I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

giovedì 30 settembre 2010

Mille nuovi marines USA a servizio di AFRICOM

Una task-force composta da un migliaio di marines potrebbe essere presto messa a disposizione di AFRICOM, il comando delle forze armate USA per l’Africa, per intervenire nelle aree più calde del continente (Corno d’Africa, regione occidentale, ecc.). Per la costituzione della Marine Air Ground Task Force (MAGTF) che gli strateghi militari vorrebbero di "pronto impiego, auto-sostenibile e con un’organizzazione atta alle differenti operazioni di combattimento", si attende tuttavia l’OK di Washington.
“Una task force dei marines destinata ad operare esclusivamente in Africa sarebbe estremamente vantaggiosa per AFRICOM, ma l’opzione deve vedere concordi il Dipartimento della difesa, il Dipartimento di Stato ed i governi europei ed africani”, ha dichiarato Vince Crawley, portavoce del Comando AFRICOM di Stoccarda. “Non è previsto comunque un aumento della presenza di militari statunitensi nel continente, ma si pensa piuttosto a rendere più efficienti le funzioni del nostro personale e a migliorare le odierne missioni di addestramento dei partner africani”.
 
Escludendo la realizzazione in Africa di una base fissa per i marines, Crawley ha spiegato che la MAGTF "potrà benissimo essere insediata ovunque in Europa, sempre che ci sia l’approvazione del paese ospitante”.
 
Attualmente, tutti i sottocomandi AFRICOM hanno sede presso installazioni delle forze armate USA in Europa. In particolare, dal dicembre 2008 a Boeblingen, Germania, è stato attivato il quartier generale di MARFORAF, il comando speciale dell’US Marine Corps che pianifica e dirige le missioni dei Marines in Africa.
 
È tuttavia improbabile che l’infrastruttura militare che è pure sede di USMARFOREUR, il Comando delle forze del Corpo dei Marines in Europa, potrà ospitare il migliaio di uomini previsti per la nuova task force.
 
Quando lo scorso mese di ottobre il Pentagono ha ordinate il trasferimento in Europa di un “Marine security cooperation team”, composto da 19 ufficiali, per avviare la creazione della MAGTF, esso si è insediato a Stoccarda presso il quartier generale di AFRICOM. Potrebbe dunque essere questa città tedesca la sede finale della nuova task force. Tra le ipotesi al vaglio di AFRICOM ci sarebbero però pure le stazioni aeronavali di Rota (Spagna) e Sigonella (Sicilia), e la grande base di Napoli, sede del Comando delle forze navali USA in Europa e in Africa (NAVEUR NAVAF).
 
Secondo i manuali strategici dell’US Marine Corps, la Marine Air-Ground Task Force è “un’organizzazione speciale dei Marines dotata di reparti navali, aerei e terrestri, posti sotto un unico comando, in grado di svolgere tutte le missioni possibili all’interno del teatro delle operazioni”. L’MAGTF si struttura su quattro elementi cardine: il Command Element (CE), comando generale delle unità; il Ground Combat Element (GCE), normalmente costituito dalle unità di fanteria dotate di tank e sistemi di artiglieria; l’Aviation Combat Element (ACE) che fornisce la “potenza aerea” con gli aerei e gli elicotteri d’attacco; il Logistics Combat Element (LCE) con le unità di supporto logistico, comunicazioni, trasporto aereo e terrestre, sanità, ecc..
 
Principale obiettivo strategico del Comando dei marines per l’Africa è il “supporto alla lotta al terrorismo per ridurre la minaccia delle organizzazioni legate all’estremismo violento”, come dichiarato dal colonnello Mario Lapaix, capo dello staff di MARFORAF.
 
In Africa sono già operative alcune squadriglie di marines a presidio delle ambasciate USA e degli aeroscali e delle basi avanzate utilizzati dalle forze AFRICOM.
 
MARFORAF partecipa inoltre al programma “ACOTA” (African Contingency Operations Training and Assistance), il piano USA di addestramento, assistenza ed equipaggiamento militare delle nazioni africane. In particolare, alcuni team sono stati trasferiti recentemente in Uganda e Mali per coordinare importanti esercitazioni multinazionali. Reparti speciali dei marines partecipano infine alle attività di addestramento marittimo previste nel quadro dell’Africa Partnership Station APS, la forza navale che gli Stati Uniti hanno dislocato in Africa Occidentale per presidiare terminal e rotte petrolifere congiuntamente alle unità militari dei paesi dell’area.
 
Articolo pubblicato in Agoravox.it il 18 dicembre 2009

Mini Global Hawk italiani per la guerra in Pakistan

In Pakistan si registra l’escalation delle operazioni coperte della CIA, l’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti d’America. Nel solo mese di settembre, a Wana nel sud Waziristan, sono stati lanciati più di 20 attacchi contro presunti obiettivi filo-Talibani utilizzando i famigerati velivoli senza pilota UAV del tipo “Predator” o “Reaper”. Un martellamento senza precedenti che, secondo i ricercatori del sito web The Long War Journal, porta a 74 il numero degli attacchi effettuati nel 2010 dalla CIA con UAV che sganciano bombe e missili aria-terra. Il Pentagono, da parte sua, ha varato un piano coperto per lo schieramento in Pakistan di un battaglione del III Gruppo delle Forze Speciali Aviotrasportate (3rd Special Forces Group - Airborne), forza d’elite USA di stanza a Fort Bragg, Nord Carolina. Già ampiamente impegnato nello scacchiere afgano, il III Gruppo delle Special Forces avrà come compiti primari «l’azione diretta, l’intelligence e il riconoscimento, l’assistenza alle forze di sicurezza, le operazioni congiunte civili-militari e la fornitura di servizi alle popolazioni locali».
Tre intensi bombardamenti sono stati realizzati negli ultimi giorni da aerei ed elicotteri USA in aree prossime alla frontiera con l’Afghanistan, causando la morte di 50 presunti membri di un gruppo filo Al Qaeda. La crescita esponenziale dell’intervento militare statunitense in Pakistan è stato confermato dal Pentagono che ha spiegato che «i bombardamenti fanno parte di uno sforzo congiunto militare e d’intelligence per cercare di mutilare i Talibani in una roccaforte utilizzata per pianificare attacchi contro le truppe USA in Afghanistan». A breve, potrebbero essere diretti veri e propri raid terrestri al confine Pakistan-Afghanistan, per cui si attenderebbe solo l’autorizzazione del presidente Obama. Una spirale di guerra in parte temuta dalle autorità politiche e militari pakistane che hanno bloccato una delle rotte vitali per l’approvvigionamento delle truppe NATO in Afghanistan in ritorsione ad un recente attacco aereo alleato nella regione nord-occidentale del paese. Islamabad condivide con Washington le finalità della lotta anti-insorgenti, ma rivendica il pieno esercizio della sovranità sul territorio nazionale e un coinvolgimento più diretto delle proprie forze armate.
Il Pakistan è attualmente impegnato in uno sforzo bellico interno costosissimo in termini di risorse finanziarie e umane. Nelle offensive e nelle operazioni d’intelligence nelle regioni nord-occidentali contro una serie infinita di target (depositi munizioni, bunker e altre infrastrutture utilizzate da presunti Talibani), il regime utilizza dall’estate 2009 un proprio sofisticatissimo aereo senza pilota di dimensioni ridotte rispetto ai più noti Global Hawk dell’US Air Force. Il mini Hawk, il “piccolo Falco”, è un aereo spia tattico in grado di sondare metro per metro il territorio ed inviare le immagini ai centri di comando terrestri per una loro elaborazione. È un gioiello di guerra ad alta tecnologia “made in Italy”, il Falco UAV delle forze armate pakistane. Questo velivolo, infatti, è stato progettato e realizzato da Selex Galileo (già Galileo Avionica), una delle aziende del comparto Finmeccanica. Il “Falco” è in grado di volare a medie altitudini, ha un raggio di azione di 230 km  e un’autonomia superiore alle 12 ore di volo, e può trasportare carichi differenti tra cui, in particolare, sensori radar ad alta risoluzione. Prodotto nello stabilimento di Ronchi dei Legionari (Gorizia), è stato sperimentato la prima volta nel 2004 nel poligono sardo di Salto di Quirra. Test dimostrativi sono stati poi effettuati in condizioni ambientali estreme, dai ghiacci del nord Europa a zone desertiche con temperature di oltre 40 gradi centigradi, mentre una serie di lanci sono avvenuti dalla base aerea di Cheshnegirovo (Bulgaria).
A fine 2008 la prima commessa per Selex Galileo, acquirente appunto il Pakistan. Nonostante i manager dell’industria italiana abbiano mantenuto il massimo riserbo sull’affaire (si tratta comunque di un paese in guerra, profondamente autoritario e dove è in vigore la pena capitale anche per lapidazione), fonti giornalistiche USA hanno documentato il trasferimento al Pakistan di «5 sistemi aerei, che includono un totale di 25 Falco UAV con unità di volo di riserva e stazioni di controllo terrestri (GCS)». I primi due sistemi “Falco”, non armati, sarebbero stati consegnati al regime di Islamabad nel marzo 2009; altri due sarebbero in dirittura d’arrivo, mentre l’assemblaggio dell’ultimo sistema dovrebbe avvenire in Pakistan nel complesso industriale statale di Kamra, nei pressi della capitale. La consegna dei mini Global Hawk non è stata però gradita da Washington. In precedenza, il Pentagono aveva posto il veto alla vendita al paese asiatico di un modello UAV USA più avanzato per il timore che i servizi d’intelligence locali potessero trasferire “i dati sensibili” raccolti ai leader delle organizzazioni ribelli. Una preoccupazione evidentemente non avvertita dai vertici di Selex Galileo che anzi puntano ad esportare al mercato mediorientale una versione più avanzata del velivolo (il “Falco Evo”) che consentirà un’autonomia di volo sino a 18 ore, una capacità di trasporto sino a 120 Kg e la possibilità di ospitare a bordo bombe e missili teleguidati.
Altri “Falco” UAV made in Italy potrebbero essere trasferiti a breve alle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, secondo quanto annunciato dall’amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini. La fornitura dei velivoli a pilotaggio remoto farebbe parte di un “pacchetto” complessivo comprendente anche il trasferimento agli EAU di tecnologie nel campo dei materiali compositi e la creazione di una joint venture con la holding industriale-finanziaria Mubadala con sede ad Abu Dhabi, per la realizzazione di velivoli UAV della classe Medium Altitude Long-Endurance (MALE). Essi si svilupperebbero dal programma denominato “Molynx” di Alenia Aeronautica: velivoli senza pilota bimotori con una lunghezza di 12 metri e un’apertura alare di 25, in grado di volare a 407 km/h con un’autonomia di 30 ore ed effettuare missioni d’intelligence, ricognizione e sorveglianza del suolo volando a elevatissime quote (sino a 13.700 metri sul livello del mare) e in qualsiasi condizioni atmosferica.
Sulla partenership Finmeccanica-Mubadala per la produzione di UAV di ultima generazione incombe tuttavia l’esplicita opposizione di Stati Uniti d’America ed Israele, i quali non guardano con occhio benevolo al vasto processo di riarmo in atto tra le forze armate degli Emirati Arabi. Finmeccanica avrebbe così allentato la trattativa con Abu Dhabi, scontentando però gli emiri che adesso minacciano di congelare sine die l’acquisto dei 48 caccia bimotori M-346 “Master” già ordinati ad Alenia Aermacchi. Una megacommessa da due miliardi di euro perorata in tutte le sedi istituzionali dalla lobby parlamentare bipartisan dei mercanti d’armi italiani.

mercoledì 29 settembre 2010

Scure parlamentare su parco commerciale in odor di mafia

Un’interrogazione parlamentare pesante come un macigno riporta sotto i riflettori nazionali Barcellona Pozzo di Gotto, comune del messinese dalla pessima vita amministrativa e ad altissima densità mafiosa. Il 12 gennaio 2010 il senatore Giuseppe Lumia (Partito democratico), membro della Commissione antimafia, ha depositato un’interrogazione al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’interno in cui viene ricostruita con dovizia di particolari la scandalosa vicenda relativa al progetto d’insediamento in un’area agricola di oltre 18 ettari di uno dei maggiori parchi commerciali di tutto il Sud Italia (sono previste infrastrutture per 398.414 metri cubi).
«In data 19 novembre 2009 – scrive il senatore Lumia - il Consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto, con 22 voti favorevoli e un solo astenuto, ha approvato il piano particolareggiato per il megaparco; va tuttavia segnalata la gravissima anomalia rappresentata dalla società che ha proposto il piano, ottenendone l’approvazione, la Dibeca sas, direttamente riconducibile ad un noto pluripregiudicato locale, l’avvocato Rosario Pio Cattafi, che, secondo quanto riportato nella relazione conclusiva di minoranza della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare della XIV Legislatura, con primo firmatario l’interrogante, solo nel luglio 2005 ha finito di scontare la misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, irrogatagli nel massimo (cinque anni), per la sua pericolosità, comprovata, secondo quanto si legge nel decreto emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina il 2 agosto del 2000, dai suoi costanti contatti, protrattisi per decenni e particolarmente intensi proprio nella stagione delle stragi, con personaggi del calibro di Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda (col quale Cattafi relazionò nel lungo periodo di sua permanenza a Milano) e Giuseppe Gullotti (addirittura di quest’ultimo, capomafia barcellonese condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, Cattafi, nella migliore delle tradizioni di “Cosa Nostra”, è stato testimone di nozze)».
 
Dopo un’ampia descrizione del curriculum criminale e delle cointeressenze societarie del professionista barcellonese, l’interrogante si sofferma sull’iter «particolarmente contorto» che ha condotto alla presentazione e all’approvazione del piano particolareggiato del megacentro commerciale. Il parlamentare del Pd chiede infine se «siano già stati disposti, sulla scorta delle gravi denunce giornalistiche e in base alla normativa antimafia, i dovuti accertamenti sulle irregolarità dell’approvazione del parco commerciale di Barcellona Pozzo di Gotto» e «quali iniziative intenda intraprendere il Governo per ripristinare la legalità in uno dei territori siciliani più martoriati dalla presenza asfissiante della criminalità mafiosa, che a Barcellona da sempre gode di inusitate protezioni da parte di soggetti istituzionali, come dimostrano le vicende relative all’assassinio del giornalista Beppe Alfano, il più grave episodio criminoso della storia locale, di cui proprio in questi giorni ricorre il diciassettesimo anniversario».
 
Mentre sindaco e giunta comunale scelgono il silenzio stampa, il Movimento Civico Città Aperta di Barcellona esprime piena approvazione al contenuto dell’interrogazione parlamentare. «L’ennesimo puntuale intervento del Senatore Lumia ha il merito di evidenziare ancor più le ragioni che rendono inopportuna la realizzazione del parco commerciale», scrivono in un comunicato i portavoce del Movimento. «A parte l’inutilità di tale struttura in un contesto già caratterizzato da una spiccata vocazione commerciale, e l’impatto ambientale di un’opera talmente imponente, nell’interrogazione si sottolinea la scarsissima attenzione dell’amministrazione comunale in merito ad una vicenda che vede coinvolta una società, la Dibeca sas, già oggetto di segnalazione da parte della commissione prefettizia che nel 2006 aveva chiesto senza successo lo scioglimento del Consiglio Comunale di Barcellona, e questo in forza della presenza, tra i soci di allora, di Rosario Pio Cattafi, destinatario in passato di un provvedimento prefettizio di restrizione della libertà per i suoi contatti ad alti livelli con la gerarchia mafiosa». Per Città Aperta, inoltre, «l’affrettata approvazione del parco commerciale è solo l’ultimo di una serie di eventi accaduti di recente, che gettano una seria ombra sulle prospettive di ripristino della legalità in un territorio martoriato: le recenti sentenze della Corte di Appello di Messina che hanno di fatto stravolto le inchieste “Mare Nostrum” e “Mare Nostrum droga”; la concessione degli arresti domiciliari al boss Gerlando Alberti Jr., condannato all’ergastolo per l’omicidio di Graziella Campagna; l’ennesima archiviazione da parte della procura di Viterbo delle indagini sull’omicidio dell’urologo barcellonese Attilio Manca».
 
Il Movimento Civico congiuntamente alle organizzazioni che compongono il Presidio “Rita Atria” Libera Milazzo-Barcellona (l’Associazione antimafie Rita Atria, L’Altra Milazzo, Il Giglio, Smasher e Milazzo Attiva), ha pure depositato agli atti del Comune di Barcellona formale richiesta di accesso al fascicolo tecnico ed amministrativo relativo all’approvazione del Piano particolareggiato del megaparco. Il Presidio punta in particolare «a verificare la legalità del procedimento della “straordinaria” pianificazione urbanistica, con la possibilità di realizzare un ingente investimento di capitali, che si teme di “dubbia” provenienza, e che comunque ferirà mortalmente la rete di strutture commerciali esistenti nel territorio barcellonese e dei comuni limitrofi». È stata preannunciata inoltre la possibilità di intraprendere «azioni utili per pervenire al diniego dell’approvazione regionale o all’annullamento giurisdizionale degli atti adottati» e «denunce presso la magistratura e le Commissioni Regionali e Nazionali Antimafie».
 
Quanto accaduto nella città del Longano sarà anche al centro dell’incontro-dibattito su “Neofascismo, mafia, controllo del territorio. Il laboratorio politico Barcellona PG”, che si terrà a Messina martedì 26 gennaio. «Quella del parco commerciale – affermano gli organizzatori della Casamatta della Sinistra - non è solo la storia di una società con 0 addetti che si intesta un progetto di 250 milioni di euro, o dell’impressionante intreccio di interessi e complicità condensati nelle varianti al PRG. È il tentativo di ricostruire una “trama” che ci dice molto più di un territorio colonizzato dalla destra: Barcellona “caso nazionale”, crocevia di personaggi, alleanze e strategie che in questi anni hanno condizionato la vita democratica del Paese».
 
Intanto emergono nuovi particolari sul grande affaire multimilionario della città del Longano che tuttavia non consentono di chiarire le tante zone d’ombra che hanno caratterizzato l’intera operazione dal suo nascere. Una di esse riguarda l’acquisizione da parte della Dibeca di una parte consistente dei terreni di contrada Siena dove sorgerà la nuova infrastruttura commerciale. Si è appreso ad esempio che l’estensione dell’area oggi nella titolarità della società della famiglia Cattafi è di 5,97 ettari e non di 5,24 ettari come era stato rilevato invece da alcuni organi di stampa locali. La Dibeca di Corica Ferdinanda e C. (questo il nuovo nome assunto nel dicembre 2004 dopo il cambio delle ragioni sociali) ha acquistato i terreni il 7 aprile 2005 dall’Opera San Giovanni Bosco dei Salesiani di Barcellona che, a sua volta, li aveva ricevuti in donazione testamentaria da uno stretto congiunto di Rosario Pio Cattafi. Costo totale 619.800 euro (394.800 per i terreni agricoli e 225.000 euro per i fabbricati ivi ospitati), con pagamenti avvenuti in data anteriore alla stipula del contratto di compravendita. La cifra corrisponde esattamente al miliardo e duecentomilioni di vecchie lire riportato nell’atto sottoscritto l’1 ottobre 2001 in cui Alessandro Cattafi (figlio di Rosario Pio), in qualità di rappresentante legale della Dibeca, dichiara la disponibilità ad acquistare i terreni dei salesiani entro un termine di 28 mesi. È però un valore notevolmente inferiore ai circa 800.000 euro che, sempre secondo quanto trapelato sulla stampa, sarebbero stati poi negoziati tra le parti. In verità, il 7 marzo 2005, a seguito di una perizia di un agronomo che aveva meglio stimato i terreni di contrada Siena, la Dibeca si era impegnata con una scrittura privata a versare all’Opera San Giovanni Bosco 200.000 euro in più della somma concordata preliminarmente. Per l’acquisto dei terreni, dunque, si sarebbe dovuto corrispondere 819.800 euro. Solo che di questa somma “integrativa” non c’è traccia nel contratto che sarà stipulato esattamente 30 giorni dopo. Né c’è traccia di un suo pagamento entro la data fissata dalla scrittura privata come termine massimo (il 30 giugno 2009), né successivamente. Di contro, con una missiva del 3 dicembre 2006, la società dei Cattafi avrebbe lamentato un danno quantificato in circa 150.000 euro dovuto ad una pregressa alienazione di tre particelle catastali e all’esistenza di alcune famiglie affittuarie di fabbricati di contrada Siena, condizioni che i salesiani avrebbero omesso di dichiarare al momento della stipula del contratto di vendita dei terreni. La querelle tra le parti non è mai stata ricomposta.
 
Diversamente era accaduto in passato con il contenzioso legale avviato il 17 marzo 1979 da Gaspare Cattafi (il padre di Rosario Pio), poi scomparso. Il noto farmacista barcellonese si era appellato in Tribunale chiedendo la «risoluzione delle disposizioni testamentarie» con cui il proprio genitore, in punto di morte, aveva donato all’Oratorio salesiano alcuni immobili e i terreni agricoli posseduti a Barcellona, vincolandone l’uso a scopi sociali e benefici. Il 6 dicembre 1989, tuttavia, i giudici rigettarono la domanda del Cattafi. La sentenza fu appellata, ma prima che fosse emesso il giudizio di secondo grado, l’ordine religioso dichiarò la propria capitolazione. L’1 ottobre 2001 (stessa data dell’opzione di acquisto della Dibeca sui terreni di contrada Siena) furono ceduti ad Alessandro Cattafi, procuratore del nonno Gaspare, lo storico “Palazzo Cattafi” con l’annesso giardino, un fabbricato con due appartamenti in via Garibaldi n. 435 ed un’autorimessa di 100 metri quadri in località “Baglio Terrasanta”. Valore dichiarato, 260 milioni di lire.
 
Una transazione assai onerosa per i salesiani ma certamente non comparabile alla “donazione” dei 5,97 ettari di terreni che ospiteranno la nuova cittadella commerciale. Stando alla Gazzetta del Sud del 9 dicembre scorso, quando diventeranno operativi gli espropri, ai proprietari dei terreni verrà riconosciuto il valore di 85 euro al metro quadro. Conti alla mano, alla Dibeca di Cattafi & C. andranno così 5.074.500 euro, otto volte in più di quanto versato per acquisire la titolarità dell’area beneficiata dal nuovo piano particolareggiato unanimemente approvato dal consiglio comunale. Un vero e proprio miracolo con ben poco di evangelico.
Aericolo pubblicato in Agoravox.it il 25 gennaio 2010

martedì 28 settembre 2010

La Gran Loggia Ausonia di Barcellona Pozzo di Gotto

Uno spaccato di piccola e media borghesia siciliana. C’è l’anziano politico buono per tutte le stagioni; il sindaco, l’assessore e il consigliere comunale; il medico condotto e il chirurgo affermato; l’avvocato penalista, il consulente finanziario e il commercialista; il dirigente di un grande ente statale; il preside, l’insegnate di ruolo e quello precario.
“Fratelli” e “sorelle” e qualche cognato, tutti devoti del Grande Architetto dell’Universo. I riti esoterici vengono consumati tra squadrette, compassi, cappucci, spade, pavimenti a scacchiera, candelabri, teschi e casse da morto nell’oscurità di un anonimo appartamento alla periferia di Barcellona Pozzo di Gotto, centro tirrenico della provincia di Messina.
 
È in questo “tempio” dello spirito e dell’intelletto che il 25 ottobre del 2009 si presentano funzionari ed agenti della polizia di Stato. Anch’essi, come ogni comune profano, devono transitare da una lugubre stanzetta di “meditazione e purificazione” dove ad una parete è affissa una falce e un cartello che ammonisce: «Se tieni alle distinzioni umane, vattene».
 
Gli agenti hanno l’ordine di sequestrare l’elenco degli iscritti, lo statuto e i verbali delle riunioni svolte all’interno della loggia massonica che vi è ospitata, l’“Ausonia”, indipendente dalle obbedienze che popolano la sin troppo litigiosa frammassoneria italiana.
 
A ordinare il blitz, i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Messina, Angelo Cavallo e Giuseppe Verzera, che ipotizzano la violazione dell’articolo 2 comma 2 della legge 25/1982, la cosiddetta “Spadolini-Anselmi” che vieta le associazioni segrete, approvata dopo lo scandalo della superloggia P2 di Licio Gelli.
 
Secondo i dirigenti della Squadra Mobile della Questura di Messina, l’“Ausonia”, fondata il 15 gennaio 2004, non risulterebbe inserita negli elenchi ufficiali depositati in prefettura. «Gli obiettivi che si prefiggono non appaiono riconducibili alla conduzione di studi filosofici ed approfondimenti culturali - scrivono nella richiesta di autorizzazione alla perquisizione - bensì all’acquisizione ed al consolidamento di posizioni di vertice, nei contesti professionali e lavorativi in cui operano, ed incarichi presso strutture sanitarie che forniscono un bacino elettorale a cui attingere di volta in volta nelle competizioni amministrative e politiche, dietro cui staglierebbe, quale promotore e artefice ideatore, la figura del Senatore Domenico Nania».
 
Sì proprio lui, uno dei politici più influenti del Popolo delle libertà in Sicilia, ex Giovane Italia, poi Movimento Sociale italiano ed infine Alleanza nazionale, deputato della Camera nella X, XI, XII e XIII legislatura, senatore della Repubblica nella XIV, XV e XVI legislatura (odierno vicepresidente Pdl del Senato e membro della Commissione ambiente e territorio), tra i quattro “saggi” che hanno redatto la Costituzione votata in parlamento nel 2005 ma respinta referendariamente dal popolo italiano,. 
 
Una parte dei “fratelli” dell’“Aurora”- che gli inquirenti considerano esserne il “nucleo forte” - prima di approdarvi è transitata da altre logge “spurie” del barcellonese, ultime delle quali la “Loggia Gran Principato delle Andorre” e “I Filadelfi”. Consolidati i collegamenti con altre logge non ufficiali d’Italia e all’estero e con ordini cavallereschi e presunto-nobiliari che sarebbero proliferati localmente anche grazie al fascino suscitato dai Caballeros del Antiguo Reino de la Corona de Aragòn (Spagna) e dal Gran Maestre de la Soberana y Militar Orden del Temple Catalano Aragonés, giunti nel messinese, in visita ufficiale, nell’ottobre del 2002. Qualche massone, inoltre, sarebbe poi accreditato tra gli esclusivi circoli cattolici pro Opus Dei
 
Sei gli appartenenti alla presunta loggia occulta indagati: è contestata la «partecipazione ad una associazione segreta che, occultata l’esistenza degli associati e tenendo segrete congiuntamente attività sociali e finalità, svolgevano attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi ed enti pubblici anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale».
 
Si tratta dell’informatore scientifico Giuseppe Iacono; del professore Placido Conti, preside dell’Istituto parificato alberghiero; di Sebastiano Messina, docente di un istituto superiore ed ex assessore comunale di Barcellona in quota Forza Italia; di Roberto Meo, docente precario; di Giorgio Maugeri, direttore pro tempore della sede Inps di Milazzo; del direttore del Pronto soccorso dell’ospedale “Cutroni-Zodda” di Barcellona, Felice Carmelo La Rosa, proprietario dell’appartamento di piazza Marconi che ospita la loggia.
 
“Sovrano gran cerimoniere del Rito scozzese antico ed accettato”, il dottor La Rosa è certamente il personaggio più noto alle cronache. Ex consigliere ed assessore della Provincia di Messina con Forza Italia, è stato tra i fondatori del sodalizio degli “Azzurri” nella città del Longano. Prima ancora ha militato nell’arcipelago dell’estrema destra locale.
 
L’esistenza nel Longano di associazioni segrete e logge massoniche non regolari in grado di condizionare la vita amministrativa e il regolare svolgimento delle gare d’appalto è stata rivelata ai magistrati dall’imprenditore edile Maurizio Marchetta, titolare della Cogemar Srl ed ex vicepresidente del consiglio comunale di Barcellona con Alleanza nazionale, indagato nel 2003 nell’ambito dell’operazione “Omega” con l’accusa di turbativa d’asta ed associazione per delinquere.
 
Interrogato il 16 marzo e l’11 giugno 2009, Marchetta si è soffermato proprio sulla “Gran loggia Ausonia” e sulla contigua associazione “Onlus Ausonia” costituita il 29 maggio del 2004 per operare nel campo della «beneficenza e di attività culturali quali convegni su personaggi storici e dell’arte».
 
«Presso la sede dell’onlus hanno la propria sede ben tre logge massoniche “occulte” ed i cui iscritti, di cui sono in grado di riferire alcuni nomi, utilizzano l’appartenenza massonica per ottenere in cambio incarichi e varie forme di potere da parte di politici locali», ha spiegato l’imprenditore. «Gli iscritti a queste logge occulte barcellonesi, per un numero di circa 40 persone tra medici, avvocati, informatori scientifici e liberi professionisti, hanno costituito una rete di collegamenti con la Sicilia e la Calabria, raggiungendo un numero complessivo di circa mille persone».
 
«Le tre logge massoniche spurie di Barcellona – ha aggiunto Marchetta – sono state trasferite all’interno di un appartamento ubicato in Piazza Marconi n. 6 e 9. Tale spostamento è motivato da due ordini di ragioni: la prima è che nella precedente sede poiché abita la madre di un giudice, questi è solito andare a trovarla di frequente, pertanto gli associati alle logge occulte preferiscono non essere notati; la seconda è che lo stabile è di proprietà della famiglia La Rosa e quindi possono riunirsi indisturbati».
 
Poi i fendenti contro alcuni dei vertici dell’“Ausonia”. «Carmelo La Rosa è il riferimento unico della massoneria barcellonese del senatore Nania, con il quale si scambiano reciprocamente cortesie», ha dichiarato l’imprenditore. «La Rosa è il più alto in grado che ha fondato questa loggia. Un suo fratello è consigliere comunale a Barcellona nelle liste di An, mentre un altro fratello è cognato del consuocero del senatore Nania». 
 
Maurizio Marchetta ha ammesso di essere iscritto da tempo alle logge del Grande Oriente d’Italia, prima alla “Fratelli Bandiera”, poi alla “Eugenio Barresi”. Quest’ultima è stata fondata nel febbraio 2009 dal Gran maestro venerabile Salvatore Tafuro (ex affiliato della “Fratelli Bandiera” ed ex dirigente del Commissariato di Pubblica sicurezza di Barcellona e della squadra mobile di Reggio Calabria) ed è intitolata ad un noto veterinario barcellonese, grado 33 della massoneria siciliana, deceduto qualche anno fa in un incidente stradale. 
 
«Per quanto riguarda le mie conoscenze sulla massoneria – ha spiegato Marchetta – posso dire di essere ufficialmente iscritto al Grande Oriente d’Italia nella loggia “Eugenio Barresi” col numero distintivo 1336; abbiamo deciso di costituire questa loggia perché in quella storica barcellonese “Fratelli Bandiera” venne ammesso contro la mia volontà e quella di altre persone tale Domenico Sindoni, figlio del noto Giovanni Sindoni, nominato con l’intervento del senatore Nania direttore sanitario dell’Ospedale “Cutroni Zodda” (...) Aggiungo che non appena è entrato Sindoni, il dottor Sergio Scroppo è diventato primario di anestesia ed il dottor Bruno Magliarditi, medico di Milazzo portato da Sindoni, è diventato primario di ginecologia. Questo determina che nella città di Barcellona il senatore Nania ha un bacino elettorale prevalentemente legato al mondo della medicina».
 
Una presenza non gradita, dunque, quella del direttore sanitario pure alla guida del presidio ospedaliero di Milazzo. Il padre, il pregiudicato Giovanni Sindoni, frequentatore per lungo tempo della sezione locale dell’Msi e approdato poi alla Dc, è tra i maggiori imprenditori agrumari siciliani già coinvolto in inchieste per truffe miliardarie a danno dell’A.I.M.A.; per gli inquirenti è «soggetto ritenuto come legato alla organizzazione mafiosa barcellonese».
 
Le accuse sui presunti condizionamenti della loggia “Ausonia” sulla vita politica ed amministrativa dell’hinterland di Barcellona Pozzo di Gotto sono state respinte dal “Sovrano gran cerimoniere”, Felice Carmelo La Rosa. «Non capisco come sia stato possibile che la nostra loggia abbia potuto influenzare la politica locale e incidere su appalti e incarichi professionali se, come è vero, nessuno tra di noi è imprenditore e nemmeno politico», ha dichiarato La Rosa al quotidiano Gazzetta del Sud.
 
«Tra di noi in ben sette si sono candidati alle ultime elezioni amministrative senza che nessuno sia riuscito a farsi eleggere in Consiglio comunale. La nostra loggia che si ispira soltanto ai principi etici e morali della massoneria e in particolare al Grande ordine del principe di Andorra, intrattiene i propri iscritti su dissertazioni culturali in riunioni che si tengono da due a tre volte al mese in cui si parla di Budda, del Tempio di Salomone, della Piramide di Cheope e degli antichi Sumeri. Non abbiamo commesso alcun reato e non abbiamo nulla di deviato. La nostra associazione è stata regolarmente costituita e sono stati informati tutti gli organi di controllo dello stato, compresa la Questura. Già subito dopo la nostra costituzione, su di noi era stata aperta una inchiesta giudiziaria da parte della Procura di Barcellona che a quanto pare da tempo è stata archiviata, perché non ha sortito alcun effetto in quanto la nostra attività è regolare, trasparente e in linea con le leggi ed i regolamenti dello Stato italiano».
 
Un mese dopo il blitz all’interno della Gran loggia massonica “Ausonia”, la Procura distrettuale antimafia di Messina ha autorizzato la restituzione di tutti gli atti e i documenti sequestrati. Tra essi, in particolare, un contenitore con il logo dell’“Ausonia” e le carpette con le schede analitiche relative ai nominativi di possibili componenti delle distinte logge ospitate nel tempio di Piazza Marconi. Oltre ai professionisti sottoposti ad indagine, tra i nomi di spicco compare quello del capitano di lungo corso Angelo Paffumi, già sindaco Dc del comune di Fondachelli Fantina e deputato regionale nella XIII legislatura (prima con il Partito Repubblicano e poi con l’Mpa di Raffaele Lombardo), attuale membro del consiglio d’amministrazione del Consorzio autostrade siciliane.
 
Ci sono poi Manlio Magistri, già direttore sanitario dell’Asl 5, attuale direttore del Policlinico Universitario di Messina e padre di Simone Magistri, consigliere provinciale di An; il sindaco di Mazzarrà Sant’Andrea, Carmelo Navarra; l’assessore alle finanze, al patrimonio e alla programmazione dei fondi comunitari del comune di Falcone, Pietro Bottiglieri (commercialista iscritto all’ordine di Barcellona ed ex esperto del comune di Furnari); il commercialista Sebastiano Baglione, revisore di bilancio al Comune di Mazzarrà; il medico ospedaliero Giuseppe Chiofalo, ex presidente del consiglio comunale di Furnari recentemente disciolto per infiltrazione mafiosa (cognato di Navarra e Baglione); il medico Antonino Messina, vice-presidente del Consiglio comunale di Merì (che però nega l’appartenenza alla loggia); il cardiologo Giovanni Pino, già consigliere comunale a Barcellona (Forza Italia); l’avvocato Maurizio Crimi, liquidatore del Consorzio intercomunale tra Furnari e Montalbano “Mare monti”; i penalisti Mario Buda e Tindaro Celi; l’informatore scientifico Alfio Maimone; la medico analista del “Cutroni Zodda”, Provvidenza Genovese.
 
Ed ancora: Guglielmo Arcidiacono, Agostino Avenoso, Claudio Bellia, Lucia Benvenuto, Antonino Boncaldo, Francesco Bucalo, Paolo Cardia, Anna Carulli, Adalgisa Clara Cascio, Luigi Castro, Giordano Antonio Catalfamo, Francesca Mica Conti, Salvatore Costantino, Carmelo De Pasquale, Giovanni Di Bella, Claudio Di Blasi, Silvio Claudio Di Mauro, Alessio Virgilio Galati Rando, Daniele Gallo, Sebastiano Garofalo Francesco Giorgianni, Giuseppe Giuffrida, Giacomo Gualato, Sebastiano Gullotti, Antonino Iannello, Domenico Isgrò, Giovanni La Fauci, Giuseppe Lembo, Giovanni Lucifora, Rosa Maria Lucifora, Carmelo Manna, Aldo Maugeri, Antonino Mercadante, Angela Rita Milazzo, Antonino Mirabile, Vito Miria, Filippo Mulfari, Enrico Munafò, Natale Munafò, Renato Antonino Olivio, Rosario Natoli, Sebastiano Opinto, Giuseppina Palmieri, Cosimo Parisi, Grazia Rosa Patellaro, Giuseppe Peditto, Alessandro Puglisi, Cesare Pullella, Giuseppe Pullella, Domenico Restuccia, Daniela Riccieri, Giuseppe Ruggeri, Vincenzo Santamaria, Rosario Scaffidi, Salvatore Scarpaci, Sebastiano Calogero Sciortino, Pippo Spatola, Carmelo Sottile e Maria Torre.
 
Dell’“Ausonia”, secondo quanto si evince dal verbale di sequestro dell’autorità giudiziaria, avrebbe pure fatto parte per un tempo il falso medico di Torregrotta Pietro Renda, condannato per truffa all’Asl e radiato dall’Ordine dei medici in quanto privo di laurea in medicina.
 
Tra i documenti sequestrati e successivamente restituiti pure una lettera del Supremo Consiglio del Principato di Andorra, gli atti costitutivi delle due logge annesse all’“Ausonia”, “I Filadelfi” e “Armonia” e due carpette relative alle logge massoniche “Pitagora” ed “F. Bruno”, probabilmente con sedi al di fuori dalla Sicilia.
 
Nella cartella della “Pitagora” erano inserite le schede nominative intestate ai Antonio De Cicco, Corrado De Cicco, Giovanni Fallaci, Antonino Iaria, Cosimo Rogolino e Antonino Violi. In quella della loggia “F. Bruno” le schede con i nomi di Giovanni Borea, Vincenzo Giustra, Giovanni Gurnari, Giuseppe Neto, Domenico Polito, Carmelo Maurizio Sergi, Giuseppe Siclari e Giuseppe Taglieri.
 
Tra gli inquirenti è forte il sospetto che nelle logge “spurie” barcellonesi ci possano essere altri iscritti all’“orecchio del Gran Maestro”, cioè in maniera del tutto riservata. Persone di estrema rilevanza pubblica la cui adesione sarebbe stata tenuta segreta perfino agli altri “fratelli”. Ma le indagini continuano.
Articolo uscito in Agoravox.it il 3 febbraio 2010

Fratelli ingombranti nelle logge di Barcellona P.G.

Maurizio Marchetta era l’enfant prodige della politica e dell’imprenditoria locale, perlomeno sino alla deflagrazione dell’inchiesta "Omega", nel luglio 2003, quella sullo strapotere della criminalità organizzata nella realizzazione delle opere pubbliche nella provincia di Messina.
Architetto, titolare dell’impresa di costruzioni Cogemar, nel 2001 Marchetta ascese alla vicepresidenza del Consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto in rappresentanza di Alleanza Nazionale, il partito del senatore Domenico Nania, barcellonese.
 
Due anni dopo la tempesta giudiziaria e un’accusa per l’imprenditore-consigliere di «aver fatto parte di un’associazione a delinquere finalizzata alle turbative d’asta». Il profilo tutt’altro che lusinghiero su Marchetta sarà tracciato nel 2006 dai componenti della Commissione incaricata dalla Prefettura di Messina di verificare eventuali infiltrazioni mafiose nella gestione del Comune di Barcellona. I commissari, in particolare, oltre ai procedimenti penali che lo vedevano coinvolto, segnalarono «gli stretti rapporti di cointeressenza esistenti» con Salvatore “Sem” Di Salvo, pluripregiudicato ai vertici dell’organizzazione mafiosa del Longano, e le «documentate condotte agevolatrici volte ad introdurlo nella casa comunale per permettergli di sbrigare con facilità e speditezza qualunque tipo di pratica amministrativa».
 
Del politico-imprenditore furono inoltre evidenziate le frequentazioni con altri due personaggi di spicco della criminalità barcellonese, Giovanni Rao e l’avvocato Rosario Pio Cattafi, tessitore quest’ultimo oggi di una imponente operazione speculativa, la realizzazione di un Parco commerciale di 18,4 ettari alla periferia di Barcellona P.G..
 
Da un anno a questa parte Maurizio Marchetta ha deciso di rispondere alle domande degli inquirenti. La Procura preferisce definirlo un “dichiarante”, ma i suoi racconti hanno scatenato un vero e proprio terremoto tra la classe politica dirigente, gli imprenditori e i vecchi e nuovi reggenti delle cosche. Grazie a Marchetta è scaturita l’indagine denominata “Sistema”, che all’inizio del 2009 ha portato all’arresto di Giuseppe D’Amico (boss emergente della famiglia barcellonese), Pietro Nicola Mazzagatti (a capo della famiglia di Santa Lucia del Mela) e Carmelo Bisognano (Mazzarrà Sant’Andrea).
 
Marchetta ha pure spiegato con dovizia di particolari il cosiddetto meccanismo regolatore del “3 per cento”, quanto cioè si deve pagare alla mafia per continuare a lavorare nella provincia di Messina. E si è soffermato sulle modalità di conduzione delle turbative d’asta nei pubblici appalti, illeciti resi possibili dall’esistenza di «un gruppo di imprenditori che adotta tale sistema su scala regionale e che fruisce sia di collegamenti con pubblici amministratori, sia con soggetti politici che svolgono una vera e propria funzione di referenti, sia con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata».
 
Maurizio Marchetta non ha risparmiato parole di fuoco contro uno dei sui principali referenti politici, il dottor Candeloro Nania (ex Msi, ex An, oggi Pdl), da una decade a capo dell’amministrazione comunale di Barcellona, cugino di primo grado del senatore Domenico Nania. A proposito del sindaco del Longano, Marchetta avrebbe raccontato «le forme di condizionamento determinate per imporre a privati proprietari terrieri, che hanno ottenuto grazie a lui l’aumento dell’indice di cubatura, le progettazioni e le successive costruzioni con professionisti ed imprenditori da lui stesso imposti».
 
L’architetto ha pure puntato il dito contro le logge e i templi “occulti” della massoneria, veri e propri centri dove sarebbe esercitato il potere del partito unico trasversale che regolerebbe la vita della fascia tirrenica del messinese. È stato grazie al dichiarante che la Squadra Mobile della Questura di Messina ha avviato un’indagine sulla Gran Loggia Ausonia, un’obbedienza “indipendente” fondata a Barcellona il 15 gennaio 2004. «Gli obiettivi che gli adepti si prefiggono non appaiono riconducibili alla conduzione di studi filosofici ed approfondimenti culturali», scrivono i dirigenti della Questura nella loro richiesta di perquisizione della loggia massonica.
 
Al contrario, i “fratelli” dell’Ausonia punterebbero «all’acquisizione ed al consolidamento di posizioni di vertice, nei contesti professionali e lavorativi in cui operano, ed incarichi presso strutture sanitarie che forniscono un bacino elettorale a cui attingere di volta in volta nelle competizioni amministrative e politiche, dietro cui staglierebbe, quale promotore e artefice ideatore, la figura del Senatore Domenico Nania». Per gli inquirenti, poi, «taluni di questi soggetti» risulterebbero aver mantenuto rapporti con «personaggi legati sia al mondo della politica che della criminalità organizzata barcellonese».
 
«A Barcellona vi sono tre logge massoniche “spurie” in quanto non sono riconosciute, ma forse sarebbe meglio definirle occulte», ha raccontato Maurizio Marchetta. «La gran parte degli appartenenti sono medici, soprattutto ospedalieri di Barcellona, poi ci sono informatori scientifici, avvocati, politici. I tre maestri venerabili ruotano ogni anno e ciascuno è alla guida delle singole logge».
 
Per il Marchetta, il senatore Nania avrebbe come «riferimento unico della massoneria barcellonese» il dottor Felice Carmelo La Rosa, maestro venerabile dell’Ausonia e primario al Pronto soccorso dell’ospedale “Cutroni Zodda” della città del Longano. «La Rosa è il più alto in grado che ha fondato questa loggia», ha dichiarato l’architetto. «Un suo fratello, di nome Sebastiano, è consigliere comunale a Barcellona in quota Pdl, mentre un altro fratello è cognato del consuocero del senatore Nania. Le tre logge massoniche spurie di Barcellona sono state trasferite all’interno di un appartamento ubicato in Piazza Marconi, in uno stabile di proprietà della famiglia La Rosa. In tale stabile vi sono anche gli uffici dello studio del commercialista Sebastiano La Rosa e dell’Agenzia di Assicurazioni gestita dal fratello Luigi La Rosa, che è cognato di Tindaro e Francesco Calabrese, soci e amministratori della CA.TI.FRA. Srl per averne sposato la sorella. Anche da qui si rafforzano i rapporti con la famiglia Nania».
 
Secondo Marchetta, proprio la società dei Calabrese farebbe parte del “tavolino” creato all’interno della sezione di Messina dell’associazione costruttori edili (ANCE) dal presidente Carlo Borella per pianificare e gestire l’aggiudicazione degli appalti d’importo consistente.
 
Figura complessa quella del venerabile Felice Carmelo La Rosa. «Dalla consultazione della Banca Dati Interforze SDI risultano a suo carico precedenti per infrazioni a norme comportamentali, falsità ideologica commessa in concorso dal pubblico ufficiale in atti pubblici, truffa in concorso», scrivono i dirigenti della Squadra Mobile. Ex consigliere ed assessore della Provincia di Messina in quota Forza Italia, Felice Carmelo La Rosa è stato tra i fondatori del sodalizio degli “Azzurri” nella città del Longano. Prima ancora aveva militato nell’arcipelago dell’estrema destra locale. Erano gli anni in cui missini, giovani del Fuan, ordinovisti e avanguardisti, spesso con doppia o tripla affiliazione, lanciavano assalti e rappresaglie all’interno dell’Università di Messina.
 
Una ventina di presunti attivisti neofascisti furono pure attenzionati dal pubblico ministero Vittorio Occorsio, poi assassinato. Tra essi c’era il La Rosa, l’allora dirigente nazionale del Fuan Gualtiero Cannavò (oggi avvocato civilista) e Giuseppe Alfano, il corrispondente da Barcellona del quotidiano “La Sicilia” barbaramente assassinato dalla mafia l’8 gennaio del 1993. Tre personaggi che negli anni a seguire avrebbero espresso valutazioni diametralmente opposte sui “valori” della fratellanza massonica. Felice Carmelo La Rosa e Gualtiero Cannavò entrarono a far parte del Grande Oriente d’Italia, il primo nella loggia “Fratelli Bandiera” di Barcellona, il secondo nella “Stretta Fratellanza” di Messina.
 
Giuseppe Alfano, invece, intraprese un’indagine sui presunti condizionamenti della vita amministrativa locale da parte di una loggia segreta, che, stando agli appunti ritrovati dopo il suo omicidio, avrebbe avuto tra gli affiliati il medico Antonio Franco Bonavita (fratello di Salvatore Bonavita, ingegnere capo dell’ufficio tecnico del Municipio di Barcellona) e l’ingegnere Antonino Mazza, il proprietario dell’emittente Telenews misteriosamente assassinato il 30 luglio 1993, che insieme ad Alfano era stato promotore della lista civica “Alleanza democratica progetto Barcellona” che partecipò alle elezioni comunali del 1990.
 
Altrettanto complessa la figura del germano del Maestro venerabile dell’Ausonia, Sebastiano La Rosa, consigliere comunale a Barcellona nella penultima legislatura (An-Msi) e cognato dell’odierno vicepresidente del consiglio Salvatore Schembri (Pdl-An). «Sul suo conto - si legge nella relazione della Commissione prefettizia sul mancato scioglimento per mafia del Comune del Longano - si rileva che l’8 gennaio 2000 è stato denunciato in stato di libertà dal Commissariato della Polizia di Stato, poiché resosi responsabile, in concorso con altri, del reato di accensione ed esplosione di cose pericolose; indagato in seno al procedimento penale n. 1871/99 - art. 171 L. 633/1941 (pirateria informatica), con sentenza 468/00 assolto per non aver commesso il fatto…».
 
Alla Questura di Messina risulta però qualcosa in più: «precedenti per contraffazione, alterazione o uso di segni distintivi di opere dell’ingegno, introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi, frode nell’esercizio del commercio in concorso, vendita di prodotti industriali con segni mendaci, ricettazione, porto abusivo e detenzione armi».
 
Nelle sue deposizioni, Maurizio Marchetta ha indicato il nome di alcuni presunti “fratelli” al vertice del circolo massonico Ausonia del Longano. «Appartengono a questa loggia il prof. Placido Conti, oggi uno dei venerabili, insegnante presso l’Istituto Agrario di Barcellona, attivista politico legato a Carmelo La Rosa e che mi risulta frequentare e recarsi assiduamente, negli ultimi tre anni, sia a Urbino sia presso al Repubblica di San Marino; il dottor Giorgio Maugeri, direttore dell’INPS di Milazzo; il direttore dell’Istituto Superiore di Agraria di Barcellona a nome Sebastiano Salvatore Messina, già in passato assessore al Comune di Barcellona nella prima giunta Nania, in quota Forza Italia; il prof. Roberto Meo, insegnante alle superiori cui ho fatto seguire il figlio di Salvatore “Sem” Di Salvo; Giuseppe Iacono, un informatore scientifico. Queste persone tengono riunioni rituali periodiche, generalmente due al mese, nel corso delle quali attuano le finalità della loggia. Che sono quelle di mettere a disposizione il rispettivo ruolo nei vari settori per aiutarsi reciprocamente e, soprattutto, per creare voti elettorali».
 
«L’attuale venerabile di una di queste logge che si chiama “Armonia” è Giorgio Maugeri», aggiunge Marchetta. «La loggia “Armonia” è dipendente da una sorta di “obbedienza”, sempre facente capo a Carmelo la Rosa che si chiama Gran Loggia Ausonia, sotto cui stanno le altre due logge. La carica di segretario della Gran Loggia Ausonia è attualmente ricoperta da Placido Conti. Posso precisare che la maggior parte delle persone da me indicate erano in precedenza iscritti ad un’altra obbedienza che credo si chiami “Principato delle Andorre”. Molti di questi ho saputo che sono stati raggiunti da un avviso di garanzia, ma non so per quale reato, ed in ragione di ciò sono transitati in queste logge occulte».
 
La Squadra Mobile di Messina ha accertato identità e curriculum vitae dei frammassoni tirati in ballo dal dichiarante. Giorgio Maugeri, ad esempio, è risultato essere stato iscritto in passato alla loggia massonica “Libertà” del Grande Oriente d’Italia, con sede a Messina; inoltre risulterebbero a suo carico «precedenti per reati in materia di prostituzione». Sebastiano Salvatore Messina, vicepreside dell’Istituto Professionale Statale per l’Agricoltura di Barcellona, «è subentrato alla guida dell’Assessorato al Bilancio, Finanze, Patrimonio e Autoparco del Comune di Barcellona al commercialista Luigi La Rosa, cugino dei germani Felice Carmelo e Sebastiano La Rosa, presidente dell’AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici), sezione di Barcellona e attuale presidente dei Revisori dei conti della città del Longano».
 
Luigi La Rosa - si aggiunge - è stato «notato in diverse circostanze con soggetti mafiosi dell’hinterland barcellonese» ed è stato indagato nell’ambito dell’operazione “Gabbiani” per il quale il 13 luglio 2004 venne tratto in arresto il consigliere comunale Andrea Aragona, capogruppo di Forza Italia. La Rosa fu successivamente condannato a 3 mesi e 10 giorni di reclusione per voto di scambio, per aver ceduto a più elettori buoni benzina in occasione delle elezioni provinciali del 2003.
 
Nello stesso processo fu condannato ad una pena lievemente maggiore (sempre per l’accusa di voto di scambio nonché per turbata libertà degli incanti), Pietro Arnò, un imprenditore «legato al clan mafioso barcellonese», con cui il “fratello” Sebastiano Salvatore Messina è risultato essere stato in «interessanti rapporti personali, lavorativi e politici» prima della sua prematura scomparsa. Secondo l’accusa, Andrea Aragona, in concorso proprio con Pietro Arnò, avrebbe usato minaccia per costringere il dirigente del Comune di Barcellona Salvatore Bonavita a commettere una serie indeterminata di reati di falso in atto pubblico e di abuso in atti d’ufficio a vantaggio della Cooperativa “Libertà & Lavoro” di cui lo stesso Aragona era presidente. Nel novembre 2003, Pietro Arnò scampò miracolosamente ad un agguato mortale: due persone, rimaste ignote, gli spararono con un fucile all’uscita della sua abitazione di Spinesante, attingendolo alla regione temporale sinistra.
 
«Faccio parte della massoneria e quindi, per forza di cose, conosco anche i massoni occulti che riconoscono noi in quanto rituali, metodi e simboli distintivi sono comuni», ha ammesso Maurizio Marchetta. Dopo essere stato iscritto alla storica loggia “Fratelli Bandiera” del Grande Oriente d’Italia, l’imprenditore è però transitato nella “Eugenio Barresi” del GOI, loggia fondata nel febbraio del 2009 ed intitolata all’ex veterinario capo provinciale ed ex socio della squadra di calcio dell’“Igea Virus”, deceduto qualche anno fa in un incidente stradale.
 
Odierno Gran Maestro della “Eugenio Barresi” è Salvatore Tafuro, ex dirigente del Commissariato di Pubblica sicurezza di Barcellona e della squadra mobile di Reggio Calabria. «Abbiamo deciso di costituire questa loggia perché in quella dei “Fratelli Bandiera” venne ammesso contro la mia volontà e quella di altre persone tale Domenico Sindoni, figlio del noto Giovanni Sindoni, nominato con l’intervento del senatore Nania direttore sanitario dell’ospedale “Cutroni Zodda”», ha spiegato Marchetta. «Aggiungo che non appena è entrato Sindoni, il dottor Sergio Scroppo è diventato primario di anestesia dell’ospedale di Barcellona ed il dottor Bruno Magliarditi, medico di Milazzo portato da Sindoni, è diventato primario del reparto di ginecologia ed ostetricia del “Cutroni Zodda”». Magliarditi, tra l’altro, è primario del reparto di neonatologia del nosocomio di Milazzo.
 
Per Marchetta, dunque, l’ingresso in massoneria del direttore sanitario dell’ospedale di Barcellona avrebbe generato la diaspora di numerosi “fratelli”. Candidato alle ultime elezioni amministrative con la lista di Forza Italia, Domenico Sindoni risulta avere «precedenti per violazioni norme prevenzione infortuni lavoro in concorso ed altre violazioni in materia di lavoro». Ma ciò non può essere stata la causa dello scarso entusiasmo manifestato da certi adepti della “Fratelli Bandiera”. Esso, invece, sarebbe da imputare al “peso” esercitato dal padre, il pregiudicato Giovanni Sindoni. Già presidente della società calcistica “Nuova Igea S.p.A.” (poi “Igea Virtus di Arnò Pietro & C.”), Sindoni è tra i maggiori autotrasportatori ed imprenditori agrumari siciliani.
 
«Allo stato attuale, è considerato uno dei più avviati e facoltosi imprenditori di Barcellona», scrivono i dirigenti della Squadra Mobile di Messina. «Pur avendo, sino al 1981, pendenze per emissioni di assegni a vuoto, nel volgere di pochi anni, Giovanni Sindoni riesce a promuovere ed avviare numerose attività imprenditoriali, accumulando con estrema rapidità una ingente ricchezza». Già coinvolto in inchieste per truffe miliardarie a danno dell’A.I.M.A., il “re delle arance” è ritenuto «soggetto legato alla organizzazione mafiosa barcellonese», in «ottimi rapporti» con il boss Giuseppe Gullotti (una condanna definitiva quale mandante dell’omicidio del giornalista Alfano) e con Luigi “Gino” Ilardo, affiliato alla cosca catanese di Benedetto Santapaola, nonché cugino del boss nisseno Giuseppe “Piddu” Madonia, ucciso in un agguato a Catania il 10 maggio 1996.
 
Nell’indagine sul presunto ruolo assunto dal Santapaola per il delitto Alfano, poi definitivamente archiviata, fu anche vagliata la posizione del facoltoso imprenditore come possibile altro mandante dell’omicidio. Nella iniziale prospettazione d’accusa, il giornalista sarebbe stato ucciso perché aveva scoperto il coinvolgimento del boss catanese nelle truffe relative alle sovvenzioni in campo agrumicolo, realizzate appunto dal Sindoni. Erano state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola a fornire lo spunto per quelle indagini. «Il vero mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, si chiama Sindoni», ha raccontato Avola ai magistrati. «Sindoni è un potente massone che conosce tutta la magistratura, quella corrotta logicamente: ha importanti amicizie al Ministero e un po’ ovunque. Poi, tantissimi giri di soldi insieme ai Santapaola, ai barcellonesi, ai messinesi, nel traffico delle arance. L’omicidio scaturisce perché il giornalista aveva capito chi era il vero boss nella sua zona e che amicizie avesse questa persona, un vero intoccabile». Ancora la massoneria dunque. E ancora l’omicidio Alfano.
Articolo pubblicato in Agoravox,it il 5 febbraio 2010

lunedì 27 settembre 2010

Aerei P-3 Orion USA contro i pirati. Li controlla Sigonella

L’amministrazione Obama potenzia ulteriormente il dispositivo militare per combattere la pirateria marittima a largo delle coste dell’Africa orientale. Tre aerei P-3 Orion e 112 militari in forza al VP-26 "Tridents", lo squadrone dell’US Navy con base a Maine, sono stati trasferiti nell’aeroporto internazionale di Mahe, Seychelles.
Gli Orion opereranno congiuntamente ai velivoli senza pilota UAV “MQ-9 Reaper” che il Comando navale statunitense per l’Europa e l’Africa NAVEUR NAVAF (con sede a Napoli) ha trasferito nell’arcipelago qualche mese per eseguire missioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento delle imbarcazioni dei pirati.
 
I velivoli P-3 Orion sono stati messi a disposizione di Africom, il Comando delle forze armate statunitensi per il continente africano, ma la pianificazione e il coordinamento delle operazioni sono stati assegnati alla Combined Task Force (CTF) 67 di Sigonella (Sicilia) che dirige le forze aeree della Marina USA nel Mediterraneo.
 
L’utilizzo in Corno d’Africa degli aerei da pattugliamento dell’US Navy è stato pianificato dal Pentagono da diverso tempo. Nell’agosto del 2009, un P-3 Orion di stanza nella grande base aeronavale siciliana aveva effettuato dei test operativi a Mahe, congiuntamente al dislocamento degli UAV “Reaper” e di 75 tra tecnici e militari preposti al loro funzionamento. “I velivoli P-3 Orion alle Seychelles possono assicurare la copertura di una vasta aerea marittima”, ha dichiarato John Moore, comandante del CTF-67. “Hanno un’autonomia di volo che può arrivare alle otto ore e saranno utilizzati a tempo indeterminato ed esclusivamente per missioni anti-pirateria”.
 
Per l’occasione, il VP-26 “Tridents” dell’US Navy ha modificato le insegne degli aerei rischiarati nell’Oceano indiano: i tradizionali siluri che sormontano l’emblema del gruppo di volo sono stati sovrapposti a forma di X, assumendo il tetro aspetto della bandiera con il teschio degli antichi pirati dei Carabi.
 
Gli aerei P-3 Orion, progettati e prodotti dall’industria Lockheed per pattugliare i mari ed intervenire nella guerra contro navi e sottomarini, a partire dagli anni ‘90 sono stati orientati sempre più alle attività d’intelligence e riconoscimento e alla cosiddetta “lotta al terrorismo”. Per la loro versatilità, sono usati a supporto delle forze terrestri USA e NATO in Iraq ed Afghanistan e in missioni di “sorveglianza” del Mediterraneo, del Golfo Persico e dell’Africa orientale, sempre sotto il controllo del CTF-67 di Sigonella.
 
La definizione di “aerei-spia” non è però del tutto appropriata per gli Orion. Essi sono infatti veri e propri famigerati strumenti di guerra e con duplice capacità, convenzionale e nucleare. Possono imbarcare siluri “Mark 46” e “Mark 50”, missili AGM-84 “Harpoon” e AGM-65 “Maverick”, cannoni da 127 mm, mine antinavali, bombe a caduta libera.
 
L’utilizzo di questi aerei per contenere i tentativi di sequestro di unità mercantili e petroliere in rotta nel Golfo di Aden e nell’Oceano indiano, non è nuovo. A partire dell’autunno 2008, l’aeronautica militare spagnola ha dislocato un imprecisato numero di P-3 Orion a sostegno della crociata internazionale contro la pirateria che vede impegnate una trentina di navi da guerra di Stati Uniti, NATO, Unione europea, Cina, Russia, India, Giappone e di alcuni paesi mediorientali. Una dispendiosissima campagna autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che non è stata in grado però di ridurre gli assalti. Al contrario, il 2009 si è concluso registrando un nel numero degli arrembaggi e dei sequestri navali nelle acque dell’Africa orientale.
 
Secondo il Centro di studio sulla pirateria dell’International Maritime Bureau, lo scorso anno sono state attaccate 214 grandi imbarcazioni, 47 delle quali sono finite in mano agli assalitori. L’anno prima, sempre secondo l’International Maritime Buerau, gli assalti erano stati 111, il 200% in più del 2007. Una evidente escalation, dunque, che testimonia il fallimento delle strategie d’interventismo militare contro un fenomeno dalle profonde radici sociali, politiche ed economiche. Washington però non sembra aver compreso la lezione e rilancia l’offensiva anti-pirati a suon di P-3 Orion e velivoli senza pilota.
 
Articolo pubblicato in Agoravox.it il 9 febbraio 2010

Caccia italiani bipartisan agli Emirati dei diritti negati

Per Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata a morte per la lapidazione, si sono mobilitati intellettuali e rappresentanti di tutte le forze politiche. Un coro unanime, legittimo, doveroso, contro una pratica indegnamente crudele, barbara, criminale. Sakineh non è purtroppo l’unica donna in attesa di essere “giustiziata”. E l’Iran non è certo l’unico paese dove la lapidazione viene regolarmente applicata. Nella lista nera degli stati lapidatori compaiono alcuni dei principali partner economico-industriali italiani, come l’Arabia Saudita, la Nigeria, il Pakistan e gli Emirati Arabi Uniti (EAU). Alcuni di essi, rappresentano un vero eldorado per il complesso militare industriale nazionale (leggi Finmeccanica). Ai paesi dove vige la lapidazione, sono state esportate nel 2009 più del 50% delle armi prodotte in Italia, con l’Araba Saudita al primo posto (valore delle commesse 1.100 milioni di euro), seguita poi dagli Emirati Arabi (176 milioni di euro).
Con gli emiri si profilano però all’orizzonte ulteriori affari a nove zeri. Gli EAU sono già al primo posto tra gli acquirenti di armamenti a livello mondiale e solo nel 2008 hanno speso più di 9,7 miliardi di dollari, superando perfino i “cugini” sauditi. Per facilitare l’export militare agli Emirati, il 28 ottobre 2009 il Parlamento italiano, con il voto unanime delle forze di centrodestra e di centrosinistra (488 favorevoli e 14 astenuti), ha ratificato l’accordo di “cooperazione nel settore della sicurezza” firmato sei anni prima dall’allora ministro della difesa Martino e dal principe ereditario di Dubai e ministro della difesa degli EAU, sceicco Mohamed Bin Rashid Al Maktoum. L’accordo in particolare «esemplifica le procedure di trasferimento di armamenti, quali aerei, elicotteri, carri armati e altre componenti terrestri, munizionamenti, bombe, mine, missili, esplosivi e propellenti, satelliti, sistemi tecnologici di comunicazione e per la guerra elettronica». Scambi che potranno avvenire anche in deroga alla legge che regolamenta l’export di armi italiane: sulla base «di intese tra le parti» sarà infatti possibile trasferire i materiali bellici acquisiti «a Paesi terzi senza il preventivo benestare del Paese cedente».
L’accordo di mutua cooperazione è stato festeggiato in casa Finmeccanica con una maxi-commessa da due miliardi di dollari: gli Emirati hanno selezionato la controllata Alenia Aermacchi per la fornitura di 48 bimotori M-346 “Master” che saranno utilizzati per l’“attacco leggero” (sganciamento di bombe sino a 3.000 kg) e l’addestramento avanzato dei piloti destinati ai cacciabombardieri Eurofighter, Rafale, F-16, F-22 ed F-35 “Joint Strike Fighter”, acquistati di recente dall’aeronautica militare EAU. 
L’M-346 “Master” è un velivolo sviluppatosi da un prototipo prodotto da una joint venture (successivamente sciolta) tra lo Yakovlev Design Bureau di Mosca e l’allora Aermacchi, destinato a fare da addestratore per l’aeronautica militare russa. Oggi al programma del bimotore sono pure coinvolte altre aziende del gruppo Finmeccanica come Selex Galileo, Alenia SIA, Sirio Panel e Selex Communications.
Gli Emirati Arabi sono il primo paese estero che ha ordinato i caccia “made in Italy”. Nel luglio 2007, alcuni M-346 avevano già condotto sui cieli arabi una campagna di prove in volo in condizioni di alta temperatura, consentendo all’aeronautica locale una prima valutazione operativa dei mezzi da guerra. Al salone aeronautico IDEX tenutosi ad Abu Dhabi nel febbraio 2009, il governo degli Emirati Arabi ha successivamente dettagliato la sua richiesta di 20 aerei in configurazione addestratore, 20 in versione da combattimento e i restanti 8 da impiegare per la creazione di una pattuglia acrobatica “sorella minore” delle Frecce Tricolori. Denominata Al Fursan (“I cavalieri”), la pattuglia è stata prontamente dotata di 4 aviogetti MB.339 già operativi presso il 61° Stormo dell’aeronautica militare italiana di Lecce-Galatina, base dove verrà installata entro il 2015 la “Scuola di volo europea” per le esigenze di addestramento avanzato NATO, aperta ovviamente ai partner extraeuropei come Emirati Arabi o Malesia che hanno ordinato i nuovi velivoli Alenia-Aermacchi. «L’operazione Al Fursan - scrive il sito specializzato Dedalonews - vede un ruolo anche per l’Aeronautica militare, che fornirà agli EAU l’addestramento dei piloti acrobatici. Alcuni piloti emiratini sono già arrivati presso la base di Rivolto, sede delle Frecce Tricolori, dove hanno iniziato a volare con degli MB.339A del 61° Stormo e piloti militari italiani con lunga esperienza PAN. Il ciclo istruzionale in Italia dovrebbe concludersi verso la fine dell’anno».
Dal punto di vista prettamente operativo, l’accordo Aermacchi-Emirati Arabi prevede il distaccamento di un team di tecnici in loco, e la fornitura di un sistema di addestramento completo con base a terra, dotato di simulatori di volo e altri strumenti di controllo. Il contratto prefigura inoltre una partnership strategica tra Finmeccanica e la Mubadala Development Company per la realizzazione, in particolare di «aerostrutture in materiali compositi per il settore civile presso lo stabilimento in via di realizzazione ad Abu Dhabi». Mubadala è la società di investimento e sviluppo commerciale con sede ad Abu Dhabi, interamente controllata dalle autorità dell’emirato. Essa detiene il 35% del capitale della Piaggio Aereo Industry, altro storico gruppo italiano produttore di sistemi aerei, oggi impegnato nella realizzazione di alcune parti del motore del nuovo cacciabombardiere strategico F-35.
Nonostante l’ampia copertura mediatica per la firma del contratto di vendita dei 48 M-346, tra gli industriali e i politici italiani serpeggia il timore che il trasferimento dei velivoli sia tutt’altro che in dirittura d’arrivo e che anzi ci sia il rischio di un ripensamento da parte degli Emirati. Il direttore generale di Finmeccanica, Giorgio Zappa, nega lo stop nelle trattative, anche se ammette che per «le dovute intese con il cliente» bisognerà attendere «i prossimi mesi».
L’attenzione per gli interessi e i fatturati dei mercanti d’armi è vissuto nel più completo stile bipartisan da parte del mondo politico nazionale. Così tre parlamentari del Partito democratico, gli onorevoli Daniele Marantelli, Fausto Recchia e Francesco Boccia, il 15 giugno 2010 si sono fatti promotori di un’interpellanza urgente al Presidente del Consiglio e ai ministri degli Esteri
e della Difesa. «Tutto sembrava procedere per il meglio tanto che si nutrivano speranze di una conclusione positiva della commessa in occasione del Salone Aeronautico di Dubai, nel novembre 2009», scrivono i tre. «Il 22 novembre 2009 il Presidente del Consiglio doveva recarsi negli Emirati per contribuire a perfezionare l’accordo, ma la sua missione fu rinviata e, ad oggi, non risulta che il contratto tra Alenia/Aermacchi e gli Emirati sia stato sottoscritto. Questa situazione di stallo suscita comprensibili preoccupazioni tra i lavoratori di Alenia/Aermacchi e le centinaia di piccole aziende dell’indotto; tale contratto permetterebbe tra l’altro un cospicuo rientro del finanziamento concesso dal Ministero dello Sviluppo Economico per la realizzazione del progetto».
I parlamentari del Pd affermano incautamente che «esportare nuovi prodotti in mercati extraeuropei è una scelta indispensabile per l’Italia», individuando proprio negli EAU un «decisivo cliente di lancio» dei velivoli da guerra. «Chiediamo di sapere – concludono Marantelli, Recchia e Boccia - quale sia lo stato delle trattative e la ragione delle difficoltà attuali del contratto con gli Emirati Arabi; e cosa si intenda fare per favorire una positiva evoluzione della vicenda, che ha implicazioni commerciali, finanziarie e occupazionali rilevanti per l’intero Paese».
Pecunia no olet. Neanche se denaro e commesse d’armi provengono da paesi che sanciscono nei loro ordinamenti la lapidazione e altre forme di esecuzione capitale o dove è sistematica la violazione dei più elementari diritti umani. Secondo l’ultimo rapporto annuale di Amnesty International, solo nel 2009 negli Emirati Arabi sono state condannate a morte 13 persone «anche se non ci sono state notizie di esecuzioni». Nell’aprile di quest’anno, 17 prigionieri indiani sono stati condannati a morte per l’uccisione di un cittadino pakistano. I prigionieri – denuncia Amnesty - avrebbero subito svariate torture e «sarebbero stati obbligati a recitare in un video fasullo per incastrarli». Stando alle informazioni fornite da Lawyers For Human Rights (LFHRI), i prigionieri «sono stati colpiti con manganelli, privati del sonno per giorni, sottoposti a forti scosse elettriche e obbligati a rimanere in piedi per ore su una sola gamba». Un imputato di un processo per terrorismo ha asserito di essere stato torturato durante la detenzione pre-processuale: legato con cinghie ad una sedia elettrica, sarebbe stato «percosso sulla testa fino a perdere conoscenza». Torturare sarebbe un passatempo di alcuni dei membri più autorevoli della famiglia regnante di Abu Dhabi. Nel maggio 2009, le autorità hanno arrestato lo sceicco Issa bin Zayed Al Nahyan, dopo che era stato trasmesso un filmato del 2004 che lo riprendeva mentre torturava un uomo con un pungolo elettrico per bestiame. Lo sceicco è uno dei più stretti congiunti del capo di stato degli Emirati Arabi, Khalifa bin Zayed Al Nahyan.
Amnesty International ha inoltre documentato gravissime discriminazioni sul piano legislativo e nella vita quotidiana ai danni di donne e lavoratori migranti stranieri. «Le autorità hanno ordinato a centinaia di stranieri residenti da lungo tempo negli UAE di lasciare il paese per motivi di sicurezza nazionale. Tra coloro che sono stati colpiti dal provvedimento figurano palestinesi, specialmente di Gaza, e musulmani sciiti libanesi. Stando alle fonti, alcuni erano residenti negli Emirati anche da 30 anni».

domenica 26 settembre 2010

Sigonella capitale internazionale dei nuovi aerei spia USA

La base siciliana di Sigonella è destinata a diventare uno dei principali scali operativi a livello mondiale dei velivoli senza pilota UAV Global Hawk delle forze armate di Stati Uniti e NATO. Lo ha annunciato in un’intervista alla rivista Defense News il colonnello Ricky Thomas, direttore del programma Global Hawk dell’US Air Force. "Sigonella possiede le potenzialità per trasformarsi in una grandissima base per questi velivoli senza pilota", ha dichiarato Thomas. "I tecnici della Northrop Grumman, la società produttrice dei sistemi, valutano che potrebbero essere ospitati nella base sino a 20 Global Hawk. L’aeronautica militare statunitense ha in programma di trasferire i primi velivoli a Sigonella entro l’ottobre del 2010 per effettuare i test di orientamento ed addestramento. Essi saranno pronti ad eseguire vere e proprie missioni operative e di sorveglianza all’inizio del 2011".

Sempre secondo l’alto ufficiale dell’US Air Force, Sigonella ospiterà inizialmente un gruppo di volo composto da tre Global Hawk e una unità di lancio e manutenzione che coordinerà le operazioni di decollo e atterraggio degli UAV grazie ad un sistema di comunicazioni a distanza. La struttura centrale di controllo dei Global Hawk funzionerà invece dalla base di Beale, California, sede del Comando Usa per la guerra aerea. “Per il funzionamento dei velivoli senza pilota, nella base siciliana opereranno stabilmente 66 militari dell’US Air Force e 40 dipendenti civili della Northrop Grumman”, ha aggiunto il colonnello Rocky Thomas. Un primo nucleo composto da 12 avieri e 2 tecnici della società contractor è giunto a Sigonella nell’ottobre 2009 ed è stato pure attivato il comando del nuovo distaccamento Global Hawk dell’US Air Force, denominato “9th Operations Group/Detachment 4”.
“Il programma d’installazione dei Global Hawk risponde all’esigenza dell’US Air Force di espandere il teatro operativo dei velivoli senza pilota”, ha spiegato Thomas. “Gli UAV che opereranno da Sigonella saranno posti sotto il comando Usa per le operazioni in Europa (Useucom) e risponderanno alle sue richieste operative nei cieli del continente europeo e dell’Africa. I velivoli saranno in grado di raggiungere Johannesburg e fare rientro in Sicilia senza la necessità di rifornimento in volo. Attualmente sono utilizzati per operazioni di sorvolo del Golfo Persico; oltre al piano di Sigonella, si sta lavorando per installare i Global Hawk pure a Guam, nell’Oceano Pacifico”.
 
I velivoli che saranno trasferiti in Sicilia saranno configurati nella versione “Block 30”, tecnologicamente più avanzata di quella oggi operativa nei teatri di guerra di Iraq, Afghanistan e Pakistan. Saranno dotati di un sistema di trasmissione integrata a banda alta e bassa e di un Payload avanzato per captare i segnali d’intelligence (ASIP - Advanced Signals Intelligence Payload), ancora una volta prodotto dalla Northrop Grumman, che ne accrescerà il raggio di azione e il volume delle informazioni raccolte. L’US Air Force ha tuttavia l’intenzione di utilizzare le basi di Sigonella e Guam per l’installazione dei Global Hawk nella versione “Block 40”, in via di realizzazione, che trasporteranno il nuovo radar di sorveglianza MP-RTIP AESA prodotto dal consorzio Northrop Grumman/Raytheon. Il Pentagono ha in programma l’acquisizione di 22 velivoli “Block 40”, 7 dei quali già finanziati con il budget militare dell’ultimo biennio. Il centro di comando e controllo operativo dei “Block 40” funzionerà dalla base aerea di Grand Forks (North Dakota).
 
“Ciò significa che il numero dei Global Hawk destinati a Sigonella potrà aumentare”, sottolinea Defense News. “Oltre all’US Air Force, anche l’US Navy è intenzionata a installare nella base siciliana i Global Hawk acquistati, mentre i programmi NATO prevedono di trasferire in Sicilia 8 Global Hawk nella versione “Block 40” con il nuovo sistema di sorveglianza terrestre alleato AGS (Alliance Ground Surveillance)”. In verità, secondo quanto dichiarato dai portavoce della Northrop Grumman, il contratto sottoscritto con Bruxelles prevede la fornitura di velivoli “Block 40” ulteriormente modificati, in modo da rispondere alle “richieste inter-operative e di telecomunicazione” dei sistemi integrati dell’Alleanza Atlantica. Ciò avrà come conseguenza diretta l’aumento del numero d’ingegneri e tecnici dell’industria militare statunitense di stanza nella base siciliana. Lo ha ammesso Ed Walby, direttore della sezione business development della Northrop Grumman. “La possibilità di aggiornare i sistemi a bordo dei Global Hawk potrà significare una forte presenza della nostra società a Sigonella”, ha dichiarato. “I cambi del software sui Global Hawk sono più semplici della maggior parte dei sistemi a bordo dei velivoli con pilota. Ci sarà tuttavia la necessità di trasferire nuove professionalità e ciò significa tecnici esperti nella base”.
 
Il periodico statunitense Defense News rivela infine che le autorità governative statunitensi e quelle italiane si sarebbero già incontrate in vista della creazione “di corridoi negli spazi aerei italiani per i decolli e gli atterraggi dei Global Hawk”. Top secret l’esito di queste discussioni, a cui comunque non sarebbero stati invitati i rappresentanti degli enti civili responsabili del traffico aereo (ENAC ed ENAV), anche se le operazioni degli UAV incideranno pericolosamente sulla sicurezza dei voli nello scalo di Catania-Fontanarossa (oltre sei milioni di passeggeri nel 2008), poco distante da Sigonella.
 
L’altissimo rischio rappresentato dai Global Hawk non sembra aver mai preoccupato il governo italiano. Negli Stati Uniti, invece, è tema di discussione e conflitto tra forze armate, autorità federali e statali. Nel documento The U.S. Air Force Remotely Piloted Aircraft and Unmanned Aerial Vehicle - Strategic Vision, in cui l’aeronautica militare statunitense delinea la “visione strategica” sul futuro utilizzo dei sistemi di guerra, si ammette che «i velivoli senza pilota sono sensibili alle condizioni ambientali estreme e vulnerabili alle minacce rappresentate da armi cinetiche e non cinetiche». «Il rischio d’incidente del Predator e del Global Hawk è d’intensità maggiore di quello dei velivoli con pilota dell’US Air Force», si legge ancora, anche se, «al di sotto dei parametri stabiliti nei documenti di previsione operativa per questi sistemi». Secondo alcuni ricercatori indipendenti, il rischio d’incidente per i Global Hawk, a parità di ore di volo, sarebbe invece 100 volte superiore a quello registrato con i cacciabombardiere F-16.
 
Numerosi i velivoli senza pilota precipitati in occasione di test sperimentali o durante le attività belliche in Medio oriente. Uno dei primi prototipi del “Block 20” cadde nel maggio 1999 nei pressi del poligono di China Lake, California, a seguito “dell’invio involontario di un segnale elettronico di fine volo”. Il 30 dicembre 2001, un Global Hawk precipitò in una regione impervia dell’Afghanistan. Secondo l’inchiesta dell’US Air Force, all’origine dell’incidente “l’impropria installazione” di un congegno che avrebbe danneggiato il sistema di controllo. “Non sono state effettuate le giuste procedure ispettive”, fu la conclusione della commissione d’indagine. Meno di sette mesi dopo, un altro Global Hawk precipitò in Pakistan per il “non funzionamento ad un motore”, dovuto, ancora una volta “ad una cattiva manutenzione del velivolo”. Un velivolo “Block 30”, la versione in via d’installazione a Sigonella, ha invece rischiato di schiantarsi al suolo, il 28 dicembre 2009, durante un tentativo di atterraggio in una base aerea californiana. 
 
Il gran numero d’incidenti che hanno visto protagonisti i velivoli senza pilota ha generato vibranti proteste tra i piloti delle compagnie aeree Usa. Secondo le due maggiori associazioni di categoria, la Air Line Pilots Association (ALPA) e la Aircraft Owners and Pilots Association (AOPA), “gli UAV di grandi dimensioni sono autorizzati a percorrere anche corridoi aerei usati per il volo civile, e questo senza che siano state studiate le necessarie misure di sicurezza”. “Come può considerasi sicuro un aereo in volo come il Global Hawk, con un’apertura alare simile a quella del Boeing 737?”, domandano ALPA e AOPA.
 
Si assiste tuttavia all’inarrestabile escalation del numero degli aerei senza pilota utilizzati a livello mondiale. Tra il 2002 e il 2008, solo la flotta degli UAV del Pentagono è cresciuta da 167 a oltre 6.000 unità, e le ore di volo nel 2008 sono state 400.000, più del doppio di quanto registrato l’anno precedente. Alla base del boom, le immancabili ragioni di ordine economico-finanziario. I velivoli senza pilota stanno generando un business senza precedenti nella storia del complesso militare industriale. Solo nel 2009, il giro di affari mondiale degli UAV ha superato i 4.000 milioni di dollari, mentre l’80% del fatturato è in mano a due grandi società statunitensi, la Northrop Grumman e la General Atomics. Il resto se lo dividono le imprese russe, cinesi, indiane, iraniane, israeliane ed europee (Thales, EADS, Dassault, Finmeccanica, Sagem e BAE Systems). Secondo uno studio del gruppo di consulenza finanziaria “Teal”, le commesse per gli UAV sono destinate a raddoppiare in meno di un decennio. Per il 2019 si stima un giro d’affari di 8.700 milioni di dollari.

Articolo pubblicato in Agoravox.it del 13 febbraio 2010

sabato 25 settembre 2010

La Georgia, avamposto USA in Caucaso

Un anno e mezzo dopo l’offensiva delle forze armate georgiane contro la provincia secessionista dell’Ossezia del Sud, a cui seguì la rappresaglia dei carri armati e dei cacciabombardieri russi contro le basi militari e la popolazione della Georgia, nel Caucaso tornano a soffiare i venti di guerra. A riaccendere le tensione tra la Russia e la ex repubblica sovietica divenuta la più fedele alleata degli Stati Uniti nella competizione per il controllo delle fonti petrolifere e degli oleodotti del Mar Nero e dell’Asia centrale, la firma di un accordo tra Mosca e l’Abkhazia per la realizzazione di una base capace di ospitare sino a 3.000 militari russi all’interno di questa seconda regione proclamatasi indipendente dalla Georgia.

La stipula dell’accordo è stato duramente commentato dalle autorità di Tbilisi che hanno minacciato gravi ritorsioni contro l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud. La nuova installazione russa segue però la proliferazione di un gran numero di piccole e medie infrastrutture militari, porti e aeroporti, finanziati e realizzati in Georgia dalle forze armate USA. A partire dal mese di gennaio di quest’anno, ad esempio, sono divenute pienamente operative tre stazioni radar per il controllo dello spazio aereo georgiano e l’identificazione delle unità navali in transito nelle acque del Mar Nero. Ognuna di esse è costata al Pentagono circa 550.000 dollari, richiedendo tre anni di lavori sotto il coordinamento dell’US Army Corps of Engineers, il corpo d’ingegneria dell’esercito statunitense di base in Europa. Le tre stazioni radar sono state realizzate a Gonio (vicino al confine con la Turchia), a Chakvi (nella costa georgiana sul Mar Nero) e ad Anaklia, nella regione settentrionale del paese. “Queste installazioni operano come strumenti per il rafforzamento delle capacità georgiane nel prevenire, fare da deterrente e individuare il contrabbando di sostanze stupefacenti, il traffico illegale di armi, la migrazione illegale di persone ed eventuali minacce terroristiche”, ha dichiarato James Kelly, responsabile del Georgia Border Security and Law Enforcement (GBLSE), lo speciale programma del Dipartimento di Stato di assistenza alla difesa e al rafforzamento istituzionale della Georgia. “Abbiamo portato a termine il piano internazionale finalizzato ad aiutare un alleato chiave degli Stati Uniti nella protezione delle sue frontiere marittime. Inoltre il GBSLE fornisce alle forze di polizia e ai militari georgiani attrezzature di telecomunicazione, sorveglianza ed intelligence, veicoli, elicotteri ed equipaggiamento per impedire, tra l’altro, l’importazione o il trasporto di armi di distruzione di massa e il traffico illegale di materiali radioattivi”.
 
Le tre nuove stazioni radar si aggiungono ad altre 15 infrastrutture militari, in buona parte postazioni e centri di osservazione e controllo delle frontiere, realizzate in Georgia a partire del 2003 dall’US Army Corps of Engineers. Tra esse spiccano in particolare una grande caserma con annessi deposito munizioni e officine di manutenzione veicoli realizzati nelle vicinanze del cosiddetto Red Bridge, il principale posto di frontiera con l’Azerbaijan (costato al Pentagono 7 milioni di dollari), la “stazione di controllo” e un grande poligono di tipo coperto per l’addestramento all’uso di armi leggere nella regione montagnosa di Kazbegi, al confine con la Russia (costo 2,4 milioni di dollari). Il Corpo d’ingegneria dell’esercito USA ha pure ristrutturato gli hangar e l’area di parcheggio velivoli dell’aeroporto internazionale di Tbilisi e ha completato la realizzazione a Bitumi di un “laboratorio specializzato” per la Guardia coste georgiana, di una facility per la forza navale nel porto di Poti e di una stazione di telecomunicazioni a Lilo. Sono in via di completamento, inoltre, i lavori di riparazione dell’arsenale militare di Poti e di costruzione di una infrastruttura per l’addestramento della guardia doganale a Lilo. Questi ultimi progetti sono stati finanziati grazie alla nuova iniziativa di assistenza per la “Sicurezza e il controllo delle esportazioni e dei confini georgiani”, voluta dal Dipartimento di Stato.
 
Nel giugno 2009 è stata pure inaugurata un’accademia di polizia alla periferia di Tbilisi; si tratta della più grande e moderna infrastruttura di questo genere di tutto il Caucaso ed include un’area di addestramento di 10.000 metri quadri, alloggi collettivi per 250 reclute e palestre per oltre 4.000 metri quadri. Costata 2,1 milioni di dollari, l’accademia è stata finanziata grazie all’“International Narcotics and Law-Enforcement (INL)”, l’ambiguo programma di “aiuti” contro il narcotraffico che il Dipartimento di Stato ha implementato pure in Ucraina, Kosovo, Afghanistan, Pakistan, Iraq, Colombia, Perù e Bolivia. “L’infrastruttura è finalizzata a sostenere il programma di professionalizzazione delle forze di polizia georgiane per sostenere nel paese la democrazia, rafforzare l’economia di mercato e sviluppare la stabilità sociale e politica e la lotta al crimine organizzato”, ha spiegato Jon Trumble, a capo dell’US Bureau of Customs and Border Protection che opera in Georgia dal 1997, anno in cui ha preso il via l’aiuto militare statunitense all’ex repubblica sovietica. “La Georgia necessita di una forza di polizia nazionale capace e dedita alla protezione dei cittadini e delle loro proprietà”, ha aggiunto Trumble. “Grazie ai fondi dell’INL, il nostro personale militare e di alcune agenzie di sicurezza come Fbi e Dea, è impegnato nella pianificazione delle operazioni e nell’addestramento sul campo della polizia, della guardia coste e delle pattuglie di controllo delle frontiere georgiane”.
 
Parallelamente prosegue lo sforzo finanziario di Washington a favore del potenziamento delle capacità offensive delle forze armate georgiane. I reparti nazionali sono stati dotati dei sistemi d’arma più sofisticati, grazie principalmente al “Georgia Train and Equip Program”, il programma avviato dal Pentagono nel 2002. Periodicamente vengono dislocati nel paese reparti dell’esercito, della marina e dell’aeronautica statunitense per partecipare ad esercitazioni congiunte con le forze armate georgiane. L’appuntamento annuale più importante è il ciclo di addestramento interforze denominato “Immediate Response”, a cui partecipano pure reparti di altri paesi NATO. L’edizione più imponente si è tenuta nel luglio 2009, proprio alla vigilia della grave crisi militare russo-georgiana: ad essa hanno preso parte un migliaio di militari statunitensi provenienti dal Corpo dei Marines, dalla brigata aviotrasportata dell’US Army con base a Vicenza e dal 21st Theater Sustainment Command di Kaiserslautern (Germania). Centro operativo dell’esercitazione la grande base aerea di Vaziani, nei pressi della capitale georgiana, poi duramente bombardata dai caccia russi nell’agosto 2009. Secondo i portavoce del Pentagono, nessuno dei militari USA partecipanti ad “Immediate Response” era presente in Georgia allo scoppio delle ostilità, ma qualche tempo dopo, il Comando delle forze armate Usa in Europa (Useucom), ha ammesso la presenza nel paese di 92 militari e 35 contractor statunitensi, “utilizzati per l’addestramento dell’esercito georgiano alle operazioni in Iraq”. La Georgia ha infatti assegnato alla coalizione internazionale operante in Iraq 2.000 uomini, il terzo maggiore contributo militare dopo Stati Uniti d’America e Gran Bretagna.
Mentre il ruolo assunto dal distaccamento Useucom nel breve conflitto con la Russia è rimasto top secret, ampia visibilità è stata data dal Pentagono al trasferimento in Georgia di mezzi navali e aerei a “protezione” della popolazione civile e per il trasporto di “aiuti umanitari”. Nel quadro di una vasta operazione diretta dal Comando delle forze navali USA in Europa di stanza a Napoli, sono state inviate in Georgia alcune unità della VI Flotta operanti nelle acque del Mediterraneo, tra cui, in particolare, la nave ammiraglia USS Mount Whitney, con base a Gaeta, e il cacciatorpediniere McFaul che, congiuntamente a tonnellate di kit igienici e alimenti, trasportava una decina di missili da crociera Tomahawk a doppia capacità, convenzionale e nucleare. Numerosi aerei cargo C-40 “Clippers”, C-130 “Hercules” e C-17 “Galaxi” hanno raggiunto la Georgia dalle basi europee di Ramstein (Germania) e Sigonella (Sicilia), trasportando “aiuti” in buona parte sdoganati dal grande deposito dell’US Army di Camp Darby (Pisa). Per il ponte aereo con la Georgia, l’US Navy ha anche rischierato nella grande stazione aeronavale siciliana gli uomini e i velivoli del Fleet Logistics Support Squadron 59 (VR-59), di stanza a Fort Worth, Texas.
 
Due mesi dopo la cessazione dei combattimenti, la base aerea di Vaziani è stata rioccupata dalle forze armate USA per lo svolgimento – in abbondante anticipo – dell’edizione 2010 dell’esercitazione “Immediate Response”. Pianificata e diretta dal 21st Theater Sustainment Command e dal Joint Multinational Readiness Center dell’esercito USA di Hohenfels, Germania, l’operazione veniva giustificata da Washington con l’esigenza di “migliorare le capacità operative delle forze militari georgiane in vista del loro dispiegamento in Afghanistan a supporto dell’operazione Enduring Freedom”.
 
Aericolo pubblicato in Agoravox.it il 19 febbraio 2010

Contractors Usa, la Vicenza Connection

I lavori nella nuova base americana I lavori nella nuova base americana
Dire che industrie ed enti di Vicenza abbiano consolidati rapporti d'affari con l'esercito Usa è scoprire l'acqua calda. E in questi anni di roventi polemiche sulla nuova base americana al Dal Molin sono stati versati fiumi d'inchiostro sull'indotto, gli "schei" che i militari del Pentagono farebbero piovere attraverso appalti, subappalti e affitti. A tutt'oggi, la fetta più grossa (245 milioni di euro per la costruzione degli edifici) se la sono aggiudicata la Cmc di Ravenna e la Ccc di Bologna, le due maggiori cooperative (ex) rosse legate al Partito Democratico. Per i subappalti finora si sa solo della Isnardo Carta di Montecchio Precalcino, impresa di impiantistica che sta lavorando a preparare il terreno per l'edificazione. Quanto alla ricaduta immobiliare, proprio in questi giorni gli Americani stanno cercando casa attraverso banali inserzioni sul giornale, dopo il no del Comune di Quinto ad un nuovo villaggio a Quintarello, fra il fiume Tesina e l'autostrada Valdastico. Resta da vedere, infine, quante imprese locali saranno coinvolte nei servizi interni alla nuova caserma: alla Ederle i lavoratori civili italiani si aggirano sulle 700 e più unità.




Quote confindustriali
Ma, eccezion fatta per quest'ultimo dato e l'importo del maxi-appalto vinto dalle coop, ciò che colpisce dell'intreccio fra il comando Setaf e l'economia vicentina è la tradizionale assenza di cifre. Un ricercatore pacifista siciliano, Antonio Mazzeo, attivo da trent'anni nei movimenti no-war e anti-mafia, è riuscito a scovarne qualcuna di interessante. Segugio del click, grazie a due siti americani,http://www.fedspending.org , http://www.governmentcontractswon.com, ha ricostruito parte dei legami economici fra Dipartimento della Difesa statunitense e mondo vicentino. A cominciare dalla sua istituzione di potere più importante, l'Associazione Industriali, ramo locale di Confindustria. «Sono sei i contratti a favore dell'Associazione Industriali», scrive Mazzeo nell'articolo "La Vicenza connection delle basi Usa in Italia", inviato a testate e movimenti in tutta Italia: «I primi due risalgono al 2004 (uno con la causale "Policy Review/Development Services", valore 3.277 dollari e l'altro "Other Education and Training Services" per 300 dollari); uno è del 2005 ("Other Professional Services" per 3.277 dollari); un altro ancora del 2007 ("Technical Assistance" per 4.572 dollari); gli ultimi due per "servizi" non meglio specificati ed un valore complessivo di 5.691 dollari recano la data del 15 luglio 2008». In realtà, come ci dicono a Palazzo Bonin Longare, la Setaf dal 1996 è iscritta ad Assindustria come una qualsiasi altra impresa presente sul territorio berico. Solo che gli Americani contrattualizzano tutto, e perciò il versamento delle quote associative risultano come contratti. Il cui ammontare, difatti, è poca cosa: al massimo 5 mila e rotti euro in un anno. I servizi cui Mazzeo si riferisce sono quelli offerti agli associati: consulenze fiscali, informazioni finanziarie, eccetera.
Gemmo sicula
Gemmo spa Gemmo spa
Molto più significative ma già note sono le ingenti somme di dollari conquistate da ditte vicentine inserite nel giro dei contractors di fiducia del Pentagono. Prime fra tutte la Gemmo Spa di Arcugnano (ricordiamo che Irene Gemmo, molto vicina al governatore Giancarlo Galan, è la presidente uscente della finanziaria Veneto Sviluppo). Scrive Mazzeo: «Nel solo periodo compreso tra il 2000 e il 2007, la Gemmo ha eseguito per conto delle forze armate Usa lavori per oltre 36.848.000 dollari. Settantatre i contratti sottoscritti per interventi che spaziano dalla realizzazione d'infrastrutture ed edifici per le truppe, alla manutenzione di piste aree, la riparazione di oleodotti, l'esecuzione di servizi vari come la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, la derattizzazione, ecc..». Battuta nella gara per la bonifica dell'area Dal Molin, la Gemmo «si è prontamente rifatta in Sicilia, ottenendo in consorzio i lavori per l'installazione entro il 2010 di tre potentissime antenne radar del nuovo sistema satellitare a microonde MUOS nel Centro di trasmissione dell'US Navy di Niscemi (Caltanissetta). Il MUOS servirà per i collegamenti con i Centri di Comando e Controllo delle forze armate USA, i gruppi operativi terrestri e marittimi in combattimento, i cacciabombardieri in volo e gli aerei senza pilota "Global Hawk" che stanno per diventare operativi nella vicina base di Sigonella. Il consorzio ha il nome di "Team MUOS Niscemi", ma la sua sede è ad Arcugnano, in viale dell'Industria 2, lo stesso indirizzo degli uffici centrali della Gemmo S.p.A». Ma il business in Sicilia non finisce qui: « Con un secondo consorzio ("Team Bos Sigonella"), presenti la "LA.RA. Costruzioni" di Motta Sant'Anastasia (Catania) e la statunitense Del-Jen Inc., la società vicentina ha sottoscritto un contratto per 16 milioni di dollari per l'"esecuzione, supervisione, trasporto di armamenti, materiali ed attrezzature necessarie ai servizi operativi e di supporto", la "gestione ed amministrazione dei servizi ambientali" e il "controllo delle sostanze nocive, la raccolta e il riciclaggio dei rifiuti" nella stazione aeronavale di Sigonella e nelle installazioni siciliane collegate, prime fra tutte il complesso portuale di Augusta (base di appoggio per portaerei e sottomarini nucleari), la stazione di telecomunicazione di Niscemi e il Pachino Target Range, in località Marza (Siracusa), centro di supporto per le esercitazioni aeree e navali USA e NATO nel Mediterraneo centrale. Il consorzio aspira tuttavia ad ottenere un'estensione del contratto almeno sino al 2013 ed incassare così 96 milioni di dollari».

Maltauro pigliatutto
Maltauro spa Maltauro spa
L'altro colosso palladiano che macina utili grazie alle servitù militari americane è la Maltauro. Secondo Mazzeo, «sedici contratti per un valore complessivo di 12.410.282 dollari è il bottino incamerato grazie alle basi USA dall'Impresa Costruzioni Maltauro», che all'interno della Ederle 1 «ha realizzato un centro d'intrattenimento di 3.000 mq per i soldati e le famiglie statunitensi, dotato di 16 piste da bowling, due sale giochi, due sale meeting, una cucina con area self-service, un bar e diversi uffici amministrativi. Un altro complesso ricreativo è stato realizzato all'interno della base aerea di Aviano (Pordenone). Nell'ambito del cosiddetto "Piano Aviano 2000" avviato da Washington per potenziare le infrastrutture e le funzioni dello scalo friulano, la società vicentina sta realizzando un edificio di circa 1.000 mq per nuovi uffici operativi e ristrutturando tre aree destinate a parcheggio, ricovero ed officine dei cacciabombardieri a capacità nucleare dell'US Air Force. I lavori per un ammontare di 11.514.816,40 euro, sono iniziati nel gennaio 2007 e avranno una durata di circa quattro anni». Poi c'è la new town di Caldogno. Quello che non è riuscito a Quinto, infatti, pare avverarsi nella cittadina confinante con la zona dove sorgerà il Dal Molin a stelle e strisce: «Tra i progetti in pole position quello per centinaia di milioni di euro che la Maltauro sta eseguendo a Caldogno, comune che dista pochi chilometri dall'ex aeroscalo vicentino. I lavori, autorizzati dall'amministrazione locale il 3 dicembre 2007, prevedono la costruzione di due blocchi per 76 unità abitative di lusso, un grande centro commerciale, bar, ristoranti, negozi, centri fitness, impianti di calcetto e finanche una piscina olimpionica». Per finire in bellezza, il siciliano Mazzeo rammenta i piani della Maltauro in Sicilia: «Ancora più ambizioso è il piano presentato dalla stessa società a Lentini, in Sicilia, per un "complesso insediativo chiuso ad uso collettivo", destinato ad "esclusiva residenza temporanea dei militari americani della base US Navy di Sigonella". In due terreni per complessivi 91,5 ettari, il cui cambio di destinazione d'uso è stato autorizzato dal Comune il 18 aprile 2006, la Maltauro intende realizzare "1.000 casette a schiera unifamiliari con annesso verde privato e parcheggi, un residence per la sistemazione temporanea per i militari in attesa dell'alloggio definitivo, attrezzature ad uso collettivo per l'istruzione, lo svago e il terziario, impianti sportivi, relative opere di urbanizzazione primaria e un sistema di guardiole per il presidio di controllo e sicurezza". Si prevede un investimento per oltre 300 milioni di euro con l'insediamento di 6.800 abitanti e un volume complessivo di 670.000 metri cubi di costruzioni ed una superficie coperta di 195,000 mq.. Una vera e propria città satellite in un'area di particolare pregio paesaggistico, storico e naturale, a cui potrebbero aggiungersi le opere viarie e i servizi per "rendere facilmente fruibile" ai militari USA il lago di Lentini, Sito di Interesse Comunitario (Sic) e Zona di Protezione Speciale (ZPS) della Provincia Regionale di Siracusa. Per l'affaire di Lentini, la Maltauro ha costituito ad hoc la "Scirumi S.r.l.", congiuntamente ad una società nella titolarità dei cinque figli del cavaliere Mario Ciancio, editore-proprietario del quotidiano La Sicilia e di numerose emittenti radiotelevisive siciliane, nonché azionista degli altri due quotidiani regionali, il Giornale di Sicilia e la Gazzetta del Sud». A Lentini, tra l'altro, la Gemmo ha ottenuto nell'agosto 2008 l'assegnazione dell'illuminazione comunale per cinque anni, con un canone annuo di 484.665,98 euro.

Fra Genova e San Biagio
Altri gruppi segnalati da Mazzeo sono la Thiene Costruzioni Srl di Longare, che tra il 2000 e il 2007 si è accaparrata sei contratti per la realizzazione e la manutenzione di edifici del personale US Army di Vicenza, per un ammontare complessivo di 2.094.056 dollari; e, sempre iscritta alla Confindustria vicentina, la Ignazio Messina & C. S.p.A. di Genova (sic), uno dei maggiori nomi nel settore della navigazione, che nel 2003 «per il trasporto di uomini, mezzi e sistemi d'arma destinati al teatro di guerra iracheno, ha ricevuto 16.927.443 dollari dal Military Sealift Command delle forze armate USA». In ultimo, da annotare nella speciale lista delle società contrattate dalle agenzie del Pentagono ci sono pure «l'ACI Leasing Vicenza S.r.l. (300.000 dollari per "servizi vari" offerti nel 2003) e la Camping Vicenza Sport (36.031 dollari per l'utilizzo di strutture alberghiere tra il 2004 e il 2007)».
E gli enti e le società pubbliche? Secondo Mazzeo, la multiservizi del Comune capoluogo, l'Aim, «risulta aver ricevuto 739.654 dollari direttamente dall'US Army. Due i pagamenti contabilizzati, presumibilmente in cambio della fornitura di energia elettrica: il primo nel 2006 per soli 14.309 dollari, il secondo in data 10 dicembre 2007 per 725.345 dollari». Cercare di avere una conferma o smentita da San Biagio è fatica sprecata: la regola è che "non si può parlare dei contratti coi clienti per tutelare la privacy". Mistero fitto anche sul deposito di Longare, anche se Mazzeo assicura: «per la "raccolta e lo smaltimento di rifiuti solidi", 40.753 dollari sono invece finiti direttamente nelle casse del Comune di Longare, il cui territorio ospita una base sotterranea delle forze armate Usa, utilizzata come deposito di testate nucleari tattiche che dopo essere stata parzialmente smantellata ma mai bonificata, è stata segretamente riattivata lo scorso anno». Persino l'ospedale San Bortolo avrebbe ricevuto (quattro) soldi americani: «l'Unità locale socio-sanitaria numero 6 di Vicenza che a partire dal 2004 ha ricevuto 4.146 dollari per la fornitura di prestazioni mediche e 2.504 dollari per ignoti "servizi di formazione e training"». Conclude Mazzeo: gli Americani si confermano lungimiranti «fabbricanti del consenso» a suon di dollari. Senza rendersi conto, così facendo, di fornire argomenti a chi sostiene la teoria dell'indotto. Quando invece bisognerebbe elencare, come ad esempio ha già fatto egregiamente l'ingegner Guglielmo Vernau, i costi che la comunità vicentina e lo Stato italiano dovrà accollarsi per far insediare al Dal Molin i parà della 173sima brigata aviotrasportata. Costi economici (per gli allacciamenti e le condutture, per la tangenziale nord), ambientali (rischio inquinamento della falda, smog, perdita di un possibile polmone verde) e politici (volontà popolare calpestata, sovranità nazionale offesa, legalità violata).

Alessio Mannino
Articolo pubblicato sul numero 168 di VicenzaPiù, domenica 25 Ottobre 2009