I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 29 novembre 2010

Fa gola ai capitali USA Impregilo, GC del Ponte sullo Stretto

Nuovi azionisti statunitensi in Impregilo, la società di costruzioni che ha vinto la gara per il General Contracto del Ponte sullo Stretto di Messina. New entry anche in Gemina (importante azionista Impregilo) e Capitalia, suo maggiore creditore. Spuntano i Pesenti (Italcementi-Gazzetta del Sud), Fineco (Pisante-Astone) e la Fininvest del cavaliere Berlusconi.

Impregilo, il colosso italiano del settore costruzioni, neo General Contractor per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina fa gola a tutti. Con un’inattesa operazione finanziaria, il colosso finanziario statunitense Hbk Investments (sedi a Dallas e New York e filiali a Londra, Tokyo e Hong Kong) è entrata nel capitale della società in mano a Gemina-Romiti con una quota del 2,29%. Il gruppo USA diventa così il quarto maggiore azionista di Impregilo dopo Igli (la cordata new entry che vede Autostrade del Gruppo Benetton, il costruttore Marcellino Gavio, Techint della famiglia italo-argentina Rocca ed Efibanca) con il 15,53%, Gemina (11,83%) e la Bpm (3,08%), ma davanti a Newman Ragazzi & Co. (2,28%), Generali (2,14%) e Lazard (2,01%).

In realtà alla guida di Impregilo ci sarebbe anche uno dei gruppi finanziari più potenti a livello internazionale, vera e propria cassaforte del complesso militare-industrale-petrolifero e bancario degli Stati Uniti, la Morgan Stanley, che secondo indiscrezioni stampa controllerebbe dal settembre 2005 l’8% del capitale azionario della società di costruzioni “italiana” (5,25% in mano a Morgan Stanley International e 2,87% a Morgan Stanley & Co). La questione è tutt’altro che limpida e lineare: chiamata in causa dal quotidiano ‘Il Giornale’ di Milano in due articoli dello scorso 19 e 20 ottobre (Stanley Morgan veniva accusata tra l’altro di fare da “scudo a un possibile cavaliere mascherato”), la holding rispondeva con un laconico e contraddittorio comunicato in cui dichiarava che “nessuna società del gruppo deteneva posizioni in Impregilo per le quali fosse necessario effettuare le comunicazioni previste dalla normativa di riferimento. La partecipazione complessivamente calcolata era infatti composta da posizioni detenute per conto di terzi a vario titolo, per le quali non esiste da parte di Morgan Stanley nessun obbligo di comunicazione”. Cioè, tradotto in termini più elementari, “non ci siamo ma ci siamo e comunque non lo diciamo”. Inutile aggiungere che ad oggi il vero ruolo della Morgan Stanley in Impregilo resta un mistero e la Consob si è guardata bene ad intervenire nella vicenda.

L’interesse sulle grandi commesse acquisite da Impregilo in questi ultimi mesi (oltre al Ponte sullo Stretto, il Mose di Venezia, la nuova Fiera di Milano e alcune tratte ferroviarie dell’Alta Velocità ed autostradali sulla Salerno-Reggio Calabria) è confermato pure dai tentativi di scalata di Gemina - (ex) maggiore azionista della società di costruzioni - da parte di importanti gruppi finanziari. Innanzitutto di Igli che può esercitare dal marzo 2006 l’opzione di acquisto sulla quota di Gemina per l’11%, ma in seconda battuta anche da parte di altri azionisti Impregilo presenti contestualmente nel patto di sindacato di Gemina: la Sai-Fondiaria della famiglia Ligresti, socia di Marcellino Gavio nella Grassetto e le Assicurazioni Generali.

Capitolo a parte gli ultimi movimenti all’interno del maggiore gruppo bancario italiano, Capitalia, principale creditore di Impregilo e azionista di rilievo di Gemina. È notizia che nel patto di sindacato di Capitalia hanno fatto ingresso il gruppo di Carlo Pesenti (la Italmobiliare-Italcementi, altro importante azionista Gemina e coproprietario del quotidiano Gazzetta del Sud diretto dal presidente onorario della Società Stretto di Messina, Nino Calarco), la Fininvest del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, il gruppo farmaceutico Angelini e la Fineldo degli industriali Merloni.

La recente assemblea degli azionisti di Capitalia ha anche dato il via libera alla fusione con Fineco (gruppo finanziario in mano alla famiglia Pisante e di cui detengono un buon pacchetto azionario i due figli dell’ex sottosegretario di Stato Dc Giuseppe Astone, messinese) e alla scissione parziale di MCC a favore di Capitalia delle attività di Capital Markets, portafoglio titoli e partecipazioni e crediti verso banche italiane.

MCC, banca d’affari di Capitalia, è presieduta da Franco Carraro, già amministratore delegato Impregilo ed odierno presidente della Federazione Gioco Calcio e vede tra i maggiori azionisti, oltre al colosso bancario, la Toro Assicurazioni, la Finanziaria Tosinvest, Colacem S.p.A., (famiglia Colaiocovo ), Cinecittà Centro commerciale (famiglia Tori) e la Keryx S.p.A. del gruppo Marchini.

Intanto sono sempre più cupe le nubi giudiziarie sugli ex manager Impregilo. Dopo essere finiti sotto inchiesta per i reati di falso in bilancio e false comunicazioni sociali nell’ambito dell’inchiesta avviata dalla Procura di Monza, l’ex presidente di Impregilo Paolo Savona e l’ex amministratore delegato Piergiorgio Romiti dovranno ora rispondere anche dell’accusa di aggiotaggio. Nell’indagine è stato coinvolto anche un revisore dei conti della Ernst&Young, nei confronti del quale è stato ipotizzato il reato di falso in revisione.

Articolo pubblicato in Terrelibere.org il 29 novembre 2005

domenica 28 novembre 2010

I deliri spaziali delle forze armate italiane

Un lancio senza troppi clamori quello del satellite delle forze armate italiane SICRAL 1B, eseguito lo scorso 20 aprile da una piattaforma mobile posizionata nell’oceano Pacifico, all’altezza dell’Equatore. Forse per la contemporanea tragedia che ha colpito l’Abruzzo, forse per un tardivo senso del pudore dei nostri militari (con la crisi economica, i 350 milioni di euro investiti sono proprio tanti), pochissimi italiani sono stati informati che a 36.000 chilometri dalla terra c’è adesso un secondo satellite da guerra che sfoggia il tricolore, testimonial delle sciocche ambizioni di potenza imperiale di qualche politico e generale.

Il nuovo satellite del programma “SICRAL” (Sistema Italiano per Comunicazioni Riservate e Allarmi) “amplierà le potenzialità di comunicazione in base alle nuove esigenze operative delle forze terrestri, aeree e navali”, fa sapere il Ministero della difesa. “Il sistema – aggiunge - sarà in grado di garantire l’interoperabilità tra le reti della Difesa, assicurando le comunicazioni strategiche e tattiche sul territorio nazionale e nelle operazioni fuori area”. Il SICRAL 1B assicurerà inoltre le trasmissioni delle forze NATO in banda UHF (ultra-high frequency) ed SHF (super high frequency), in base ad un Memorandum firmato nel 2004 da Italia, Francia, Gran Bretagna e Alleanza Atlantica. Se necessario, il satellite supporterà “le comunicazioni nella sicurezza pubblica, nell’emergenza civile e nella gestione e controllo delle infrastrutture strategiche negli interventi della Protezione Civile, delle unità militari intervenute nelle attività di disaster relief”, quasi a volere riaffermare simbolicamente che in tema di terremoti e disastri vige la totale subalternità del civile al militare.
 
La fase di lancio e posizionamento orbitale del satellite è stata coordinata dal Centro Spaziale del Fucino in Abruzzo (megaimpianto di Telespazio Spa con 90 antenne disseminate in una superficie di 370.000 m2); successivamente il controllo del satellite è stato trasferito al Centro Interforze di Gestione e Controllo SICRAL di Vigna di Valle, frazione del comune di Bracciano a pochi chilometri da Roma. Vigna del Valle è uno dei maggiori centri strategici del sistema di guerra nazionale ed alleato. L’installazione “top secret” sorge all’interno di una vecchia infrastruttura dell’Aeronautica Militare, accanto agli impianti del “ReSMA”, il reparto AMI dedito alle “Sperimentazioni Meteorologia”.
 
Dotata di avanzate e complesse tecnologie elettroniche, informatiche e telematiche, la stazione interforze opera in funzione del collegamento ed integrazione tra un centinaio di terminali terrestri, aerei e navali che compongono la principale rete di telecomunicazioni delle forze armate, con diversi sistemi satellitari. Tra essi c’è il SICRAL 1, l’altro satellite militare italiano presente in orbita dal febbraio del 2001, dopo un lancio dal centro spaziale di Kourou, nella Guyana francese. Meno costoso (“solo” 300 milioni di euro) e meno sofisticato del SICRAL 1B, il satellite ha avuto un ruolo chiave nelle operazioni delle forze armate italiane in Iraq e Afghanistan, pur evidenziando qualche “piccolo problema” ai sensori di stabilizzazione. Sino al prossimo anno opererà congiuntamente al nuovo arrivato; poi completerà il suo ciclo vitale per trasformarsi in uno dei tanti relitti ad altissimo rischio ambientale che vagano dello spazio. Andrà meglio – forse - con il SICRAL 1B, progettato per avere una vita operativa di 13 anni. Per continuare a partecipare attivamente e in autarchia alla spasmodica corsa alle “Guerre Stellari”, i vertici della Difesa puntano comunque allo sviluppo e alla realizzazione di una nuova generazione di satelliti, i SICRAL 2, il primo dei quali dovrebbe entrare in orbita per la fine del 2012.
 
Si è dunque di fronte ad una dispendiosissima ossessione spaziale che l’entourage del ministro La Russa giustifica profetizzando incommensurabili ritorni di ordine finanziario per l’economia italiana. Con occhio più attento, si scopre però che d’“italiano” nei sistemi di telecomunicazione satellitare SICRAL c’è poco, molto poco. Il SICRAL 1B è stato realizzato attraverso una “Public-Private Partnership” fra la Difesa e la “Thales Alenia Space Alliance”, un consorzio creato dal colosso dell’industria bellica francese Thales (67%) e da Finmeccanica (33%). Una partnership dove il “pubblico” (dicasteri alla Difesa e allo Sviluppo economico) assume più del 75% dei costi, circa 270 milioni di euro, mentre il “privato” incamera gli eventuali profitti. Con il SICRAL 1B, infatti, Telespazio Spa, joint-venture in mano a Finmeccanica e per un terzo del capitale all’immancabile Thales, potrà vendere circa un quarto della capacità del satellite a clienti istituzionali, quali la NATO, o ad altre nazioni che hanno bisogno di comunicazioni riservate (sino ad oggi si sono fatte avanti Bulgaria, Romania e Sud Africa).
 
“Thales Alenia Space” è ormai una società leader in Europanel settore spaziale, delle telecomunicazioni e dei sistemi radar e vanta ben 11 siti industriali in 4 paesi (Francia, Italia, Spagna e Belgio). È tuttavia nel paese transalpino che sono state realizzate le componenti d’eccellenza del SICRAL 1B. A Cannes sono state fatte pure le prove ambientali del sistema. All’Italia (gli impianti di Torino e L’Aquila) è toccato l’assemblaggio e le operazioni integrative del satellite. Era andata certamente meglio con il satellite di prima generazione. Il SICRAL 1 fu infatti costruito dal consorzio “SITAB”: Alenia Spazio (70%), Avio (20%) e Telespazio (10%). Ancora a Telespazio fu affidata la realizzazione del Centro Interforze di Gestione e Controllo di Vigna di Valle.
 
Non c’è l’ombra di aziende italiane nel sistema di lancio utilizzato per il nuovo apparato militare. La base mobile nell’Oceano Pacifico è gestita infatti dalla “Sea Launch Company”, società con sede a Los Angeles, California, che ha pure curato le operazioni e i test pre-lancio del SICRAL 1. La “Sea Launch Company” è una holding con capitali statunitensi, russi ed ucraini, costituita nel 1995 dai colossi militari mondiali Boeing Commercial Space Co., RKK Energiya, Kvaerner Maritime ASed NPO Yuzhnoye. Di fabbricazione russo-ucraina il vettore che ha portato in orbita il satellite “italiano”, lo Zenit 3SL, frutto di un programma industriale che ha ricevuto ingenti finanziamenti dalla Chase Manhattan Bank (400 milioni di dollari), dalla Banca Mondiale (175 milioni), dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (65 milioni) e dai governi di Russia (100 milioni) ed Ucraina (75 milioni).
Il SICRAL non è l’unico oggetto dei deliri stellari dei militari italiani. C’è ad esempio pure il programma Cosmo SkyMed (Constellation of Small Satellites for Mediterranean basin Observation), avviato congiuntamente all’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana, con il lancio, nel biennio 2007-08, di tre satelliti radar per l’osservazione terrestre (il produttore, è ancora una volta, Thales Alenia Space). Rapporto super consolidato quello tra la Difesa e l’agenzia spaziale. “Le forze armate stanno consolidando la loro dimensione spaziale con la collaborazione dell’ASI realizzando mezzi che possano assolvere sia alle esigenze militari e contemporaneamente a quelle civili e alle emergenze ambientali”, ha dichiarato recentemente l’onorevole Marco Airaghi, responsabile del settore spaziale al ministero della Difesa.
 
Il 12 febbraio 2009, il capo di stato maggiore delle forze armate, generale Vincenzo Camporini, e il commissario straordinario dell’agenzia spaziale italiana, Enrico Saggese (già vicepresidente Finmeccanica ed ex amministratore delegato di Telespazio), hanno sottoscritto un nuovo accordo di collaborazione nell’ambito del programma di ricognizione Cosmo-SkyMed di seconda generazione. L’accordo prevede lo sviluppo, la realizzazione e la messa in orbita nel biennio 2014-2015 di “satelliti duali radar SAR” destinati alle forze armate di Italia, Belgio, Francia, Germania, Grecia e Spagna. L’ennesimo programma militare a cui vengono destinati fondi in budget di ministeri nati con ben altre finalità. L’ASI, nello specifico, è un’agenzia che dipende interamente dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, quello diretto da Mariastella Gelmini.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 22 maggio 2009

martedì 23 novembre 2010

Alla statunitense Parsons il Project Management del Ponte

Sarà la società USA Parsons Transportation a curare il controllo e la verifica della progettazione definitiva, esecutiva e della realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina. Il mistero della "partner" Tecnimont, società ex Edison, passata nelle mani di Maire, la holding sconfitta con Astaldi nella gara per il General Contractor del Ponte.

"È la statunitense Parsons Transportation Group l’aggiudicatario provvisorio della gara di affidamento dei servizi di Project Management Consulting per le attività riguardanti il controllo e la verifica della progettazione definitiva, esecutiva e della realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina e dei suoi collegamenti stradali e ferroviari". Lo rende noto Pietro Ciucci, amministratore delegato della Società Stretto di Messina, annunciando in una nota i risultati della Commissione giudicatrice, presieduta dal presidente Onorario del Consiglio di Stato, Tullio Ancora, riunita oggi in seduta pubblica.

Nel corso della seduta, alla quale hanno partecipato i rappresentanti dei concorrenti in gara, il presidente della Commissione giudicatrice ha dato lettura dell’esito della valutazione delle offerte tecnico-organizzative ed ha successivamente proceduto all’apertura delle offerte economiche. Conseguentemente sono stati attribuiti i relativi punteggi per la formazione della graduatoria e la disposizione dell’aggiudicazione provvisoria della gara.

Parsons Transportation Group si è aggiudicato la gara con il punteggio complessivo di 89,43 punti.

L’offerta tecnico-organizzativa ha ottenuto il punteggio più alto tra i concorrenti in gara pari a 62,30 punti su un massimo di 70 punti. Il ribasso offerto è pari al 20,1% e riduce l’importo posto a base di gara da 150 a 120 milioni di euro. Il secondo in graduatoria, l’ATI guidata da Systra S.A., ha raggiunto il punteggio complessivo di 79,47 punti, di cui 49,47 punti per l’offerta tecnico-organizzativa e 30 punti per l’offerta economica a fronte di un ribasso pari al 22,23%. Nelle prossime settimane, completate le previste verifiche dei requisiti, la Società Stretto di Messina nominerà con deliberazione del proprio consiglio d’amministrazione l’aggiudicatario definitivo.

"Secondo le tempistiche previste - ha commentato Pietro Ciucci - si aggiunge oggi un altro importante tassello alla complessa organizzazione studiata dalla Società per la realizzazione di un’opera straordinaria come il ponte sullo Stretto di Messina. Dopo la scelta del contraente generale dello scorso 12 ottobre, oggi è al traguardo un’altra importante gara, quella per il Project Management Consulting. La nostra decisione di adottare il modello del project management per lo sviluppo e la realizzazione del ponte sullo Stretto ha una significativa valenza strategica. L’obiettivo che intendiamo raggiungere è quello di verificare e monitorare, con i metodi più adeguati, tutte le variabili dei processi gestionali e delle tecniche progettuali al fine di assicurare il rispetto degli standard di qualità, dei tempi e dei costi previsti per la realizzazione del ponte sullo Stretto. Questo significherà ottenere, tra l’altro, un miglior coordinamento tra tutti i soggetti coinvolti nella realizzazione dell’opera. Nelle prossime settimane si concluderanno anche le altre due gara in corso per l’individuazione dei soggetti ai quali affidare il Monitoraggio Ambientale ed il Servizio di Consulenza e Brokeraggio Assicurativo".

La commissione aggiudicatrice oltre al dottor Tullio Ancona, è stata composta da Armando Brandolese, Preside della Facoltà di Ingegneria dei Sistemi del Politecnico di Milano, dall’ing. John Cadei, Consulente internazionale per la progettazione delle grandi infrastrutture, dall’ing. Massimo Marconi, responsabile Progettazione della Società Stretto di Messina, da Andrea Stefanoni della Direzione Affari legali della stessa S.p.A..

Accanto alla transnazionale di origine USA aggiudicataria della gara per il P.M.A. per il Ponte sullo Stretto di Messina non compare nella nota della Stretto di Messina il nome della italiana Tecnimont S.p.A., che invece era data in Raggruppamento Temporaneo con la Parsons Transportation Group.

La Tecnimont, ex società di ingegneria del gruppo Edison (in mano alla holding finanziaria che controlla la Fiat e la società di costruzioni Impregilo aggiudicatasi la gara per il General Contractor del Ponte), era finita un paio di mesi fa nelle mani di Maire Holding, il gruppo a capo di Maire Engineering (già Fiat Engineering), società in cordata con Astaldi nella gara poi assegnata ad Impregilo. Questa operazione finanziaria per 180 milioni di euro, era stata duramente criticata dall’on. Anna Donati, capogruppo in Commissione Trasporti dei Verdi-Unione, la quale aveva denunciato come nel caso di vittoria dell’Astaldi, ci si sarebbe trovati "di fronte ad un caso emblematico in cui controllore e controllato sono rappresentati dalla stessa società".

Tecnimont è poi affidataria di importanti subappalti per la ricostruzione in Iraq, assegnatele dalla transnazionale Bechtel, anch’essa in gara per il Project Management Consulting del Ponte sullo Stretto. Resta così il mistero se la società ex Fiat (ma comunque importante partner di Impregilo nell’Alta Velocità ferroviaria) sia ancora “socia” della statunitense Parsons nell’affaire Ponte sullo Stretto. Un mistero che riporta alla gara per il General Contractor, quando proprio alla vigilia dell’apertura delle buste, scomparve dalla lista nominativa delle società della cordata Astaldi, la C.C.C. – Cooperativa Costruzioni Cementizi di Bologna (Lega delle Cooperative), dopo che WWF, Terrelibere.org e alcune testate nazionali avevano sollevato l’irregolarità di una gara che vedeva su fronti “contrapposti”, due società cooperative dello stesso gruppo, la C.M.C. di Ravenna (poi vincitrice con Impregilo) e la C.C.C. di Bologna, società “madre” della coop ravennate.

Articolo pubblicato in Terrelibere.org il 16 novembre 2005

Il Pentagono in guerra contro il narcotraffico africano

È il traffico di stupefacenti il nuovo nemico di Africom, il neo costituito comando per le operazioni delle forze armate USA nel continente africano. Dopo aver dichiarato guerra alla pirateria nel Golfo di Aden, Washington è intenzionato ad estendere all’Africa l’intervento militare contro la produzione e il traffico di stupefacenti, implementato - con scarso successo - in America Latina. “Il traffico illegale di narcotici rappresenta una minaccia significativa alla stabilità della regione”, ha dichiarato il generale William E. Ward, comandante supremo di Africom, nel corso della sua audizione davanti alla Commissione difesa del Senato, il 17 marzo scorso.
“Secondo l’International Narcotics Control Strategy Report del 2008, l’Africa occidentale è divenuta un punto critico per il transito marittimo della cocaina sudamericana destinata principalmente ai mercati europei”, ha aggiunto Ward. “La presenza di organizzazioni di trafficanti in Africa occidentale, così come l’uso locale di stupefacenti creano seri problemi alla sicurezza. UNODOCS, l’Ufficio contro la droga e il crimine delle Nazioni Unite, stima che il 27% di tutta la cocaina consumata annualmente in Europa transita dall’Africa occidentale, e il trend sta crescendo significativamente. Il valore della droga inviata in Africa dall’America Latina è raddoppiato dal 2005, ed ha sfiorato i due miliardi di dollari nel 2008”.
Per il comando USA è divenuto “significativo” pure il traffico di stupefacenti sulla rotta Asia sud-occidentale - Africa orientale e meridionale. Così, in vista del contrasto dei traffici di droga nel continente africano, il Pentagono ha istituito nel quartier generale Africom di Stoccarda (Germania), un team composto da militari di esercito, marina, aeronautica, corpo dei marines e guardiacoste USA, e da funzionari della Drugs Enforcement Agency (DEA), l’agenzia anti-droga USA, dell’FBI e del Dipartimento di Stato. Alla sua direzione è stata chiamata Mary Carlin Yates, ex ambasciatrice USA in Ghana ed odierna vice-comandante per le attività civili-militari di Africom (l’“assistenza sanitaria ed umanitaria, le azioni di sminamento, l’intervento in caso di disastri naturali, le operazioni di peacekeeping”).
 
“È scioccante quello che sta accadendo in Africa”, ha dichiarato l’ambasciatrice Yates di ritorno da un lungo tour nel Golfo di Guinea. “Il traffico di droga è gigantesco e sta ulteriormente crescendo. Esso disarticola le comunità locali e rischia di destabilizzare ulteriormente i deboli stati della regione”. Per la zarina anti-droga, l’impatto più drammatico delle nuove rotte africane della cocaina sarebbe stato avvertito in Guinea-Bissau. “Il rapporto pubblicato lo scorso anno dall’U.S. Army Combined Arms Center descrive la Guinea-Bissau come il principale punto di transito della droga in arrivo dall’America Latina e diretta in Europa”, ha aggiunto Yates. “Il rapporto afferma inoltre che i proventi del narcotraffico rappresenterebbero circa il 20% del prodotto interno lordo della Guinea-Bissau, e che i militari locali si sarebbero attivati direttamente per facilitare il trasferimento dei carichi di droga nei principali mercati europei”. Secondo l’ambasciatrice l’alta vulnerabilità di questo paese è provata dai gravissimi delitti accaduti di recente: gli assassinii del Presidente Joao Bernardo “Nino” Vieira e del Capo di stato maggiore delal difesa, generale Batista Tagmé Na Waï. “Queste tragedie ci sono servite da monito per interventi più efficaci contro la droga e a favore della stabilità regionale”, ha commentato Yetes. “Le truppe USA sono adesso impegnate nell’addestramento specifico delle forze navali locali nel contrasto dei traffici di stupefacenti”.
 
Il programma preso come modello da Africom è il famigerato Plan Colombia (oggi denominato “Plan Patriota”), miliardi di dollari in armi, apparecchiature radar, diserbanti altamente tossici distribuiti ai partner più fedeli delle regioni andine ed amazzoniche per contrastare la produzione di coca. Anche per questo il comando USA per le operazioni nel continente africano ha avviato una serie di contatti con il suo omologo di Miami che sovrintende all’intervento militare in Centroamerica, America del Sud e Caraibi. “L’US Southern Command ed Africom vogliono lavorare insieme”, ha spiegato l’ambasciatrice Yates. “I narcotrafficanti arrivano in Africa dall’America Latina, così noi dobbiamo lavorare sia in funzione del rafforzamento delle autorità nazionali sia in quello della partnership tra i due comandi e i nostri partner in Africa e Sud America. Ho visitato di recente i reparti di US Southern in Florida, apprezzandone le modalità di coordinamento delle relazioni militari statunitensi con l’America Latina e gli stretti contatti con le autorità internazionali impegnate contro il traffico di droga in centro e sud America”.
 
Nella proposta di bilancio per l’anno fiscale 2010, il Dipartimento della Difesa ha chiesto di destinare in Africa 52 milioni e 125 mila dollari nell’ambito dell’International Narcotics Control and Law Enforcement, il programma di Washington per combattere il narcotraffico. Si tratta del doppio di quanto è stato previsto per l’anno in corso (29 milioni e 600 mila dollari). Per il Pentagono, i soldi dovranno servire a “combattere il crimine transnazionale e le minacce ad esso collegato e sostenere lo sforzo contro le reti terroristiche che operano nel settore del traffico di droga e in altri affari illeciti”.
 
A ciò si aggiungeranno altri due milioni di dollari in “programmi anti-narcotici” per la “Trans-Sahara Conter Terrorism Partnership (TSCTP)”, l’intervento militare USA contro l’estremismo islamico nell’area del Sahara e del Sahel e che vede tra i maggiori paesi partner Mali, Niger, Senegal e Nigeria. Per il Pentagono non sono più possibili distinzioni di sorta tra “terroristi islamici” e “narcotrafficanti”. “La regione trans-sahariana offre in particolare santuari ai terroristi dell’estremismo islamico, ai trafficanti di droga, ai contrabbandieri e ai gruppi insorgenti”, ha dichiarato il generale Bantz J. Craddock, comandante di USEUCOM (il comando delle forze armate USA in Europa), durante un’audizione al Congresso USA, il 10 aprile 2008. “Ci sono sempre maggiori prove che cittadini nordafricani sono reclutati come combattenti stranieri in Iraq: In aggiunta, noi crediamo che stia crescendo la collaborazione tra Al-Qaeda e i gruppi terroristi nordafricani”.
 
Una parte dei fondi 2010 dell’International Narcotics Control and Law Enforcement saranno utilizzati per realizzare i “nuovi Centri di addestramento regionale alla sicurezza” in Nord Africa, Africa occidentale ed Africa centrale. Il principale paese beneficiario degli aiuti militari sarà il Sudan, geograficamente distante dalla rotta degli stupefacenti individuata in Africa occidentale. Saranno in tutto 24 milioni di dollari, quasi la metà degli aiuti “anti-droga” previsti per l’intero continente. In America Latina, sotto la bandiera della “lotta al narcotraffico” si combattono le ultime organizzazioni guerrigliere; in Sudan il finanziamento andrà invece a “sostenere l’implementazione del Comprehensive Peace Agreement del 2005 e ad assistere i programmi di stabilizzazione del Darfur”. Sempre secondo il Dipartimento della Difesa USA, “i fondi daranno spesi per fornire assistenza tecnica al settore della giustizia penale, contribuire alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e sostenere le unità di polizia costituite in Sudan meridionale e nel Darfur”. Il generale William E. Ward, nel suo intervento di fronte al Senato USA, ha spiegato che “contro l’instabilità regionale, il governo statunitense congiuntamente ad Africom sta guidando lo sforzo della comunità internazionale per concretizzare il programma di sicurezza nel Sudan meridionale. L’obiettivo del Comando Africom è quello di sostenere il Sudanese People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A), professionalizzarne l’esercito ed accrescerne le capacità difensive. La nostra componente aerea continua inoltre ad assicurare il trasporto delle forze di peacekeeping destinate in Darfur”. Nulla di narcotraffico, dunque, ma va bene lo stesso.
 
Secondo paese beneficiario dei fondi anti-droga è la Liberia (8 milioni di dollari), uno dei pochissimi in Africa a dichiarare la propria disponibilità ad ospitare stabilmente comandi, reparti e mezzi militari statunitensi. In Liberia, il Comando del Corpo dei Marines per il continente africano “MARFORAF”, è in prima linea nell’implementazione del cosiddetto “Programma di Riforma del Settore della Difesa” che ha come obiettivo la ricostruzione e lo sviluppo delle forze armate e della polizia liberiane, smobilizzate nel 2003 dopo una lunga e cruenta guerra civile. Con i fondi 2010, Africom addestrerà ed equipaggerà le nuove unità di polizia di Monrovia.
 
Tra i paesi africani inseriti nel piano finanziario del prossimo anno, ci sono poi Guinea Bissau, Ghana, Capo Verde, Nigeria, Marocco, Repubblica Democratica del Congo. In Ghana, in particolare, Africom sta già finanziando il potenziamento delle infrastrutture aeroportuali della capitale Accra, nonché l’acquisto di apparecchiature per il rilevamento dei carichi di droga. Africom sta pure contribuendo alla realizzazione di un grande Centro di addestramento e stoccaggio di componenti anti-droga destinato alle forze di polizia e all’ammodernamento di due imbarcazioni della marina militare capoverdiana. Altri quattro pattugliatori locali stanno ricevendo sofisticate apparecchiature di radiocomunicazione.
 
Il 27 febbraio 2009, il vice-comandante “civile-militare” del Comando USA per l’Africa, Mary Carlin Yates, ha sottoscritto un accordo di cooperazione bilaterale “nella lotta alla droga e alla pesca illegale” con il governo di Capo Verde. Grazie ad un progetto coordinato dalla locale ambasciata USA, è inoltre in via di realizzazione a Praia un “Counternarcotics Maritime Security and Interagency Fusion Center (CMIC)”, un centro interoperativo che “permetterà al personale militare di Capo Verde di migliorare il coordinamento delle attività di difesa ed interdizione marittima”. Attività di assistenza della marina militare capoverdiana in operazioni di pattugliamento “anti-droga”, sono state organizzate per buona parte dello scorso anno da Africom e dalla US Coast Guard. È stato infine avviato un programma d’interscambio tra il personale militare capoverdiano e quello del Ghana in tema d’interdizione marittima, con la partecipazione di ufficiali dell’US Navy e della US Coast Guard. Attività similari dovrebbero essere implementate a breve in Nigeria e Camerun, altri due paesi che secondo Washington sarebbero a rischio narcotraffico, e dove “è in forte crescita pure il fenomeno della pirateria, del contrabbando di petrolio e della pesca illegale”. Ancora l’US Guard Coast avvierà nei prossimi mesi esercitazioni congiunte con le unità militari di Senegal e Sierra Leone.
 
“L’impegno degli Stati Uniti nell’addestramento delle forze navali africane per individuare e sequestrare i carichi di droga è cresciuto negli ultimi anni principalmente grazie all’iniziativa denominata African Partnership Station (APS)”, ha aggiunto l’ambasciatrice Yetes. “L’APS è parte di un piano a lungo termine che vede protagonisti nazioni ed organizzazioni di Africa, Stati Uniti, Europa e Sud America. Una grande attività di cooperazione militare e civile che contribuisce alla crescita della sicurezza nelle coste dell’Africa occidentale e della professionalità dei militari, delle guardia coste e dei marines africani. Il programma è portato avanti attraverso le visite di unità navali, aerei, team di addestramento e progetti d’ingegneria e costruzione navale”.
 
L’African Partnership Station ha preso il via nell’ottobre del 2007. L’evento principale dello scorso anno è stato il dislocamento nel Golfo di Guinea della nave da sbarco “USS Fort McHenry” e dei catamarani di pronto intervento “HSV-2 Swift”, con a bordo marines ed ufficiali di dieci paesi (Stati Uniti, Camerun, Francia, Gabon, Germania, Ghana, Gran Bretagna, Guinea Equatoriale, Portogallo e Spagna). Durante la lunga crociera sono stati addestrati più di 1.700 militari africani.
 
L’APS 2009 ha invece preso il via dalla base navale di Norfolk (Virginia) il 15 gennaio scorso, con il trasferimento in Africa dell’imbarcazione militare “USS Nashville”. Entro la fine di giugno, l’unità avrà visitato sette paesi del Golfo di Guinea ed addestrato per periodi di due-tre settimane le flotte locali in “operazioni di ricerca e sequestro di carichi di droga, di lotta alla pesca illegale e ad altre attività criminali”. Le attività sono coordinate da Africom, US Navy, US Guard Coast e dall’Amministrazione oceanica e atmosferica nazionale USA.
Sempre quest’anno, per la prima volta dalla sua costituzione, l’African Partnership Station ha esteso il suo raggio d’azione in Africa orientale, grazie alle soste operative-addestrative dell’unità da guerra “USS Robert G. Bradley” nei porti di Gibuti, Kenya, Mozambico e Tanzania. Ufficialmente, ancora, contro droga e pirati.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 25 maggio 2009

lunedì 22 novembre 2010

L'Italia esportatrice di guerra

Nonostante la legge 185 del 1990 sul commercio degli armamenti, sancisca il divieto di esportare armi a paesi belligeranti o che violino la Convenzione internazionale sui diritti umani o che attuino politiche in contrasto con l’art.11 della Costituzione, sono numerosi i casi di palese violazione da parte del governo italiano. Come dire che l’export di armi illegale non è monopolio delle mafie e dei circuiti massonici e postpiduisti, ma che le zone grigie investono direttamente le massime autorità statali e industriali, con le debite coperture dei servizi segreti. Ancora oggi poco sembra essere cambiato rispetto agli anni della maxiinchiesta del giudice Carlo Palermo a Trento.

        Il caso certamente più eclatante degli anni Novanta è sicuramente quello che riguarda la vendita di armi alla Turchia, Paese impegnato in un sanguinoso conflitto contro i Curdi, dove la repressione carceraria raggiunge livelli inimmaginabili. Dopo aver trasferito a fine anni Ottanta decine di elicotteri Agusta, nel  1991 l’Italia ha venduto materiale strategico per una decina di miliardi di lire, per lo più pezzi di ricambio per gli stessi elicotteri. Grazie ad alcuni accordi multilaterali in sede Nato, sono stati ceduti a prezzi stracciati 200 veicoli blindati M-113 già in forza all’Esercito italiano, mentre è stata fornita l’assistenza tecnica per i sistemi radar installati nel Paese. Su licenza della Siai Marchetti sono stati realizzati in un’industria di Ankara 40 veicoli di addestramento e antiguerriglia SF 260, certamente utilizzati durante le operazioni di attacco ai villaggi del Kurdistan turco. Secondo il rapporto annuale del Governo italiano previsto dalla legge 185, sono state autorizzate vendite alla Turchia per 21 miliardi nel ‘92, per 53 miliardi nel ‘93 e per 76 nel ‘94; la Turchia è diventata così l’ottavo cliente in assoluto dell’industria bellica nazionale. Lo scorso anno (1995) l’Alenia ha ottenuto una commessa per la realizzazione di tre radar nella regione orientale del Paese.

         Anche il caso somalo è altamente indicativo del ruolo destabilizzante dell’export italiano. I rapporti economico-militari con la ex colonia sono stati sempre ottimi; un forte incremento dell’export si realizza però a fine anni settanta, durante la guerra del regime di Siad Barre con l’Etiopia per la conquista dell’Ogaden (vengono vendute autoblindo Fiat Iveco-Oto Melara, aerei da addestramento e antiguerriglia Siai Marchetti). Poi, a partire dal 1982 vengono spediti dai porti italiani 3.500 tonnellate di armi alla Somalia (elicotteri Agusta, autocarri Fiat-Iveco, aerei G-222 Aeritalia, apparecchiature ricetrasmittenti, carri armati dismessi M-47, ecc.). Il 1982 è del resto l’anno della firma dell’accordo di cooperazione italo-somalo, sottoscritto dall’allora ministro della difesa socialista Lelio Lagorio e da Siad Barre. Negli anni Ottanta le importazioni militari somale toccano il 49% dell’import totale di quel paese con l’Italia. Con lo scoppio della guerra civile l’esportazione italiana non si è certamente arrestata. Le ambigue relazioni del ministro Salvo Andò con il nuovo regime somalo, il ruolo dei servizi segreti e dell’Arma dei carabinieri nell’addestramento della nuova milizia, le oscure vicende delle triangolazioni con Mogadiscio al centro della morte della giornalista Rai Ilaria Alpi, confermano l’attivismo dei mercanti di armi ufficiali e non.
        
     Con il tratto tipico della doppia diplomazia, mentre riarmava i somali l’Italia trasferiva all’Etiopia 593 tonnellate di armi e nel 1984 vendeva al regime di Menghistu 10 aerei controguerriglia SF-20 Siai Marchetti, certamente poi utilizzati contro il movimento di liberazione dell’Eritrea.

          L’intreccio tangenti-armi del clan Pacini Battaglia ha rivelato l’ingresso delle imprese italiane nel teatro yugoslavo. Per i più è stata una sconcertante sorpresa; non certo per il movimento pacifista che da tempo denunciava le continue violazioni all’embargo sancito dalle Nazioni Unite. L’Ires di Firenze aveva più volte sottolineato che se questo aveva funzionato per i grandi sistemi d’arma, numerose erano state le armi leggere e le munizioni finite in mano dei contendenti. Le violazioni hanno sfruttato le cosiddette ‘zone grigie’ della legge 185, quelle che riguardano l’armamento leggero e “non militare” e i sistemi a doppio uso. Sono stati fotografati uomini delle forze speciali della polizia croata armati di fucili Spas 12 della Franchi di Brescia e di pistole Beretta modello 92. Nel ‘92 la rivista specializzata Panorama Difesa ha pubblicato la notizia che la “pistola mitragliatrice M4 Spectre, prodotta da un’azienda torinese, ha fatto la sua comparsa nel teatro di guerra dei Balcani”. Nel ‘91 e nel ‘92 i dati Istat e Ocse indicavano forniture italiani inferiori al miliardo di lire di pistole, fucili da caccia e da tiro, parti di ricambio, proiettili e munizioni alla Jugoslavia e poi a Slovenia, Croazia e nuova Yugoslavia. Nel primo trimestre del ‘93 figuravano nei dati Istat esportazioni dall’Italia alla Croazia per 1,3 tonnellate di materiale per sistemi radar, per un valore di 265 milioni di lire. La tabella sulle esportazioni per il 1994 segnala il trasferimento di un non meglio precisato “materiale strategico” a Croazia (valore 3,5 miliardi) e Slovenia (1 miliardo).
       
        C’è poi la questione mine, più volte denunciata da alcune organizzazioni internazionali per la pace e la difesa dei diritti umani. Nonostante l’impegno del governo ad attuare una moratoria nella produzione e nella vendita di mine e gli accordi sottoscritti dall’Italia in sede europea ed internazionale, la Valsella Meccanotecnica (50% proprietà della Gilardini - gruppo Fiat - e 50% della famiglia Borletti), ha pensato bene di continuare a produrre in una industria consociata di Singapore la Valmara 69, la più pericolosa mina antipersona in circolazione, e le mine anticarro VS 50. A sua volta la Bpd Difesa e Spazio (di proprietà Fiat) ha trasferito la produzione in Grecia, Spagna e Portogallo. In un catalogo in inglese del 1995 è stato scoperto dall’Osservatorio sull’industria bellica di Brescia che la Valsella, la Bpd e la Tecnovar di Bari hanno intrapreso la produzione delle cosiddette ‘mine intelligenti’ di terza generazione, che secondo i produttori dovrebbero disattivarsi automaticamente dopo un certo periodo di tempo.  Negli anni Ottanta l’export di mine ha rappresentato per i suoi risvolti umani e i suoi costi sociali tra i casi più gravi di violazione delle norme sul commercio di armi. Ad esempio, 96.000 mine antiuomo e di 24.000 anticarro furono trasferite dall’Italia al regime iracheno per essere utilizzate nel Kurdistan. La Valsella del resto era stata l’azienda al centro di una tra le più inquietanti inchieste sui traffici di armi, quella della Procura di Massa Carrara del 1987, che vedeva protagonisti i dirigenti dell’industria di Brescia e alcuni trafficanti vicini alle cosche mafiose siciliane e all’eversione neofascista. Secondo il Wall Street Journal, la violazione dell’embargo all’Iraq sarebbe proseguita almeno sino al 1991, quando grazie  alla consociata di Singapore la Valsella ha trasferito al regime di Saddam Hussein 9 milioni di mine. L’area mediorientale continua ancora ad essere la meta privilegiata dell’export di mine del ‘made in Italy’. Nel 1992 90.000 mine anticarro della Tecnovar sono finite all’Egitto, 96.000 mine antiuomo e 24.000 anticarro della Valsella all’Arabia Saudita.
     Negli anni Novanta l’elenco dei Paesi importatori di armi italiane che certamente non si caratterizzano per la difesa delle Convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo e per le scelte di pace e di dialogo internazionale si è comunque allungato. Tra i Paesi ha ad altissimo tasso di repressione interna, spiccano le esportazioni del ‘91 alla Cina (missili Aspide per 10 miliardi), al Perù (2 elicotteri Agusta per 8,5 miliardi), all’Egitto (200 missili Aspide per 160 miliardi). Al regime del Sudan il ministero della Difesa ha offerto “servizi militari” per un valore di 150 mila dollari.

          Nel 1992 l’Italia esporta armamenti “difensivi” al governo di Cipro per oltre 200 miliardi di lire (missili Aspide e lanciatori Alenia e Oerlikon Italiana). Due corvette sono state invece trasferite al Marocco (la metà di quelle ordinate da Baghdad alla Fincantieri e ‘congelate’ in Italia con la guerra del Golfo). All’Iran, quale premio per la “condotta responsabile nella guerra del Golfo”, secondo il Comitato interministeriale per gli scambi di armamenti, sono stati trasferiti parti di ricambio per i numerosi elicotteri Agusta precedentemente acquistati grazie all’intermediazione di Vittorio Emanuele di Savoia. Notevole l’esportazione alle Filippine: aerei Siai Marchetti, cannoni Oto Melara, mitragliatrici Breda, moto Cagiva. Al Kuwait giungono 4 sistemi antiaerea Skyguard Contraves, mentre ai regimi di Qatar e Oman vengono venduti cannoni Oto Melara per corvette.

         Due anni più tardi i destinatari di armi italiane tornano ad essere per oltre il 58% paesi non membri della Nato. Per vedere superata la soglia del 50% bisogna fare un passo di almeno dieci anni indietro, quando l’industria nazionale viaggiava al quinto posto tra gli esportatori mondiali. Le autorizzazioni ministeriali vedono al primo posto l’Arabia Saudita (761 miliardi), e a seguire la Thailandia (195), il Pakistan (118), l’Indonesia (54), la Cina (17), il Marocco, il Brasile e l’Egitto (8), la Colombia (4), l’Algeria (3). Il 1994 è l’anno di una effimera ripresina dell’export italiano, quanto basta per illudere i mercanti di morte che il mercato internazionale sia in controtendenza. L’industria tuttavia respira: in totale le autorizzazioni nel quadriennio 1991-94 raggiungono il valore di 8.360 miliardi di lire.

       Il 1995 torna ad essere un anno molto negativo per l’industria bellica italiana. Secondo i dati forniti dal governo Dini le ordinazioni scendono dai 2.900 miliardi del 94 ai 1.700 del ‘95, con un calo di circa il 40%. Come sottolinea la relazione: “questo settore continua a dimostrare con i risultati raggiunti, la sostanziale debolezza della sua struttura”. Il dato è ancora più eclatante se si pensa che gran parte del valore totale delle esportazioni è dato dalla vendita di due corvette alla Malaysia  (valore 416 miliardi). Seguono in ordine l’Arabia Saudita (104 miliardi), alcuni Paesi europei (Germania, Francia, Gran Bretagna), la Turchia (76). Contratti minori vengono sottoscritti con Singapore (31), Ecuador (28), Oman (25), Perù (16), Taiwan (14), India (13), Egitto (11) e Cina (5). Anche nel ‘95 il 60% dei contratti interessa paesi non Nato. La relazione fornisce la classifica delle aziende esportatrici: al primo posto la Fincantieri (400 miliardi), poi Finmeccanica (143), l’Agusta (142), l’Oto Melara (128), Fiat Avio (85), l’Italtel (64), Riva Calzoni (59).
   Intanto si assiste all’espansione dell’appoggio finanziario delle principali banche italiane all’esportazione di armi. Negli ultimi tre anni la banca italiana più impegnata in operazioni di appoggio all’export di armi è stata la Banca Commerciale italiana con un giro d’affari di 2.340 miliardi. Subito dopo c’è l’Istituto San Paolo di Torino che ha accumulato operazioni per 1.470 miliardi. Il Credito Italiano figura al terzo posto con quasi 600 miliardi di lire, praticamente alla pari con la Banca Nazionale del Lavoro che superato il ‘disimpegno’ seguito allo scandalo della filiale di Atlanta a metà anni ottanta (export al regime di Saddam Hussein), è tornata apertamente in campo. Solo nel 1995 la Bnl ha effettuato operazioni per 320 miliardi. Esistono poi banche che si sono affacciate da poco in operazioni ‘militari’: la Banca Popolare di Lodi con 590 miliardi di operatività, o la Banca Nazionale dell’Agricoltura con 244 miliardi nel 1995. La Banca di Roma che controlla la Bna è a sua volta direttamente impegnata con quasi 75 miliardi. Dando un’occhiata alla tabella del Consiglio dei ministri sui paesi di destinazione delle operazioni bancarie per le esportazioni di armi per il 1995, si ha una conferma sull’importanza raggiunta da alcuni paesi mediorientali e del sud-est asiatico:  ai primi posti si trovano ancora l’Arabia Saudita (296 miliardi), la Thailandia (205), la Turchia (85), Singapore (67), il Qatar (19), la Malaysia (10). Il totale è di 1.525 miliardi e il 57,1% riguarda operazioni bancarie in Paesi del Sud del mondo.


COME SMANTELLARE  LA LEGGE 185/90  E  VENDERE   CONTENTI

     Contemporaneamente all’espansione delle aree grigie dell’export italiano, nella recente legislatura si sono registrati due tentativi di revisione dei più significativi principi della legislazione vigente, quelli in materia di trasparenza e controlli e quelli che legano l’export al rispetto dei diritti umani. Le prime picconate alla legge 185/90 provengono direttamente dalla Presidenza del consiglio a direzione Carlo Azeglio Ciampi, attuale ministro del Tesoro. Scrive nel 1994 Ciampi nella sua relazione alle Camere: “Se la legge può definirsi decisamente avanzata per i principi politici ed etici che la ispirano presenta, per altro, caratteri di rigidità e complessità nelle procedure, che si sono rivelati in certa misura penalizzanti. Le attività assoggettate all’attuale normativa richiedono misure amministrative più flessibili (...). Dall’analisi delle esportazioni italiane degli ultimi anni sembra emergere che ritardi e difficoltà nella concessione delle autorizzazioni, derivanti dalla complessità delle procedure e dalla particolare cautela con la quale queste sono state applicate, abbiano inciso negativamente”.

    I suggerimenti forniti da Ciampi sono: la “stabilizzazione in rapporto all’evoluzione del Pil dell’impegno finanziario per la difesa”, “l’introduzione di procedure semplificate e di corsie preferenziali”, perfino “la possibilità per le nostre imprese di costituire all’estero magazzini ricambi destinati a fare sollecitamente fronte a richieste provenienti da una determinata area”. Ovvero la possibilità di produrre direttamente all’estero, senza alcun controllo.

     Nello stesso periodo, il Ministero della Difesa approvava con decreto il nuovo elenco dei materiali di armamento che non comprendeva più una serie di prodotti dei settori aeronautico e missilistico considerati a doppio uso civile-militare, i quali passano alla tabella export dei materiali ad alta tecnologia, quindi a uno status meno rigidamente controllato.

      In secondo luogo il governo, rispondendo a una interrogazione parlamentare sulla vendita di aerei militari alle Filippine, precisava che “i divieti di esportazione agli stati in conflitto e agli stati dove sono gravemente violati i diritti umani sono applicati solo quando in sede Onu o di Cooperazione Politica Europea l’Italia abbia dato voto favorevole a una specifica risoluzione”. In pratica l’Italia non applica più i divieti internazionali se non li condivide: un’idea un po' curiosa di legalità internazionale.   
   
         Appena un anno fa (1995) si verifica un fatto estremamente grave nella compilazione da parte del Governo della relazione sulle autorizzazioni per il commercio delle armi: nelle tabelle allegate vengono deliberatamenti omessi i paesi riceventi a fianco dei singoli contratti, rendendo praticamente illeggibili i trasferimenti. Anche nel rapporto per il 1995 non vengono incrociati i dati fra paese importatore ed arma esportata. L’ex sottosegretario agli Esteri Sciammacca, nel rispondere ad una interrogazione parlamentare ha giustificato il fatto con la “necessità di salvaguardare la riservatezza commerciale dell’azienda”. Ancora più scandaloso ciò che si legge nella tabella curata dal Ministero del Commercio con l’estero, relativa all’esportazione di “materiali strategici” per il 1994: il governo italiano ha inventato per l’occasione due nuovi Stati: l’”Antartide” (export per un valore di 32 miliardi di lire) e “Mare Aperto” (93 miliardi).


LA  SUPERCONCENTRAZIONE  DEL  COMPLESSO  MILITARE-INDUSTRIALE


       Per comprendere le ricadute socioeconomiche sul fronte interno dell’export di armi, è opportuno soffermarsi sulle recenti strategie industriali di concentrazione e di ristrutturazione del comparto bellico nazionale.
   
  Artefice del processo di “razionalizzazione dell’industria militare” è stato Fabiano Fabiani, amministratore delegato di Finmeccanica, il quale dopo aver incorporato in una sola holding la Fiat Avio (gruppo Fiat) e l’Alfa Avio (Finmeccanica) per “potenziare e privatizzare” il settore elettromeccanico italiano (prima conseguenza i forti tagli occupazionali a Sud), a fine ‘94 ha fatto acquisire a Finmeccanica le sette società ex Efim del settore militare. Oggi Finmeccanica controlla il 100% del pacchetto azionario di Oto Melara, Breda Meccanica Bresciana, Officine Galileo, Sma, Agusta, Aerospazio difesa Alenia, Ansaldo, Elsag, il 77,5% di Alfa Romeo Avio, il 25,5% di Aermacchi, il 22,6% della Siai Marchetti, e il 30% della Piaggio.  In totale Finmeccanica controlla oltre l’80% dell’industria militare italiana; inoltre possiede anche alcune quote in industrie militari straniere, ad esempio il 6% della società olandese Fokker; le cui notevoli perdite di bilancio accumulate nel solo 1994 hanno pesato su Finmeccanica per oltre 42 miliardi.

     Parallelamente all’accorpamento in Finmeccanica delle aziende ex Efim, Fabiani ha aperto una trattativa speciale con il governo Ciampi per l’allentamento ai vincoli all’export di armi con i risultati che sono noti, ricevendo in regalo l’impegno per 10.000 miliardi in dieci anni in commesse di armi per le imprese ex Efim e per altri 20.000 miliardi per Alenia e le altre imprese maggiori del gruppo.  Ciò nonostante il fatturato delle sette aziende nel primo anno di gestione Finmeccanica è stato di 1.421 miliardi contro i 2.270 previsti dal piano di razionalizzazione ed Agusta e Oto Melara sono state costrette a cercare all’estero partner per i propri programmi industriali. Pesantissimi i tagli occupazionali seguiti al ‘salvataggio’ ex Efim: negli ultimi 4 anni sono stati persi oltre 8.000 posti di lavoro. I costi più alti sono stati pagati dall’Agusta (1.500 dipendenti), dall’Oto Melara (442 lavoratori), dalle Officine Galileo (200 unità).  Infine un dato che avrebbe meritato maggiore attenzione dalle forze politiche e dai ‘risanatori’ dei conti dello Stato a suon di tasse e di tagli alla spesa pubblica: con l’acquisizione delle aziende ex Efim lo Stato si è accollato oltre 18000 miliardi di debiti accumulati nella passata gestione...

           Certamente il caso più grave dal punto di vista della crisi occupazionale riguarda il colosso Alenia, specie dopo la guida di Giorgio Zappa, nome che compare nelle intercettazioni dell’inchiesta della Procura di La Spezia. Dopo essere stato uno dei massimi dirigenti dell’Ilva dove fu definito un “tagliatore di teste” per i suoi piani di ristrutturazione della siderurgia che avevano ridotto i dipendenti dell’Ilva da 55mila a 40mila, Zappa è stato chiamato 4 anni fa all’Alenia. E’ in questo periodo che si sono verificati i tagli più pesanti della manodopera: nel ‘95 i dipendenti sono calati ad appena 21mila unità. Nonostante l’Alenia sia entrata nei consorzi multinazionali per la produzione del caccia AmX, del nuovo caccia Efa, e dell’ aereo da trasporto Fla e nonostante il piano previsto dall’ex ministro dell’industria Alberto Clò per il settore aeronautico (stanziamenti per oltre 3.700 miliardi in 10 anni), Zappa ha presentato ai sindacati un nuovo programma di ristrutturazione dell’azienda che prevede la concentrazione degli impianti in solo tre aree, mentre gli impianti decentrati verranno chiusi o terziarizzati. In conto sono previsti 2400 esuberi, compresi gli 88o dipendenti in cassa integrazione; le aree più colpite saranno quelle del torinese e di Pomigliano d’Arco.

          Non certamente migliore la situazione delle aziende del settore privato. La Rinaldo Piaggio ad esempio, un’azienda di 1.300 dipendenti, metà dei quali in cassa integrazione, versa in una crisi gravissima. Nel 94 il fatturato è sceso da 176 a 107 miliardi, e il futuro non è roseo dopo la stretta creditizia del governo e la messa in forse del progetto di acquisto di alcuni esemplari del P166 da parte del ministero della Difesa e delle capitanerie di porto. Con una posizione da lobbyng la Piaggio era riuscita a inserire nella finanziaria del governo Berlusconi 100 miliardi a favore di Protezione civile, Polizia, carabinieri, GdF e Capitanerie di porto, per l’acquisto dei propri aerei; l’azienda è ancora in attesa dei fondi e da più parti si sono sollevate critiche sulla reale competitività del veivolo Piaggio.

      Ancora più critica la condizione della Franchi di Brescia, una delle aziende più note nella produzione di fucili, il cui salvataggio potrebbe essere segnato in extremis dall’acquisto da parte della  Beretta e dell’americana Remington.

      Fortemente penalizzato il comparto bellico del Mezzogiorno. In Sicilia appare ormai disastrosa la vicenda dell’azienda Alelco srl di Palermo, già Raytheon-Elsi. All’inaugurazione nel 1960 l’azienda produttrice di tubi a microonde per i sistemi radar militari della Nato contava oltre mille addetti. Oggi, dopo varie ristrutturazioni e cambi di proprietà, conta appena 140 addetti, meno di un terzo di quelli di 5 anni fa. Eppure l’azienda di Palermo ha ricevuto l’esclusiva per la produzione di speciale tecnologia per i nuovi missili Idra e per i cacciabombardieri Efa Nato.

       In Calabria è nota a tutti la vicenda dell’industria Oto Breda Sud (Oto Melara e Breda), impiantata a San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro, per la produzione di missili. Previsti 300 addetti, ma a causa della crisi del settore l’azienda non ha mai prodotto nulla e da un anno è passata alla Isotta Fraschini per produrvi, chissà quando, autovetture. Sull’impianto Oto Breda Sud le ombre di una inchiesta della Procura di Palmi che ha richiesto ai giudici spezzini alcuni atti riguardanti il troncone armi del faccendiere Pacini Battaglia.


E  SUI  PROCESSI  DI  RISTRUTTURAZIONE  PIOVONO  INCHIESTE

       
    Anche la vicenda relativa alla liquidazione dell’Efim è stata oggetto di una inchiesta giudiziaria. Il commissario liquidatore dell’Efim Alberto Predieri ha segnalato infatti nel 1994 alla Procura di Milano 76 dirigenti del gruppo e promosso azioni di responsabilità verso 33 amministratori Efim, perché il bilancio del 1991, in rosso per 1600 miliardi, avrebbe occultato perdite ancora maggiori, nascoste dal trasferimento di quattro società dalla Finbreda alla Sistemi e spazio.

        Il Pool di Milano ha svolto anche un’inchiesta sulle tangenti versate da alcune aziende del gruppo Efim, durante la quale è stato rivelato da alcuni imputati il sistema di pressioni che i partiti esercitavano sulla holding Ha riferito l’ex presidente Efim Rolando Valiani: “Per l’Agusta di area Psi, fu Giuliano Amato a raccomandarmi il presidente Raffaello Teti. (...). Le forniture militari erano gestite direttamente dall’Oto Melara con la Difesa. L’uomo di maggior riferimento era l’ingegnere Umberto Marino, DC” (la Repubblica 2-3-94).  Lo scorso dicembre i giudici hanno chiesto il rinvio a giudizio per i vertici dell’Agusta (Roberto D’Alessandro, Francesco Fusco e Giorgio Reggio) e per il finanziere socialista Mauro Giallombardo per una presunta tangente di 2 miliardi e mezzo pagata al Psi per indurre la commissione ministeriale ad avallare, nell’ambito del potenziamento delle forze di polizia, lo stanziamento di 8oo miliardi per l’acquisto di elicotteri (Gazzetta del Sud 28-12-95). Sempre l’Agusta è l’azienda al centro dello scandalo che ha colpito il precedente governo del Belgio, quello delle tangenti versate ai socialisti valloni per l’acquisto di elicotteri per le forze armate belghe.

         Anche Fabiano Fabiani, presidente di Finmeccanica, insieme ad alcuni ex ambasciatori ed ex ufficiali è stato rinviato a giudizio  nel giugno 94 per falso in bilancio. Al centro dell’inchiesta i compensi per svariati milioni assegnati da Finmeccanica ad alcuni diplomatici, all’ex ammiraglio Giasone Piccioni, ai generali Ciro Di Martino e Luigi Stefani per consulenze che non sarebbero mai state effettuate.

     Quello della presenza di alti ufficiali in pensione delle Forze Armate nei consigli di amministrazione o tra i ‘consulenti’ delle industrie belliche è da sempre un’anomalia italiana. Il caso più recente è la nomina dell’ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica Basilio Cottone a Presidente del gruppo elicotteristico Agusta. In passato aveva fatto scalpore il passaggio da Segretario generale della Difesa e Direttore Nazionale degli Armamenti a vicepresidente della Oto-Melara di Giuseppe Piovano, appena qualche giorno dopo il pensionamento. Ciò non può che incidere direttamente sulla dipendenza, fuori da qualsiasi concorrenzialità di mercato, del comparto industriale-militare dalla spesa pubblica per l’acquisto di sistemi d’armamento. La mancanza di programmazione, il sistema caratterizzato dall’acquisto incondizionato di quanto prodotto e dalla offerta che regola la domanda, portano come conseguenza alla dilatazione del bilancio della Difesa.

        Il rapporto curato dal cartello Venti di pace del movimento pacifista italiano ha denunciato sulla base del bilancio di previsione per il 1994, la crescita della spesa per tre grandi programmi militari in via di conclusione: il caccia Amx, l’elicottero EH-101 e il sistema di comunicazione Catrin. Per il programma AmX non bastano più i 470 miliardi stanziati inizialmente: le spese da sostenere arrivano ora a 1038 miliardi. L’elicottero Agusta EH-101 non costa più i 300 miliardi previsti: fino al ‘94, il conto della spesa è salito a 702,8 miliardi. Il costo del programma Catrin dai 226 miliardi iniziali è salito a 917. Nel complesso per i tre programmi di ricerca, sviluppo e produzione erano previsti finanziamenti per 996 miliardi, mentre ora ne costano 2658. La conclusione dei programmi era prevista per il 1991 ma alla data odierna i sistemi non sono stati ancora completati.

P.S.  Le ultime novità dell’export ‘96. L’Eritrea, paese africano che ha conseguito l’indipendenza nel ‘93 ha ordinato 6 aerei MB.339 dell’Aermacchi, che saranno consegnati nel secondo semestre di quest’anno. L’Mb.339 permetterà di preparare i piloti ai futuri aerei da combattimento.

        La Fiar ha concluso il 1995 con un fatturato di 131 miliardi (contro 160 dell’anno precedente) e una perdita di 10,3 miliardi (contro un attivo di 5 miliardi del 1994). Gli ordini sono comunque aumentati da 107 a 147 miliardi: fra i contratti più interessanti, la fornitura di Grifo-L per il caccia ceco L-159 e i GrifoM3 per i Mirage III pachistani. Inoltre la Fiar è impegnata in Brasile per la produzione del radar Scipio per l’AmX (una settantina di esemplari) e nella gara per gli equipaggiamenti avionici dell’ALX (il programma riguarda un centinaio di velivoli per la ‘difesa’ dell’Amazzonia). Crescente l’interesse per altri paesi sudamericani (Argentina, Colombia e Cile). Sempre per ciò che riguarda il Cile, dove si è svolta nel marzo ‘96 la Fidae, la Fiera Internazionale dell’Aria e dello Spazio, Alenia, Agusta e Otobreda, sperano d’inseririsi nell’export di sistemi radar, elicotteri A.109 Mk 2,artiglierie navali e terrestri e i M113 surplus dell’Esercito italiano. Da notare che alla Fidae 96 era presente come rappresentante dell’industria di Stato il generale Franco Angioni, Segretario Generale e Direttore Nazionale degli Armamenti (citato nelle famose intercettazioni Pacini-Danesi - Panorama Difesa maggio 1996).

Relazione presentata l' 1 ottobre 1996 all'incontro  “Mercanti di morte. Da Arzente Isola all’inchiesta sui traffici internazionali di armi di La Spezia organizzato a Messina dal Comitato per la pace e il disarmo unilaterale e dal Gruppo Italia 51 di Amnesty International.

Centoventi paracadutisti dell’esercito USA ad Aviano

Sarà l’unico reparto che l’US Army attiverà in Europa entro il prossimo anno.

La destinazione è Aviano (Pordenone), dove sorge la base aerea statunitense sede del principale comando dell’US Air Force nel vecchio continente, trampolino di lancio dei cacciabombardieri a capacità nucleare F-16 in dotazione al 31st Fighter Wing USA.

Ha già un nome, “56th Quartermaster Company”, letteralmente “56ma Compagnia Timonieri”, è sarà composto da 120 uomini super specializzati nelle tecniche di aviolancio. Ad essi sarà affidato il controllo della nuova piattaforma aerea da cui decolleranno, destinazione Africa, Caucaso, Golfo Persico ed Asia sud-orientale, i militari delle brigate aviotrasportate ospitati nelle installazioni USA di Vicenza.

La decisione d’istituire ad Aviano la “56th Quartermaster Company” è stata resa nota dal comando supremo dell’US Army in occasione della presentazione del piano di trasformazione delle forze terrestri in Europa che prenderà il via nei prossimi mesi. La compagnia di paracadutisti sarà assegnata al 2° Gruppo “Timonieri” della VII Armata dell’US Army, anche conosciuta come “United States Army Europe”, la componente terrestre del Comando USA in Europa di Stoccarda, “USEUCOM”.
 
Attualmente risiedono ad Aviano una quarantina di militari dell’esercito statunitense, impegnati nella custodia dei depositi di proprietà del comando SETAF (Southern European Task Force) di Vicenza, dallo scorso dicembre anche denominato “US Army Africa” per avere assunto la gestione delle operazioni militari terrestri degli Stati Uniti in territorio africano. Nel giugno 2008, nello scalo aereo friulano sono inoltre stati avviati i lavori di realizzazione di un magazzino con una superficie di 4.000 metri quadrati dove ospitare i materiali necessari per le operazioni di aviolancio e altre attrezzature pesanti dei reparti dell’US Army di Vicenza.

La nuova infrastruttura (“Airborne Equipment/Parachute Shop”), costo 12 milioni e 100 mila dollari, entrerà in funzione entro la fine di ottobre. Essa è stata inserita nel precedente piano finanziario annuale per le installazioni militari USA all’estero, congiuntamente al programma infrastrutturale al “Dal Molin” di Vicenza. Secondo quanto dichiarato dal comando dell’US Army in Europa, l’“Airborne Equipment/Parachute Shop, si è reso necessario per fornire adeguate e permanenti infrastrutture di manutenzione a supporto della trasformazione dell’esercito USA a Vicenza ed Aviano, Italia, in modo da accrescere la sua forza e le sue capacità di proiezione in accordo con le strategie militari degli Stati Uniti d’America, della NATO e della nazione ospitante”.
“A Vicenza o ad Aviano non esistono infrastrutture in grado di soddisfare le nuove esigenze operative”, ha aggiunto USEUCOM. “Gli edifici esistenti sono sforniti di sistemi elettrici adeguati e forniscono scarsissime condizioni per le attività di manutenzione dei paracaduti e delle altre componenti in riparazione. Se questo progetto non venisse realizzato, si assisterebbe ad un progressivo degrado degli equipaggiamenti e, in conseguenza, delle capacità di reazione delle unità della comunità militare di Vicenza. L’infrastruttura, che non rientra tra quelle per cui è previsto un finanziamento NATO, potrà essere utilizzata da altre componenti militari”.
 
Sempre ad Aviano, lo scorso anno è stata completata la costruzione di una infrastruttura atta ad ospitare il personale dell’US Army in “stato di allerta” (“PAHA - Personnel Alert Holding Area”). Si tratta di un edificio di 5.000 metri quadrati dotato di sale indipendenti, in grado di accogliere ognuna sino a 300 paracadutisti in attesa d’imbarco aereo. Complessivamente nell’edificio possono prendere posto sino ad un migliaio di militari USA; accanto è stata pure realizzata una piattaforma per le soste operative dei grandi velivoli da trasporto delle forze armate USA, in grado di ospitare simultaneamente sino a dodici C-130 o cinque C-17. La “PAHA”, costata 7 milioni di dollari, è una copia identica dell’installazione esistente nella base aerea “Pope” di Fort Bragg, Nord Carolina, utilizzata dalla 82ma divisione dell’US Army, il reparto d’elite che combatte in tutti gli odierni scacchieri di guerra. Sin dalla sua inaugurazione, anche la stazione di Aviano ha assunto un ruolo strategico per gli interventi in Iraq e Afghanistan degli uomini e dei sistemi d’arma in dotazione all’esercito statunitense. È inoltre utilizzata per le esercitazioni di allerta e aviolancio della 173ma Brigata aviotrasportata di Vicenza e dei reparti paracadutisti di Italia e alleati NATO.
 
I nuovi impianti rientrano nel piano di ammodernamento e potenziamento infrastrutturale per il valore di 610 milioni di dollari denominato “Aviano 2000”, finalizzato a trasformare la base nella principale installazione aerea USA in Europa.

Avviato a fine anni ’90, il programma è rimasto pressoché congelato sino al 2005, sia a causa delle nuove priorità del Dipartimento della Difesa in Europa orientale e nel Golfo Persico, sia per la ritrosia di alcuni partner europei della NATO a contribuire finanziariamente ad “Aviano 2000”. Sbloccato l’empasse, in meno di tre anni il volto della grande base aerea friulana è mutato. Oltre al grande deposito-magazzino e all’area d’imbarco per i parà di Vicenza, sono stati realizzati la palazzina-comando del 510° Squadrone cacciabombardieri dell’US Air Force, una grande stazione di telecomunicazioni, una nuova torre di controllo aereo, un modernissimo centro di simulazione volo, un impianto di manutenzione velivoli aerei, un deposito per le attrezzature del 603° Squadrone di controllo aereo, due stazioni anti-incendio, un poligono di tiro al coperto (ancora inattivo perché non conforme alle normative ambientali italiane), più una serie di infrastrutture abitative, scolastiche e per il tempo libero destinate al personale militare statunitense e ai propri familiari (un “fitness center”, un parco giochi per bambini, un centro commerciale, una sala teatrale e cinematografia, un asilo e una biblioteca). Chiude l’elenco il nuovo centro medico inaugurato nella primavera del 2008, il cui costo ha superato I 27,6 milioni di dollari.
 
Ad accaparrarsi buona parte dei lavori di “Aviano 2000”, la Cooperativa Muratori Riuniti di Ferrara (C.M.R.), una delle maggiori società di costruzione della Lega delle Cooperative. Una “coop rossasicuramente nelle grazie di Washington: nel solo periodo 2000-2007, il Dipartimento della difesa ha sottoscritto con la C.M.R. contratti per un valore totale di 241 milioni e 982 mila dollari. Con le forze armate USA, la coop di Ferrara sta pure sperimentando (tra le prime aziende in Italia), la cosiddetta metodologia del “Global Service”, i contratti di “servizio globale” che prevedono l’intervento sia nella fase di realizzazione dei lavori sia in quella successiva della gestione dei servii di manutenzione del patrimonio immobiliare.

Oltre ad Aviano, la Cooperatori Muratori Riuniti è impegnata in contratti pluriannuali “Global Service” nella base dell’US Army di Camp Darby (Livorno) e presso il “Villaggio della Pace” di SETAF-US Army Africa a Vicenza. Lo scorso anno, la C.M.R. è riuscita pure ad entrare nel grande affaire Dal Molin, ottenendo un contratto lavori per 51 milioni di euro dal Consorzio Cooperativa Costruttori di Bologna che si è aggiudicata il mega-appalto per la nuova base USA di Vicenza insieme alla Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna.
 
La Pizzarotti di Parma è l’unica impresa ad aver rotto il monopolio della Lega Coop nella gestione degli appalti per le basi USA nel nord-est della penisola. Ad Aviano, la Pizzarotti ha realizzato la “PAHA - Personnel Alert Holding Area”, l’area d’imbarco per le grandi spedizioni di guerra in Iraq ed Afghanistan. A Camp Ederle, Vicenza, l’azienda ha invece costruito un residence per 300 militari statunitensi.
 
Tra le maggiori novità per le forze terresti USA in Europa, oltre alla nuova compagnia paracadutisti di Aviano, c’è pure il trasferimento di buona parte della 172ma Brigata di fanteria da Schweinfurt a Grafenwöhr, Germania. La presenza di militari USA a Grafenwöhr crescerà così di 1.130 unità. Riduzioni minime del personale statunitense sono invece previste a Vicenza (meno 90 unità rispetto al 2009) e a Camp Darby (-20). Magra consolazione considerando il migliaio di uomini giunti in Italia a rinforzare i nuovi sotto-comandi AFRICOM di Napoli e Vicenza e gli 800 militari NATO attesi a Sigonella con l’attivazione del nuovo sistema inter-alleato di vigilanza terrestre “AGS”.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 26 maggio 2009