I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

domenica 31 ottobre 2010

Forze armate missili e 007 a difesa Ponte sullo Stretto

Il Presidente della Commissione nazionale antimafia, sen. Centaro annuncia la possibilità di inviare le forze armate in Sicilia per contrastare gli interessi della Mafia sugli appalti del Ponte. La Difesa chiede intanto missili terra-aria, caccia e unità navali per difendere la megaopera.

Mai dichiarazione tanto significativa e densa di oscuri presagi passò tanto inosservata. Intervenendo ad un recente convegno pro-Ponte sullo Stretto di Messina organizzato dalla CISL, il presidente della Commissione parlamentare antimafia sen. Roberto Centaro (AN), soffermandosi sui rischi di infiltrazione mafiosa nella gestione degli appalti per la realizzazione dell’opera, ha preannunciato le “contromisure” che il governo starebbe per adottare. “I servizi segreti saranno operativi – ha affermato Centaro – e se necessario non si esiterà ad attuare un’operazione sullo stile dei Vespri Siciliani, anche se rinunciare alla militarizzazione sarebbe una prova di forza da parte delle istituzioni”.

007 e militari dunque per presidiare i cantieri del Ponte, in una riproposizione della sventurata stagione post-stragista del 1992, quando l’allora governo Amato inviò in Sicilia i reparti dell’Esercito del Centro-Nord Italia per presidiare strade, porti, ponti, infrastrutture produttive, finanche abitazioni private. Un’operazione di “controllo del territorio” che ha accelerato i processi di militarizzazione dell’isola fornendo un’occasione unica e irripetibile alle forze armate per sperimentare ruoli di controllo “interno” e di “ordine pubblico”, funzioni poi “esportate” nei principali scacchieri di guerra, dalla Somalia alla ex Jugoslavia, sino alle recenti missioni in Afghanistan ed Iraq.

A quel tempo, i posti chiave del ministero della Difesa erano coperti da potenti rais della prima repubblica – siciliani – contigui alla grande imprenditoria mafiosa e alle lobby politico-massoniche; i reparti militari italiani venivano impiegati per la prima volta nella lotta contro gli sbarchi di migranti ed i servizi segreti erano al centro di un occulto processo di trasformazione interna; la Sicilia subiva l’ennesimo colpo di acceleratore per adeguare le proprie infrastrutture militari (Sigonella in testa) alle strategie USA e Nato di proiezione nel Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.

Che l’operazione “Vespri Siciliani” nascondesse ben altri fini dell’opposizione alla mafia lo avrebbero capito i più qualche anno dopo. Mentre infatti nelle città siciliane facevano sfoggia di sempre più sofisticate armi da guerra fanti, alpini, bersaglieri e parà, le istituzioni dello Stato (civili e militari) aprivano la “trattativa” con i boss mafiosi autori delle stragi. In cambio di qualche mediatica “autoconsegna” si firmava un nuovo trattato di non belligeranza. “Basta con le bombe, ricominciamo a convivere”, fu il messaggio inviato attraverso agenti “segreti”, vecchi potentati politici e faccendieri in odor di eversione neofascista. Nacque la seconda repubblica, quella dell’Italia in guerra comunque e dovunque, della precarizzazione del lavoro e delle nuove povertà, del rilancio delle Grandi Opere, Ponte sullo Stretto in testa.

Se per assicurare la “pax sociale” nell’area dello Stretto il governo ha già pronto un piano di intervento di militari ed agenti segreti (ed a Messina ha operato per anni uno dei nuclei più agguerriti di Gladio-massoni…), più complesso e certamente più costoso sarà il dispositivo militare ed “anti-terrorismo” che dovrà essere predisposto per la difesa vera e propria della megainfrastruttura. Nonostante solo i pacifisti locali lo abbiano denunciato per anni, l’eventuale realizzazione del Ponte tra le due sponde dello Stretto di Messina genererà una vera e propria rivoluzione dell’assetto militare delle forze armate nel Mezzogiorno d’Italia.

Nella seconda metà degli anni ’80 alla Società Stretto di Messina, incaricata alla progettazione dell’infrastruttura, il ministero della Difesa presentò un rapporto segreto (denominato "Coefficiente D"), in cui venivano analizzati gli interventi necessari per garantire un eventuale utilizzo dell’infrastruttura per esigenze di tipo militare e per assicurare la "protezione" del manufatto in caso di crisi internazionale o di conflitto armato. Sin da allora il tema della "difesa del ponte" apparve agli strateghi uno dei problemi più complessi da affrontare per la realizzazione dell’opera. Il generale Gualtiero Corsini, in un suo intervento su una rivista specializzata delle forze armate, parlò di "grossi problemi di vulnerabilità del ponte", data la sua sovraesposizione “ad ogni tipo di attacco con navi, aerei o missili". Secondo il generale Corsini, il ponte sullo Stretto era destinato a diventare "punto sensibile di dimensione strategica probabilmente non comparabile con alcun altro obiettivo esistente in Italia”.

“Il risultato di un’azione offensiva contro una tale opera – aggiungeva il militare - sarebbe in ogni caso "eccezionale" specie per i contenuti di “simbolo”, politici e psicologici, che un attentato all’infrastruttura verrebbero ad assumere". Nel suo intervento il generale Corsini non si sbilanciava a quantificare gli oneri finanziari aggiuntivi per la “difesa militare” del Ponte, anche se li definiva "altissimi" in quanto si sarebbero dovuti approntare “una molteplicità di sistemi aerei, missilistici e artigliereschi con base a terra e su mezzi navali”. Valutazioni per fino profetiche se si pensa agli scenari internazionali apertisi dopo l’11 settembre 2001 con l’attacco aereo alle Torre Gemelle di New York.

Ecco allora che con l’inizio dei lavori per il Ponte sullo Stretto e lo sbarco dei nuovi “Vespri Siciliani” è sempre più ipotizzabile l’installazione di sistemi di missili terra-aria tra Scilla e Cariddi, l’utilizzo degli scali “civili” di Reggio Calabria e Lamezia Terme per il rischiaramento di cacciaintercettori e bombardieri, il potenziamento (già in atto) dei porti militari di Messina ed Augusta, la “cessione” alla Nato del porto di Gioia Tauro (preannunciata), la predisposizione di una “cintura navale” nel Basso Tirreno e nello Ionio magari utilizzando l’arcipelago delle Eolie ed i porti di Milazzo, Giardini-Naxos, Riposto e Catania (come avvenuto durante le crisi USA-Libia e la prima Guerra del Golfo). Un Ponte-Fortezza, dunque, a segnare irrimediabilmente la cultura di guerra e di morte del XXI secolo…

Articolo pubblicato in Terrelibere.org il 21 novembre 2004

A Wiesbaden la base USA “sorella” di Vicenza

Sta sorgendo nel cuore dell’Assia, in Germania, una delle maggiori basi dell’US Army in Europa. Nell’ambito del programma di ristrutturazione della presenza militare statunitense nel vecchio continente, finalizzato alla creazione di cinque grandi centri “hub” dove concentrare i reparti delle forze terrestri e aviotrasportate (tra essi l’ex scalo aereo Dal Molin di Vicenza), il Pentagono ha dato il via a multimilionari lavori di ristrutturazione e ampliamento delle caserme e della base aerea che sorgono a Wiesbaden. Il centro è oggi sede della 1^ Divisione Armata e di una serie di reparti dell’US Army rientrati un paio di mesi fa da una lunghissima missione di guerra in Iraq.

Alla costruzione di alcune infrastrutture strategiche ove trasferire uomini, mezzi ed armamenti oggi ospitati ad Heidelberg, Mannheim e Darmstadt, sono stati destinati dal Pentagono 252 milioni di dollari. Un contratto per 125 milioni di dollari è stato sottoscritto appena qualche giorno fa dal Corpo d’Ingegneria dell’esercito USA in vista della progettazione e della realizzazione di un Centro di coordinamento delle operazioni di guerra (“Network Warfare Center”) e del nuovo comando del 7th Army (anche detto “United States Army Europe”), da cui dipendono le brigate terrestri presenti in Europa. Verrà inoltre realizzato un vasto centro operativo destinato ad ospitare la nuova stazione di controllo e comunicazioni di USAREUR, il Comando dell’US Army in Europa. “Si tratta di una struttura mai realizzata sino ad oggi, capace di ospitare sino ad un migliaio di addetti militari”, afferma USAREUR. “Grazie a questo programma infrastrutturale saranno consolidati i quartier generali di US Army e i comandi del 5th Signal, della 66^ Brigata d’intelligence e di altre unità di supporto USA, accrescendo le capacità operative delle forze terrestri nel continente”.
 
Nello scalo aereo di Wiesbaden sono stati avviati altri imponenti progetti di costruzione: un “Army lodge” con 164 stanze che accoglierà ufficiali e sottufficiali USA (costo 32 milioni di dollari) e un “centro ricreativo” con sale cinematografiche, bar, birreria, ristoranti, fast food, piste da ballo e bowling, slot machines e video games (8,8 milioni). A partire del 2010 partiranno inoltre i lavori per realizzare di un megacomplesso residenziale con 324 villette unifamiliari destinate al personale USA e alle famiglie al seguito (133 milioni di dollari). La nuova base “hub” di Wiesbaden diverrà pienamente operativa entro il 2013, quando sarà completato il trasferimento dei reparti del 7th Army. Secondo il Comando USAEUR, grazie al “piano di consolidamento” delle forze armate in Europa, giungeranno a Wiesbaden più di 4.000 militari, portando il personale statunitense a 17.000 unità.
 
Il programma infrastrutturale di Wiesbaden è stato affidato dall’US Army alla società “M+W Zander Israel Ltd”, filiale israeliana della “M+Zander” di Stoccarda, colosso del complesso industriale, militare e spaziale tedesco, operativo pure nel settore farmaceutico, delle costruzioni avanzate, delle biotecnologie, dello smaltimento dei rifiuti tossici e delle “energie alternative”. A partire dalla sua costituzione nel marzo 2004, la “M+W Zander Israel” si è accaparrata buona parte dei contratti finanziati dal Corpo d’Ingegneria dell’esercito USA per il potenziamento e l’ammodernamento delle installazioni dell’aeronautica militare israeliana in Israele e nei Territori occupati di Cisgiordania. La società ha costruito, in particolare, le torri di controllo delle basi aeree di Palmachim e Sde Dov; l’impianto di produzione di energia elettrica e un hangar per il ricovero degli elicotteri da guerra “Black Hawk” nello scalo di Hazerim; i depositi munizione, gli shelter e i centri operativi degli Squadroni di volo a Ramon; i sistemi di sicurezza delle basi di Tel Nof e Hazor; un grande hangar per i velivoli aerei e gli elicotteri a “Site Z”, una base militare “top secret”. USACE, la sezione europea dell’US Corps of Engineers, ha affidato a “M+W Zander Israel” pure i lavori di costruzione, nel sud del paese, del maggiore poligono militare in terreno urbano (“Military Operations in Urban Terrain Training Facility”) esistente al mondo. In Israele, la società sta pure realizzando importanti impianti “civili” di alto valore strategico (centrali elettriche, stazioni di accaparramento e distribuzione delle fonti idriche, produzione di semiconduttori, ecc.).
 
Numerosissimi i centri di comando, intelligence e telecomunicazioni, le facilities aeroportuali e le infrastrutture militari realizzati direttamente dalla società madre “M+W Zander” di Stoccarda. Solo nell’ultimo quadriennio, essa ha sottoscritto con il Dipartimento della Difesa USA contratti per un valore complessivo di 54 milioni di dollari, fornendo in particolare avanzate apparecchiature tecnologiche alle basi USA in Germania. Quasi 80 milioni di dollari sono finiti invece alla controllata statunitense “M+W Zander US Operations Inc. Texas”, per lavori e servizi all’interno di alcune grandi basi delle forze terrestri e aeree negli Stati Uniti d’America (Fort Bragg, Fort Barnwell, Fort Jackson, Pope AFB e Seymour Johnson AFB in North Carolina), in Islanda e ancora una volta in Israele. Altre due filiali con sede in Germania, la “M+W Zander D.I.B. Facility MNGMNT GMBH” di Dreieich, e la “HGS Zander GMBH Suedwest” di Mannheim, sono state contrattate dal Comando dell’US Army in Europa per eseguire misteriosi lavori per oltre 2 milioni di dollari in Gambia, piccolo paese deell’Africa occidentale. Paradossalmente, “per scarsi progressi del governo nel campo dei diritti umani e della libertà di stampa”, il Dipartimento di Stato aveva annunciato nel giugno 2006 la sospensione dell’implementazione in Gambia del Millennium Challenge Corporation (MCC), il piano di aiuti internazionali per la “riduzione della povertà” che Washington vincola all’adozione di misure economiche di stampo neoliberista.
 
Un modesto contratto di 75.715 dollari (anno 2002) è finito pure alla controllata “M+Z Zander Italia Srl” di Agrate Brianza per “servizi di controllo ed interventi ambientali” nella Naval Air Station di Sigonella (Sicilia), la principale base dell’US Navy in Europa e nel Mediterraneo. L’azienda è particolarmente attiva nel nostro paese nella produzione di energia e nell’installazione di pannelli fotovoltaici. Nel 2008, ha completato la realizzazione di un impianto solare da 50Kw a Rieti, mentre per conto della “ST-Microelectronics” di Catania ha eseguito la progettazione di una centrale di rigenerazione da 52 MW.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 29 ottobre 2009

mercoledì 27 ottobre 2010

Sempre più unità della Marina Militare contro i migranti

Sempre più unità della Marina Militare contro i migranti


I porti siciliani e le unità della Marina Militare vengono riconvertiti nella "guerra" alle imbarcazioni che trasportano i migranti nel mare Mediterraneo. Il potenziamento della base navale di Augusta.

La Marina Militare italiana converte le sue infrastrutture in Sicilia nella lotta anti-immigrazione. Lo ha confermato il capitano Giuseppe Siragusa, Comandante del distaccamento navale di Messina nonché ex comandante del XXVIII Gruppo navale di stanza in Albania. “Il nostro scopo in Albania era quello di reprimere l’attività di immigrazione clandestina – ha precisato Siragusa – e noi lo abbiamo perseguito fino in fondo. L’immigrazione clandestina si è azzerata (…) Oggi, nel futuro di Messina vedo uno strumento analogo a questo”.

Secondo l’ufficiale della Marina, le unità navali effettueranno “opere di pattugliamento, prevenendo il fenomeno dell’immigrazione; così la città dello Stretto darà risposte concrete ai problemi del nuovo millennio”. In realtà Messina non è mai stata al centro di fenomeni immigratori rilevanti, né tanto meno si sono verificati sbarchi di migranti nell’area dello Stretto. Ciononostante la presenza dei pattugliatori nell’area è stata rafforzata ed entro l’estate sarà insediato anche un reparto navale della Guardia di finanza.

Analoghi compiti di lotta anti-immigrazione sono stati assunti dalla base navale di Augusta, la seconda infrastruttura più importante della Marina Militare italiana dopo Taranto. Augusta, sede del Comando di Marisicilia e base di appoggio delle unità di superficie e dei sommergibili degli Stati Uniti e delle flotte NATO, è al centro di un programma di potenziamento e nei prossimi 5 anni, oltre alle 14 unità già ospitate, riceverà 4 unità della classe “Comandante”, 2 nuovi sommergibili ed altre 2 unità navali di medio tonnellaggio. Lo Stato Maggiore prevede anche la progettazione di nuove opere di ampliamento della base per accrescerne la valenza strategica nel cuore del Mediterraneo.

Negli ultimi mesi proprio ad Augusta hanno fatto scalo le unità delle marine di Libia e Malta impegnate con Italia ed altri paesi NATO in esercitazioni di “prevenzione dei flussi migratori”. Sempre più numerosi poi gli interventi di sequestro di navi “sospette” in transito a sud dell’isola o nello Ionio, effettuati da mezzi assegnati alla città siciliana in coordinamento con le centrali di intelligence della base USA di Sigonella.

Articolo pubblicato in Terrelibere.org il 22 giugno 2004

Le forze armate USA si riprenderanno Comiso?

Il Comandante della base di Sigonella annuncia "l'ipotesi" di riutilizzare a fini militari l'aeroporto di Comiso. Alla vigilia dei lavori di realizzazione dello scalo civile la spada di Damocle di un nuovo processo di militarizzazione della Sicilia orientale.

Una commissione di esperti statunitensi del Comando europeo interforze (Eucom) sta valutando “l’opportunità” che la ex base missilistica nucleare di Comiso possa essere riutilizzata dagli USA. Lo ha dichiarato alla stampa siciliana l’alto ufficiale Timothy Lee Davison, Comandante della Stazione aeronavale di Sigonella, la base della US Navy che sorge a pochi chilometri dalla città di Catania. “Gli esperti delle forze armate”, ha spiegato il comandante Davison, “hanno recentemente compiuto una visita di routine in tutte le basi USA in Europa, comprese quelle in Sicilia, nell’ambito di un processo di riorganizzazione delle infrastrutture nel continente”. Proprio all’interno di questo programma di potenziamento del Fianco Sud, sarebbe sorta l’ipotesi di congelare il trasferimento alle autorità italiane della parte della ex base di Comiso attualmente nella disponibilità dell’US Air Force, trasferimento che un precedente accordo bilaterale prevedeva di completare entro il gennaio 2005 al costo simbolico di un dollaro.

La dichiarazione del Comandante in capo della base di Sigonella, al centro di un vasto piano di ampliamento finalizzato presumibilmente al trasferimento di reparti USA dalla Germania, giunge alla vigilia dell’aggiudicazione dei lavori di riconversione della ex base missilistica in aeroporto civile di secondo livello. I lavori sono stati interamente finanziati con i fondi europei di Agenda 2000 e un mese fa è stato pubblicato il bando di gara sulla Gazzetta Ufficiale. È prevista una spesa di 47.407.976 di Euro per realizzare una pista di atterraggio, la torre di controllo e le relative attrezzature di volo, le aree passeggeri, i parcheggi, gli uffici, la logistica, ecc… L’inaugurazione del nuovo scalo di Comiso dovrebbe avvenire entro l’ottobre 2006.

Immediata la reazione degli amministratori della provincia di Ragusa. Il sindaco di Comiso, Giuseppe Digiacomo, ha definito la notizia una “bufala elettorale”. “La realizzazione dell’aeroporto di Comiso – ha aggiunto Digiacomo - è ormai un processo irreversibile che niente e nessuno potrà mai arrestare. Inoltre il Dipartimento regionale Trasporti ha già disposto un primo accreditamento a favore del Comune di Comiso delle somme è per competenze tecniche ed espropri”.

Fu l’allora ministro della difesa Lelio Lagorio a comunicare nell’agosto 1981 la decisione della NATO di utilizzare il vecchio aeroporto “Magliocco” di Comiso per installarvi i 112 missili Cruise previsti dal programma di riarmo nucleare dell’Alleanza Atlantica. La struttura fu messa a disposizione dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti che vi insediarono il 478th Tactical Missile Wing; nonostante la massiccia mobilitazione pacifista i missili giunsero a Comiso nel dicembre 1983 e furono custoditi nei bunker della base sino alla fine degli anni ’80, quando fu sottoscritto un accordo USA-URSS per l’eliminazione dei missili a medio raggio installati nel teatro europeo. I militari statunitensi abbandonarono la base solo nel 1991 a conclusione delle prima Guerra del Golfo. Da allora l’infrastruttura è presidiata da un piccolo contingente dell’Aeronautica militare italiana mentre una porzione dell’area è stata convertita ad uso civile ed assegnata in gestione all’amministrazione comunale di Comiso.

Articolo pubblicato in Terrelibere.org il 20 giugno 2004

Operazioni USA ad alto rischio per i lavoratori civili di Sigonella

Lavori altamente pericolosi e scarsamente retribuiti in un ambiente dove imperano comportamenti repressivi ed antisindacali. È il pane quotidiano degli operai italiani della grande militare base USA di Sigonella. Un mondo a parte fatto di precarietà e sfruttamento intensivo del tutto ignorato dai politici e dai media perlomeno sino a quando non sopraggiunge la tragedia. La notte di domenica 24 ottobre un grosso pallet contenente un carico di zinco da 1.600 kg è caduto da un aereo schiacciando un lavoratore di 47 anni, Salvatore Maita, che si trovava sulla rampa sottostante. Trasportato d’urgenza in ospedale, l’operaio è stato sottoposto a un intervento chirurgico per la riduzione di un esteso trauma cranico, ma le sue condizioni restano disperate. La vittima era impegnata nelle operazioni di carico di un Md-11, aereo cargo trimotore prodotto dalla McDonnell Douglas, di proprietà di una compagnia privata operante per conto del Fleet and Industrial Supply Center (FISC), il centro logistico delle forze navali degli Stati Uniti d’America istituito a Sigonella il 3 marzo 2005. Il FISC dirige e coordina la movimentazione e l’invio di merci, attrezzature, viveri, armi, munizioni e materiali pericolosi alle truppe schierate negli scacchieri di guerra in Africa, Caucaso, Golfo Persico, Iraq ed Afghanistan.
Sul gravissimo incidente che ha coinvolto Maita è stata avviata un’indagine da parte della Procura della Repubblica di Catania. “Quello di Sigonella è l’ennesimo di una lunghissima serie che si sta verificando negli aeroporti italiani”, denuncia in un comunicato la Cub Trasporti.L’aumento indiscriminato dei carichi di lavoro, il sott’organico, la precarietà, l’assenza di adeguati investimenti, la privatizzazione e la diminuzione dei livelli di sicurezza sul lavoro sono le cause di uno stillicidio di incidenti che non possono e non debbono continuare. Auspichiamo che siano individuate le responsabilità del grave incidente di Sigonrella e che la Procura predisponga l’obbligo dei dovuti risarcimenti all’operaio che ne è rimasto vittima”.
I rappresentanti locali della Cub Trasporti puntano il dito sui pesantissimi tagli agli organici operati negli ultimi anni. “Nel 1997 noi lavoratori eravamo 274”, denuncia uno dei colleghi di Salvatore Maita. “Ora siamo sotto organico, in 162. Gli altri sono in mobilità e cassa integrazione. Il consorzio di aziende con cui lavoriamo, dopo aver ottenuto l’appalto, ha dichiarato lo stato di crisi. Hanno fatto fuori tutele, diritti e sindacati. Il risultato finale è che c’è un collega che sta morendo”. Il consorzio in questione è Algese2, costituito dalle società Alisud, Gesac e Servisair, aggiudicatosi qualche mese fa un contratto di oltre 100 milioni di dollari per gestire per quattro anni le operazioni aeroportuali nelle basi di Napoli-Capodichino e Sigonella. Grazie a un ricorso, Algese2 ha soffiato la commessa del Dipartimento dell’US Navy al colosso industriale Lockheed Martin, uno dei principali attori del complesso militare industriale statunitense. Inizialmente la Lockheed era stata dichiarata vincitrice dei lavori e avrebbe dovuto operare nelle due basi della marina militare USA dal febbraio 2010. “Algese ha però ottenuto prima una proroga fino al 30 giugno 2010, grazie a un contratto dal valore di 3.200.000 euro, poi l’aggiudicazione definitiva dell’appalto”, spiegano i rappresentanti della Cub Trasporti. “Immediatamente il consorzio ha reso pubblica la decisione di non pagare ai suoi dipendenti né gli arretrati per complessivi 1.700 euro, né gli aumenti stabiliti dal nuovo contratto nazionale sottoscritto il 26 gennaio 2010, pari a 131 euro mensili”.    
Con l’accordo quadriennale per la gestione aeroportuale di Napoli-Capodichino e Sigonella, Algese2 si afferma come uno dei maggiori contractor delle forze armate statunitensi in Italia. Nel triennio 2004-2006 il consorzio aveva già ottenuto dal Fleet and Industrial Supply Center commesse per 18.412.208 dollari. Ad esse vanno poi aggiunti i 15 contratti per complessivi 118.942.608 dollari sottoscritti dal principale socio-azionista di Algese2, l’Alisud Spa di Napoli, con diverse agenzie del Pentagono nel periodo compreso tra il 2000 e il 2009. La società napoletana che ha pure in gestione l’handling degli scali di Venezia, Bologna, Catania-Fontanarossa e Palermo, opera ininterrottamente dal 1972 nel terminal militare di NSA Napoli, e dal 1976 a Sigonella. La presenza in Sicilia si è interrotta per un breve periodo nel maggio 1997, quando i servizi della base militare furono affidati ad una joint-venture italo-statunitense composta da Pae, Aviation Management e Climega, che presentò un’offerta di gara con un ribasso del 42%. Subito dopo il loro arrivo, queste tre società presentarono un pesantissimo “piano di ristrutturazione” che prevedeva tagli occupazionali e salariali per il personale, con un ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro e dell’agibilità sindacale. I lavoratori di Sigonella diedero però vita ad una mobilitazione senza precedenti nella storia delle basi USA in Europa, effettuando sino ad oltre 4.000 ore di scioperi, blocchi stradali e un digiuno durato 46 giorni, subendo pure le cariche delle forze dell’ordine. La straordinaria stagione di lotta dei lavoratori, nota con il nome di “Popolo dei cancelli”, fu documentata dal cineasta britannico Ken Loach.
Con il ri-affidamento nel novembre 2002 del contratto ad Algese2, non si registrò tuttavia alcun cambiamento di rotta nelle politiche aziendali. Il 10 maggio 2004, nel corso di un seminario di studio sul ruolo strategico della base siciliana e sulla penetrazione mafiosa nella gestione di subappalti di costruzione e servizi al suo interno, alcuni lavoratori denunciarono che il “biglietto da visita” del consorzio vedeva l’imposizione di una piattaforma aziendale “finalizzata al contenimento ed alla compressione salariale”, con conseguente “precarizzazione del rapporto di lavoro e l’intensificarsi dello sfruttamento”. “Da allora in poi le cose sono ulteriormente peggiorate e per i lavoratori non c’è stato più scampo”, dichiarano oggi i rappresentanti locali della Cub Trasporti. “Non solo rispetto al loro precedente “status” i lavoratori di Sigonella non recupereranno mai nulla, ma dal 2002 al 2010 perderanno ancora altri livelli e perciò altri soldi, perderanno gratifiche, diritti e speranze. Perderanno posti di lavoro e perfino il rispetto di sé”.
Non è certamente migliore l’aria che si respira tra i dipendenti civili italiani e statunitensi direttamente impiegati dalla marina militare USA. Il 15 ottobre è stato completato il processo di ridimensionamento numerico del personale delle basi di Napoli e Sigonella. “Di conseguenza sono state eliminate 44 posizioni americane, 39 dipendenti locali sono stati oggetto di cessazione non volontaria del rapporto di lavoro e 52 dipendenti locali sono stati ricollocati in posizioni create a seguito di dimissioni volontarie e congelamento delle assunzioni”, scrive il Contrammiraglio Tony Gaiani, Commander, Navy Region Europe, Africa, Southwest Asia. “L’US Navy ha pure sospeso temporaneamente le assunzioni durante il processo di adeguamento del personale al fine di minimizzare le possibili perdite di posti di lavoro. Inoltre, la Navy ha garantito incentivi all’esodo per 24 impiegati che occupavano posizioni o in eccesso o successivamente utilizzate per ricollocamenti”. Le funzioni strategiche delle basi USA in Italia sono destinate a crescere ulteriormente, nuovi scenari di guerra si aprono in Africa ed Asia e vengono schierati nuovi reparti d’élite a Vicenza e ulteriori sofisticati sistemi d’arma in Sicilia (i Global Hawk a Sigonella e il MUOS a Niscemi), ma l’occupazione italiana è destinata progressivamente a scemare.

martedì 26 ottobre 2010

Esercitazione militare riapre antiche ferite in America latina

Un’isola del Pacifico disputata da due paesi; poi, improvvisa, l’occupazione da parte delle forze armate di uno di essi. Il contendente invoca l’intervento delle Nazioni Unite. Scatta l’ultimatum: “o vi ritirate o sarà dato il via alle operazioni aeree combinate di una coalizione internazionale”. Gli occupanti fanno orecchie da mercante e in men che non si dica, sull’isola scoppia l’inferno. Centinaia d’incursioni aeree, bombardamenti aria-terra, lanci di paracadutisti, atterraggi di aerei ed elicotteri da trasporto, sbarco di uomini e mezzi pesanti, evacuazione di civili. La potenza di fuoco scatenata dalle forze della coalizione internazionale è di tale intensità da non dare scampo agli invasori. L’“ordine internazionale” viene ripristinato.

È lo scenario dell’ennesima esercitazione in America latina delle forze aeree di Stati Uniti, Francia e delle maggiori potenze regionali, Cile, Brasile ed Argentina. Teatro dei war games, il grande deserto di Atacama, regione all’estremo nord del Cile. Denominata “Salitre 2009”, è la più grande delle operazioni aeree della storia del continente, ed ha preso il via a metà ottobre per concludersi solo alla fine del mese. L’“isola che non c’è” si estende su un territorio che comprende le basi aeree “Los Cóndores” di Iquique e “Cerro Moreno” di Antofogasta, più il porto a sud di Patache. A fronteggiarsi 1.400 militari cileni e 400 stranieri, ed un inverosimile numero di aerei ed elicotteri da guerra: cacciabombardieri F-5 ed F-16 cileni, A-1 brasiliani, A-4AR argentini, Mirage 2000 francesi; aerei cargo e cisterna KB-707 ed EB-707 cileni e KC-130 argentini. Altrettanto agguerrito lo schieramento dell’US Air Force, ormai di casa negli scali aerei settentrionali cileni: 6 caccia F-15C del 122nd Fighter Squadron (Guardia Nazionale della Louisiana); 2 aerei da trasporto HC-130 “Hercules” del 71st Rescue Squadron; 2 velivoli per il rifornimento in volo KC-135 del 197th Aerial Refueling Squadron (Guardia Nazionale dell’Arizona). All’esercitazione, in qualità di osservatori, partecipano pure alti ufficiali delle forze aeree di Venezuela, Ecuador, Messico e Bolivia.
 
“Gli scenari sperimentati con Salitre avranno un’ampia applicazione per gli interventi di guerra o di supporto a missioni civili in qualsiasi parte del mondo”, ha dichiarato il colonnello Bryan Bearden, direttore operativo di AFSOUTH, il Comando Sud delle forze aeree USA. “L’esercitazione rappresenta un’importante occasione per i nostri piloti di lavorare insieme ai colleghi latinoamericani. Ciò consentirà a tutti di sostenere le operazioni di una coalizione internazionale, così come le missioni globali di stabilizzazione e peacekeeping delle Nazioni Unite, l’intervento armato a rispetto delle zone “no-fly” o il pattugliamento delle aree infestate dai pirati”.
 
Se nei disegni di Washington le azioni aeree di “Salitre” dovevano rafforzare la propria egemonia nel continente latinoamericano, hanno invece avuto l’effetto di riaprire antiche ferite tra i gruppi dirigenti nazionalisti di due partner strategici dell’area andina, Cile e Perù. Nei piani originari, era prevista infatti la simulazione di un’operazione di “ristabilimento dell’ordine internazionale” dopo un conflitto tra due stati confinanti in disaccordo sulle rispettive frontiere terrestri e marittime. Più specificatamente si accennava “ad un paese vicino che minacciava la pace non rispettando i trattati internazionali”, formula che secondo il governo e la stampa peruviana alludeva apertamente alla querelle diplomatica risalente alla fine del 19° secolo, quando il Cile sconfisse militarmente Perù e Bolivia, annettendosi ampi territori meridionali dei due paesi. Una diatriba strumentalizzata periodicamente dall’una o dall’altra parte, riacutizzatasi nel gennaio 2008 con la presentazione, da parte peruviana, di una richiesta alla Corte dell’Aja per il riconoscimento dei diritti su un’area dell’Oceano Pacifico sotto controllo cileno. Invitata a partecipare alle manovre nel deserto di Atacama, l’aeronautica militare peruviana ha così scelto di disertare l’evento, ritenendolo “inopportunoe ed inappropriato”.
 
“Qualsiasi paese ha il diritto di realizzare manovre militari nel suo territorio, ma il nome di questa esercitazione ci fa ricordare l’infausta guerra del Pacifico dove proprio il Salitre fu la causa di divisione che condusse il Cile ad impossessarsi dei territori peruviani e boliviani”, ha affermato lo specialista in diritto internazionale, Julián Palacin Fernández, peruviano. “Non vorremmo dunque pensare che queste manovre mascherino una minaccia di uso futuro della forza nel caso in cui fosse costretto ad accettare una sentenza avversa all’Aja”.
Ancora più pesanti le parole del congressista del Partido Aprista (al governo), Javier Valle Rientra, controverso ex primo ministro di Alberto Fujimori. “Dobbiamo vigilare seriamente la postura cilena”, ha dichiarato. “Per noi Pinochet e la presidente Michelle Bachelet sono gli stessi, uno è un autoritario di destra, l’altra è un’autoritaria di pseudo-sinistra. Ed entrambi hanno mantenuto una posizione fondamentalmente antiperuviana”. Le risposte dall’altra parte della frontiera non si sono fatte attendere. “Salitre 2009 si sta svolgendo in modo impeccabile e risponde all’esercizio della sovranità”, ha dichiarato il presidente della Camera dei deputati, Rodrigo Alvarez. “Il Perú ha aperto una controversia artificiale, auto-emarginandosi dalla realizzazione di queste esercitazioni, adducendo un falso atteggiamento armamentista del Cile”. Ad inasprire i toni ci ha pensato poi il candidato di estrema destra alle prossime elezioni presidenziali cilene, Sebastián Piñera, che in occasione della presentazione di una guida turistica francese che sposa le ragioni di Lima sulle frontiere marittime, ha promesso di difendere “con forza”, da futuro Presidente del Cile, “ogni centimetro del suo territorio ed ogni centimetro del suo mare”. Dulcis in fundo la decisione della Bachelet di partecipare alla cerimonia di chiusura di “Salitre 2009”, congiuntamente al ministro della difesa e alle maggiori cariche civili e militari cilene.
 
Preoccupato per il clima di tensione tra i due importanti partner della regione andina, il Dipartimento della Difesa USA ha imposto alle forze armate cilene di “riaggiustare” lo scenario e le finalità dell’esercitazione, eliminando ogni allusione a “conflitti su frontiere terrestri e marittime di due paesi confinanti”. A Washington è ancora forte il ricordo di quanto accadde nel Cono Sud nel 1978, quando la disputa su tre isole del Canale di Beagle (Terra del Fuoco) rischiò di condurre ad una guerra aperta tra i regimi dittatoriali di Cile ed Argentina, fedeli alleati degli Stati Uniti nella lotta mondiale al “comunismo”. Il Perù è una pedina fondamentale del cosiddetto “Plan Colombia –Patriota”,finalizzato all’accerchiamento e all’eliminazione delle forze guerrigliere colombiane e alla pressione militare sul governo bolivariano del Venezuela. Il Cile guida il ristretto club dei paesi emergenti che gli Stati Uniti vorrebbero integrare in una grande NATO intercontinentale. Come auspicato in un articolo pubblicato nel gennaio 2009 dal Progressive Policy Institute (istituto vicino al Partito democratico e ai coniugi Clinton), “l’amministrazione Obama non deve perdere l’opportunità di guidare la trasformazione della NATO da un patto Nord America-Europa ad un’alleanza globale di nazioni libere, aprendo le sue porte a Giappone, Australia, India, Cile e ad altre stabili democrazie”. Per Rick Rozoff di Global research, gli Stati Uniti devono puntare ad integrare “Cile, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda, quattro paesi a nord dell’Oceano Antartico” nelle “alleanze militari occidentali come la NATO”. “Il valore militare strategico e l’importanza dell’Antartico sta crescendo tantissimo”, scrive Rozoff. “Una battaglia maestosa è in atto per assicurarsi il controllo sulle vaste regioni dell’Antartico e sulle sue risorse naturali sino ad oggi inesplorate (petrolio, minerali, acqua dolce, fauna ittica)”.
 
Cresce intanto il volume degli aiuti USA a favore delle forze armate cilene. Per l’acquisto di sistemi d’arma e l’organizzazione di attività di addestramento, si è passati da 1.804.000 dollari dell’anno 2005, a 2.971.000 dollari per il 2010. Complessivamente, nell’ultimo quinquennio, l’aiuto militare statunitense ha superato i 13.600.000 dollari.
 
Secondo il quotidiano messicano La Jornada, sotto la presidenza della “progressista” Michelle Bachelet, il Cile ha speso quasi 2 miliardi di dollari nell’acquisto di armamenti pesanti, tra cui 140 carri armati “Leopard 2”, 8 elicotteri da trasporto “AS 535 Cougar”, missili portatili anticarro “AT-4 Saab”, 24 cannoni da 155 millimetri a lungo raggio, 18 cacciabombardieri F-16, 60 carri leggeri “M-41”, 7 cacciatorpediniere e 2 sommergibili della classe “Scorpion”. Nel febbraio 2010 l’US Navy consegnerà alla marina cilena la nave cisterna “Andrew J. Higgins”, già utilizzata dal Military Sealift Command per il rifornimento della flotta e dei caccia ospitati a bordo delle portaerei USA. Piccoli apprendisti stregoni crescono…

Articolo pubblicato im Agoravox.it il 30 ottobre 2009

Potenziate le strade intorno alla base di Sigonella

Nel corso di un vertice tra il Presidente della Provincia di Catania e il Comando USA di Sigonella è stato annunciato l’ampliamento della rete viaria. “È una misura antiterrorismo…”

Dopo il via ai lavori per una nuova arteria di collegamento tra il complesso abitativo di Mineo destinato al personale USA in forza alla base aeronavale di Sigonella e la strada statale 417 Catania-Gela, comprensiva di un sottopassaggio con la strada provinciale 131, altri interventi stanno per essere realizzati per potenziare la rete viaria intorno alla megainfrastruttura militare. Con l’obiettivo di migliorare le “condizioni di sicurezza antiterrorismo”, il presidente della Provincia di Catania, l’UDC Raffaele Lombardo e gli ufficiali statunitensi Ken Bitar, vice comandante della Naval Air Station di Sigonella, e Cris Kinsey, comandante del ROICC, il locale ufficio costruzioni, hanno sottoscritto un accordo per migliorare le vie di ingresso e di uscita dell’area aeroportuale (NAS 2), lungo parte delle strade provinciali 105 e 69/II. In particolare sulla prima arteria saranno realizzate quattro corsie - due per ogni senso di marcia con corsie per il cambio di direzione - e la completa ricostruzione dell’incrocio tra la strada statale 417 e la provinciale 105, onde assicurare l’accesso da e per queste due arterie stradali. Gli attuali ponti sul fiume Dittaino e sulla SS 417 saranno demoliti e ricostruiti “per rispondere alle nuove normative antisismiche” ed allargati per ospitare le quattro corsie, compreso il nuovo impianto di illuminazione. I ponti comprenderanno “un apposito camminamento per il passaggio pedonale in totale sicurezza”. Anche per ciò che riguarda la strada provinciale 69 è previsto il suo ampliamento a quattro corsie nel tratto compreso tra l’innesto con la SS 417 e l’ingresso del deposito munizioni di Sigonella.
Secondo quanto riportato dal settimanale “Centonove”, il progetto di massima e quello esecutivo delle opere da realizzare saranno affidati, appaltati ed eseguiti dalla Provincia regionale di Catania, “che rimarrà il soggetto pubblico committente, in stretta collaborazione con il Governo americano, rappresentato dall’ufficio ROICC di Sigonella”. Il Governo americano si sarebbe impegnato invece a sostenere l’intero costo dell’operazione (progettazione e lavori), “fornendo i fondi necessari per l’adeguamento della rete viaria”. Come la cosa sia giuridicamente e tecnicamente possibile non è stata resa noto, ma certamente la prassi è stata ben diversa sino ad oggi. Il progetto ad esempio per la strada di congiunzione tra il complesso residenziale USA di Mineo e la SS Catania Gela è stato finanziato interamente dall’ANAS e dalla Provincia di Catania (costo 2 milioni di euro circa). Su fondi nazionali si punta per la realizzazione di un nuovo collegamento a scorrimento veloce tra Sigonella e il biviere di Lentini, area protetta per il suo importante valore naturalistico dove tuttavia dovrebbe sorgere un nuovo complesso abitativo per il personale USA.
“I rapporti di collaborazione tecnica tra Provincia e autorità militari statunitensi sono improntati alla massima disponibilità, come già dimostrato a Mineo con il Villaggio degli Aranci”, ha dichiarato il presidente Raffaele Lombardo in occasione dell’incontro con gli ufficiali statunitensi. “In questo momento particolarissimo siamo anche accomunati dalla spontanea solidarietà che scaturisce dalle recenti vicende in Iraq”. “Gli interventi sulla rete viaria sono sollecitati dall’adeguamento delle misure antiterrorismo”, gli ha fatto eco il vicecomandante Ken Bitar, “ma i vantaggi in termini di sicurezza stradale saranno per tutti gli utenti”.
In realtà proprio in tema di “sicurezza stradale” i militari di Sigonella e i propri familiari al seguito lasciano molto a desiderare. Nel corso del 2002 - secondo i dati del Comando USA - il personale della base ha collezionato ben 664 incidenti automobilistici, con una media di circa 1,8 al giorno. Ancora peggio quanto verificatosi nel periodo compreso tra l’1 gennaio e il 7 aprile del 2003, quando gli incidenti di traffico sono stati 229, pari ad una media di 2,4 al giorno. È stato lo stesso comandante di Sigonella, Tim Davison, a sottolineare l’allarme per l’altissima frequenza degli incidenti: “tra le cause principali, lamentiamo purtroppo la guida ad alta velocità, lo stato di ubriachezza, il non posizionamento delle cinture, l’uso di cellulari, ecc.”.


Articolo pubblicato in Terrelibere.org il 24 aprile 2004

A Poggio Renatico il controllo delle forze aeree NATO in Europa

Entro il marzo 2010 la NATO affiderà alla base radar di Poggio Renatico (Ferrara) il controllo dello spazio aereo compreso tra l’Oceano Atlantico e il delta del Danubio e l’eventuale conduzione di raid dei cacciabombardieri alleati in quest’area. La decisione di potenziare ed estendere geograficamente le funzioni dell’infrastruttura militare italiana è stata resa nota a conclusione della conferenza annuale dei comandanti NATO della Regione Sud, tenutasi proprio a Poggio Renatico e a cui ha partecipato, tra gli altri, il generale dell’US Air Force, Maurice L. Mc Fann, comandante supremo della componente aerea dell’Alleanza Atlantica in Europa. Nel corso dei lavori, in particolare, è stata esaminata la nuova struttura dei Comandi aerei NATO che saranno riorganizzati in due soli CAOC (Combined Air Operations Center): Poggio Renatico, appunto, e quello di Larissa in Grecia che assumerà il controllo dell’area sud-orientale europea.

“Si tratta del passaggio ad un dispositivo di difesa aerea ancora più integrata”, si legge nel comunicato emesso dalla NATO, “in cui il CAOC di Poggio Renatico sarà responsabile dell’Air Policing, la sorveglianza dello spazio aereo, incluso l’impiego dei velivoli intercettori, anche nei cieli di Portogallo e Spagna, oltre agli attuali paesi di Ungheria, Croazia, Slovenia, Albania e naturalmente Italia”. Sino ad oggi il controllo dello spazio europeo era attribuito a cinque centri operativi CAOC e Poggio Renatico seguiva prioritariamente le operazioni nei Balcani.
 
In vista dell’integrazione dei comandi radar oggi ospitati nella penisola iberica, saranno implementati accordi bilaterali tra la NATO ed i rispettivi paesi che regolamenteranno la “gestione di eventi anomali o illegali che avvengono nello spazio aereo sud-europeo”. Il processo di transizione e centralizzazione dei Comandi aerei alleati in Italia e Grecia comporterà inoltre la realizzazione di una serie di attività addestrative che andranno ad aggiungersi a quelle già previste nel 2010 per la NATO Response Force (NRF), la neocostituita forza di rapido intervento, che vedrano il coinvolgimento diretto del CAOC di Poggio Renatico e dell’Air Component Command di Izmir (Turchia).
 
Nel corso della conferenza dei comandanti NATO della Regione Sud è stato pure analizzato lo stato di avanzamento del programma ACCS (Air Command & Control System), il nuovo sistema di comando e controllo per il combattimento aereo che sta per entrare in funzione all’interno dell’Alleanza, sotto il coordinamento della base di Poggio Renatico. La realizzazione dell’Air Combat and Control System (costo stimato 1, 5 miliardi di euro) è stata affidata al consorzio internazionale ACSI a cui partecipano i colossi industriali militari Raytheon (USA) e Thales (Francia).
Oltre al CAOC NATO, la base militare ferrarese ospita il Comando Operativo delle Forze Aeree (COFA) dell’Aeronautica militare, nato dalla fusione del 1° R.O.C. di Monte Venda (Padova) e dell’11° Gruppo Radar di Ferrara. Il COFA di Poggio Renatico è una struttura di vertice delle forze armate italiane: è responsabile del controllo del traffico aereo nazionale, garantisce le attività di addestramento del personale nazionale ed alleato in Italia e il servizio di ricerca e soccorso (SAR), pianifica e coordina l’impiego delle forze aeree nell’ambito delle missioni NATO.

Alle dipendenze del COFA opera il Gruppo Riporto e Controllo Difesa Aerea (GRCDA) dell’Aeronautica militare, integrato nel sistema di comando e controllo C2 NATO, a cui sono attribuite le funzioni di avvistamento, identificazione e “pronta reazione” ad eventuali minacce attraverso il controllo delle batterie missilistiche e dei caccia intercettori posti in stato di allerta su tutto il territorio nazionale e degli intercettori teleguidati, come i velivoli senza pilota “Predator B” recentemente installati nella base aerea di Amendola (Puglia). Per l’espletamento delle proprie missioni, il GRCDA di Poggio Renatico si avvale di una serie di sensori “Early Warning” distribuiti in Italia e nei paesi NATO e, all’occorrenza, di aerei radar AWACS. Al Gruppo sono attributi anche compiti di formazione ed addestramento alle operazioni di guerra aerea del personale militare di alcuni paesi dell’Est Europa (Slovenia, Ungheria, Croazia, Albania, ecc.). Nell’ambito del piano di ristrutturazione delle forze armate italiane e a seguito dell’acquisizione e della piena operatività del sistema di Comando e Controllo NATO ACCS, il GRCDA verrà riconfigurato in “reparto ARS” come unico centro di controllo dello spazio aereo nazionale, con la conseguente crescita delle proprie strutture e del personale impiegato.
 
Il centro radar di Poggio Renatico ha sede nel vecchio scalo aeroportuale “Giuseppe Veronesi”, ubicato a meno di 4 chilometri dall’omonimo comune del ferrarese. L’installazione sorse nel 1951 quando lo Stato Maggiore dell’Aeronautica decise di localizzarvi, a titolo sperimentale, una piccola antenna radar mobile che operava in coppia con l’analoga postazione di Punta Marina (Ravenna). Diciannove anni più tardi a Poggio Renatico fu trasferito l’11° Gruppo Radar che venne integrato nel sistema di comando e controllo NATO denominato “Nadge”, volto a sorvegliare i confini dei paesi dell’Alleanza, dalla Turchia alla Norvegia. Nel 1983 la base acquisì maggiore importanza grazie all’installazione di una nuova e più potente stazione radar e del sistema di collegamento con i velivoli NATO AWACS entrati in funzione in Europa.
 
All’inizio degli anni ‘90 la NATO deliberò il finanziamento per la costruzione a Poggio Renatico di una sede protetta con tre piani interrati, infrastrutture a prova di esplosione atomica ed una sala operativa destinata ad ereditare i compiti del centro operativo regionale di Monte Venda. Nel 1998 la base accolse il quartier generale del Centro COFA sino ad allora ospitato a Vicenza presso la sede della 5° Forza Aerea Tattica della NATO (ATAF). L’anno successivo il COFA di Poggio Renatico ebbe il suo battesimo di fuoco partecipando alla pianificazione e alla conduzione dei bombardamenti in Serbia e Kosovo durante l’operazione “Allied Forces”. Il centro, che vedeva originariamente la partecipazione di solo personale italiano, passò ad ospitare militari provenienti da tredici paesi dell’Alleanza (Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Norvegia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Turchia e Ungheria). A partire del 2001 nella base radar sono state ampliate le infrastrutture abitative per i militari e le famiglie al seguito, grazie alla realizzazione di oltre 270 nuovi alloggi. La fase di ampliamento ed ammodernamento del COFA e del CAOC 5 è continuata sino al giugno 2004. Secondo Peacelink, nella base ferrarese siederebbero attualmente 1500-1600 persone.
 
Il piano di potenziamento e centralizzazione delle funzioni aeree NATO comporterà l’ennesima crescita del numero degli addetti militari italiani e stranieri ospitati a Poggio Renatico. Così come cresceranno la portata e le emissioni dei sistemi di trasmissione radar e, di conseguenza, i rischi di inquinamento elettromagnetico. In passato, gli impianti della base erano stati oggetto d’indagine come possibile causa d’insorgenza tumorale tra la popolazione locale. Nel gennaio 2003 la stampa locale riportò i risultati di un’indagine epidemiologica dell’ASL di Ferrara che avrebbe rilevato l’incidenza “statisticamente anomala, sopra la media attesa localmente” di “tumori infantili a livello cerebrale”. L’amministrazione comunale di Poggio Renatico, ricevuto il rapporto dell’ASL, decise di richiedere l’intervento dell’Agenzia regionale per l’ambiente per monitorare l’intensità delle emissioni delle antenne NATO. Da allora non si è saputo più nulla.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 31 ottobre 2009

lunedì 25 ottobre 2010

Mega 3: la base militare raddoppia

Nel più assoluto riserbo è stato avviato l'ampliamento delle infrastrutture della base Usa di Sigonella. Intanto si programmano in Sicilia nuovi megavillaggi per il personale militare


Nome in codice “Mega III”. È il secondo programma al mondo di investimenti in infrastrutture della Marina militare degli Stati Uniti: 675 milioni di dollari da spendere nel quadriennio 2004-2007 per trasformare Sigonella “nella base più moderna del teatro Mediterraneo”. Il piano è stato formalizzato lo scorso dicembre; il mese successivo sono partiti i primi lavori a NAS 1 ed entro il prossimo anno saranno avviati quelli a NAS 2, la Stazione aeroportuale della base siciliana, in vista del potenziamento della linea di volo. Sigonella è ormai un cantiere permanente, vero e proprio pozzo di San Patrizio di costruttori e imprese locali che al riparo dalle norme e dai controlli delle leggi italiane in materia di appalti pubblici e rapporti contrattuali, hanno messo le mani su un inarrestabile flusso di denaro. Nel 2001 furono 61 i milioni i dollari spesi per la realizzazione del Complesso “Nex/Deca”, mentre nel biennio 2002-2003 il ROICC di Sigonella destinò 240 milioni di dollari per la costruzione di 930 unità abitative (in buona parte tra Mineo e Belpasso), di un nuovo deposito combustibile per l’aeroporto militare e di un amplio parcheggio.
I programmi più recenti, così come la prima tranche del cosiddetto Mega III, puntano a rinnovare l’80% delle strutture esistenti a NAS 1: edifici amministrativi, uffici, centri comunitari, ricreativi e sportivi, ristoranti e pub, circoli giovanili, una nuova centrale a gas, finanche un centro religioso ed un asilo nido con annesso parco giochi. Affinché non manchi proprio nulla per i familiari dei militari USA, le autorità della US Navy prevedono infine di completare in un paio d’anni l’MWR Complex, un centro polifunzionale dotato di 2 sale teatrali e cinematografiche, biblioteca, piscina, sauna e bowling.
Inutile dire che il piano Mega III è stato avviato nel più assoluto riserbo e che altrettanto riserbo è stato riservato ai bandi di gara per la realizzazione delle opere. Ignota è la lista delle imprese che si sono aggiudicate i primi lavori, presumibilmente per evitare le polemiche verificatesi nel 1997 quando la cooperativa “rossa” CMC di Ravenna fu prescelta per i lavori del piano Mega II (edifici ad uso familiare a NAS 1, infrastrutture aeroportuali a NAS 2) per un valore di 88,5 miliardi di vecchie lire. In quell’occasione i vertici dell’Impregilo, il colosso Fiat del settore costruzioni, denunciarono che la CMC si era aggiudicata la gara pur con un’offerta di 2 miliardi e mezzo di lire superiore alla propria; un segno dei tempi, forse, negli anni del governo di centrosinistra del professore Prodi. Allora si disse che la cooperativa ravennate aveva particolarmente colpito gli americani per l’impegno profuso nella realizzazione del palazzo dell’ONU ad Addis Abeba, un’opera da 130 miliardi di lire in un paese, l’Etiopia, con uno dei più bassi redditi pro capite al mondo. Per quel palazzo la CMC fu poi coinvolta in un’inchiesta giudiziaria per presunte false fatturazioni; miglior sorte certamente a Sigonella, dove la cooperativa restò estranea all’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose negli appalti e nella gestione dei servizi anche se la DIA rilevò che automezzi della società Sud Trasporti della famiglia Ercolano erano stati utilizzati per la movimentazione dei container della CMC e che la stessa cooperativa “è risultata essere in collegamento telefonico con la Società Trasporiental dei fratelli Pesce”, imprenditori “contigui” al clan Santapaola.
A dare una mano ai programmi di ampliamento e potenziamento della base USA ci stanno pensando anche le autorità italiane: attualmente si lavora a pieno ritmo per realizzare una via di collegamento tra il nuovo complesso abitativo di Mineo destinato al personale militare e famiglie e la Strada Statale Catania-Gela. Il progetto prevede un costo di 2 milioni di euro circa, ripartito in parti uguali tra l’ANAS e la Provincia di Catania. L’amministrazione di Lentini ha offerto un’area prossima al Biviere per insediarvi un nuovo complesso immobiliare ed ospitare il personale USA; i tecnici del Comune hanno anche elaborato un progetto di collegamento stradale tra l’area prescelta e Sigonella che “consentirà una riduzione notevole dei tempi di percorrenza, avvicinando finalmente la base alla città”. Sempre in tema di collaborazione con le autorità USA è stato reso noto che l’ENEL e il Monte dei Paschi di Siena hanno sottoscritto un accordo con la US Navy per assicurare ai militari di Sigonella, correntisti presso l’istituto toscano, ampi risparmi sulle tariffe elettriche. Non deve mancare proprio nulla agli invasori…

Articolo pubblicato in Terrelibere.org il 5 aprile 2004

domenica 24 ottobre 2010

Il MUOS a Niscemi, una bomba ecologica

“Incompleta e di scarsa attendibilità” con una documentazione allegata “discordante, insufficiente e inadeguata”. È quanto emerge dalla relazione tecnica che analizza lo studio per la valutazione d’incidenza ambientale presentata nell’estate del 2008 dalla Marina militare statunitense in vista dell’installazione della stazione del sistema di telecomunicazione satellitare MUOS all’interno della riserva naturale “Sughereta di Niscemi”, in provincia di Caltanissetta.

La presentazione della valutazione d’incidenza si era resa necessaria in quanto le infrastrutture MUOS occuperanno un’area di circa 2.500 mq ricadente in zona B della riserva di Niscemi, Sito di Importanza Comunitaria (SIC), identificato dal codice “ITA050007” e rientrante - secondo il manuale delle linee guida per la gestione dei Siti Natura 2000 del Ministero dell’Ambiente - nella tipologia “a dominanza di querceti mediterranei”. Parere favorevole sullo “studio ambientale” predisposto dall’US Navy era stato rilasciato l’8 settembre del 2008 da tutti i partecipanti alla conferenza dei servizi indetta dall’Assessorato regionale al Territorio ed Ambiente. Alla conferenza, oltre all’ente gestore della riserva naturale, erano presenti anche due tecnici del Comune di Niscemi. Successivamente, sulla spinta delle mobilitazioni “No MUOS” sviluppatesi nelle province di Caltanissetta e Catania, l’amministrazione comunale di Niscemi aveva incaricato tre professionisti a riverificare i possibili impatti dell’impianto satellitare sulla flora e la fauna della “Sughereta”. Consegnata il 10 ottobre 2009, la relazione a firma dei dottori Donato La Mela Veca (cartografo), Tommaso La Mantia (agronomo presso la facoltà di Agraria dell’Università di Palermo) e Salvatore Pasta (botanico), individua un impressionante numero di lacune ed omissioni nella valutazione ambientale del progetto, rilevando la scarsissima attenzione prestata dai militari statunitensi allo straordinario patrimonio ospitato in una delle più importanti riserve ecologiche siciliane.
 
“Dal contenuto della valutazione d’incidenza”, scrivono i tre professionisti, “emerge un resoconto incompleto o spesso poco dettagliato di tutti gli impatti diretti ed indiretti dell’intervento. Si forniscono indicazioni sulla superficie coinvolta nella messa in posto di case pre-fabbricate e delle antenne (circa 900 m2), delle strade e dei marciapiedi (circa 1.500 m2), ma non è stato possibile trovare alcuna informazione quantitativa sui volumi e sull’estensione areale delle opere di rimodellamento della morfologia e di regimazione idraulica”. Mentre due delle tavole presentate risultano “sfalsate di pochi metri e riguardano esclusivamente l’area in cui è prevista la messa in posto delle nuove antenne e dei capannoni pre-fabbricati”, viene invece del “tutto trascurato il resto dell’area influenzata dal progetto”. Gli esperti sottolineano poi un’“apparente discordanza tra il perimetro dell’area d’intervento riportato sulla cartografia messa a disposizione e l’ambito d’intervento così come delimitato sul campo e indicatoci dai responsabili progettuali ed esecutivi del progetto”. Nello specifico, lo studio per la valutazione d’incidenza non aveva preso in considerazione l’area pianeggiante che sovrasta quella in cui è prevista l’installazione di tre grandi antenne circolari con un diametro di 18,4 metri e due torri radio alte 149 metri, “già occupata da materiali e mezzi” del cantiere MUOS.
 
“Manca una benché minima valutazione degli impatti che l’infrastruttura avrà sulla fauna in fase d’esercizio e le considerazioni sugli impatti su flora e vegetazione in fase di cantiere sono a dir poco scorrette e inconsistenti”, aggiungono i professionisti, lamentando la mancata consegna di “documenti fondamentali” nel procedimento, come ad esempio le relazioni paesaggistica e faunistica e la Carta dei vincoli della riserva. Nella documentazione “non compare neppure un singolo riferimento alla denominazione né ai codici numerici relativi ad eventuali habitat presenti nell’area d’indagine”.
 
Relativamente allo studio della vegetazione, sono stati “sottostimati” e “del tutto trascurati” gli elementi di maggiore pregio. Avendo essi una fenologia tardo-vernale e primaverile, l’epoca d’indagine dei tecnici incaricati dall’US Navy è stata del tutto inappropriata. “Invece di considerare l’area di “scarso interesse””, spiegano i professionisti, “sarebbe stato più corretto rifiutarsi di compiere il sopralluogo in una stagione del tutto inidonea ad individuare le principali emergenze botaniche (flora, vegetazione e habitat del comprensorio)”.

Contrariamente al giudizio dei fautori del progetto MUOS, la riserva di Niscemi “costituisce un biotopo di notevole interesse naturalistico e scientifico, ed è stato, designato per la presenza di quattro habitat, di cui uno prioritario”. L’habitat più esteso è costituito dalla Foresta a Quercus suber (Sughera) che presenta “spiccati caratteri di xericità se confrontata con altre sugherete della Sicilia”. La “Sughereta di Niscemi”, spiegano gli esperti incaricati dal Comune, è “certamente un’area di grande interesse perché sebbene le unità di vegetazione naturale e semi-naturale, sugherete innanzitutto, appaiano frammentate sono uno degli ultimi esempi di questa tipologia di habitat nella Sicilia meridionale”.
 
Ricca e di amplia distribuzione la flora esistente nell’area interessata dal dissennato programma militare. Si tratta di circa 200-250 specie diverse, il 40% delle quali esclusive del bacino del Mediterraneo, con alcune già sottoposte a tutela internazionale (fior di legna, serapide lingua, lino delle fate minore, melica piramidale, quercia spinosa, pungitopo). La relazione tecnica segnala la “presenza di due specie incluse nelle liste rosse regionali, ovvero l’eliotropio (indicato come “vulnerabile”) e la laurea, mentre “riveste un certo interesse fitogeografico la presenza di Helichrysum scandens (endemico della Sicilia sud-orientale), radicchio virgato, crespino spinoso, calicotome infesta e alkanna tintoria, quest’ultima piuttosto rara a livello regionale”. Sui pendii a est dell’area in cui sorgeranno le antenne sono state osservate inoltre “importanti praterie a barboncino mediterraneo, garighe frammiste a prateria ad erba della pampa, piccoli nuclei di macchia sclerofilla termofila con lentisco, ilatro, ulivo silvestre, ed esigui popolamenti di sughere”.
 
“Sebbene l’area di intervento sia minima rispetto alla superficie della riserva nel suo complesso, le interazioni con l’avifauna possono essere significative dato il contesto territoriale”, si legge ancora nella relazione predisposta dal Comune di Niscemi. “L’area è di grande interesse per la presenza di un elevato numero di specie di uccelli (122), dovuto al fatto che il Sito Natura 2000 si trova lungo le linee di migrazione dell’ornitofauna, per l’eterogeneità del paesaggio vegetale e perché la sua posizione all’estremo sud dell’Isola determina nel periodo invernale condizioni ambientali idonee allo svernamento di molti uccelli”. In particolare nella riserva è stata riscontrata l’esistenza di due specie che in Europa svernano solamente in Sicilia, l’upupa e il biancone, e di altre due che svernano irregolarmente, il grillaio e l’aquila minore. La rilevanza del sito è però data dalla presenza di 8 specie di uccelli tutelate da direttive e convenzioni internazionali, tre delle quali classificate come “vulnerabili” e due “minacciate”: coturnici, gruccioni, beccacce, succiacapre, ghiandaie marine, tottaville, magnanine comuni, averle capirossa. Nell’area dei cantieri sono stati pure osservati gheppi, poiane, colombacci, tortore, civette, rondoni, cappellacce, calandrelle, balestrucci, saltimpalo, merli, beccamoschini, sterpazzoline, occhiocotti, gazze, cornacchie grigie, storni neri, passere sarde. Rilevante la comunità di uccelli rapaci diurni come nibbi reali, nibbi bruni, sparvieri e biancone, “indici di elevata qualità ecologico-funzionale delle zoocenosi locali”. Irregolarmente sono stati osservati pure l’aquila del Bonelli e il capovaccaio.
 
Lo studio per la valutazione d’incidenza ambientale delle forze armate USA sorvola inoltre sul fatto che il Sito d’Importanza Comunitaria di Niscemi si qualifica per l’elevata diversità degli anfibi e rettili esistenti. Delle 11 specie di anfibi e 27 di rettili che vivono in Sicilia, sono infatti presenti nell’area rispettivamente 4 e 14 specie. Alcune di esse risultano protette dalle normative internazionali: tra gli anfibi, il discoglosso dipinto, il rospo comune, il rospo verde, la raganella italiana; tra i rettili, la testuggine comune, il ramarro, la lucertola campestre, la lucertola siciliana, il gongilo ocellato, il biacco maggiore, il colubro liscio, il saettone, il colubro leopardiano, la biscia dal collare. “Anche per i mammiferi va rimarcata la grande ricchezza locale”, sottolineano gli estensori della relazione tecnica. All’interno del SIC sono presenti complessivamente 16 specie di mammiferi, 5 delle quali “protette” perché in rischio di estinzione (pipistrelli albolimbati, pipistrelli di Savi, serotini comuni, istrici, gatti selvatici). La riserva è popolata inoltre da ricci, mustioli, crocidure sicule, conigli selvatici, lepri, topi quercini, arvicole del Savi, moscardini, volpi, donnole, martore.
 
Ma non sono solo i lavori d’installazione delle grandi antenne del MUOS a mettere fortemente a rischio la vita di queste importanti specie vegetali e animali. Su di esse incombe infatti il pericolo delle intense radiazioni elettromagnetiche che saranno emesse quando gli impianti di teletrasmissione entreranno in funzione. “Gli studi pregressi sulle emissioni elettromagnetiche prefigurano un quadro allarmante sulle possibili ricadute negative delle antenne sulla fauna del SIC”, avvertono gli estensori della relazione tecnica. “Gli studi sugli effetti delle onde utilizzate in telefonia (equiparabili alle microonde del MUOS, nda) hanno dimostrato inequivocabilmente gli effetti negativi”. Con riferimento alla flora e alla fauna, in particolare, in una sua recente review sugli effetti della meno intensa “radiofrequency radiation from wireless telecommunications”, il direttore generale per l’Ambiente della Junta de Castilla y León (Spagna), Alfonso Balmori, afferma che “le microonde e l’inquinamento da radiofrequenze rappresentano una possibile causa del declino della popolazione animale e del deterioramento dello stato di salute delle piante che vivono nei pressi delle torri telefoniche”. Per lo studioso iberico, le radiazioni provenienti dagli impianti della telefonia cellulare possono produrre effetti sui sistemi nervoso, cardiovascolare, immunitario e riproduttivo.

“Esse danneggiano il sistema nervoso alterando l’elettroencefalogramma, modificando la risposta dei neuroni o la cosiddetta “blood-brain barrier”, la barriera che separa il sangue dal fluido cerebrospinale. Alterano i ritmi circadiani (sleep-wake), interferiscono sulla ghiandola pineale e sbilanciano la produzione ormonale. Modificano il ritmo cardiaco e la pressione sanguigna. Interferiscono negativamente sulla salute e sul sistema immunitario, causando abulia, stanchezza, deterioramento del piumaggio e problemi di accrescimento. Causano difficoltà nella costruzione dei nidi o diminuzione della fertilità, del numero delle uova, dello sviluppo degli embrioni, della percentuale di cova o di sopravvivenza dei pulcini. Generano problemi genetici, locomotori, parziale albinismo e melanismo e promuovono l’insorgenza di tumori”. “Per questa ragione – conclude Alfonso Balmori – dovrebbero essere assunte misure in via precauzionale, e accertate la gravità degli effetti ambientali di queste infrastrutture, se ne deve vietare l’installazione in aree naturali protette ed in luoghi dove sono presenti specie in pericolo”. A Niscemi, però, i lavori di costruzione delle infrastrutture che ospiteranno il MUOS sono iniziati, segretamente, il 19 febbraio 2008 (ben prima dunque dello studio d’incidenza ambientale dell’US Navy) e oggi procedono speditamente anche all’interno dell’area sottoposta a riserva.
 
“Assai grave mi sembra il particolare che, prima ancora di iniziare i lavori, aree escluse dagli elaborati risultino già occupate, il che fa pensare a un impatto dei cantieri e delle opere accessorie certamente maggiore rispetto a quello prospettato”, dichiara l’ambientalista siciliano Giuseppe Palermo. “Se le risultanze di questa relazione dovessero essere confermate al termine della valutazione d’incidenza, secondo la direttiva CEE 92/43 (“Habitat”) e alla luce del principio di precauzione, la sola eventualità degli effetti negativi di cui si parla nel testo dovrebbe portare a respingere il progetto. L’articolo 6 di questa direttiva è esplicito: le autorità nazionali competenti possono dare il loro assenso “soltanto dopo aver avuto la certezza che esso non pregiudicherà l’integrità del sito in causa”. Qualora poi un progetto debba essere realizzato per motivi “imperativi” di rilevante interesse pubblico - nonostante le conclusioni negative della valutazione d’incidenza e in mancanza di soluzioni alternative - le autorità dovranno comunque adottare le misure compensative necessarie a tutelare la coerenza globale di Natura 2000”. “Nel caso di un sito in cui si trovano un tipo di habitat naturale e/o una specie prioritari, come nel caso del SIC di Niscemi”, precisa però Giuseppe Palermo, “possono essere addotte solo considerazioni connesse con la salute dell’uomo e la sicurezza pubblica o di primaria importanza per l’ambiente o, previo parere della Commissione europea, altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”.
 
Anche senza il MUOS, le emissioni elettromagnetiche generate dalle antenne della base di telecomunicazione dell’US Navy esistente in contrada Ulmo a Niscemi, hanno raggiunto livelli pericolosissimi per la salute della popolazione. Il monitoraggio effettuato dall’ARPA, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, in un periodo compreso tra il 10 dicembre 2008 e il 9 marzo 2009 (quando erano in funzione appena il 50% circa delle antenne della base) ha evidenziato valori superiori ai “limiti di attenzione” fissati dalle normative in materia per l’esposizione ai campi elettromagnetici. In Italia, il decreto n. 381 del 10 settembre 1998 e il DPCM dell’8 luglio 2003, relativamente all’intensità della componente elettrica delle emissioni, la cui unità di misura è il volt per metro (V/m), stabiliscono un limite massimo di esposizione di 6 V/m. Ebbene, in contrada Ulmo, una centralina ha registrato una “media di esposizione di circa 6 V/mt con dei picchi settimanali di superamento”; la seconda centralina, sita sempre nei paraggi dell’installazione militare statunitense, ha registrato i “valori medi di 4 V/mt con picchi di superamento occasionali”, che in un caso (il 20 dicembre 2008), hanno raggiunto i 9 V/m. Le altre due centraline hanno invece registrato dei “valori medi di 1-2 V/mt con picchi preoccupanti”, specie in contrada Martelluzzo, dove nella giornata del 10 gennaio 2009 si è sfiorata l’intensità soglia dei 6 volt per metro. A Niscemi, dunque, siamo già oltre i valori di rischio e le emissioni elettromagnetiche sono notevolmente superiori a quanto si registra normalmente nei pressi dei più potenti ripetitori televisivi o delle stazioni di trasmissione della telefonia cellulare GSM (le più simili ai sistemi satellitari del tipo MUOS), dove l’intensità oscilla tra i 0,3 e i 10 volt per metro.
 
Nella stazione di telecomunicazione dell’US Navy di Niscemi si sono registrati inoltre diversi gravi incidenti ambientali rigorosamente tenuti segreti agli amministratori e alle popolazioni locali. Dal sito internet del “The OK Design Group” di Roma, la società che ha progettato la realizzazione dell’impianto MUOS nel SIC di Niscemi, si apprende che nel 2004 essa fu chiamata dalla Marina USA per effettuare un’“ispezione delle condizioni esistenti della rete di media e bassa tensione della stazione di telecomunicazione militare”, onde “misurare e registrare le anomalie dei parametri elettrici della rete” e “analizzare i rimedi necessari”. Qualche tempo dopo l’azienda catanese Lageco (oggi impegnata nei lavori d’installazione del MUOS accanto alla Gemmo Spa di Vicenza), eseguiva nella base USA di contrada Ulmo, “lavori di bonifica ambientale del terreno contaminato a causa di un versamento di gasolio sullo stesso”.

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 6 novembre 2009

mercoledì 20 ottobre 2010

La Rai rimette in onda l’emittente delle forze armate USA

Cinque mesi fa era stata oscurata perché le sue antenne all’interno dell’antico Monastero dei Camaldolesi (Napoli) erano fonte di inquinamento elettromagnetico. Grazie ad un accordo sottoscritto con Rai Way, American Forces Network (AFN), l’emittente radiotelevisiva delle forze armate USA in Europa, è però tornata a trasmettere per migliaia di militari statunitensi che operano nelle basi aeree e navali della Campania.

potenti trasmettitori dell’AFN sono stati spostati solo di poche centinaia di metri: oggi utilizzano gli spazi e gli impianti occupati da Rai Way sulla collina di Camaldoli, nel cuore del “Parco Metropolitano delle Colline di Napoli”, istituito dalla Regione Campania nel 2004 e Sito d’Importanza Comunitaria nell’ambito del sistema della rete “Natura 2000”. Operativa dall’1 marzo 2000, Rai Way (interamente controllata dalla Rai – Radio Televisione Italiana S.p.A.), è proprietaria degli impianti e della rete di trasmissione e diffusione televisiva e radiofonica della Rai.
 
La trattativa tra le forze armate statunitensi e i manager della società pubblica
era stata avviata sin dallo scorso anno; stavano per scadere infatti i termini dell’ennesima proroga per le trasmissioni AFN dal Monastero dei Camaldolesi e l’autorità giudiziaria italiana aveva intimato la chiusura definitiva dell’impianto entro il 29 aprile 2009 per il “livello troppo alto delle emissioni elettromagnetiche”. Trasferite le attrezzature nel vicino sito Rai, le forze armate statunitensi avviavano il pressing a tutto campo per ottenere dal Ministero delle Comunicazioni l’autorizzazione a riaccendere il segnale. “Per risolvere in tempi brevi la questione, il personale di AFN ha operato per mesi con l’aiuto della Rai”, dichiarano al Comando dell’US Navy di Napoli-Capodichino. “Sia la Rai che l’agenzia per l’ambiente hanno effettuato numerosi test che hanno provato che le emissioni elettromagnetiche dei nuovi trasmettitori AFN rispondevano in maniera accettabile agli standard previsti dalle normative e dopo lunghi negoziati con le autorità italiane abbiamo ottenuto il permesso a riprendere le trasmissioni, utilizzando i 107 Mhz, la stessa frequenza che occupavamo sino ad aprile”.
 
Prima di essere oscurata, l’agenzia per l’ambiente aveva rilevato che le emissioni dell’antenna da 5.000 watt di potenza installata dall’AFN sulle mura del Monastero di Camaldoli superavano di 10 volte i limiti consentiti dalla legge (57 volt/metro contro i 6 volt/metro accettata come soglia massima). Secondo Legambiente che da diversi anni denuncia l’altissimo inquinamento elettromagnetico degli impianti delle forze armate USA, in alcune misurazioni sarebbe stata rilevata perfino un’intensità della componente elettrica di 330 volt/metro, 55 volte superiore dunque agli standard di sicurezza. La stazione AFN era già stata sottoposta a sequestro su ordine della Procura della repubblica di Napoli il 30 marzo 2001, a seguito di una campagna di rilevamenti predisposta dall’ISPEL (Istituto Superiore di Sicurezza sul Lavoro) e dall’Asl partenopea.

Tutto risolto, dunque? Neanche tanto; la riaccensione del segnale AFN ha comportato infatti enormi problemi ad una delle emittenti storiche campane, Radio Azzurra Network, impegnata nella promozione di campagne di comunicazione, promozione e sensibilizzazione dei diritti sanciti dalla legge n. 68/99 contro ogni forma di discriminazione nei confronti dei diversamente abili. “Quando l’AFN ha cominciato a trasmettere la nostra emittente è stata completamente oscurata”, dichiara il sociologo Antonio Di Rosario, direttore di Radio Azzurra e presidente della cooperativa sociale “Amica” che ne è proprietaria. “Una vicenda kafkiana. Il 21 aprile di quest’anno, vista la chiusura dell’impianto all’interno del Monastero dei Camaldolesi e il desiderio espresso dagli statunitensi di trasmettere via satellite, l’Ispettorato Territoriale Campania del Ministero dello Sviluppo Economico e delle Comunicazioni, con nulla osta n. 5983, ha autorizzato Radio Azzurra a riposizionarsi da 88.4 a 107 Mhz. Eravamo fortemente perplessi a trasferirci su una frequenza che sapevamo essere in uso alle forze armate USA, ma alla fine abbiamo accettato la nuova frequenza, facendoci carico di una spesa di 35.000 euro per acquistare nuove antenne, nuovi tralicci e nuovi impianti di trasmissione”.
 
“Poi AFN deve aver deciso di tornare all’etere, ottenendo luce verde dal Ministero delle Comunicazioni per i 107 Mhz”, aggiunge Di Rosario. “Ciò senza che nessuno sentisse il dovere di avvertirci e dopo, per giunta, che l’Ispettorato di Napoli aveva candidamente risposto ai funzionari del ministero che il trasloco dell’impianto USA dal sito dei Camoldolesi al viale privato Rai non comportava problematiche di alcun genere o possibili interferenze con terzi. Napoli cioè, ha occultato deliberatamente il nulla osta concessoci. E pensare che lo stesso Ispettorato ci aveva intimato a metà settembre 2009 di risintonizzarci entro 15 giorni sui 106 o, in alternativa, sui 107 Mhz, minacciando in caso contrario l’avvio di provvedimenti sanzionatori”.
 
Anche l’attribuzione dei 107 Mhz al network delle forze armate statunitensi appare debole sia dal punto di vista giuridico che procedurale. “Gli americani, per convenzione, possono trasmettere, senza interferire le emittenti italiane, solo nelle loro basi. Invece fanno quello che gli pare e attualmente utilizzano nel nostro paese 24 trasmettitori, più di un terzo di quelli che l’AFN possiede in un’area che va dall’Europa all’Egitto”, spiega Antonio Di Rosario. “Sino al piano di liberalizzazione del 1974, le frequenze superiori ai 104 Mhz erano attribuite ai militari. Dopo si esteso l’uso alle emittenti private sino a 108 Mhz, ma inspiegabilmente l’AFN ha conservato i 107 Mhz che occupava dal 1954 per l’intrattenimento delle truppe di stanza a Bagnoli. Con il passaggio di buona parte del personale USA alla nuova base di Gricignano, sarebbe stato doveroso che le trasmissioni AFN fossero trasferite all’interno di questa struttura, invece sono continuate con pericolosa intensità dalla collina di Camaldoli. Giungendo oggi ad oscurare chi ha ottenuto regolare concessione dal Ministero…”.
 
Radio Azzurra non si è data per vinta, e dopo i fax alle autorità italiane e statunitensi, una lettera al presidente Obama e gli incontri con il Comando della base di Napoli, il console USA e i funzionari del Ministero di Roma, l’emittente è tornata a trasmettere sulla vecchia frequenza di 88,4 Mhz. “Attendiamo che venga messo nero su bianco sulla concessione, ma intanto però il nostro segnale è disturbato da interferenze provenienti da altri trasmettitori”, continua il direttore di Radio Azzurra. “Se ciò non avverrà entro la prossima settimana, ci recheremo con centinaia di manifestanti di fronte al Parlamento per difendere il diritto della nostra emittente a continuare ad esistere. Intanto però non siamo riusciti a comprendere cosa c’entri in tutta questa vicenda Rai Way, che tra l’altro non ha concessione e che sta pilotando gli impianti di AFN in Italia in veste di operatore di rete in attesa del 2012, data in cui le emittenti radio dovranno passare al digitale. Immaginiamo che si tratti di un affare da milioni di euro…”.
 
Non è un’illazione quella di Radio Azzurra. La relazione con le forze armate USA ha infatti assicurato importanti risorse finanziarie alla società concessionaria in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo italiano, in mano al 99,56% al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Nel biennio 2000-2001, la Rai – Radio Televisione Italiana ha sottoscritto con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti contratti per un valore complessivo di 2.713.011 dollari per “manutenzione e riparazione di attrezzature elettroniche e di telecomunicazione varie”. Ancora maggiore il business della controllata Rai Way: 3.410.874 dollari nel triennio 2003-2005 per tre contratti firmati con il Regional Contracting Office di Vicenza, agenzia responsabile per la contrattazione di servizi all’interno dell’area operativa del Comando SETAF (Southern European Task Force) dell’US Army di Vicenza. Più che ambiguo l’oggetto: “Operation/Electronic & Communications Facilities”.
 
Articolo pubblicato in Agoravox.it l'11 novembre 2009

Marchio Legacoop sui Global Hawk delle forze armate USA

Codice etico zero ma milioni e milioni di euro fatturati con le Grandi Opere dal devastante impatto ambientale (Ponte sullo Stretto, TAV, Quadrilatero Marche-Umbria, ecc.) e finanche con la nuova base dell’esercito USA al Dal Molin di Vicenza. Ma l’appetito vien mangiando e con l’autunno è giunta una commessa che fa tramontare irrimediabilmente l’immagine “sociale” della CMC - Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna, l’azienda leader del settore costruzioni della Lega delle Cooperative. Il 24 settembre 2010, il Comando d’ingegneria navale del Dipartimento della Marina militare degli Stati Uniti d’America ha assegnato alla società ravennate i lavori per realizzare a Sigonella un megacomplesso per le attività di manutenzione dei Global Hawk, i sofisticati aerei di spionaggio telecomandati delle forze armate USA e NATO, buona parte dei quali destinati ad operare dalla base siciliana. La CMC avrà tempo 820 giorni per completare quella che è stata definita dal Pentagono come un’opera d’«importanza strategica» per gli interessi USA in Europa, Africa e Medio oriente. Il Dipartimento della difesa ha dovuto sostenere un faticoso braccio di ferro con il Congresso per ottenere l’autorizzazione a realizzare il cosiddetto Global Hawk ACFT Maint Facility Sigonella Sicily. La richiesta è stata accolta solo a fine 2009: 31 milioni e 300mila i dollari posti in budget ma la CMC, contractor di fiducia del Pentagono, ha ritenuto conti alla mano di poter fare tutto e bene con metà dei fondi a disposizione. Il contratto firmato è di “soli” 16 milioni e 487mila dollari.
Secondo il bando di gara pubblicato dal Comando d’ingegneria navale per l’Europa, l’Africa e l’Asia sud-orientale (NAVFAC EURAFSWA), il nuovo complesso per i famigerati Global Hawk sarà composto da «un hangar con una superficie di 5.700 metri quadri e quattro compartimenti per le attività di manutenzione, riparazione ed ispezione dei velivoli senza pilota». «L’hangar – si legge nella scheda tecnica predisposta dall’US Air Force - sarà composto da una struttura di acciaio, costruzioni in muratura, tetto con giunture metalliche, pavimenti in cemento, infrastrutture varie, pavimentazioni e reti per la comunicazione. Saranno necessarie la demolizione dell’esistente vano test motori così come le operazioni di bonifica ambientale. È inoltre prevista l’installazione di generatori elettrici, sistemi idrici, anti-incendio e di controllo anti-intrusione ed anti-terrorismo». 
Ancora più dettagliata la descrizione delle finalità operative dell’infrastruttura. «Il velivolo Global Hawk richiede uno spazio coperto per gli interventi del personale specializzato, utilizzabile in qualsiasi momento, che garantisca le ispezioni standard, una migliore manutenzione dei sistemi di approvvigionamento carburanti, il riparo delle componenti aeree, le operazioni pre-volo così come quelle di miglioramento e modificazione di ordine tecnico. L’hangar assicurerà un’area per i depositi di macchinari e per supportare la manutenzione delle infrastrutture, ricevere componenti aeree, eseguire le operazioni di carico e stoccaggio ed ospitare gli spazi per gli uffici e i centri amministrativi». Il Complesso di Sigonella sarà in grado di intervenire simultaneamente su quattro Global Hawk.
Il primo dei velivoli senza pilota in dotazione all’Air Force è giunto in Sicilia una ventina di giorni fa; altri due dovrebbero atterrare entro la fine di quest’anno. Stando alle previsioni dei general manager della Northrop Grumman, l’azienda produttrice, entro il 2013-2014 Sigonella ospiterà sino ad una ventina di aerei-spia. Oltre all’US Air Force, anche l’US Navy è intenzionata a installare nella base i Global Hawk ordinati nell’ambito del nuovo programma di sorveglianza aereo-marittima BAMS, mentre la NATO prevede di trasferire in Sicilia 8 Global Hawk nella versione “Block 40” per il nuovo sistema di sorveglianza terrestre alleato AGS (Alliance Ground Surveillance), i cui centri di Comando e controllo saranno installati proprio a Sigonella.
Nella grande base militare siciliana la CMC è ormai di casa ininterrottamente dall’ottobre 1996, quando ottenne dal Dipartimento della Difesa i lavori del cosiddetto piano “Mega II” consistenti nella «demolizione e ricostruzione di 4 edifici a NAS 1, e d’infrastrutture aeroportuali e nuovi edifici amministrativi a NAS 2», per un valore complessivo di 88,5 miliardi di vecchie lire. In quell’occasione i vertici d’Impregilo - altro grande colosso delle costruzioni ed odierno partner della coop nei lavori per il Ponte di Messina - denunciarono che la CMC si era aggiudicata la gara con un’offerta di 2 miliardi e mezzo di lire superiore alla propria. «La Marina militare USA che ha commissionato l’opera, ha scelto noi premiando la qualità del progetto che prevede un costo superiore a quello proposto da altre imprese concorrenti. Gli americani, insomma, hanno avuto fiducia nella nostra affidabilità», fu la risposta dell’allora ed odierno presidente della società ravennate Massimo Matteucci, neoeletto presidente del consiglio di sorveglianza del Consorzio Cooperative Costruzioni CCC di Bologna, il socio CMC nei lavori per la nuova base di Vicenza.
Da allora il flusso di denaro USA nelle casse della CMC è stato inarrestabile. Stando alle stime del Pentagono, nel solo periodo compreso tra il 2000 e il 2007, alla CMC sono stati assegnati lavori per 193 milioni e 144mila dollari, tutti a Sigonella. All’interno della stazione NAS1 ad esclusivo uso statunitense, la coop “rossa” ha realizzato nel 2002 il Centro commerciale Commissary and Navy Exchange (importo 20,7 milioni di euro, designer l’Ing. A Bortolazzi Consulting Srl di Ferrara): 45.000 metri quadri di superficie, un parcheggio per 374 posti auto, decine di negozi con differenti offerte di merci (fiori, libri, prodotti di bellezza, gioiellerie, materiali fotografici, elettrodomestici, ecc.), un’ampia area di ristorazione, centro computer, uffici amministrativi, ecc..
A partire del 2005 alla CMC sono stati assegnati invece i lavori per il piano “Mega III”, importo 76,3 milioni di euro, consistenti nella «realizzazione a NAS1 e NAS2 di strade, parcheggi, piazze, aree attrezzate a verde, sei edifici polifunzionali, un complesso sportivo e ricreativo, una cappella per le funzioni religiose, una nuova centrale telefonica, gli uffici di sicurezza della Marina USA, un’infrastruttura adibita a ristorante e club, una scuola materna ed un asilo nido, un centro amministrativo e due Community Building dotati di clinica veterinaria, ufficio postale, centro giovanile, agenzia turistica e biblioteca». Nel gennaio 2008 la CMC di Ravenna ha pure concluso i lavori del cosiddetto “Mega IV” (Multiple Buildings Naval Air Station), realizzando una scuola all’interno di NAS1 e altri 7 edifici con varie destinazioni d’uso, prevalentemente uffici ed officine, nell’area aeroportuale di NAS2. L’ammontare delle opere è stato di 59,5 milioni di euro.
La CMC di Ravenna ha pure tentato d’inserirsi, sino ad ora con poca fortuna, nel grande business dei complessi turistico-immobiliari e dei villaggi destinati al personale USA di stanza a Sigonella. Nel sito web della Koyné Progetti Srl di Ravenna, si accenna alla stesura nel 2005 - per conto della coop di costruzioni - del «layout preliminare del “Residence Saia di Roccadia”». Nove palazzine-alloggio circondate dal verde e campi sportivi nel territorio dei comuni di Lentini e Carlentini perché i militari d’oltreoceano possano vivere con il massimo confort le licenze dai teatri di guerra africani e mediorientali.

martedì 19 ottobre 2010

Grandi affari armati sulla rotta Italia - Emirati Arabi

Lo sceicco Hamed Al Hamed, membro influente della famiglia reale di Abu Dhabi, è il nuovo proprietario del complesso alberghiero “La Perla Jonica” di Acireale, una delle più prestigiose infrastrutture turistiche della Sicilia e sicuramente la più imponente (trentamila metri quadrati coperti, 460 stanze, numerose ville, un centro congressi, impianti sportivi, ecc.). Dopo essere appartenuto al costruttore Carmelo Costanzo, uno dei quattro cosiddetti “cavalieri dell’apocalisse mafiosa” di Catania, scomparso da una quindicina d’anni, il centro turistico era sottoposto ad amministrazione controllata. Per tre volte se ne era tentata inutilmente la vendita all’asta. Poi al quarto tentativo si è fatta avanti una misteriosa società con sede a Catania e di cui lo sceicco è il maggiore azionista: ha offerto 46 milioni e 350 mila euro, 30 milioni in meno di quanto erano stati stimati gli immobili, e l’affare si è concluso.

Un mega-albergo al centro di numerose cronache giudiziarie quello de “La Perla Jonica”: fu, ad esempio, il rifugio dorato di uno dei più sanguinari boss mafiosi, Benedetto “Nitto” Santapaola, rappresentante di Cosa Nostra a Catania e storico alleato dei “Corleonesi”, ricercato per efferati delitti compiuti in tutta l’isola. Prima di lui, vi si era nascosto l’anziano padrino Giuseppe Calderone, su cui pendeva la condanna a morte decretata dall’emergente Santapaola. Fu proprio quest’ultimo a chiamarlo il 9 settembre del 1978 per dargli appuntamento nella vicina Aci Castello e vedere di risolvere i problemi sorti all’interno della “famiglia” etnea. Era un tranello; Calderone fu assassinato da un sicario inviato da don Nitto.
 
Per riportare agli antichi splendori l’infrastruttura di Acireale, la società in mano allo sceicco di Abu Dhabi prevede di spendere una quarantina di milioni di euro. E circola pure la voce che gli arabi stiano per rilevare il vicino complesso termale, puntando al suo rilancio economico ed occupazionale. Solo una voce, è vero, come una voce è quella che circola da quasi un anno nel mondo calcistico sull’offerta di 500 milioni di euro da parte dell’Abu Dhabi United Group for the Development and Investment (ADGDI) per rilevare il 40% del pacchetto azionario del Milan Calcio. Dietro l’operazione ci sarebbe uno stretto congiunto di Hamed Al Hamed, lo sceicco Mansour Bin Zayed Al Nayhan, proprietario della squadra del Manchester City. Comunque vada, gli Emirati Arabi Uniti rappresentano già la mecca della finanza italiana. Stando ai dati forniti dalla Farnesina, il valore delle esportazioni italiane negli E.A.U. è stato nel 2008 di oltre 5,2 miliardi di euro, a fronte di un import di 455 milioni, permettendo così un attivo della bilancia commerciale di 4,7 miliardi di euro. Ci sono poi le cointeressenze societarie con i maggiori gruppi italiani, famiglia Berlusconi in testa. Dal 10 agosto 2007, l’Abu Dhabi Investment Authority, il principale fondo degli emirati, possiede infatti il 2,04% del capitale di Mediaset, ma secondo gli analisti economici, punterebbe a rastrellare un altro 3% delle azioni della cassaforte delle società del presidente del Consiglio.
 
Attivissima tra emiri e sceicchi è pure la società leader nazionale del settore costruzioni, l’Impregilo di Sesto San Giovanni, che due mesi fa si è aggiudicata la gara internazionale promossa dall’“Abu Dhabi Sewerage Services Company” per la realizzazione del primo lotto di un tunnel idraulico lungo 40 chilometri che raccoglierà le acque reflue di Abu Dhabi per convogliarle alla stazione di trattamento situata ad Al Wathba. Valore della commessa, 243 milioni di dollari. In gara a Dubai per lavori ancora più imponenti (2,7 miliardi di dollari) c’è Fisia Italimpianti, società controllata dal gruppo Impregilo. Si tratta di un megaprogetto integrato che spazia dal trattamento e la desalinizzazione delle acque alla produzione energetica, interamente finanziato dalla “Dubai Electricity and Water Authority (Dewa)”. Tra le agguerrite competitrici di Fisia, una società coreana, una spagnola e l’italiana Saipem del gruppo ENI. La controllata d’Impregilo parte tuttavia in pole position. Essa è presente negli Emirati Arabi Uniti sin dal lontano 1987 e solo ad Abu Dhabiha già realizzato sette dissalatori. Lo scorso anno Fisia Italimpianti ha pure sottoscritto con l’emirato un contratto per la costruzione di un nuovo dissalatore della capacità di cento milioni di galloni al giorno ed una centrale elettrica di 1.500 MW a Shuweihat, lungo la costa del Golfo Persico.
 
L’infrastruttura più prestigiosa realizzata dal gruppo di costruzioni italiano resta comunque la moschea di Abu Dhabi, 500 mila metri quadrati di superficie, la più grande al mondo, dedicata allo sceicco Kalifa bin Zayed Al Nahyan, padre dell’odierno capo di stato dell’emirato. Un personaggio pericolosamente legato alle organizzazioni dell’estremismo religioso islamico, lo sceicco Kalifa bin Zayed. Negli anni ’60 divenne grande amico e socio dell’uomo d’affari pachistano Agha Hassan Abedi, il fondatore della BCCI, la Bank of Credit and Commerce International che è stata il più importante centro di “lavaggio” del denaro proveniente dal narcotraffico internazionale e l’istituto più utilizzato dalla CIA per finanziare le operazioni clandestine della Contra in Nicaragua e della resistenza islamica all’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Era da alcune società controllate direttamente dall’emiro che il gruppo di faccendieri internazionali vicini al boss mafioso italo-canadese Vito Rizzuto, sperava di recuperare un credito di un miliardo e 700 milioni di dollari per alcuni lavori effettuati ad Abu Dhabi, da reinvestire poi per la progettazione e l’esecuzione del Ponte sullo Stretto di Messina. L’operazione naufragò proprio alla vigilia della gara d’appalto, quando finirono tutti agli arresti su ordine della Procura di Roma per reati che andavano dal riciclaggio di denaro alla turbativa d’asta. E il consorzio internazionale con capofila l’onnipresente Impregilo ebbe il via libera per aggiudicarsi l’appalto dell’opera più controversa della storia d’Italia. 
 
È tuttavia il business delle armi da guerra il vero eldorado dell’Italia-E.A.U. connection. E non potrebbe essere diversamente. Secondo l’ultimo report del Servizio Ricerche della Library del Congresso USA, nel 2008 gli Emirati Arabi si sono classificati al primo posto tra gli acquirenti di armamenti a livello mondiale, spendendo più di 9,7 miliardi di dollari e superando perfino i “cugini” dell’Arabia Saudita (8,7 miliardi). Il secondo posto tra i mercanti di morte è stato occupato invece dall’Italia che ha trasferito nello stesso anno sistemi di guerra per un importo totale di 3,7 miliardi di dollari, certamente molto meno degli Stati Uniti d’America (37,8 miliardi), ma un po’ più di una superpotenza militare-industriale come la Russia (3,5 miliardi). Il più recente luogo d’incontro tra domanda e offerta l’International Defence Exhibition and Conference - IDEC, tenutasi in febbraio ad Abu Dhabi. Qui il gruppo Finmeccanica ha operato come grande star. Alla presenza di generali, ammiragli, ministri e sottosegretari di Stato, la controllata Agusta Westland ha firmato un contratto di circa 26 milioni di dollari per la vendita alle forze aeree E.A.U. di due elicotteri AW139, mentre la SELEX Sistemi Integrati, attraverso la joint venture “Abu Dhabi System Integration (ADSI)”, si è aggiudicata la fornitura dei sistemi di comando, controllo e sorveglianza che equipaggeranno i nuovi pattugliatori veloci ordinati dalla Marina militare emiratina (valore 70 milioni di euro).
Un altro gioiello di casa Finmeccanica, Alenia Aermacchi, si è accaparrata una commessa di 2 miliardi di dollari per 48 bimotori M-346 “Master” che saranno utilizzati per l’addestramento avanzato dei piloti degli emirati, in vista dell’arrivo dei cacciabombardieri di nuova generazione Eurofighter, Rafale, F-16, F-22 ed F-35 “Joint Strike Fighter”. Nel programma M-346 sono pure coinvolte altre aziende del gruppo Finmeccanica come Selex Galileo, Alenia SIA, Sirio Panel e Selex Communications.
 
“La selezione degli M-346 di Alenia Aermacchi da parte del Governo degli Emirati Arabi Uniti - ha dichiarato Pier Francesco Guarguaglini, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica - si inserisce nell’ambito di un più ampio accordo di collaborazione industriale recentemente siglato da Finmeccanica e Mubadala Development Company che prevede, tra l’altro, la realizzazione di aerostrutture in materiali compositi per il settore civile presso lo stabilimento che verrà costruito entro il 2010 ad Abu Dhabi”. Mubadala è la società di investimento e sviluppo commerciale con sede ad Abu Dhabi, interamente controllata dalle autorità dell’emirato. Nota per aver acquistato nel 2005 il 5% del pacchetto azionario della casa automobilistica Ferrari, Mubadala è oggi uno dei maggiori partner internazioni del colosso dell’industria bellica statunitense Lockheed Martin; inoltre controlla il 35% del capitale della Piaggio Aereo Industry, altro storico gruppo italiano produttore di mezzi civili e militari, produttore di parti del motore del nuovo caccia strategico F-35.
 
Da parte sua, il responsabile operativo della company araba, Waleed Al Mokarrab Al Muhairi, ha spiegato che “la strategia commerciale di Mubadala è finalizzata a far crescere l’industria aerospaziale dell’emirato per farne uno dei principali attori a livello globale e Finmeccanica contribuisce a questo progetto con le proprie capacità tecnologiche altamente innovative”. Una partnership che potrebbe trasformarsi in un vero e proprio matrimonio: i manager di Finmeccanica hanno infatti prospettato la possibilità dell’ingresso degli investitori di Abu Dhabi direttamente nel capitale Finmeccanica attraverso il fondo nazionale “Adia”.
 
Il Parlamento italiano, con voto unanime di centrodestra e centrosinistra, ha assicurato un idoneo quadro normativo per facilitare e blindare tutti i presenti e futuri accordi di cooperazione militare con gli Emirati Arabi Uniti. Dopo il voto al Senato del 24 giugno 2009, il 28 ottobre la Camera ha approvato nel più assoluto disinteresse dei mass media il disegno di legge che ratifica l’accordo di “cooperazione nel settore della sicurezza” firmato sei anni fa dall’allora ministro della difesa Antonio Martino e dal principe ereditario di Dubai e ministro della difesa degli E.A.U., sceicco Mohamed Bin Rashid Al Maktoum. Un accordo di portata storica, non fosse altro per le aberrazioni giuridiche che compaiono nel suo testo. I due paesi affidano ad un “comitato misto” la gestione di tutte le questioni inerenti alle politiche di difesa comuni come ad esempio “le attività addestrative e le manovre militari, l’esportazione e l’importazione di armamenti, l’industria della difesa, la ricerca scientifica, la sanità e lo sport militare, le operazioni umanitarie e di peace-keeping, gli scambi di visite a navi, aerei e unità militari delle due Parti, ecc.”. L’obiettivo chiave dell’accordo resta però l’“esemplificazione delle procedure di trasferimento di armamenti”, la cui dettagliata lista comprende aerei, elicotteri, carri armati e altre componenti terrestri, munizionamenti, bombe, mine, missili, esplosivi e propellenti, satelliti, sistemi tecnologici di comunicazione e per la guerra elettronica. “Tali scambi – si legge in particolare - potranno avvenire per opera delle due Amministrazioni statuali, o anche di aziende private debitamente autorizzate” e, in deroga alla legge che regolamenta l’export di armi italiane, sulla base “di intese tra le parti” sarà possibile il trasferimento dei materiali acquisiti “a Paesi terzi senza il preventivo benestare del Paese cedente”.
Nell’ordine del giorno approvato da 488 deputati sui 502 presenti al voto (14 astenuti) si legge che l’accordo Italia-E.A.U. è “uno strumento fondamentale per rafforzare la cooperazione con un Paese che ha acquisito una crescente importanza per il mantenimento degli equilibri geo-strategici nell’area del Golfo... Gli Emirati Arabi Uniti costituiscono un partner di primaria importanza per le missioni di pace che vedono impegnata l’Italia nelle aree circonvicine; a tal fine hanno concesso l’uso della base aerea di Al Bateen, da cui partono i voli italiani indispensabili per approvvigionare le nostre missioni in Afghanistan”. Nessuno, però, se l’è sentita di ricordare le gravi violazioni dei diritti umani e le discriminazioni di genere, politiche, sociali e razziali che caratterizzano le società emirocratiche. Eppure nel maggio 2009 i cittadini USA erano rimasti profondamente indignati per le immagini trasmesse dalla rete televisiva Abc che mostravano il fratello del presidente degli Emirati Arabi Uniti, Issa bin Zayed al-Nahyan, torturare un uomo per circa 45 minuti. Un crimine ignobile che ha costretto il Dipartimento di giustizia di Abu Dhabi ad aprire un’inchiesta di cui sino ad oggi sono ignoti i risultati.
 
Questione tutt’altro che secondaria, poi, la permanenza della pena di morte nel sistema giuridico penale degli emirati. Eppure l’articolo 7 dell’accordo di cooperazione Italia-E.A.U., relativamente alle competenze giurisdizionali sul personale, prevede che per le violazioni della disciplina militare, “previo esame congiunto dei vari casi, le infrazioni commesse da personale della Parte inviante verranno punite da quest’ultimo Paese, in base alla propria legislazione”. Ossia, nel caso dei militari arabi, anche con la pena capitale.
 
Come rilevato dall’on. Matteo Mecacci (Pd) nel corso del dibattito parlamentare di ratifica del Trattato, “il nostro Paese rinuncia alla giurisdizione nei confronti del personale militare degli Emirati Arabi Uniti, secondo delle modalità che non hanno precedenti nell’ambito della nostra legislazione, se non quelli previsti nel Trattato istitutivo della NATO... Non si comprende perché nelle relazioni con questo Paese si prevedano dei privilegi che non sono previsti per tanti altri Paesi nell’ambito dei rapporti bilaterali e nella collaborazione in materia di difesa”. Con grande dote di cinismo i deputati hanno pensato di metterci una pezza, votando un odg che “impegna il Governo a porre in essere, una volta espletate le procedure di ratifica ed entrato in vigore il presente Accordo, l’avvio di un’azione negoziale nei confronti della parte emiratina, protesa ad adattare il testo in materia di applicabilità delle rispettive legislazioni nel panorama giuridico nazionale e internazionale”. I principi sono principi, certo, ma gli affari, si sa, sono affari…

Articolo pubblicato in Agoravox.it il 12 novembre 2009