avrebbero ritirato il loro patrocinio con perdite per la “Traffic” e la Confederazione calcistica sudamericana per 80 milioni di dollari.

Nonostante le oggettive difficoltà di tipo organizzativo e la diserzione di importanti Paesi (vedi Argentina e Canada), a soli tre giorni dalla data prevista per l’inizio della competizione, la Confederazione ha deciso di disputare l’appuntamento in Colombia. Non si sarebbe potuto fare diversamente: la Coca Cola patrocinia dal 1974 i Campionati Mondiali di calcio e i principali eventi internazionali giovanili della Fifa, mentre dal 1993 la compagnia ha concesso il proprio marchio per la pubblicizzazione della Coppa America.

Lavoro minorile, razzismi e monopoli illegali
Proprio a causa del calcio, la Coca Cola ha subito recentemente un’altra grave caduta d’immagine. Alla vigilia del campionato mondiale Francia ’98, gli attivisti di “Transfair”, l’organismo internazionale che certifica l’origine etica dei prodotti del commercio equo e solidale, hanno documentato lo sfruttamento intensivo di minori nella fabbrica di palloni con marchio Coca Cola a Sialkot (Pakistan). Le foto di alcune bambine di 11 anni che incollavano e cucivano i palloni hanno fatto il giro per il mondo, riprodotte in decine di quotidiani e riviste di rilevanza internazionale.

Negli ultimi due anni la Coca Cola è finita ancora altre volte sotto accusa per violazioni dei diritti sindacali e fatti relativi a gravi discriminazioni razziali. Nel novembre del 1999, un lungo sciopero violentemente represso dalle forze dell’ordine, ha bloccato le attività dell’impianto d’imbottigliamento della “Panamco Brasil” di Jundiai (Brasile), per protestare contro l’ingiustificato licenziamento di 67 lavoratori.

Nella primavera dell’anno successivo, otto dipendenti hanno denunciato a New York il management della Coca Cola Company affermando di essere stati gravemente discriminati sul lavoro, perché neri. Così l’organizzazione statunitense dei lavoratori neri della Coca Cola sono interventuti in occasione dell’assemblea annuale degli azionisti, minacciando di dare il via ad un boicottaggio su scala mondiale della bevanda se non fossero state adottate misure contro la discriminazione razziale esistente negli impianti. Qualche mese fa (aprile 2001), a Cuernavaca (Messico), le truppe antisommossa sono intervenute per reprimere la protesta dei lavoratori della “Cooperativa Pascual”, produttrice di bevande gassate, duramente colpita dalla politica monopolistica della Coca Cola, che impone a distributori e piccoli commercianti contratti di esclusivitá, consentendo l’accesso ai propri prodotti e alla pubblicità solo in caso di assenza di altri marchi.

Per sbarazzarsi di eventuali competitori – come nel caso della “Cooperativa Pacual”, produttrice della popolare bevanda messicana Boingla Coca Cola regala ai rivenditori casse di prodotti, frigoriferi e assicura la formazione in contabilità e gestione impresariale a coloro che si impegnano a vendere esclusivamente le bevande della compagnia di Atlanta. I dipendenti della “Cooperativa Pascual” hanno altresí denunciato che la Coca Cola “è arrivata a distribuire anche denaro per ottenere l’esclusiva”, riferendosi in particolare alla giunta che amministra la città di Cuernavaca, e che avrebbe ricevuto contributi per oltre 600.000 pesos messicani, in cambio della decisione di vietare la presenza di altri produttori di bevande all’interno degli stand dell’importante “Fiera annuale di primavera”. Un caso analogo si è registrato all’interno dell’Università dello Stato di Morelos, in cui è stato firmato un contratto di vendita esclusiva dei prodotti del marchio Coca Cola con una societá in mano a Lino Korrodi, il cervello finanziario della campagna presidenziale di Vicente Fox, quest’ultimo con un passato da manager della transnazionale per l’intero mercato latinoamericano.

E mentre i fatturati e i guadagni del colosso di Atlanta si preannunciano da record per il 2001, la dirigenza della compagnia ha recentemente annunciato il taglio di 6.000 posti di lavoro a livello mondiale, metá dei quali negli Stati Uniti, nell’ambito della ristrutturazione del sistema produttivo decisa dal nuovo presidente Douglas Daft.


La lunga lista delle violazioni denunciate dal sindacato colombiano Sinintral contro i lavoratori della Coca Cola e di altri importanti transnazionali del settore alimentare

Lavoratori assassinati

1986  Héctor Daniel Useche Beron  (Nesté of Colombia)
1989  Luis Alfonso Vélez (Nestlé of Colombia)
1993  Harry Laguna Triana (Cicolac Ltda)
1994  José Eleaser Manco David (Coca Cola)
1994  Luis Enrique Giraldo Arango (Coca Cola)
1995  Luis Enrique Gomez Granada (Coca Cola)
1996  José Manuel Becerra (Cicolac Ltda)
1996  Toribio de la Hoz Escorcia (Cicolac Ltda)
1996  Alejandro Hernandez V. (Cicolac Ltda)
1996  Isidro Segundo Gil Gil (Coca Cola)
1996  José Libardo Herrera Osorio (Coca Cola)


Lavoratori sopravvissuti ad attentati e costretti a rifugiarsi all’estero

1990  Antonio Rico Morales (Nestlé of Colombia)
1995  Víctor Eloy Mieles Ospino (Cicolac Ltda)
1996  Gonzalo Gómez Cervantes (Cicolac Ltda)
1996  Adolfo Cardona Usma (Coca Cola)
1996  Gonazlo Quijano Mendoza (Beta Ltda)
1998  Rafael Carvajal (Coca Cola)


Lavoratori gravemente minacciati e costretti a lasciare il posto di lavoro

1995  Luis Eduardo García (Coca Cola)
1995  Rafael Almenteros (Coca Cola)
1995  Alfonso Mutis (Coca Cola)
1995  Sessanta operai dell’impresa “Granja La Catorce” nella Sierra  Nevada di Santa Marta (Magdalena), di proprietà della società Indunal S.A., del Senatore Fuad Char Abdala.
1996  Oscar Tascón Abadía (Cicolac Ltda)
1996  Tomás Enrique Galindo (Cicolac Ltda)
1996  Alfonso Daza Alfaro (Cicolac Ltda)
1996  Gabriel Serge (Cicolac Ltda)
1996  Martín Emilio Gil Gil (Coca Cola)
1996  Gonzalo Quijano (Beta Ltda)
1998  Luis Javier Correa Súarez (Coca Cola)


Lavoratori arrestati con l’accusa di terrorismo e sovversione, torturati e successivamente liberati perché innocenti
  
1984  Jaime Gómez Díaz (Coca Cola)
1984  Efraín Surmay (Coca Cola)
1984  Rafael Almenteros (Coca Cola)
1984  Heriberto Gutiérrez (Coca Cola)
1984  Julio Alberto Arango (Coca Cola)
1984  Humberto Cortés (Coca Cola)
1995  Luis Javier Correa Súarez (Coca Cola)
1995  Gonzalo Quijano (Beta Ltda)
1996  Luis Eduardo García (Coca Cola)
1996  José Domingo Flórez (Coca Cola)
1996  Sergio A. López (Coca Cola)
1996  Alvaro González (Coca Cola)
1996  Luis Javier Correa (Coca Cola)
1996  Edgar A. Páez (Sinaltrainal)
1996  Gonzalo Quijano (Beta Ltda)
1996  Eduardo Ortega (Beta Ltda)
1996  Alvaro Villafañe (Nestlé of Colombia)
1996  Rafael Moreno (Sinaltrainal)
1996  Alfonso Barón (Cicolac Ltda)
1996  Hernando Seirra (Cicolac Ltda)


Sindacalisti dell’impianto Coca Cola di Carepa (Urabá-Antioquia) costretti a fuggire in altri dipartimenti della Colombia
     
1985  Elías Muñoz
      Bernardo Alcaraz
      Jannio Barrios
      Jaime Cano
      Consuelo Montoya
      Robert Harold López
      Wilson Montoya
      Rodrigo Rueda
      Rubiel Goez
      Jesús Emilio Giraldo
      Humberto Ramirez
1996  Dolahome Tuberquia
      Giovanny Gómez
      Hernán Manco
      Oscar Darío Puerta
      Oscar Alberto Giraldo
      Luis Adolfo Cardona


Ingerenze arbitrarie ed illegali nella vita dei lavoratori e delle rispettive organizzazioni

1995   Raid contro Cooincoproco (Cooperativa dei lavoratori della Coca Cola) da parte delle forze speciali della polizia (Bloque de Búsqueda) di Bucamaranga.

1996  Raid contro Cooincoproco (Cooperativa dei lavoratori della Coca Cola) da parte delle forze speciali della polizia (Bloque de Búsqueda) di Bucamaranga e Cúcuta.

1996  Raid nell’abitazione di Beatriz Ardila Reyes, Segretaria del Sindacato di Bucamaranga.

1996  I lavoratori della Coca Cola di Cúcuta, Alfredo Porras e Jimmy Helberto Fontecha vengono fermati, identificati ed interrogati da appartenenti alla polizia e ad un gruppo paramilitare

1996  Gruppi paramilitari costringono 70 lavoratori della fabbrica della  Coca Cola di Carepa (Urabá Antioqueño) ad abbandonare il sindacato a cui sono iscritti.

1997 Raid contro Cooincoproco e nell’abitazione di Alfredo Porras (Coca Cola), da parte della 5^ Brigata dell’Esercito.

Inchiesta pubblicata in Terrelibere.org l’8 marzo 2002

giovedì 30 dicembre 2010

Africom sceglie i privati per intervenire nei conflitti africani

Africom, il nuovo comando delle forze armate USA per le operazioni in Africa, ha sottoscritto contratti milionari nei settori delle comunicazioni strategiche e del trasporto aereo con due aziende del complesso militare industriale degli Stati Uniti d’America.

Il primo contratto riguarda il potenziamento dei servizi di comunicazione tra il Comando Africom e gli altri comandi delle forze armate USA in Europa e in Africa ed è stato assegnato alla SRA International Inc. di Fairfax (Virginia), società leader nella fornitura di tecnologie militari avanzate. SRA International consegnerà ad Africom nei prossimi cinque anni sistemi di comando, controllo e comunicazioni, hardware e software per un valore di 200 milioni di dollari.

Il secondo contratto, per un valore di 26,3 milioni di dollari, riguarda l’affidamento al Phoenix Air Group di Cartersville, Atlanta (Georgia), dei servizi charter per le forze armate USA che da Stoccarda, città che ospita il quartier generale di Africom, si recheranno in Africa ed in Europa. “Il Phoenix Air Group fornirà velivoli bimotore per le operazioni di trasporto del personale e dell’equipaggiamento al continente africano”, ha reso noto il Dipartimento della Difesa. “Il periodo coperto dal contratto va dall’1 aprile 2009 sino al 31 marzo 2012 ma potrebbe essere ulteriormente prorogato”. Il Phoenix Air Group è uno dei contractor di fiducia dell’US Air Force e della NATO: da anni fornisce i velivoli Learjet 35/36 per l’addestramento dei piloti alla guerra elettronica e al bombardamento aereo e ha già svolto importanti operazioni di trasporto truppe, armi e munizioni alle principali aree di conflitto mondiali.
 
Si rafforza pertanto la tendenza del comando USA per l’Africa di affidare ai contractor privati buona parte delle missioni più complesse e rischiose. Prime fra tutte le operazioni di supporto alle forze africane impegnate nelle cosiddette azioni di “peacekeeping”. Una recente ricerca del Dipartimento di Stato ha rivelato come buona parte degli interventi coordinati da Africom nel quadro del cosiddetto “Bureau of African Affairs-Africa Peacekeeping Program - Africap”, sono stati affidati ad aziende private del settore sicurezza. I contractor hanno coordinato il trasferimento di truppe di Benin, Mali e Nigeria in Liberia e Sierra Leone, e di militari di Ruanda e Nigeria in Sudan. Sono sempre i contractor a gestire attualmente i campi rifugiati implementati dall’amministrazione statunitense in Darfur.
 
Dal 2003 al 2007, più di due miliardi di dollari del Programma Africap sono finiti nelle mani di aziende private USA. Si tratta di Triple Canopy (sede centrale ad Herndon, Virginia e filiali ad Abu Dhabi e Lagos, Nigeria); Northrop Grumman Corporation (una delle maggiori società costruttrici di sistemi aerei, missilistici e spaziali); MPRI (società di proprietà del colosso L-3 Communications); PAE – Pacific Architects & Engineers (appartenente ad un altro colosso industriale, Lockheed Martin); DynCorp International (uno dei più noti contractor operanti in Iraq ed Afghanistan, protagonista delle devastanti campagne di fumigazione delle coltivazioni di coca nella selva colombiana ed ecuadoriana).
 
DynCorp è sicuramente la regina delle operazioni USA in terra africana; il suo giro di affari nel continente ha raggiunto lo scorso anno i 150 milioni di dollari, valore che corrisponde al 7% del fatturato globale della corporation. DynCorp ha esordito nel 2005 ad Akwa Ibom, Nigeria, avviando la realizzazione di uno scalo aereo ufficialmente destinato alle maggiori compagnie petrolifere statunitensi che operano nel delta del Niger, ma le dimensioni delle piste - 4.200 metri di lunghezza - lasciano presagire un suo possibile uso a fini militari (i lavori dell’aeroporto sono andati in subappalto all’azienda siciliana Gitto).
 
L’amministrazione Bush ha versato alla società con sede in Virginia, più di 10 milioni di dollari per l’acquisto di tende, generatori e veicoli militari da destinare alle forze di “peacekeeping”, e per la movimentazione dei mezzi e del personale africano. Il Pentagono ha poi sottoscritto con DynCorp un contratto per oltre 20 milioni di dollari per il supporto alle “operazioni di sorveglianza, addestramento e peacekeeping” di alcuni importanti partner regionali (principalmente Etiopia e Liberia). Mercenari della società hanno addestrato, equipaggiato e sostenuto logisticamente la fallimentare “missione di pace” dell’Unione Africana in Somalia, realizzata con militari etiopi ed ugandesi.
 
DynCorp è pure impegnata nell’addestramento basico della forze armate della Liberia presso i centri di Barclay e Camp Ware, a seguito di un accordo bilaterale tra il ministero della difesa di Monrovia e il Dipartimento di Stato. Nel marzo 2008 Washington ha pure affidato a DynCorp l’addestramento e l’equipaggiamento di 500 membri della Polizia nazionale liberiana che agirà congiuntamente con i “peacekeepers” di UNMIL (la missione militare delle Nazioni Unite in Liberia) in attività di mantenimento dell’ordine pubblico. Il valore di questo contratto è di 7 milioni di dollari; altri 3,5 milioni di dollari sono stati assegnati a DynCorp per la ricostruzione di alcune infrastrutture che ospiteranno il corpo della Polizia nazionale di Monrovia.
 
Recentemente la stampa statunitense ha rivelato che potrebbe essere affidato alla corporation l’addestramento e il rifornimento delle forze armate della Repubblica Democratica del Congo. La società di sicurezza si è pure dichiarata disponibile a partecipare direttamente alla crociata contro i pirati somali in corso nelle acque del Golfo di Aden. “Siamo una compagnia in grado di fornire rapidamente i nostri servizi in qualsiasi parte del continente, dalla logistica alle missioni di peacekeeping, all’addestramento specifico delle forze armate locali per migliorare le loro capacità d’intervento aereo e terrestre”, ha dichiarato il vicepresidente esecutivo di DynCorp, Anthony Zinni, già generale del Corpo dei Marines ed ex Comandante dell’US Central Command (Centcom), con sede a Tampa, Florida. Grande conoscitore della Somalia (l’ex militare è stato il direttore operativo della disastrosa “Restor Hope” del biennio 1992-93), Zinni è uno dei più convinti sostenitori di Africom, nonché grande amico del comandante per le operazioni militari nel continente, generale William Kip Ward.
 
Nell’elenco dei maggiori contractor USA in Africa c’è poi KBR Inc., società interamente controllata da Halliburton Corporation. KBR è stata utilizzata dal Pentagono per la fornitura dei servizi di protezione delle basi utilizzate a Gibuti, Kenya ed Etiopia dalla U.S. Combined Joint Task Force-Horn of Africa (la forza di “pronto intervento USA di 2.000 uomini nel Corno d’Africa).
 
Altra azienda di sicurezza privata impegnata nel continente è la famigerata Blackwater Woldwide, responsabile due anni fa del massacro di 17 civili in Iraq. Washington ha affidato a Blackwater il sostegno logistico e il “pronto intervento sanitario” per le truppe USA impegnate in esercitazioni militari in Mali, Burkina Faso e Kenya. Blackwater ha pure offerto uomini e mezzi per assistere le società di navigazione in transito nel Golfo di Aden. Per prevenire le azioni di sequestro di navi cargo e petroliere, Blackwater ha acquistato una vecchia nave oceanografica, la McArthur, che ha poi ristrutturato ed armato con cannoni navali ed elicotteri lanciamissili. Gli affari africani della corporation potrebbero però subire uno stop: qualche giorno fa il presidente Obama ha deciso di non rinnovare il contratto multimilionario con Blackwater per l’addestramento dell’esercito iracheno. Al suo posto dovrebbero essere chiamate DynCorp e Triple Canopy. Lo stesso potrebbe accadere in Africa.
 
Per intervenire negli scenari di guerra senza dover mettere a repentaglio la vita dei propri militari, Africom può contare pure sui paesi maggiormente dipendenti dall’aiuto internazionale allo “sviluppo”. Il 23 febbraio scorso, armamenti e attrezzature per il valore di 17 milioni di dollari sono stati consegnati a tre battaglioni del Burkina Faso che opereranno in Darfur. Come è stato spiegato dai diplomatici del Dipartimento di Stato, “la formazione e l’equipaggiamento fornito nell’ambito del programma di assistenza “ACOTA” è solo una piccola parte dei programmi di cooperazione militare tra gli Stati Uniti e il Burkina Faso”. Il piccolo stato africano è infatti uno dei maggiori destinatari degli “aiuti” in ambito IMET (International Military Education Training); alcune unità della polizia nazionale ricevono addestramento specifico per partecipare ad eventuali prossime operazioni di peacekeeping. “Il Burkina Faso è un grande partner del nuovo comando Africom nella lotta contro il terrorismo”, ha dichiarato il Dipartimento USA.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 23 marzo 2009

Arriva dal lager di Guantanamo il nuovo comandante di Sigonella

Dallo scorso 11 maggio è Thomas J. Queen il nuovo comandante della base di Sigonella (Sicilia). L'ufficiale proviene da Guantanamo, la stazione aeronavale occupata dagli Stati Uniti nell'isola di Cuba. Il militare era in funzione presso il famigerato Ufficio che decide le sorti dei “nemici combattenti”, centinaia di prigionieri sequestrati illegalmente dalle forze armate Usa e dalla Cia in Afghanistan, Medio Oriente, Europa ed Africa.

È Thomas J. Queen il nuovo comandante della base aeronavale di Sigonella, la principale infrastruttura della Marina Usa nel Mediterraneo. Lo scorso 11 maggio l’ufficiale statunitense si è insediato nella base che sorge alle porte della città di Catania. Il suo curriculum vitae è di tutto rispetto: assistente dello staff del Comando della Naval Air Force, U.S. Atlantic Fleet, il comandante Queen ha operato a lungo come pilota degli aerei per la sorveglianza radar e la guerra elettronica in forza alle squadriglie VAW 120 e 121 (Carrier Airborne Early Warning) assegnate alle portaerei nucleari impegnate negli scacchieri più “caldi” del pianeta. Prima di essere trasferito a Sigonella, tuttavia, il neocomandante ha ricoperto l’incarico di ufficiale presso il famigerato “Office for the Administrative Review of the Detention of Enemy Combatants” (OARDEC), la speciale sezione che revisiona annualmente lo status dei “nemici combattenti” illegalmente detenuti dalle forze armate statunitensi presso la Stazione Navale di Guantanamo, Cuba. OARDEC ha cioè il compito di decidere unilateralmente se i detenuti - in buona parte sequestrati in Afghanistan ed in Europa dalla Cia o dai servizi segreti dei paesi alleati – possono essere finalmente liberati oppure devono continuare la loro reclusione nei campi-lager allestiti a Guantanamo (Camp Delta, Camp Echo e Camp Iguana). Thomas J. Queen operava dunque sino a qualche giorno fa proprio presso questo ufficio per i “nemici combattenti”, definizione introdotta ex novo dall’amministrazione americana violando le norme previste dalle Convenzioni di Ginevra.

Dal 2002 al novembre 2006, 776 “prigionieri” sono stati condotti a Guantanamo (17 i minori di età), quasi tutti senza essere sottoposti a processo o che venissero accusati formalmente di reato. Attualmente dovrebbero essere circa 400 i detenuti, 250 dei quali a rischio di restare a Guantanamo a tempo indeterminato. “Il carcere speciale a giurisdizione americana sull’isola di Cuba è noto al mondo per le violenze che quotidianamente vengono compiute nei confronti dei prigionieri”, scrive Amnesty International nel suo rapporto dal significativo titolo "Guantanamo: vite fatte a pezzi" (febbraio 2006). Lo studio di Amnesty analizza le gravissime condizioni di vita dei prigionieri soffermandosi sulle conseguenze della detenzione sulla loro salute psicologica. Nello studio vengono raccolte le testimonianze di diversi ex prigionieri che affermano di aver subito diverse forme di torture e maltrattamenti. Secondo Amnesty le vessazioni sui detenuti andrebbero dall’isolamento prolungato all’esposizione al freddo fino alle violenze fisiche. Il Pentagono ha dovuto ammettere che donne in divisa statunitensi hanno commesso abusi sessuali sui detenuti durante gli interrogatori. Quaranta i tentativi di suicidio, 3 dei quali portati a compimento.

È indubbio che la prigione-lager allestita nella base navale dell’isola di Cuba sia l’esempio più evidente delle violazioni dei diritti umani nel contesto della "guerra al terrore" scatenata dagli Stati Uniti dopo l`11 settembre 2001. “Un comandante non gradito per una base che non vogliamo” è il commento dei portavoce della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella. I quali si chiedono “quanto sia da ritenersi casuale la scelta di trasferire in Sicilia da Guantanamo il capitano Thomas J. Queen”.

Pochi mesi fa l’indagine condotta dal Parlamento europeo (relatore l’on. Claudio Fava) aveva accertato la sosta a Sigonella di alcuni dei voli segreti utilizzati per trasferire nei vari centri di detenzione illegali i prigionieri sequestrati dalla Cia. Sempre in Sicilia sono stati documentati atterraggi sospetti negli aeroporti civili di Catania-Fontanarra e Palermo-Punta Raisi. Inoltre Thomas J. Queen prende il posto del capitano Jospeh Stuyvesant, inviato in Iraq a dirigere la base aerea di Al Asad, il secondo scalo militare del paese per importanza, 180 chilometri ad ovest di Baghdad.

È questa una delle fasi più delicate della storia della presenza militare Usa in Sicilia. A Sigonella è in via di conclusione la quarta tranche del progetto “Mega” finalizzato all’espansione delle infrastrutture e delle funzioni della base, oggi centro logistico di eccellenza di tutte le forze navali di Eucom, il Comando degli Stati Uniti che sovrintende le operazioni in Europa, Africa e Medio Oriente. La richiesta di nuovi alloggi per le truppe stanziate in Sicilia ha scatenato una vera e proprio corsa all’oro americano che vede in competizione per la realizzazione di megaresidence enti locali, imprenditori nazionali e locali e finanche soggetti in odor di mafia. Nella vicina baia di Augusta, area di rifornimento munizioni e gasolio delle Marine Usa e Nato, sono sempre più frequenti le soste di portaerei e sottomarini a propulsione nucleare e dotati di missili a testata atomica. E questo in una delle zone d’Italia a maggiore dissesto ambientale e ad altissimo rischio sismico, dove ancora non sono stati approntati piani di protezione delle popolazioni in caso d’incidente nucleare.

Proprio per l’importanza assunta dalla base siciliana nel quadro delle “guerre permanenti” (Afghanistan, Iraq e più recentemente il Corno d’Africa), sabato 19 maggio prenderà il via da Sigonella la direttrice sud della “Carovana contro la guerra, per la pace e il disarmo” che dopo aver toccato le città sede delle maggiori infrastrutture militari giungerà a Roma il 2 giugno, festa della Repubblica italiana.


Articolo pubblicato in Terrelibere.org il 14 maggio 2007

La strana coppia Berlusconi-Impregilo e il Ponte sullo Stretto

«È una cosa drammatica che i vertici di Impregilo dopo lavori difficili per la tratta ad alta velocità della Bologna-Firenze si sono trovati assolti dalla magistratura di Bologna e condannati a ben 5 anni da quella di Firenze. È qualcosa di patologico, è una metastasi del nostro Paese cui dobbiamo reagire perché c’è qualcuno che usa la legge come un Moloch che deve colpire. Dobbiamo trovare una via di uscita, altrimenti le società non vorranno fare lavori sul nostro territorio». La pensa così il premier Silvio Berlusconi sulla pesante condanna inflitta all’amministratore delegato d’Impregilo, Alberto Rupegni, a conclusione del processo sui crimini ambientali dei lavori per l’Alta Velocità. Il governo ha un asso nella manica per evitare che future inchieste della magistratura possano avere conseguenze sull’iter di realizzazione delle Grandi Opere, primo fra tutti il Ponte sullo Stretto, ad altissimo rischio d’infiltrazione mafiosa.

L’affidamento di tutti i controlli ad un commissario ad acta, mettendo fuori gioco le procure locali e derogando dalle leggi generali. Lo ha rivelato Milano Finanza con un documentato articolo dal significativo titolo “Impregilo, niente scherzi sul Ponte”. E che si faccia realmente sul serio lo dimostrano le parole di ringraziamento del presidente della grande società di costruzioni, Massimo Ponzellini. Intervenendo alla cerimonia di inaugurazione della prima linea del famigerato termovalorizzatore di Acerra - presente Berlusconi - Ponzellini ha affermato «che con il premier al nostro fianco, dopo aver realizzato quest’opera, sapremo vincere altre sfide, come quella della Salerno-Reggio Calabria e del Ponte sullo Stretto…».
 
Amore antico quello del Signore di Arcore per Impregilo e l’Ecomostro dello Stretto di Messina. Berlusconi ha pubblicamente rivendicato come sia stato proprio il suo precedente governo a sollecitare un accordo tra le aziende italiane per progettare e realizzare in tutta tranquillità la megaopera. Nel corso di un comizio tenuto nel novembre 2008 durante la campagna elettorale per l’elezione del Governatore della regione Abruzzo, Belusconi ha dichiarato: «Sapete com’è andata col Ponte sullo Stretto? Avevamo impiegato cinque anni a metter d’accordo le imprese italiane perché non si presentassero separate alla gara d’appalto ma in consorzio... Eravamo andati dai nostri colleghi chiedendo che le imprese non si presentassero in modo molto aggressivo, proprio perché volevamo una realizzazione di mano italiana, e poi avremmo saputo ricompensarli con altre opere pubbliche». L’episodio è stato raccontato dal giornalista Marco Travaglio su “L’Espresso” del 30 dicembre 2008. Come sottolineato dallo stesso Travaglio, «se le parole hanno un senso, il premier spiega di avere – non si sa a che titolo – aggiustato una gara internazionale per far vincere Impregilo sui concorrenti stranieri, invitando quelli italiani a farsi da parte in cambio di altri appalti (pilotati anche quelli?)».
 
Di certo in casa Berlusconi non erano in pochi i profeti in grado di prevedere per filo e segno quello che sarebbe stato l’esito della gara per scegliere la società a cui affidare i lavori tra Scilla e Cariddi. «La gara per il Ponte sullo Stretto la vincerà Impregilo», dichiarò nel corso di una telefonata con Paolo Savona (l’allora presidente d’Impregilo), l’economista Carlo Pelanda, proprio ala vigilia dell’apertura delle offerte delle due cordate in gara. Nel corso della stessa telefonata Pelanda spiegò di avere avuto assicurazioni in merito dal senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, già presidente di Publitalia ed amministratore delegato di Mediaset. Sfortunatamente, il colloquio tra Paolo Savona e l’amico Carlo Pelanda fu intercettato dagli inquirenti della procura di Monza nell’ambito dell’inchiesta sulla società di Sesto San Giovanni per falso in bilancio, false comunicazioni sociali ed aggiotaggio. Incuriositi dalla singolare vocazione profetica dell’interlocutore, i magistrati lombardi interrogarono Paolo Savona sul senso di quella telefonata. «Era una legittima previsione», risponderà Paolo Savona. «Il professor Pelanda mi stava spiegando che noi eravamo obiettivamente il concorrente più forte». Carlo Pelanda, editorialista del “Foglio” e del “Giornale” – quotidiani del gruppo Berlusconi – ricopriva al tempo l’incarico di consulente del ministro della difesa Antonio Martino, origini messinesi e uomo di vertice di Forza Italia. Pelanda era pure un intimo amico di Marcello Dell’Utri, al punto di aver ricoperto l’incarico di presidente dell’associazione “Il Buongoverno”, fondata proprio dal senatore su cui pesa una condanna in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
 
Gara piena di anomalie e stranezze quella per il general contractor del Ponte di Messina. Alla fase di pre-qualifica riuscì a partecipare perfino una società su cui sarebbe stato rilevante il controllo la potente organizzazione mafiosa nordamericana diretta dal boss Vito Rizzuto. Poi, uno dopo l’altro, si ritirarono inaspettatamente quasi tutti i grandi gruppi esteri partecipanti. Il 18 aprile 2005 (quarantotto ore prima della scadenza dei termini fissati dal bando), giunse inaspettata la decisione dei vertici della Stretto di Messina S.p.A., società pubblica concessionaria per il Ponte, di concedere ai consorzi in gara un mese di tempo in più per la presentazione delle offerte. Le ragioni della benevola proroga restarono ignote, ma gli osservatori finanziari la giudicarono perlomeno discutibile, anche perché i tre mesi precedenti erano stati caratterizzati da altalenanti e contraddittori contatti tra i due colossi italiani capofila delle cordate in gara, l’Impregilo di Sesto San Giovanni e l’Astaldi di Roma.
 
Impregilo era al centro di una grave crisi finanziaria ed i vertici aziendali erano stati azzerati dall’inchiesta della procura di Monza. Per evitare il tracollo finanziario i principali azionisti della società avevano invocato l’intervento del governo e delle banche creditrici, auspicando l’ingresso di nuovi e più solidi soci. Nel febbraio 2005 i manager Astaldi dichiararono la propria disponibilità a fornire 250 milioni di euro per ricapitalizzare la società di Sesto San Giovanni, ma la loro offerta veniva respinta. In Impregilo fece invece ingresso un consorzio, IGLI, costituito appositamente dai gruppi Argofin (Marcellino Gavio), Techint-Sirti, Efibanca ed Autostrade S.p.A. (gruppo Benetton). Efibanca, Techint e Sirti cederanno un anno più tardi la loro quota di IGLI a Salvatore Ligresti, il costruttore originario di Paternò a capo del gruppo assicurativo Fondiaria-Sai.
 
Sfumata l’ipotesi di una compartecipazione in Impregilo, Astaldi propose alla “concorrente” un’alleanza strategica per la formulazione di un’unica offerta per la realizzazione del Ponte sullo Stretto. «Dopo la fuga di partner stranieri di entrambe le cordate e la scarsa convinzione degli altri, il buon senso vorrebbe che i due gruppi in qualche modo mettessero insieme le forze», dichiarò Vittorio Di Paola, amministratore delegato di Astaldi, dopo che due società spagnole partner di Astaldi si erano ritirate dalla gara. Il 2 maggio 2005, il nuovo consiglio d’amministrazione di Impregilo respinse però la vantaggiosa offerta di alleanza. Coincidenza vuole che negli stessi giorni era stata depositata un’interrogazione parlamentare al Ministro delle Infrastrutture, a firma dei senatori Brutti e Montalbano (Ds). In essa si affermava che la presentazione di un’unica offerta da parte di Astaldi e Impregilo per il Ponte sullo Stretto «configurava un’effettiva turbativa d’asta e quindi l’irregolarità della gara». Nell’interrogazione i due parlamentari denunciavano che i due raggruppamenti avevano avviato « una trattativa con i buoni uffici di un noto avvocato, consulente legale dell’ANAS per la sorveglianza sui lavori dell’Impregilo, notoriamente legato da vincoli professionali ventennali con l’impresa Astaldi, per giungere, attraverso un rimescolamento delle carte, a presentare un’unica offerta in comune tra Astaldi e Impregilo, riducendo in tal modo ad uno il numero dei partecipanti effettivi alla fase conclusiva della gara stessa». Brutti e Montalbano aggiungevano che il rinvio dei termini della gara in questione «era stato fortemente sollecitato alla società Stretto di Messina da una delle due società concorrenti, indebolita nella sua composizione interna dall’uscita di un fondamentale partner francese». Sempre secondo gli interroganti, a tal fine il consiglio d’amministrazione della società concessionaria aveva inserito nel bando una clausola che consentiva di aggiudicare la gara anche in presenza di una sola offerta.

«Appare quanto meno sospetto un rinvio dei termini idoneo a far maturare un accordo tra i due concorrenti e la contemporanea decisione di modificare il bando, che sembra proprio spingere nella direzione dell’accordo tra i concorrenti», commentavano i senatori diessini.
 
Quando alla scadenza del termine, giunsero le offerte delle uniche due cordate rimaste in gara, certe “anomalie” furono sotto gli occhi di tutti. In meno di un anno si erano verificati cambiamenti rilevanti nelle composizioni dei raggruppamenti. Nell’associazione temporanea a guida Impregilo, ad esempio, non comparivano più la società statunitense Parsons. Nella cordata a guida Astaldi spiccava invece la scomparsa del Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna. Vere e proprie fughe provvidenziali, verrebbe da dire, dato che hanno permesso la conclusione della gara diradando alcuni dei dubbi di legittimità e regolarità.
 
Il forfait di Parsons evitava infatti che la transnazionale finisse nella ragnatela dei conflitti d’interesse che hanno segnato la stagione delle selezioni dei soggetti chiamati alla realizzazione del collegamento stabile. La controllata Parsons Transportation Group, a fine 1999, era stata nominata “advisor” dal Ministero dei lavori pubblici per approfondire gli aspetti tecnici del progetto di massima del Ponte di Messina. La stessa Parsons Transportation Group ha poi partecipato al bando per il Project Management Consultant per la vigilanza delle attività del general contractor del Ponte. Se Parsons Transportation Group avesse vinto questa gara (cosa poi puntualmente verificatasi) e la società madre fosse rimasta associata ad Impregilo, la Stretto di Messina si sarebbe trovata nella spiacevole situazione di affidare i due bandi multimilionari ad una medesima entità, in cui avrebbero coinciso controllore e controllato.
 
Altrettanto miracolosa l’uscita di scena del Consorzio Cooperative Costruzioni. Originariamente la Lega delle Cooperative compariva in entrambe le cordate in gara per i lavori del Ponte: con la CCC in ATI con Astaldi e con la CMC - Cooperatriva Muratori Cementisti di Ravenna in ATI con la “concorrente” Impregilo. Con l’aggravante che proprio la CMC risultava essere una delle 240 associate, la più importante, della cooperativa “madre” CCC di Bologna. Ciò avrebbe comportato la violazione delle normative europee e italiane in materia di appalti pubblici che escludono espressamente la partecipazione ad una gara di imprese che «si trovino fra di loro in una delle situazioni di controllo», ovverossia di società tra esse «collegate o controllate». L’ipotesi di violazione è stato sollevato, tra gli altri, dalla parlamentare Anna Donati, mentre il WWF è ricorso davanti all’Autorità per i Lavori Pubblici e alla Commissione Europea per chiedere l’annullamento della gara.
 
Se poi si passa ad analizzare la lista dei professionisti che sono stati membri del consiglio di amministrazione della Stretto di Messina S.p.A., c’è il riscontro di un certo feeling con Impregilo. Nell’aprile del 2005, ad esempio, venne nominato quale membro del Cda della concessionaria del Ponte, il dottor Francesco Paolo Mattioli, ex manager Fiat e Cogefar-Impresit (oggi Impregilo), consulente della holding di Torino e responsabile del progetto per le linee ad alta velocità ferroviaria Firenze-Bologna e Torino-Milano di cui Impregilo ha ricoperto il ruolo di general contractor. Nel consiglio di amministrazione della Stretto S.p.A. sedeva al momento dell’espletamento delle gare del Ponte, il Preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università "La Sapienza" di Roma, prof. Carlo Angelici. Angelici era contestualmente consigliere di Pirelli & C. e di Telecom Italia Mobile (TIM), società di cui erano (e sono) azionisti i Benetton. Edizioni Holding, altro gioiello del gruppo di Treviso, controlla la Società per il Traforo del Monte Bianco, di cui è membro del consiglio d’amministrazione un altro “storico” del Cda della Stretto di Messina, il direttore generale ANAS Francesco Sabato.
 
Presenze “pesanti” anche all’interno di Società Italiana per Condotte d’Acqua, altro partecipante alla cordata vincente per i lavori del Ponte. Condotte d’Acqua è quasi internamente controllata dalla finanziaria Ferfina S.p.A. della famiglia Bruno. Ebbene, nei consigli d’amministrazione di Ferfina e di Condotte Immobiliare (la immobiliare di Condotte d’Acqua) compariva nel giugno 2005 il professore Emmanuele Emanuele, contestualmente membro del Cda della concessionaria statale per il Ponte.
 
Dal 2002, presidente della Stretto di Messina S.p.A. è l’on. Giuseppe Zamberletti, più volte parlamentare Dc e sottosegretario all’interno e agli esteri ed ex ministro per la protezione civile e dei lavori pubblici. Invidiabile pure la sua lunga esperienza in materia di grandi infrastrutture: Giuseppe Zamberletti è stato presidente del Forum europeo delle Grandi Imprese, mentre da più di un ventennio ricopre la massima carica dell’Istituto Grandi Infrastrutture (IGI), il “centro-studi” d’imprese di costruzione, concessionarie autostradali, enti aeroportuali, istituti bancari, per monitorare il mercato dei lavori pubblici e delle grandi opere e premere sugli organi istituzionali per ottenere modifiche e aggiustamenti legislativi in materia di appalti e concessioni a vantaggio degli investimenti privati.
 
In questa potente lobby dei signori del cemento, compaiono quasi tutti i concorrenti alle gare per la realizzazione del Ponte. Vicepresidente vicario di IGI al tempo delle gare del Ponte, il cavaliere Franco Nobili, trent’anni a capo della società di costruzione Cogefar (poi Impregilo), passato poi nel Cda della Pizzarotti di Parma, che ha integrato in un primo tempo la cordata guidata da Astaldi per il general contractor del Ponte. Dal 1989 al 1993 Franco Nobili ha pure ricoperto la carica di presidente dell’IRI, l’istituto di cui è stato direttore generale e membro del collegio dei liquidatori l’odierno amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci.
 
Anche tra gli odierni vicepresidenti del consiglio direttivo dell’Istituto Grandi Infrastrutture ci sono i manager delle società entrate nel business del Ponte: Alberto Rubegni (l’amministratore delegato d’Impregilo condannato a 5 anni di reclusione nell’ambito del processo TAV); Pietro Gian Maria Gros, presidente di Autostrade-Benetton; Vittorio Morigi, Ad del Consorzio Muratori Cementisti; il professor Carlo Bucci (rappresentante dell’ANAS, azionista di maggioranza della Stretto di Messina S.p.A., e consigliere d’amministrazione della concessionaria nel triennio 2005-2007).
 
Ci sono poi le aziende presenti nel consiglio direttivo dell’IGI. Anche qui abbondano le società che hanno concorso su fronti opposti alla gara per il Ponte sullo Stretto. Tra esse, Società Italiana per Condotte d’Acque e SATAP S.p.A., società autostradale controllata dalla finanziaria Argos di Marcellino Gavio (azionista IGLI-Impregilo). Più Astaldi, capogruppo dell’ATI “contrappostasi” a Impregilo, con le associate Grandi Lavori Fincosit e Vianini Lavori dell’imprenditore-editore Caltagirone.
 
Uno dei prossimi maggiori impegni della Stretto S.p.A. sarà quello di ritoccare l’ammontare del contratto sottoscritto da Impregilo & socie; ferro e acciaio sono cresciuti vertiginosamente nel mercato internazionale, mentre altre voci di spesa potrebbero essere state sottostimate in fase di pre-progettazione. Date affinità e cointeressenze, chissà se alla fine, per comodità, non ci si veda tutti in Piazza Cola di Rienzo 68, sede dell’IGI e dei signori del Ponte.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 27 marzo 2009

mercoledì 29 dicembre 2010

Scenari dalla Nigeria: intervista ad Antonio Mazzeo

D: Come arriva la Nigeria a queste elezioni, in particolare qual è il panorama sociale, direi umano del paese più popoloso d’Africa?
Violenti conflitti tra gruppi etnici e religiosi, un élite politica tra le più corrotte del mondo, milioni di persone che vivono in condizioni di povertà estrema e sono vittime della tratta e delle moderne schiavitù, un esercito brutale che esercita un potere smisurato accanto alle transnazionali che si sono appropriate delle ingenti risorse del paese, violazioni sistematiche dei più elementari diritti umani e sociali, disastri ambientali epocali. Così la Nigeria., il più popoloso degli stati africani vive le lezioni più drammatiche della sua breve vita “democratica”. Uso le virgolette perché di democrazia fittizia si tratta. Del resto le gravi denunce di brogli elettorali che giungono da osservatori e ong indipendenti confermano quanto sia criticissima la situazione politica. Sembra quasi impossibile che alla fine ci sarà qualcuno disposto ad accettare i dati ufficiali. Specie dopo la farsa di tutto il processo pre-elettorale. E ciò rischia di accelerare la spirale di violenze, odi, morte. 
  
D: Sono le elezioni di cui si parla meno, quelle in Nigeria, oppure dopo anni ed anni di dittatura militare e di presidenza di un padre-padrone come Obasanjo, cosa significano queste elezioni e quali sono le parti in gioco per la presidenza nigeriana.
In primo luogo ci sarebbe proprio da interrogarsi sul come mai la comunità internazionale (innanzitutto l’Unione europea) e i grandi network non abbiano prestato attenzione a quanto sta accadendo in  Nigeria in questi ultimi mesi. Ancora più grave il fatto che si sia scelto di disertare il monitoraggio elettorale. Eppure Stati Uniti in testa puntano ad importare dall’Africa occidentale più del 25% del petrolio che servirà alla loro economia entro il 2015. Proprio allo scopo di esercitare il pieno controllo sulle risorse petrolifere e sul gas nigeriano, il Pentagono ha predisposto un articolato piano di militarizzazione della regione, creando basi, trasferendo sistemi d’arma sofisticati e addestrando le forze armate più reazionarie. Ovviamente è necessario che ogni manovratore non venga disturbato. Far calare il silenzio a livello mondiale su quanto avviene in Nigeria, non coglierne la gravità e le pesanti ipoteche sul futuro prossimo è funzionale a questo processo.

D: Impossibile non parlare del Mend e del petrolio. Che cosa rappresenta il Mend in Nigeria e come è sentita questa battaglia dal popolo nigeriano?
Le modalità con cui il Mend ha gestito i sequestri di personale tecnico delle transnazionali che operano nel delta del Niger, l’evidente consenso che gode tra gli abitanti degli slum più poveri di questa regione, il successo nell’aver riportato al centro del dibattito nazionale l’iniqua distribuzione delle ricchezze e il ruolo criminale delle transnazionali e degli alleati locali, sono certamente meriti che gli vanno riconosciuti. Il nodo è se la società nigeriana e internazionale sia disponibile ad accettarne l’azione politica, legittimandone la soggettività, o se oppure si sceglierà lo scontro militare per isolarla e, possibilmente, annientarla. Le fortissime divisioni nel Paese, l’interesse di Washington (ma anche della Nato) a soffiare sulle contraddizioni e i conflitti sociali, l’assenza di qualsivoglia cultura di rispetto dei valori della politica e della democrazia sostanziale da parte dell’élite dominante non lasciano certo presagire una volontà di dialogo e di comprensione delle profonde ragioni di chi ha imbracciato le armi per rivendicare il diritto ad esistere.       

D: La Nigeria è fra i massimi esportatori di petrolio, ma lo sfruttamento è degli altri. Perché il rapporto con le compagnie petrolifere si è incrinato in tal modo e quali le prospettive in proposito?
La relazione transnazionali petrolifere e società civile è sempre stata conflittuale. Il massacro dei nove attivisti ambientalisti Ogoni che si opponevano alle devastanti attività estrattive della Shell non è mai stato dimenticato dalle popolazioni. L’escalation delle attività petrolifere nel delta, l’inquinamento che ne deriva e la distruzione delle risorse naturali hanno ulteriormente  aggravato le condizioni di vita, gettando nella disperazione comunità intere e forzando i processi migratori. Un modello insostenibile oltre che immorale. Se ne esce solo rimettendo in discussione i sistemi di produzione, ripensando lo sviluppo in occidente e nelle regioni produttrici. L’uguaglianza e la ridistribuzione delle risorse e delle ricchezze è l’unica scelta planetaria per riportare la giustizia e facilitare i processi di pace e disarmo.

D: Il pericolo del terrorismo islamico è un problema anche della Nigeria e in che misura influisce, se influisce, sulla politica nigeriana?
Le fortissime divisioni etniche e interreligiose sono uno delle conseguenze più gravi dei processi di colonizzazione. Il controllo dell’Africa da parte delle potenze europee è avvenuto proprio grazie la separazione e l’apartheid. L’aggravarsi della situazione sociale, le nuove povertà e la violenza repressiva dell’élite ha favorito in tutto il continente l’offensiva dei gruppi islamici più radicali. Personalmente credo che ci sia anche un interesse dell’Occidente a favorire ulteriormente i conflitti di natura etnico-religiosa onde giustificare nuovi interventi armati in nome della “democrazia” e dei “valori della cristianità”. Certo le notizie di questi giorni sui violenti scontri armati nella città di Kano, contemporaneamente allo svolgimento delle elezioni nazionali, tra polizia, esercito e gruppi armati islamismi sono un ulteriore elemento di preoccupazione sul futuro del paese. Gli osservatori più attenti spiegano che gli attori in campo sono diversi da quei cosiddetti “talebani di Kano” che esordirono sulla scena politica tra il 2003 e il 2004 e che furono brutalmente massacrati dalle forze militari. Ciò tuttavia conferma la complessità delle vicende in atto e il rischio fortissimo di destabilizzazione e di vera deriva della vita politica e sociale della Nigeria. Mi si permetta in conclusione una constatazione amara. In Italia in troppo pochi ci si sta interrogando sulle responsabilità del nostro paese nel conflitto. Eppure solo nel 2006 abbiamo esportato armi alla Nigeria per un valore di 74,4 milioni di euro, 37,9 milioni di contratti l’anno precedente. L’esercito spara sui manifestanti e la popolazione con armi prodotte Beretta, l’Eni è tra le protagoniste degli scempi socio-ambientali nel delta del Niger, le maggiori società di costruzioni si stanno arricchendo con grandi opere altrettanto devastanti (innanzitutto le megadighe che espellono dai loto territori ancestrali decine di migliaia di persone). Quando si aprirà un dibattito sui crimini del capitalismo italiano in terra d’Africa?  

Antonio Mazzeo, è attivista del movimento pacifista ed antimafia, è autore di articoli, saggi, libri sui seguenti temi: pace e diritti umani, militarizzazione, criminalità organizzata, ruolo della massoneria nella società italiana. Da alcuni anni è impegnato nella cooperazione internazionale; ha operato in Albania, Colombia, Cuba, Guatemala, Honduras in progetti sociali e di sviluppo ed è collaboratore di www.terrelibere.org e www.carta.org

Intervista di Angelo D’Addesio, pubblicata su Il Paroliere-Il Cannocchiale del 21 aprile 2007
http://ilparoliere.ilcannocchiale.it/2007/04/21/scenari_dalla_nigeria_intervis.html

La NATO ha sessant’anni ma flirta con la UE

È divisa un po’ su tutto: sui tempi e le modalità di una sua ulteriore espansione ad est; sull’atteggiamento da assumere nei confronti di Russia, Cina ed Iran; sul programma di escalation militare dell’amministrazione Obama in Afghanistan e Pakistan; sui futuri piani di ammodernamento dei sistemi militari, ritenuti fortemente pregiudiziali per le industrie europee. Ma quando poi si decide d’intervenire e bombardare - così com’è stato nei Balcani o in Medio oriente - o d’intraprendere nuove avventure nucleari e spaziali, le frizioni interne scompaiono e si confermano unità d’intenti e di azione tra i paesi membri. Si presenta così la NATO alla vigilia del suo sessantesimo compleanno: con qualche ruga di troppo ma comunque entusiasta di affrontare le nuove sfide del XXI secolo, forte del ritorno del figlio il prodigo francese e delle solide partnerships con Giappone, Corea del Sud, Australia e i paesi - prigione stile Colombia ed Israele.

Abbattute le barriere ideologiche che dalla sua fondazione avevano relegato l’azione alla mera difesa della regione nord - atlantica, la NATO ha fatto dell’intervento “out - of - area”, l’asse strategico su cui re-inventare operazioni, esercitazioni, logistica, sistemi d’arma, centri di comando, controllo e comunicazioni.

Dopo i massacri di civili in Kosovo, Serbia e Montenegro e la lunga e sanguinosa guerra in Afghanistan, la NATO aspira a penetrare in Pakistan e a seguire le avventure nel continente africano del nuovo comando delle forze armate USA “Africom”.

In Africa, l’alleanza militare, due piedi ce li ha messi già: unità militari NATO operano a sostegno dell’ambigua missione dell’Unione Africana in Darfur o nel pattugliamento delle coste somale in funzione anti - pirati.
 
Ma tutto questo non basta. I governi che contano chiedono sempre di più.
“La NATO ha bisogno di adeguare le sue strategie alle nuove sfide”, ha dichiarato la prima ministra tedesca Angela Markel. “Dobbiamo sviluppare un nuovo concetto strategico a partire dal summit che si terrà il 3 e 4 aprile 2009, per dare risposta alle odierne e future minacce.

In quest’ottica la NATO ha bisogno di definire e rafforzare le sue relazioni con le organizzazioni partner, come le Nazioni Unite, l’Unione Africana e le organizzazioni non governative, e di cooperare più strettamente con l’Unione europea”.

Una NATO che sia sempre più “organismo politicooltre che militare e che “proietti stabilità” in aree di crisi, “favorisca il dialogo, promuova la democrazia e contribuisca alla ricostruzione e al consolidamento istituzionale”, come aggiungono i massimi vertici dell’alleanza da Bruxelles.

Un’organizzazione dunque estremamente flessibile e capace di affrontare qualsivoglia minaccia che possa minare la “sicurezza” dei paesi membri e dei liberi mercati.
 
Le sfide che saranno affrontate dalla “nuova” NATO sono elencate dal Segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer: all’antico ritornello sul terrorismo internazionale e la proliferazione delle armi di distruzione di massa e gli stati “canaglia”, si aggiungono adesso le guerre cibernetiche, il crimine organizzato, le carenze di fonti energetiche, il degrado ambientale, le calamità naturali, gli attacchi bio-terroristici e le pandemie.
 
L’Hague Centre for Strategic Studies, centro ultraconservatore olandese di studi strategici, prevede sfide ancora più complesse per la NATO. “I paesi dell’Alleanza dovranno riconciliare il loro ruolo tradizionale con le necessità strategiche rappresentate dalle crisi economiche, dalla competizione per le risorse dell’Artico e dal risorgere di Russia e Cina”, scrive in un rapporto presentato il 27 marzo a Bruxelles, nel corso di un incontro con oltre 300 ricercatori e studiosi sui temi della “sicurezza transatlantica”.

“Una possibile dissoluzione della zona euro, un grande evento speculativo nei circoli finanziari, potrebbero avere un impatto significativo sulla sicurezza e la difesa europea”. Fronteggiare queste minacce globali richiederà partenariati di vasta portata ed una forte sinergia tra la NATO e l’Unione Europea, conclude il centro di studi olandese.

La posta in gioco non permetterà né tentennamenti né astensioni di ogni sorta. Per questo a Bruxelles si lavora per emendare la Carta costitutiva dell’Alleanza Atlantica, che ha consentito sino ad oggi agli stati membri di dissociarsi dal partecipare alle guerre con cui si è in disaccordo.
 
La decisione di festeggiare il sessantesimo anniversario dell’organizzazione militare proprio a Strasburgo, sede del Parlamento europeo, punta a simbolizzare la conclusione del primo atto del processo di condivisione di programmi, strategie ed interventi in campo politico e militare della NATO e dell’Unione europea.

Quello che è stato sino ad oggi un fidanzamento, il 4 aprile 2009 si trasformerà in vero e proprio matrimonio. Ospiti d’onore, gli alti comandi di Washington e Bruxelles e buona parte dei capi di stato dei 27 paesi dell’Unione, 21 dei quali fanno già parte della NATO, mentre cinque dei sei che ne restano fuori (Austria, Finlandia, Irlanda, Malta e Svezia) sono membri del programma “Partneriato per la Pace” dell’Alleanza Atlantica.
 
Per il secondo atto del connubio NATO - UE è già pronta una sceneggiatura.
“La NATO e l’Unione europea dovrebbero focalizzarsi sul rafforzamento delle loro capacità fondamentali, sull’incremento dell’interoperabilità e sul coordinamento di dottrina, pianificazione, tecnologie, equipaggiamento e addestramento”, scrive su Nato Review, Adrian Pop, docente della National School for Political Studies di Bucarest, Romania.

Per il professor Pop, la cooperazione NATO-UE, deve divenire “la spina dorsale di una forte comunità euro - atlantica”, per “combattere il crimine organizzato, il traffico di droga, delle armi leggere e di piccolo calibro, come pure quello di esseri umani”.
 
I Balcani possono essere il teatro dove sperimentare nuove pratiche interattive. Del resto è questa la regione dove è più antica la partnership NATO - UE.
Nel febbraio 2001, al culmine del conflitto scoppiato nell’ex repubblica jugoslava di Macedonia tra la comunità albanese e le forze di sicurezza interne, furono proprio la NATO e l’Unione a coordinare i negoziati tra le parti che sei mesi più tardi sfociarono nell’accordo di Ohrid.

Contemporaneamente la NATO avviò una vasta operazione per disarmare gli insorti albanesi che si protrasse sino al marzo 2003, quando le truppe dell’alleanza militare furono sostituite da una task force battente bandiera UE (“Operazione Concordia”). A Skopje continuò ad operare un piccolo quartier generale della NATO per assistere le autorità macedoni e i militari dell’Unione.
Nel dicembre 2004, un passaggio di consegne similare si è verificato nella vicina Bosnia Erzegovina: dopo nove anni di presenza IFOR - SFOR, la NATO passò il timone all’Unione europea, che immediatamente dette avvio all’operazione Althea, forte di 6.000 uomini.

Lo stesso sta accadendo in questi ultimi mesi nel Kosovo tutt’altro che pacificato: la Kosovo Force (KFOR), la sola autorizzata dalle Nazioni Unite con la risoluzione 1244 del 1999, sta trasferendo il comando delle fallimentari operazioni di controllo del territorio alla missione europea denominata EULEX.

Altra area geografica dove NATO ed UE fanno coppia fissa e si scambiano le flotte armate è il Golfo di Aden, nell’ambito della crociata mondiale contro i pirati che minacciano mercantili e petroliere (per la task force “EUNAVFOR Atalanta”, si tratta del primo intervento “out-of-area” dell’Unione).
 
“Anche l’Afghanistan rappresenta un’opportunità per un’accresciuta cooperazione NATO - UE”, scrive ancora il rumeno Adrian Pop. “Il paese ha disperatamente bisogno di più polizia, giudici, ingegneri, operatori umanitari, consulenti per lo sviluppo ed amministratori. L’Unione europea dispone di tutte queste risorse, non altrettanto avviene per i soldati della pace della NATO”.

Nel novembre 2006 la Commissione europea ha approvato 10,6 milioni di euro per favorire la distribuzione in Afghanistan di “servizi e una migliorata governabilità attraverso i Gruppi di ricostruzione provinciale (PRT), guidati dalla NATO”.

Analoghe forme collaborative starebbero per essere avviate in Iraq, paese dove la NATO è l’attore principale nella gestione dei “programmi di formazione” delle nuove forze armate locali, avvalendosi in particolare del “Defence College” di Roma.
 
Il 12 giugno 2008, l’ex Ministro della difesa britannico e Segretario Generale della NATO dal 1999 al 2004, George Robertson, e l’Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina dal 2002 al 2006 ed oggi braccio destro di Javier Solana alle Politiche estere e di difesa dell’Unione Europea, Paddy Ashdown, dalle colonne del Times hanno chiesto un colpo di acceleratore in vista della formazione di “gruppi di combattimento” e di pronto intervento UE, che siano “compatibili con la forza di risposta rapida della NATO” e facciano da base “di una nuova struttura europea di contro-guerriglia capace di operare negli Stati in dissoluzione ed in teatri post-bellici”.

La NATO Response Force (NRF) - con più di 25.000 uomini appartenenti alle forze terrestri, di mare e aree dell’Alleanza - è stata attivata per la prima volta a fine 2005 per intervenire “umanitariamente” in Pakistan dopo un violento terremoto.

Nell’estate 2006, davanti agli osservatori di mezzo mondo, la NRF ha realizzato la prima grande esercitazione di dispiegamento a Capo Verde (Africa occidentale). Oggi uno dei suoi maggiori centri operativi funziona da Solbiate Olona (Varese).
 
A Bruxelles si lavora adesso per rendere il più possibile complementari l’organizzazione e le azioni delle due grandi forze di pronto intervento e “first strike”.

Il primo passo sarà quello di standardizzare tecnologie e apparati di guerra di NATO e UE, tema all’ordine del giorno del summit di Strasburgo che però potrebbe causare nuove tensioni tra gli Stati partners.

Un’insanabile frattura si è consumata in ambito NATO solo qualche mese fa con la scelta d’insediare nella base siciliana di Sigonella, il centro di comando AGS (Alliance Ground Surveillance), il nuovo sistema di sorveglianza terrestre alleato che, per imposizione di Washington, vedrà l’utilizzo di aerei senza pilota Global Hawk di esclusiva produzione USA.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 4 aprile 2009

martedì 28 dicembre 2010

Omicidio di Pio La Torre. Cosa nostra, i mandanti, le entità esterne

Ma chi ha assassinato Pio La Torre e Rosario Di Salvo? E perché?

Due domande a cui vent’anni di indagini e una sentenza passata in giudicato hanno dato risposte troppo parziali. Giustizia, insomma, non è stata fatta, nonostante gli ergastoli per i componenti della Cupola mafiosa (Totò Riina, Bernando Provenzano, Pippo Calò, Michele Greco, Bernando Brusca, Francesco Mannoia e Antonino Geraci), che governava Cosa nostra a Palermo nella stagione dei grandi omicidi politici dei primi anni '80. Una lunga sequela di morti eccellenti avviata dopo la “visita” del finanziere Michele Sindona in Sicilia nell'estate del 1979, mandante-esecutore la Santa Alleanza tra la Mafia e le ancora ignote “entità esterne”. Uno dopo l’altro, insieme al segretario regionale del Pci, altri “eccellenti” dello scenario politico-istituzionale-giudiziario regionale: il segretario provinciale della Dc palermitana Michele Reina, il procuratore di Palermo Gaetano Costa, il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, il sostituto procuratore Rocco Chinnici.

Per ciò che più specificatamente riguarda gli omicidi degli esponenti politici (Reina, Mattarella, La Torre), gli inquirenti hanno ipotizzato un contesto “comune” maturato nell’ambito del progetto di rilancio della “solidarietà autonomistica”, sperimentato in Sicilia dalla Dc e dal Pci già prima del “patto di solidarietà nazionale” sancito dal governo Moro. Omicidi “preventivi” cioè, per impedire la nuova convergenza sostenuta da ampi settori dei due maggiori partiti siciliani in vista di una politica di rinnovamento e rilancio sociale ed economico della Sicilia. Per bloccare questo accordo di “solidarietà autonomistica”, Cosa nostra, eversione di estrema destra, “entità esterne” presumibilmente contigue al variegato arcipelago della massoneria “deviata” (P2, Camea, ecc. ), ai servizi segreti nazionali ed internazionali, alle organizzazioni paramilitari simil Gladio', ecc. , avrebbero sottoscritto un patto d'acciaio, assegnando alle cosche criminali palermitane il ruolo di spietati esecutori. Una tesi sostenuta in tutti e tre i gradi del processo contro gli esponenti della Cupola che tuttavia è stata respinta dalla Corte giudicante, che nella sentenza ha ristretto il contesto ai “fastidi”, più o meno grandi, che il rinnovamento politico avrebbe potuto creare ai processi di accumulazione mafiosa di Cosa nostra.

Pur provando la responsabilità di Riina, Provenzano, Calò, Greco e soci “quali mandanti, posto che detti delitti erano tutti conducibili ad un interesse di comune rilievo dell'intera organizzazione criminale”, la sentenza confermata dalla Cassazione dichiara “implausibile un concorso esterno tra mafia e terroristi”. Piersanti Mattarella “fu ucciso perchè si era posto come obiettivo la moralizzazione della cosa pubblica”, opponendosi “ad irregolarità nell'assegnazione degli appalti”. Per La Torre, invece, sarebbe stato fatale “il suo impegno parlamentare concretizzatosi nel disegno di legge che introdusse la confisca dei beni mafiosi”. Logica parziale, riduttiva e per lo meno storicamente imprecisa: la cosiddetta “legge La Torre” infatti, fu solo successiva all’omicidio del segretario regionale comunista, ed anzi, fu proprio l’efferato fatto di sangue ad accelerarne l’iter parlamentare. I giudici poi, non hanno fornito spiegazioni plausibili sull’utilizzo di un’arma “anomala” da parte del gruppo di fuoco criminale, un fucile mitragliatore Thompson di fabbricazione Usa, per anni in dotazione alle forze armate e ai gruppi speciali nordamericani. Un indizio più che inquietante per presupporre, secondo la parte civile, “convergenze esterne” e parallele in quest’omicidio eccellente, in una fase storica siciliana di forte rilancio dei movimenti politici sociali della sinistra contro la criminalità organizzata e i processi di militarizzazione e nuclearizzazione del territorio.

“Ci sono stati omicidi come quelli del segretario regionale del Pci Pio La Torre e del presidente della Regione Piersanti Mattarella in cui, sembra, che Cosa nostra sia stata il braccio armato di entità esterne”, ha ribadito il procuratore di Palermo Pietro Grasso commentando a caldo la recente sentenza di condanna all'ergastolo degli esecutori della strage del 3 settembre dell'82 in cui furono assassinati Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo. “In queste ipotesi ha aggiunto però il magistrato è ancora più difficile scoprire il movente del delitto perché gli stessi esecutori materiali, che in altri casi pentendosi hanno dato contributi importanti alle indagini, non ne sono a conoscenza”. Omicidi eccellenti e “blindati”: chi spara è scelto in rappresentanza delle “famiglie” vincenti e regnanti ma ignora persino l’identità delle proprie vittime. “Il suo nome lo lessi il giorno dopo sul giornale” ha dichiarato l’odierno collaboratore di giustizia Salvatore Cocuzza autoaccusandosi dell’assassinio di Pio La Torre. “Al delitto abbiamo preso parte io, Gaetano Carollo della famiglia di Resuttana, Nino Madonia, Pino Greco “Scarpuzzedda”, Antonino Lucchese ed almeno uno dei Galatolo. Non posso però escludere che con funzioni di copertura vi fosse altra gente, della cui presenza io però non sono a conoscenza”. Esponenti criminali di primo piano, uomini di punta dei mandamenti palermitani, segno inconfutabile di un'adesione unanime di Cosa nostra ad un progetto di destabilizzazione politica di matrice certamente più ampia e complessa.

“Madonia ha raccontato ai giudici Salvatore Cocuzza mi disse che avremmo dovuto attendere in piazza Turba e quando ha visto arrivare la macchina con a bordo La Torre ha messo in moto l'auto tagliando la strada alla vettura del politico e bloccandola. Sono sceso dall'auto e mi sono piazzato davanti a La Torre sparandogli con la mia Colt 45: un solo colpo al segretario del Pci e tutti gli altri all'autista, che avevo notato avere un'arma”. Cocuzza riferisce però solo vaghi elementi per ricostruire i possibili moventi di quest’assassinio. Accenna di avere sentito che qualcuno si era detto infastidito dall'impegno antimafia del segretario comunista. “Posso dire che la persona che fece questi discorsi ad uomini di Cosa nostra, doveva essere un politico, poiché Pino Greco “Scarpuzzedda”, che finì La Torre con un colpo di grazia, mi fece espresso riferimento all'attività svolta da La Torre, il quale prese per il bavero della giacca altri esponenti politici. A rilevarlo a Greco doveva essere stato un testimone”.

In base alle rivelazioni del collaboratore, il Tribunale di Palermo ha rinviato a giudizio per il duplice omicidio del 30 aprile del 1982, i boss Antonino Lucchese e Antonino Madonia, quest'ultimo recentemente condannato all'ergastolo quale appartenente al gruppo di fuoco che ha ucciso Dalla Chiesa. Il dibattimento avrà inizio a Palermo il prossimo 23 settembre. L'ennesimo capitolo di una storia infinita di zone d'ombra e verità sfumate.


Pubblicato in Terrelibere.org il 31 maggio 2002