I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 30 agosto 2010

Missili Patriot in Polonia per le guerre stellari dell’era Obama

A partire dalla prima settimana di aprile il Pentagono installerà nel nord della Polonia una batteria missilistica terra-aria Patriot, attualmente in dotazione al personale dell’US Army di stanza nella base tedesca di Kaiserslautern. Si tratterebbe in particolare di otto lanciatori per missili MIM-104 e della relativa stazione di comando e controllo gestita da un centinaio di uomini del 5° Battaglione del 7° Artiglieria difesa aerea dell’US Army. Secondo quanto riportato dalla stampa polacca, l’installazione dei Patriot avverrà nella città di Morag, a 60 km dal confine orientale con l’enclave russa nel Baltico di Kaliningrad.


La volontà di Washington d’installare i Patriot nel paese dell’est Europa fu resa pubblica nell’agosto del 2008, quando scoppiò il conflitto armato tra Georgia e Russia. Allora, però, il Sottosegretario di stato per il controllo delle armi e la sicurezza internazionale, John C. Rood, aveva dichiarato che il trasferimento del sistema missilistico sarebbe avvenuto solo nel 2012. L’autorizzazione per lo schieramento dei Patriot fu successivamente rilasciata dalle autorità polacche l’11 dicembre 2009, in occasione della firma di un trattato di mutua cooperazione militare con gli Stati Uniti d’America. Secondo il portavoce del Dipartimento di Stato, il trattato ha pure definito “lo status giuridico del personale USA operante in Polonia” e la “realizzazione di una serie di attività addestrative congiunte”, facilitando altresì “l’invio in Polonia di personale militare statunitense e l’installazione, in prospettiva, del sistema di difesa dai missili balistici”. I Patriot, infatti, costituiscono uno degli elementi cardine della nuova “architettura” anti-missile disegnata dell’amministrazione Obama. Dopo il congelamento per motivi di bilancio del cosiddetto “scudo stellare” di Gorge Bush che prevedeva l’installazione di radar e intercettori anti-missile nella Repubblica Ceca e Polonia, il Dipartimento della difesa ha preferito ripiegare su un modello “più snello” ma “assai più flessibile”, con “costi inferiori e facilmente integrabile con i sistemi oggi esistenti nei paesi alleati, composto da missili anti-missile a corto e medio raggio supportati da piattaforme radar rapidamente trasportabili”.

L’implementazione del Piano spaziale Obama avverrà in due fasi: nella prima (l’odierna), si utilizzerà la rete esistente fondata sui missili Patriot; poi, a partire del 2015, entreranno in funzione gli intercettori superficie-aria “Standard Missile SM-3”, con testata cinetica ad autoguida, una gittata di 500 km e una velocità di 9.600 Km/h, che “assicureranno la difesa di aree maggiori dai missili balistici a medio e lungo raggio”. E una batteria dei nuovi SM-3 sarà installata proprio in territorio polacco.

In vista di una proiezione ancora più offensiva ad est del dispositivo militare USA e NATO, a Washington è pure in discussione la possibilità di trasferire permanentemente in Polonia uno o più gruppi di volo con cacciabombardieri a capacità nucleare F-16, attualmente ospitati nella base aerea di Aviano (Pordenone). L’ipotesi è stata lanciata ufficialmente lo scorso anno dal colonnello Chris Sage (membro dello staff esecutivo del Comando centrale dell’US Air Force) ed è fortemente caldeggiata dalle autorità governative polacche. Per il trasferimento degli F-16 è stata però stimata una spesa per oltre un miliardo di dollari, cifra improponibile con l’odierna congiuntura economica, a meno che il progetto USA non venga assunto collegialmente dai membri dell’Alleanza Atlantica. Intanto, grazie ad un protocollo sottoscritto nel febbraio 2009, le massime autorità militari polacche sono state autorizzate a partecipare operativamente alle strutture di comando USA in ambito alleato, in partnership con Gran Bretagna, Canada, Australia e Giordania. L’accordo ha pure previsto l’addestramento da parte statunitense delle forze aeree polacche per lo svolgimento di operazioni di trasporto truppe e mezzi NATO e il sostegno al programma che prevede di portare entro il 2012 da 1.500 a 3.500 i militari polacchi assegnati alle “operazioni speciali” delle forze alleate. Il miglioramento delle capacità interoperative delle forze armate della Polonia è stato inoltre assicurato dalla cessione da parte dell’US Air Force di sette velivoli C-130 “Hercules”, in grado di trasportare sino a 17 tonnellate di equipaggiamenti o 90 militari alla volta. I C-130 sono oggi ospitati nella base aerea di Powidz, nel distretto di Slupca. In occasione del vertice NATO di Strasburgo della primavera 2009, la Polonia si è offerta inoltre ad ospitare un Battaglione alleato d’intelligence per “rafforzare le capacità di riconoscimento aereo”, congiuntamente ad una flotta di velivoli per il rifornimento in volo dei caccia NATO. Attualmente l’Alleanza atlantica sta finanziando la ristrutturazione e il potenziamento di sette basi aeree e delle due maggiori stazioni navali polacche nel mar Baltico, quelle di Gdynia e Swinoujscie. A Bydgoszcz (Pomerania) è inoltre operativo dall’aprile 2005 uno dei due principali centri di addestramento in Europa dei reparti entrati a far parte della Forza di reazione rapida della NATO (l’altro è quello di Stavanger, in Norvegia).

Come era prevedibile, l’arrivo dei missili Patriot e di nuovi reparti USA in Polonia (a cui si è aggiunto pure il finanziamento di nuove infrastrutture militari in Bulgaria e Romania per un valore di 100 milioni di dollari che ospiteranno sino a 4.100 militari statunitensi), ha provocato le ire del governo russo. Mosca ha già annunciato le prime contromosse: verranno rafforzate subito le componenti navali di stanza nelle basi aeronavali di Kaliningrad e Kronstadt, mentre sempre a Kaliningrad verrà trasferita a breve una batteria di missili tattici “Iskander” (SS-26). E il Baltico torna ad essere uno dei mari più militarizzati e nuclearizzati del pianeta.

Pubblicato su Agoravox.it il 25 febbraio 2010

domenica 29 agosto 2010

Barcellona, l’antimafia nel mirino del consiglio comunale

Guai a voler verificare la legalità del procedimento amministrativo relativo alla realizzazione del più grande parco commerciale della Sicilia, un affare per svariate centinaia di milioni di euro in un’area ad altissima densità mafiosa. Politici e consiglieri comunali, compatti, sono pronti ad invocare liste di proscrizione e finanche la testa di quelli che vengono tacciati pubblicamente di essere «strabici carrieristi» e di «avvelenare i pozzi» della città, magari su mandato delle forze oscure dei comuni limitrofi. È quanto accaduto a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) al Movimento Civico Città Aperta e al Presidio “Rita Atria” di Libera, ree di aver puntato i riflettori sul voto unanime del consiglio comunale che ha approvato una variante al PRG per consentire l’insediamento di megashopping, negozi, alberghi e ristoranti su 18,4 ettari di terreni agricoli.


Le due associazioni avevano presentato in Comune formale richiesta di accesso al fascicolo sull’iter amministrativo del progetto, esprimendo poi in un comunicato il timore sulla «dubbia provenienza» dei capitali per l’operazione. Un timore condiviso dal senatore Giuseppe Lumia (Pd), membro della Commissione Parlamentare antimafia, che il 12 gennaio 2010 proprio sull’insediamento del Parco commerciale di Barcellona ha presentato una lunghissima interrogazione al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Interni. Lumia, in particolare, ha puntato il dito sulla «gravissima anomalia» rappresentata dalla società che ha proposto il progetto, la Dibeca sas, «direttamente riconducibile ad un noto pluripregiudicato locale, l’avvocato Rosario Pio Cattafi, che, solo nel luglio 2005 ha finito di scontare la misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno (5 anni), per la sua pericolosità, comprovata, secondo quanto si legge nel decreto emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina il 2 agosto del 2000, dai suoi costanti contatti, protrattisi per decenni, con personaggi del calibro di Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda e Giuseppe Gullotti».

Di fronte alle pesanti contestazioni del parlamentare e delle due associazioni antimafia, il consiglio comunale di Barcellona ha scelto il contro-attacco al grido «qui la mafia non esiste!». A lanciare la carica contro Città Aperta e il Presidio “Rita Atria” ci ha pensato il consigliere comunale Gaetano Torre dell’Mpa, il partito-movimento autonomista siciliano che annovera tra i suoi rappresentanti locali l’ex deputato regionale Angelo Paffumi, ritenuto iscritto alla Gran loggia “Ausonia”, il circolo massonico “irregolare” al centro di un’inchiesta sui presunti condizionamenti sulla vita politica ed amministrativa di Barcellona e dintorni. Torre ha depositato un’interpellanza al sindaco Candeloro Nania (An-Pdl) e ai colleghi consiglieri invocando «un moto di ribellione contro questi carrieristi che vogliono ghettizzare Barcellona» e «un atto di resipiscenza contro i continui attacchi portati proditoriamente da queste associazioni che hanno fatto a gara nell’indicare il pericolo di infiltrazioni mafiose e presunte irregolarità, additando in modo indegno Barcellona come Comune ad alto rischio di infiltrazioni, provocando addirittura una interpellanza al Senato». «Nell’interesse e per la dignità della cittadinanza ed anche per lo sviluppo di Barcellona che non può essere indicata città di mafia», il consigliere comunale aggiunge che «il Comune di Barcellona è uno dei pochi che hanno sottoscritto il protocollo di legalità con la Prefettura e pertanto qui infiltrazioni mafiose non ce ne saranno di sicuro». Infine la malcelata accusa contro le associazioni di operare da mercenarie. «Nessun comunicato – scrive Torre - queste hanno fatto pervenire per l’approvazione a Milazzo del piano commerciale che permetterà al gruppo Franza di realizzare un altro parco commerciale in una zona dichiarata archeologica. Evidentemente i cittadini di Barcellona sono di serie “B”, non hanno diritto ad avere posti di lavoro, a sperare in nuovi insediamenti che potrebbero portare fino a 1.000 posti di lavoro oltre a quelli dell’indotto».

L’interpellanza è stata tema di discussione nell’ultimo consiglio comunale di Barcellona, incontrando unanime condivisione da parte dei rappresentanti dei gruppi di maggioranza ed opposizione. «Noi consiglieri rivendichiamo il diritto di fare delle scelte nell’interesse della città, ma purtroppo c’è gente che ha l’abitudine di avvelenare i pozzi», ha dichiarato in particolare Nino Munafò, consigliere eletto con la lista “Punto Freccia - Alleanza nazionale”. Ancora più netto Orazio Calamuneri, esponente del Partito democratico, all’opposizione: «Difendo la dedizione, la correttezza e la trasparenza con cui ha operato la terza commissione consiliare che ha esitato favorevolmente quel provvedimento. Rigetto pertanto le speculazioni e affermo che la deliberazione del Consiglio è avvenuta in piena coscienza, e senza alcuna pressione o forzatura».

La replica di Città Aperta e del Presidio antimafia “Rita Atria” non si è fatta attendere. «L’unanime attacco del Consiglio contro le nostre denunce in merito all’approvazione del Parco commerciale è la dimostrazione del nervosismo che aleggia tra i consiglieri, coscienti di aver varato un atto amministrativo destinato a provocare pesanti ripercussioni sull’immagine delle istituzioni cittadine», scrivono in un comunicato le due associazioni. «Sul merito ribadiamo la nostra preferenza per i parchi commerciali naturali e per la valorizzazione del già ricco tessuto commerciale cittadino e la nostra perplessità per qualsiasi progetto che tenda a creare attività commerciali in contesti artificiali, che solo apparentemente aumentano le opportunità di lavoro. Prova ne siano i continui licenziamenti nei centri commerciali già presenti nel nostro territorio, il cui personale vive una condizione di totale precarietà con contratti a brevissima scadenza, divenendo facile preda delle centrali di potere economico-politico che sfruttano la situazione per manovrare consistenti pacchetti di voti».

«Quanto al pericolo di infiltrazioni della criminalità organizzata – prosegue la nota di Città Aperta e del Presidio “Rita Atria” - le numerosissime inchieste della magistratura dimostrano come i centri per la grande distribuzione siano diventati lavatrici del denaro sporco dei mafiosi. Per Barcellona le preoccupazioni nascono dalla presentazione del progetto di piano particolareggiato da parte della Ribeca sas, una società già oggetto di segnalazione da parte della commissione prefettizia che nel 2006 aveva chiesto senza successo lo scioglimento del Consiglio comunale di Barcellona, e questo in forza della presenza, tra i soci di allora, di Rosario Pio Cattafi. Ecco perché è opportuno che tale operazione avvenga nella massima trasparenza possibile e sotto il monitoraggio costante delle autorità competenti». Le associazioni rilevano infine che dopo aver richiesto in data 2 dicembre 2009 l’accesso agli atti della variante al PRG, ad oggi non è stato ancora prodotto alcun documento a risposta da parte degli uffici competenti del comune di Barcellona. «È singolare quindi che da un lato si invochi il presunto “protocollo di legalità” stipulato dal Comune con la Prefettura e dall’altro si commetta una palese violazione della legalità omettendo di dare risposte come previsto dalla legge».

Sul «vergognoso attacco» subito da Città Aperta e dal Presidio Antimafia è intervenuto Daniele David della Casamatta della Sinistra di Messina che, a fine gennaio, aveva dedicato un incontro pubblico proprio alle mille ombre del Parco commerciale e allo strapotere delle organizzazioni criminali barcellonesi. «Esprimiamo piena solidarietà ai movimenti barcellonesi, unica speranza in un territorio ostaggio, devastato socialmente e culturalmente prima che economicamente e politicamente», afferma David. Il Circolo “Ottobre Rosso” di Rifondazione Comunista di Barcellona, oggetto recentemente di gravi intimidazioni, chiede invece «che si faccia luce su tutti i passaggi legali inerenti eventuali irregolarità relative al percorso che ha portato all’approvazione del Parco». «Il piano commerciale di Barcellona – aggiunge il Circolo del Prc - rientra in un ben più ampio piano economico del nostro territorio, dove sempre più centri commerciali vengono aperti, anche a brevi distanze, senza una vera e propria domanda che sollecita tali scelte. In questo quadro non la produzione, ma la speculazione economica ha assunto il ruolo guida del mancato sviluppo del nostro comprensorio».

Sulla vicenda da registrare infine la nota del senatore Giuseppe Lumia. «La posizione del Consiglio comunale di Barcellona mi sembra il classico mettere le mani avanti», afferma il parlamentare. «È chiaro che l’autodifesa dei consiglieri è una sorta di difesa di Cattafi. Io ho fatto una denuncia chiara con l’idea che ogni progetto deve rispondere ai requisiti di legalità e sviluppo del territorio. Mi auguro che anche l’autorità giudiziaria e le altre Istituzioni facciano la propria parte». Continuano a scegliere il silenzio, invece, il Pd regionale e provinciale, ai cui vertici compare in particolare il parlamentare Francantonio Genovese, ex sindaco di Messina e socio in alcune società della famiglia Franza. Altrettanto incomprensibili i silenzi delle associazioni di categoria dei piccoli e medi commercianti, i più colpiti dalla proliferazione nel messinese dei centri destinati alla grande distribuzione. Scoraggiante infine l’empasse che ha caratterizzato sino ad oggi la Prefettura di Messina, nonostante le denunce stampa e la circostanziata ricostruzione del senatore Lumia sull’anomalo iter progettuale del Parco commerciale di Barcellona abbiano fornito sufficienti elementi per istituire una commissione d’indagine ed accertare l’esistenza di eventuali condizionamenti “esterni” sulla vita amministrativa locale.

Sul progetto del megacentro si dovrà intanto discutere al Tribunale amministrativo regionale di Catania. L’avvocato Benedetto Calpona (in rappresentanza di Francesco Calabrese, titolare dell’omonima impresa di costruzioni e proprietario di un terreno sito nell’area destinata ad ospitare il Parco), ha presentato un ricorso per l’annullamento della delibera consiliare di approvazione della variante al piano regolatore, contestandone la legittimità formale e sostanziale. Il sindaco Candeloro Nania ha già affidato a due noti avvocati la difesa dell’amministrazione e del procedimento che ha dato luce verde al progetto della famiglia Cattafi. Per le spese legali e le parcelle, naturalmente, ci penseranno il bilancio comunale e i contribuenti barcellonesi.

Pubblicato su Agoravox.it il 3 marzo 2010

Cinque paesi NATO contro le armi nucleari USA. Ma non l’Italia

“Testate nucleari? No grazie”. Per la prima volta, alcuni paesi europei dell’Alleanza Atlantica starebbero prendendo seriamente in considerazione di chiedere agli Stati Uniti d’America di rimuovere l’arsenale nucleare ospitato nel vecchio continente. La notizia è stata pubblicata da alcune testate giornalistiche tedesche e francesi; più precisamente, Belgio, Germania, Lussemburgo, Olanda e Norvegia sarebbero intenzionate a porre la questione all’ordine del giorno del prossimo summit NATO previsto per il mese di novembre 2010. Il quotidiano “Der Spiegel” aggiunge che i ministri degli esteri dei cinque paesi avrebbero già inviato una richiesta in merito al segretario generale della NATO, Fogh Rasmussen, mentre sarebbero stati attivati i canali diplomatici per invitare altri alleati europei ad aderire alla richiesta di denuclearizzazione. Sempre per “Der Spiegel”, il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle avrebbe già richiesto agli Stati Uniti la rimozione di 20 testate nucleari dalla Germania.


L’agenzia France Presse, da parte sua, scrive che alcuni importanti esponenti politici del Belgio starebbero sostenendo la richiesta “No Nukes” presso il quartier generale NATO di Bruxelles, anche se il portavoce del ministero degli esteri belga, Bart Ouvery, ha dichiarato in un’intervista che “non è comunque in discussione la rimozione immediata di tutte le armi nucleari esistenti”. L’ipotesi di riduzione riguarderà inoltre solo le armi nucleari di proprietà degli Stati Uniti, mentre Francia e Gran Bretagna manterrebbero inalterati i loro arsenali di morte.

L’esistenza di contatti tra gli USA e i partner europei per un possibile smantellamento parziale delle testate ospitate nel vecchio continente è stata confermata dal “New York Times”; secondo il quotidiano, l’amministrazione Obama starebbe per completare una “Revisione dei piani di guerra nucleari” che “potrebbe potenzialmente condurre ad un cambiamento della politica USA”. Per Sharon Squassoni, ricercatore del Center for Strategic and International Studies, è tuttavia difficile prevedere oggi come Washington potrebbe reagire ad una formale richiesta degli alleati NATO di rimozione delle armi nucleari dall’Europa.

C’è incertezza sul reale numero delle testate USA esistenti oggi nel vecchio continente. Secondo alcuni ricercatori internazionali indipendenti, esse andrebbero da un minimo di 200 a un massimo di 350. Si tratterebbe in particolare di bombe di gravità del tipo “B-61”, trasportabili dai cacciabombardieri USA e dei paesi partner. Dal computo sono ovviamente escluse le testate nucleari stoccate transitoriamente o in transito nelle principali basi aeree europee o quelle poste a disposizione dei sistemi missilistici dei sottomarini e delle unità navali in transito nelle acque del continente.

Nel maggio 2008, la Federazione degli Scienziati Americani (FSA) ha rivelato i contenuti dei manuali prodotti nel 2005 e 2007 dall’US Air Force, denominati “Nuclear Surety Staff Assistance Visit and Functional Expert Visit Program Management”. Destinati al personale che cura la sicurezza degli ordigni, i manuali indicano le località dove essi sono stoccati in siti sotterranei protetti noti come “WS3 - Weapon Storage and Security System”, e dove, di conseguenza, i tecnici nucleari svolgono i controlli di sicurezza semestrali. Entrambi gli elenchi riportano i nomi delle installazioni italiane di Ghedi Brescia) e Aviano (Pordenone), insieme alle basi di Kleine Brogel in Belgio, Büchel in Germania, Volkel in Olanda, Lakeneath in Gran Bretagna e Incirlik in Turchia. La lista del 2005 comprendeva anche le basi tedesche di Ramstein e Spangdahlem, ma le infrastrutture sono state escluse dalle ispezioni nel documento del 2007. Di conseguenza la Federazione degli Scienziati Americani ritiene che le testate siano state rimosse definitivamente da queste due ultime installazioni. In tempi più recenti, l’US Air Force avrebbe rimosso anche le bombe dislocate nella base britannica di Lakenheath. Così, secondo la FSA, la “maggior parte delle armi nucleari USA è stoccata in tre basi mediterranee: quelle di Ghedi, Aviano e Incirlik”. Solo in Italia, le testate a disposizione delle forze aeree USA sarebbero una novantina, una cinquantina ad Aviano e il resto a Ghedi. Nell’installazione bresciana, gli ispettori dell’US Air Force avrebbero però rilevato “problemi di sicurezza” ai sistemi di protezione delle armi. L’inquietante particolare è stato denunciato ancora dalla Federazione degli Scienziati, che ha citato come fonte un altro report dell’US Air Force, denominato “Air Force Blue Ribbon Review of Nuclear Weapons Policies and Procedures”, parzialmente declassificato nel 2008. Problemi di difficile risoluzione al punto che il Pentagono starebbe pianificando il ritiro da Ghedi del 704 MUNSS, lo speciale squadrone USA di manutenzione delle bombe atomiche, e il trasferimento degli uomini e dei sistemi d’arma ad Aviano.

Ad oggi, nulla è trapelato in Italia se e quando verrà realizzata la concentrazione di tutte le testate nell’installazione friulana. Date le posizioni esasperatamente filo-nucleari del governo italiano è però impensabile che Berlusconi, Frattini e La Russa possano prendere sul serio la proposta di denuclearizzazione parziale di Belgio, Germania, Lussemburgo, Olanda e Norvegia. A complicare le cose c’è poi l’articolato programma di potenziamento delle infrastrutture in atto all’interno della base di Aviano. Per l’anno fiscale 2011, l’US Air Force ha richiesto al Congresso lo stanziamento di 19 milioni di dollari per costruire tre nuovi edifici che ospiteranno 114 abitazioni per il personale di stanza nella base. Essi dovrebbero sorgere accanto alle sei palazzine esistenti nella cosiddetta Area 1 dove sono concentrate le unità abitative, l’ospedale militare e le scuole per i figli del personale USA. Secondo la scheda progettuale presentata al Congresso, lo scopo delle nuove costruzioni è quello di “eliminare o ricollocare tutte le funzioni oggi esplicate nell’Area 2 utilizzata dai primi anni ’90 dai militari USA (niente di più di un paio di dormitori e qualche facilities di supporto), per restituirla alle forze armate italiane, proprietarie dell’area”. Secondo il colonnello Bo Bloomer, comandate del 31st Civil Engineer Squadron, le modalità per la restituzione dei circa 13 acri dell’Area 2 sono in via di discussione con le autorità militari italiane. Ciò non comporterà tuttavia cambi significativi al numero del personale militare e civile USA assegnato ad Aviano; l’US Air Force prevede che si passerà a 4.248 unità nel 2015, 15 in meno di quanto presenti a fine 2009.

L’Area 2 è raggiungibile dall’Area 1 grazie alla “Via Pedemonte”, ma la distanza tra i due siti e i “rischi” e le difficoltà di protezione dei mezzi USA in transito hanno convinto i comandi dell’US Air Force a richiedere il ricongiungimento dei dormitori dei militari. Secondo il quotidiano delle forze armate Stars and Stripes, “gli Stati Uniti hanno tentato di ottenere il controllo della Via Pedemonte qualche anno fa per ridurre questi svantaggi ma sono incorsi nella strenua opposizione degli italiani”. “Grazie al nuovo programma – aggiunge Stars and Stripes – ad Aviano si sta tentando di liberare 100.000 metri quadri di facilities entro il 2020 e ciò consentirà risparmi per oltre 360.000 euro all’anno”.

A un possibile nuovo scenario militare USA sulla Pedemontana ha fatto accenno nei giorni scorsi il console generale degli Stati Uniti a Milano, Carol Peres, durante un’intervista ai microfoni del Tg3 del Friuli Venezia Giulia. Solo una semplice ammissione di possibili novità a medio termine, per poi trincerarsi nel “top secret”. Peres ha comunque negato che gli USA siano intenzionate a trasferire in Polonia una o più squadriglie con cacciabombardieri F-16, come invece auspicato e pubblicato da uno dei massimi strateghi dell’US Air Force nell’ambito di una maggiore proiezione ad Est del dispositivo aereo e missilistico statunitense.

Pubblicati su Agoravox.it, 4 matzo 2010

giovedì 19 agosto 2010

La Ponte Connection dell’Università degli Studi di Messina

Inchieste giudiziarie e ricercatori sostengono che il Ponte sullo Stretto di Messina, più che due sponde, servirà a congiungere due cosche, o meglio, le due grandi holding criminali che controllano il territorio e l’economia in Calabria e Sicilia. Nell’Università di Messina, però, mafia e ‘ndrangheta operano in collegamento perlomeno sin dagli anni ’70, quando anche grazie a certi “studenti” di estrema destra e all’occhio benevolo degli inquirenti, l’Ateneo divenne il laboratorio sperimentale di un’alleanza politico-criminale che avrebbe colto i suoi frutti con la stagione delle stragi del 1992-93. Mafia e ‘ndrangheta hanno messo le mani su grandi e piccoli affari dell’università dello Stretto: dagli appalti per la realizzazione del Policlinico a quelli per la gestione di mense e servizi; dalla compravendita di esami e titoli di studio al traffico di armi e stupefacenti all’interno dei locali universitari. Non sono mancati gli attentati e i ferimenti di docenti e studenti e finanche un morto eccellente, il professore Matteo Bottari, noto endoscopista, barbaramente assassinato a Messina 13 anni fa.


Senza aver mai promosso un serio dibattito sulle origini e le modalità con cui è proliferato il cancro criminogeno nell’università, i vertici accademici hanno pure impedito che l’istituzione ponesse attenzione alle problematiche di tipo sociale, economico, ambientale e criminale relative alla realizzazione del Ponte sullo Stretto, la più impattante delle Grandi Opere in Italia. Adesso che il governo annuncia a tamburo battente l’avvio dei lavori e si avverte tra Scilla e Cariddi il profumo dei primi milioni di euro, l’Università di Messina fa la sua scelta di campo, quella di abdicare definitivamente alle proprie finalità di promozione della ricerca e dell’interesse pubblico. Secondo quanto rivelato dal quotidiano on line Tempo Stretto.it, le massime autorità dell’Ateneo e i manager di “Eurolink”, l’associazione d’imprese general contractor per i lavori del Ponte, starebbero per definire un accordo finalizzato a coinvolgere direttamente l’Università nella progettazione esecutiva dell’imponente opera.

“Non abbiamo ancora deciso in che modi e in che tempi l’Università potrà partecipare alle fasi preliminari e di studio per la costruzione del Ponte, ma come ha sottolineato l’amministratore delegato della Stretto di Messina Spa, Pietro Ciucci durante la sua ultima visita in città in occasione della presentazione ufficiale del progetto definitivo, anche l’Istituzione universitaria potrà svolgere un ruolo di primo piano”, ha dichiarato a Tempo Stretto il rettore Franco Tomasello. “L’idea – ha spiegato Tomasello - è quella di creare un Laboratorio di ricerca nel quale far convogliare le migliori professionalità dell’Ateneo e magari offrire una vetrina ai giovani messinesi che hanno conseguito il Dottorato di ricerca o frequentato un Master. Ci siederemo attorno a un tavolo con il direttivo di Eurolink e proveremo a mettere nero su bianco un accordo che soddisfi tutti”. Secondo il quotidiano on line, l’Università avrebbe già individuato il sito in cui potrebbe sorgere il “laboratorio” pro-Ponte: si tratterebbe dell’incubatore realizzato all’interno del polo universitario scientifico del Papardo, su una collina prossima ai cantieri di uno dei due piloni della mega-infrastruttura. Sorto per accogliere le imprese specializzate in “produzioni hi-tech e spin-off da ricerca” provenienti principalmente dall’Ateneo, l’incubatore è stato concesso in uso a Sviluppo Italia Sicilia, ente acquisito recentemente dalla Regione Siciliana che è pure azionista di minoranza della società concessionaria della realizzazione del Ponte. Il complesso edilizio all’interno del polo universitario si estende su un'area complessiva di 4.400 mq ed è stato finanziato con i fondi della legge 208/98 per gli “interventi di promozione, occupazione ed impresa nelle aree depresse”. Sino ad oggi è rimasto inutilizzato, ma qualora fosse formalizzata la sinergia con l’Università, esso potrebbe ospitare pure gli uffici delle società general contractor del Ponte (Impregilo, Sacyr Sa, Società Italiana per Condotte d’Acqua, Cooperativa Muratori & Cementisti di Ravenna, Ishikawajima-Harima Heavy Industries CO, Aci Scpa – Consorzio Stabile).

Amore non recente quello del rettore Tomasello per il collegamento stabile nello Stretto. Il 14 maggio 2009, egli era stato il moderatore di un incontro pubblico, patrocinato dall’Ateneo, con il professor Enzo Siviero, ordinario di Teoria e Progetto di ponti alla Iuav di Venezia e vicepresidente del Consiglio universitario nazionale. “Il ponte sullo Stretto di Messina è l’occasione per dare continuità alle due sponde, il simbolo istituzionale della futura area metropolitana dello Stretto”, dichiarò allora Siviero. “Se davvero vogliamo ridisegnare la Sicilia, è necessaria un’operazione culturale strategica che veda al centro la realizzazione di questa grande struttura”. E chi meglio di un Ateneo può essere il motore di siffatta “operazione culturale”?

Controverso destino quello di Franco Tomasello. Da una parte tutto sembra presagire che il Magnifico Rettore passerà alla storia per apporre il sigillo dell’Ateneo sul progetto della biblica colata di cemento sulle sponde dello Stretto. Dall’altra, però, a sbiadirne l’immagine, restano i due provvedimenti di sospensione dall’incarico di rettore (per due mesi cadauno), ordinati negli anni scorsi dal Tribunale di Messina. L’ultima sospensione, nel dicembre 2008, è giunta a conclusione dell’inchiesta su un presunto “concorso pilotato” nella facoltà di Veterinaria. Tomasello e altri 22 indagati sono stati rinviati a giudizio e il processo è ancora in corso. Secondo il professor Giuseppe Cucinotta, membro interno della commissione concorsuale, i vertici dell’Università avrebbero voluto che la selezione fosse vinta dal figlio di un ex preside di Veterinaria. Durissimo il pronunciamento del giudice per le indagini preliminari: “Il Tomasello utilizza la sua autorevole posizione di Rettore presso l’Università degli Studi di Messina per intervenire, abusando dei propri poteri nell’assegnazione di incarichi e posti di lavoro. La sua gestione della cosa pubblica, lungi dall’essere improntata a regole di trasparenza ed imparzialità, è invece molto più “pragmaticamente” mossa dalle esigenze di favorire chi può evidentemente ricambiare. La logica dello scambio reciproco, che inquina la sua azione amministrativa ed esprime una disinvoltura non comune, porta a ritenere concreto il pericolo di reiterazione del reato”.

Ancora più duro il giudizio espresso nel 2007 dai giudici del Tribunale del Riesame nel provvedimento di conferma di quella che era stata la prima sospensione dalle funzioni di rettore. Di Tomasello si stigmatizzava l’“allarmante ostinazione manifestata nella conduzione clientelare della propria carica” - e la “pericolosa quanto diffusa inclinazione alla rimozione assoluta del disvalore morale insito nelle condotte in esame ed alla sua sostituzione con un atteggiamento di compiaciuta, disinvolta ed opportunistica solidarietà rispetto al beneficiario dell’abuso, che poco giova al prestigio e all’autorevolezza dei pubblici uffici coinvolti in simili dinamiche”.

Oggetto d’indagine allora, il comportamento assunto da Franco Tomasello per “favorire” l’assunzione come dirigente di Medicina del lavoro al Policlinico, dell’ex presidente del consiglio comunale di Messina, Umberto Bonanno (Psi - Forza Italia). Già al centro del procedimento “Oro grigio” su un supposto giro di tangenti per la lottizzazione di un complesso edilizio in un’area ad alto rischio geologico, secondo l’accusa, Bonanno avrebbe ottenuto l’incarico “su pressioni del Tomasello e della moglie”, presentando certificati e attestazioni, “alcuni dei quali ritenuti falsi”, recanti la firma dell’allora vice-ministro all’Istruzione e alla Ricerca Universitaria, Nanni Ricevuto (successivamente sottosegretario con delega ai lavori del Ponte), odierno presidente della Provincia di Messina.

“Emerge in modo assolutamente chiaro come sia in corso fra il rettore Tomasello ed il duo Bonanno-Ricevuto un continuo, capillare scambio di favori”, si legge nell’ordinanza di sospensione di Franco Tomasello, pubblicata sul sito www.enricodigiacomo.it. “È in questa logica che il Tomasello si attiva per favorire il Bonanno ed è in questa logica che costui ‘lavora’ per assicurare al Tomasello il suo intervento presso il Ricevuto. Ed infatti non è un caso che vi sia una fitta serie di contatti tra i due e che, al contempo, Tomasello rassicuri il Bonanno circa la sua disponibilità nei suoi confronti allorché all’indomani dalla sconfitta delle elezioni amministrative evidentemente cerca di ricollocarsi il più comodamente possibile nel mondo lavorativo”.

Ma la fitta “rete di contatti” dell’ex presidente del consiglio comunale non riguardano solo la sua “promozione” a dirigente di Medicina del lavoro del Policlinico universitario. Nel corso di una telefonata del 13 dicembre 2005, Umberto Bonanno si sofferma con l’interlocutore sul contrastato iter del Ponte sullo Stretto. “Poi ora c’è la storia del Ponte”, afferma Bonanno. “E chi la ferma più? Genovese (l’allora sindaco di Messina Francantonio Genovese, Nda)? No, Peppe, il Ponte non lo ferma più nessuno… E quella famosa convenzione con l’Università è stata fatta. Ed all’interno della convenzione c’è anche la questione della sicurezza dei cantieri, giusto? E la sicurezza dei cantieri, ora bisognerà fare una specifica convenzione con il General Contractor e l’istituto di Medicina del lavoro… Hai capito, si arriverà a questa cosa, si farà… Non è un problema e quella darà la possibilità e l’opportunità…ouh! Dieci milioni di euro di contratto… Se questo contratto verrà fatto è grazie ad Umberto Bonanno… Questa cosa si fa, figurati… Tra l’altro Pietro Ciucci a me ha offerto un posto di lavoro! Ciucci mi ha detto: “Va bene, visto che sei libero, allora noi avremmo bisogno…”; gli ho detto io: “ti ringrazio, cose varie… ma sai, non è la mia aspirazione fare il dipendente della società Stretto di Messina… Quale dipendente della Stretto di Messina, Umberto… mi sono spiegato male”. Io gliel’ho detto di proposito…””.

mercoledì 18 agosto 2010

La Milazzo-Nigerian Connection

Il presidente del Senato della Nigeria, David Mark in visita al Comune di Milazzo (Messina) a Ferragosto. Nel corso della sua permanenza nella cittadina siciliana, Mark ha incontrato il neo-sindaco Carmelo Pino e ha visitato la mostra sui cimeli garibaldini allestita nelloo storico Palazzo D'Amico. “Una visita molto cordiale – ha detto il sindaco Pino – col presidente Mark particolarmente attratto dall’esposizione su Garibaldi e la spedizione dei Mille, che ha avuto modo di conoscere attraverso le testimonianze degli storici. Apprezzamenti sia per i contenuti della mostra, illustrata dalla storico cittadino Girolamo Fuduli, sia per il prestigio della location, palazzo D’Amico. Abbiamo scambiato col presidente un bre-ve saluto istituzionale consegnandogli il crest del Comune e con soddisfazione preso atto del suo plauso alla nostra ospitalità. Rapporti come questi sono importanti per l’immagine di Milazzo”. .
Il senatore David Mark, già generale dell'esercito nigeriano, si trova in Sicilia ospite del noto imprenditore edile Gitto, uno dei maggiori costruttori italiani operanti in Nigeria e Israele. Su Gitto abbiamo scritto diverse inchieste in passato, in particolare l'ultima pubblicata sul mensile Nigrizia e il sito Terrelibere.org.


                        29 giugno 2007 - Business tricolore in Nigeria. Gli affari italiani nel Delta

La siciliana Gitto è la società di costruzioni con più commesse governative nel paese africano. In stretti rapporti con il potere pure l’Intels di Gabriele Volpi, che gestisce i servizi petroliferi in molti porti del Delta. In Nigeria c'è poi la Techint della famiglia Rocca. E ovviamente l'Eni...


La cifra è stratosferica: 1.250 milioni di dollari, 2.200 miliardi di vecchie lire. Ammontano a tanto gli investimenti che una joint venture tra il governo dello stato di Cross River e un pool di banche private internazionali programma di realizzare ad Adiabo, nella provincia di Calabar. Tinapa Business and Tourism Resort è il nome del megaprogetto: 80mila metri quadrati di spiagge e foreste tropicali, al confine con il Camerun, da trasformare in centri commerciali, hotel a 5 stelle, piscine, acquapark, multisale cinematografiche, campi da golf e piste da go-kart.

Un’oasi autosufficiente per il turismo extralusso, la più grande di tutta l’Africa Occidentale. Modello: i resort polifunzionali di Miami, Cancún, Dubai, Hong Kong. Solo che qui siamo a meno di un centinaio di chilometri, in linea d’aria, dall’inferno del Delta del Niger, dove vive una popolazione tra le più povere al mondo, con milioni di disperati che sopravvivono con meno di un dollaro al giorno. Senza accesso a servizi come acqua, elettricità, sanità di base, istruzione. Dove solo un adulto su due sa leggere e scrivere e due bambini su dieci muoiono prima di aver compiuto i cinque anni.

Sponsor d’eccezione del Tinapa dream, il locale ufficio Undp, l’agenzia delle Nazioni unite per lo sviluppo. Un «progetto ecoturisitico e sostenibile», lo ha definito il delegato Jim Plannery. Certo, per i privati è un affare: l’area di Calabar è duty free e i guadagni sono esenti da ritenute fiscali. Ma il progetto è un crimine ecologico e contribuisce alla scomparsa delle residue foreste fluviali del Cross River, area protetta, dove, però, prolifera il contrabbando di legname pregiato, destinato, in gran parte, ai produttori italiani di parquet.

Italiana è l’impresa a cui sono stati affidati i lavori di sbancamento e la realizzazione delle strade di accesso al megacentro turistico di Tinapa. Si tratta della Gitto Costruzioni Generali Nigeria Ltd., filiale locale dell’omonimo gruppo con sede a Roma e Giammoro, frazione del comune siciliano di Pace del Mela (Messina).

Una piccola impresa familiare, che in poco più di 5 anni si è trasformata nella società di costruzioni con più commesse governative in Nigeria, superando colossi come Impregilo, Astaldi e Salini. Strade, ponti e infrastrutture aeroportuali sono stati realizzati negli stati di Akwa-Ibom, Plateau, Cross River, Benue e nella capitale Abuja.

Il fiore all’occhiello è il secondo ponte sul Niger, tra le città di Onitsha e Asaba, un’infrastruttura con sei corsie di transito e lunga quasi due chilometri nel cuore del Delta e che la Gitto Costruzioni gestirà in concessione per i prossimi 25 anni. Un’opera funzionale alla penetrazione delle multinazionali petrolifere per moltiplicare giacimenti, pozzi, oleodotti e profitti. Un settore, quello energetico, che vede la società siciliana protagonista, negli stati di Cross River ed Edo, nella costruzione di centrali elettriche a gas per conto dei governi locali.

Nella lista dei lavori della Gitto Nigeria Ltd c’è pure la realizzazione del Centro nazionale cristiano di Abuja, il gigantesco complesso religioso costato 30 milioni di dollari e inaugurato lo scorso aprile, alla presenza delle maggiori autorità spirituali e dell’allora presidente nigeriano Olusegun Obasanjo. La famiglia Gitto ha acquisito anche la quota di maggioranza nell’Abuja Gateway Consortium, il consorzio privato al quale il governo nigeriano ha affidato l’ampliamento e la gestione del terminal aereo di Abuja, nell’ambito del piano di privatizzazione delle infrastrutture concordato con la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale.

Tra i partner dell’azienda siciliana, alcune delle maggiori compagnie aeree mondiali (British Airways, Air France, Klm, Lufthansa) e la A. G. Ferrero & Company di Kaduna, società operante nel settore petrolifero, di proprietà dell’ex ambasciatore nigeriano in Brasile, Patrick Dele Cole.

L’ultima commessa multimilionaria ottenuta dalla Gitto riguarda la realizzazione delle piste, degli hangar e delle officine multifunzionali dell’aeroporto che sta sorgendo nello stato di Akwa-Ibom. Il governo punta alla creazione di un vero e proprio “hub” per le operazioni dei velivoli in forza alle compagnie petrolifere statunitensi operanti nel Delta del Niger e in tutto il Golfo di Guinea. Un’opera divoratrice di risorse finanziarie (oltre 300 milioni di dollari per la prima tranche di lavori).

Anche stavolta il modello è quello dell’affidamento dell’infrastruttura in esclusiva a una compagnia privata. Scoprire di chi si tratta lascia interdetti: la DynCorp International, casa madre a Irving, Texas, principale contractor del Pentagono nella realizzazione di basi militari e nella manutenzione dei sistemi d’armi in Iraq e Afghanistan, più nota, però, per aver fornito truppe di mercenari nelle guerre più sporche che hanno afflitto il pianeta (Colombia, Balcani, Somalia).

Le dimensioni dello scalo, i cui lavori la DynCorp ha affidato alla Gitto (solo le piste misureranno 4.200 metri), lasciano presagire un suo utilizzo non solo per fini commerciali. In Africa Occidentale le forze armate statunitensi sono alla ricerca di aree ove posizionare i reparti di pronto intervento in “difesa” dell’inarrestabile flusso petrolifero. Cosa c’è di meglio di un polo aereo nella regione del Delta, nelle mani di un’azienda leader del complesso militare-industriale Usa?

Gli amici di Abubakar

C’è un evento che può spiegare in parte la rapidità con cui i Gitto si sono affermati in Africa. La mattina del 15 agosto 2003 sbarcava all’aeroporto di Catania una delegazione di alto livello della repubblica nigeriana: il neoeletto vicepresidente Atiku Abubakar, la giovane moglie Jennifer, Boni Haruna, allora governatore dello stato di Adamawa (ha perso le elezioni lo scorso maggio), un senatore e l’ambasciatore in Italia, Danjo Eguche.

Ad attenderli, l’ingegnere Domenico Gitto, amministratore delegato della company. Ospiti privati della famiglia siciliana per due giorni, i nigeriani venivano condotti, con uno splendido yacht, sino a Taormina. Quarantotto ore dopo la conclusione della visita dei politici nigeriani nell’isola, il 18 agosto, le agenzie di stampa informavano che la società di costruzioni italiana aveva vinto un appalto di 41 milioni di dollari per realizzare una strada a due corsie e un ponte sul fiume Itigidi, nello stato di Cross River.

Si trattava di un progetto concepito dal vecchio regime militare per assicurare una rotta terrestre alternativa ai trasferimenti di gas liquido e del personale in forza agli impianti di liquefazione di Bonny Island, fortemente osteggiati dalle comunità locali e dalle organizzazioni ambientaliste. Per assicurare l’avvio pacifico dei lavori, il governo distribuì qualche spicciolo ai capi comunità, ripetendo il vecchio copione di buona parte dei progetti petroliferi nel Delta del Niger.

Prima di essere imputato di corruzione, abuso d’ufficio e falso in bilancio, Atiku Abubakar ha rigidamente applicato i piani di riforma strutturale dell’economia predisposti dal Fondo monetario. Direttore del Consiglio nazionale sulle privatizzazioni, in meno di quattro anni di vicepresidenza Abubakar ha trasferito una ventina di grandi holding statali a compagnie private nazionali ed estere.

Settori chiave – come l’industria petrolifera, le ferrovie e la telefonia – sono stati svenduti senza alcun beneficio per le casse statali. Abubakar ha pure concordato con la Banca mondiale la cessione delle infrastrutture portuali alle società private che le gestivano in regime di concessione. Maggiore beneficiaria una compagnia con capitali interamente italiani, la Intels (Integrated Logistic Services Ltd), con sede a Londra e Houston.

Casualità volle che ad accogliere il vicepresidente nigeriano nella sua breve escursione turistica in Sicilia, nell’agosto 2003, ci fosse pure, accanto all’ingegnere Gitto, uno degli amministratori di Intels, Gabriele Volpi, proprietario dello yacht che condusse gli ospiti in giro per lo Ionio, considerato grande amico anche del finanziere caduto in disgrazia (e suo conterraneo) Giampiero Fiorani, grazie al quale spiccò il volo per i suoi affari africani. Oggi Intels gestisce i servizi petroliferi nei porti di Warri e Calabar e il terminal oceanico West Africa Container Terminal (Wact), realizzato all’interno della zona franca di Onne, sul Bonny River, a meno di 40 km da Port Harcourt. Il terminal ospita petroliere da 70mila tonnellate e le navi che s’incaricano del trasporto dei container provenienti dalla grande acciaieria di Ajaokuta e dal complesso carbonifero di Enugu.

Gli affari dell’Eni

Il denaro che gira intorno alle grandi opere e ai trasporti non è, tuttavia, comparabile a quello generato dal settore energetico. Qui è l’Eni a farla da padrone. Nel solo periodo 2003-06, l’ente di stato ha fatto investimenti in Nigeria per 1,3 miliardi di euro, assicurandosi una produzione quotidiana di circa 150mila barili di olio equivalente (petrolio più gas).

Imperturbabile di fronte alle comprovate accuse di violazione dei diritti umani e devastazione ambientale, l’Eni si è pure lanciato nello sfruttamento del gas naturale liquefatto. La controllata Snamprogetti partecipa al consorzio internazionale TSKJ, che ha realizzato tre linee di produzione nell’impianto di Bonny Island. Con un costo di 3,8 miliardi di dollari, esso assicurerà il trattamento di 252 miliardi di metri cubi di gas liquido all’anno. Una vera bomba ecologica, che ipoteca pesantemente il futuro delle popolazioni locali. Non è superfluo segnalare che la Nigeria LNG Ltd, la compagnia mista che produce ed esporta il gas naturale liquido, è posseduta per un 10,4% da Agip International e che il contratto di fornitura più rilevante lo ha sottoscritto con l’Enel.

Tra le società che hanno partecipato all’installazione del complesso di Bonny Island c’è, infine, la Techint della famiglia Rocca, attiva nel settore siderurgico e ingegneristico. In Nigeria la Techint ha realizzato anche il megaoleodotto Enugu-Makurdi-Yola. Sino al suo arresto nel 1992 per tangenti, amministratore delegato di questa holding era Paolo Scaroni. Qualche tempo dopo aver patteggiato una pena di un anno e quattro mesi, Scaroni fu nominato amministratore delegato dell’Enel. Oggi è alla guida dell’Eni.

Affari internazionali della siciliana Gitto Costruzioni

Quasi una predilezione quella dei Gitto per gli scacchieri più caldi del pianeta. Prima di giungere in Nigeria la famiglia ha realizzato una galleria autostradale fra le città di Gerusalemme ed Hebron, all’interno della fitta rete di arterie viarie, le famigerate by-pass routes, che congiungono Israele gli insediamenti illegali di coloni e alle basi militari disseminati a Gaza e in Cisgiordania. Nel 2003 c’è stato pure un grosso appalto ottenuto dall’Unione europea per la riabilitazione della rete autostradale della martoriata Sierra Leone e qualche mese fa la firma di un contratto di 66 milioni di dollari in Sudan per ricostruire le strade di Juba, città sul Nilo bianco al confine con l’Uganda riconquistata nel gennaio 2005 dalle forze militari governative dopo anni di cruenta guerra civile.

Come facciano i Gitto a muoversi tra i signori delle guerre di mezzo mondo è proprio un mistero. Alcuni collaboratori di giustizia hanno raccontato che i dirigenti della società sarebbero stati sottoposti al pagamento di tangenti dalle cosche mafiose durante alcuni lavori effettuati in Sicilia. Angelo Siino, ex “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, ricorda che in occasione di un pranzo in un ristorante di Milazzo, presenti esponenti della criminalità locale, politici ed imprenditori locali, si parlò del consorzio denominato Ferrofir che doveva occuparsi della costruzione di alcune gallerie: “A tali opere era interessato l’imprenditore barcellonese Gitto, ma l’uomo che doveva occuparsi dell’intera gestione dell’affare doveva essere Giovanni Sindoni”. Le dichiarazioni di Siino non hanno mai avuto alcun seguito giudiziario.

A capo di una delle maggiori aziende siciliane di trasformazione agrumaria Sindoni è stato coinvolto in una megainchiesta sulle truffe a danno della CEE accanto all’ex sindaco di Bagheria Michelangelo Aiello e al boss Leonardo Greco, riportando una condanna a otto mesi di reclusione. Aggiunge Siino: “Praticamente Gitto era uno che faceva lavori per conto terzi. In effetti era quello che manipolava la maggior parte dei lavori sull’autostrada Palermo-Messina e a causa di questo gli ammazzarono un parente che prese le sue difese”. Per Siino si tratterebbe del commerciante Francesco Gitto, storico boss di Barcellona Pozzo di Gotto. Cugino acquisito dell’ex governatore di New York Mario Cuomo, Francesco Gitto fu assassinato il 14 dicembre 1987 durante la guerra di mafia per il controllo delle grandi opere pubbliche nel messinese. “Che i due Gitto erano imparentati io l’ho saputo da Nino Isgrò o da Matteo Blandi, malavitoso di Caronia....”, conclude il collaboratore.

Antonio Mazzeo


Relativamente alla Italian-Nigerian Connection invitiamo pure a leggere l'inchiesta pubblicata nella primavera del 2007 su Terrelibere.org ed Ecomancina.com, "Italiani in Nigeria": http://www.ecomancina.com/documenti/nigeria.htm

martedì 17 agosto 2010

Basi USA e rafforzamento del blocco di potere in Sicilia

La base siciliana di Sigonella sta per ospitare il nuovo Sistema di sorveglianza terrestre AGS NATO. Intanto si moltiplicano i lavori di costruzione ed ampliamento di piste aeree, hangar e sistemi di telecomunicazione spaziale delle forze armate USA. In attesa dei velivoli senza pilota Global Hawk, la stazione aeronavale si trasforma nel maggiore centro logistico ed operativo per gli interventi di guerra in Africa, Medio Oriente e Golfo Persico. E le maggiori corporation del complesso militare industriale fanno grandi affari con i cavalieri locali dell’editoria e del cemento.



Nel corso della riunione dei Ministri della Difesa della NATO di Cracovia, il 19 e 20 febbraio 2009, è stata formalizzata la scelta della stazione aeronavale di Sigonella quale “principale base operativa” dell’Alliance Ground Surveillance – AGS, il nuovo sistema i sorveglianza terrestre dell’Alleanza Atlantica. <<Abbiamo scelto questa base dopo un’attenta valutazione e per la sua centralità strategica nel Mediterraneo che consentirà di concentrare le forze d’intelligence italiane, della NATO e internazionali>>, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini. Nella grande infrastruttura militare saranno ospitati i sistemi di comando e di controllo del’AGS, centralizzando le attività di raccolta e analisi delle informazioni raccolte. Sigonella si trasforma così in un’immensa centrale di spionaggio, un “Grande Orecchio” della NATO capace di spiare, 24 ore al giorno, un’area che si estende dai Balcani al Caucaso e dall’Africa al Golfo Persico.

La stazione aeronavale ospiterà inoltre la componente di volo del sistema di sorveglianza, costituita da sei sofisticati velivoli senza pilota (UAV). In un comunicato stampa del 25 settembre scorso, gli alti comandi NATO hanno spiegato che <<il segmento aereo dell’AGS Core sarà basato sulla versione Block 40 dell’aereo “RQ-4B Global Hawk” di produzione statunitense, dotato di un’autonomia di volo superiore alle 30 ore ed in grado di raggiungere i 60.000 piedi di altezza, in qualsiasi condizione meteorologica>>. La rotta dei Global Hawk sarà fissata da mappe predeterminate, un po’ come accade con i missili da crociera Cruise, ma da terra gli operatori potranno cambiare le missioni in qualsiasi momento. Gli UAV saranno equipaggiati con un sensore radar di sorveglianza del suolo multi-piattaforma (MPRIP Multi-Platform Radar Insertion Program) e con un sistema di trasmissione dati a banda larga. Mediante l’impiego di questi sensori, l’AGS Core scoprirà e “traccerà” oggetti in movimento nell’area osservata e fornirà immagini radar di oggetti stazionari. Il segmento terrestre, che sarà sviluppato dalle industrie militari canadesi ed europee, distribuirà i dati ad i molteplici utenti operativi all’interno e fuori dal teatro delle operazioni belliche, e funzionerà come un’interfaccia tra l’AGS Core ed un’ampia gamma di sistemi d’Intelligence, Sorveglianza e Riconoscimento (IRS), nazionali e NATO. Il segmento di terra dell’AGS includerà i sistemi dedicati al supporto della missione, dislocati presso la Main Operating Base di Sigonella, e le altre stazioni terrestri fisse e trasportabili, progettate per supportare le operazioni di dispiegamento in tempi rapidissimi e in qualsiasi scacchiere internazionale, di forze terrestri, velivoli aerei, navi, sottomarini, unità missilistiche. L’AGS è dunque lo strumento chiave per rendere più incisiva la Forza di Risposta della NATO (NRF), divenuta operativa nel giugno 2006.

<<Grazie all’Alliance Ground Surveillance, la NATO acquisirà una considerevole flessibilità nell’impiego della propria capacità di sorveglianza di vaste aree di territorio in modo da adattarla alle reali necessità operative>>, ha dichiarato Peter C. W. Flory, vicesegretario generale per gli Investimenti alla difesa dell’Alleanza Atlantica. <<L’AGS sarà un elemento chiave per assicurare l’assunzione delle decisioni politiche dell’Alleanza e la realizzazione dei piani militari>>. Il nuovo sistema non sarà però un mero mezzo d’intercettazione e di spionaggio. Come riconosciuto dal Capo di Stato Maggiore italiano, generale Camporini, nella base di Sigonella sarà allestito un <<più avanzato sistema SIGINT>>. Il SIGINT, acronimo di Signals Intelligence, è lo strumento d’eccellenza di ogni “guerra preventiva” e ha una funzione determinante per scatenare il first strike, convenzionale o nucleare che sia. Una delle articolazioni SIGINT è la cosiddetta ELINT – Electronic Intelligence, che si occupa in particolare d’individuare la posizione di radar, navi, strutture di comando e controllo, sistemi antiaerei e missilistici, con lo scopo di pianificarne la distruzione in caso di conflitto.

Velivoli senza pilota ad altissimo rischio

Nonostante l’accelerazione inferta al piano di sviluppo dell’AGS, il Comando NATO di Bruxelles ha chiesto un maggiore impegno collettivo ai paesi membri. <<La partecipazione al programma resta aperto agli altri Alleati interessati>>, ha dichiarato il vicesegretario Peter C. W. Flory, invitando apertamente i partner dell’Europa occidentale e la Polonia a rientrare nell’AGS. Originariamente, il piano di sviluppo del sistema di sorveglianza vedeva associate 23 nazioni. Il 16 aprile 2004, la NATO attribuì al consorzio “Trans-Atlantic Industrial Proposed Solution” (TIPS) la ricerca e la progettazione delle apparecchiature terrestri e aeree. Al consorzio partecipavano le statunitensi Northrop Grumman e General Dynamics, la European Aeronautic Defense and Space Company – EADS (gruppo aerospaziale a cui aderiscono società tedesche, francesi ed olandesi), la francese Thales, la spagnola Indra e l’italiana Galileo Avionica. L’accordo prevedeva la realizzazione di una flotta di aerei senza pilota a composizione “mista” (i Global Hawk USA e gli europei Airbus A321). Nel novembre 2007, Washington annunciò però l’abbandono di questa soluzione e la milionaria commessa dei velivoli spia fu affidata in esclusiva alla Northrop Grumman. La rabbia degli alleati europei fu incontenibile e, uno dopo l’altro, Belgio, Francia, Ungheria, Olanda, Portogallo, Grecia e Spagna ritirarono il proprio appoggio finanziario ed industriale all’AGS. La diserzione alleata ebbe come prima conseguenza l’aumento dell’onere finanziario a carico dell’Italia per la realizzazione delle attrezzature e delle infrastrutture, circa 150 milioni di euro, pari al 10% del piano finanziario del programma.

Le autorità spagnole, che in un primo tempo avevano candidato lo scalo di Zaragoza come “principale base operativa” dell’AGS, hanno deciso di ritirarsi per motivi di ordine economico-industriale, ma soprattutto per il grave pericolo rappresentato dai velivoli senza pilota per la sicurezza dei voli civili e degli abitanti delle aree interessate alle operazioni. <<L’installazione a Zaragoza dei velivoli senza pilota presentava molti inconvenienti al normale funzionamento del vicino aeroporto della città>>, ha dichiarato il portavoce del governo Zapatero. <<Dato che le aeronavi della NATO voleranno continuamente per catturare le informazioni, si potevano generare restrizioni al traffico aereo, saturazione nello spazio aereo e problemi durante gli atterraggi e i decolli>>. Una valutazione dei rischi per la sicurezza dei sei milioni di passeggeri in transito dallo scalo di Catania-Fontanarossa (ad una decina di chilometri da Sigonella), che né il governo Prodi né quello Berlusconi si sono sentiti di fare. Eppure durante l’ispezione compiuta il 31 marzo 2008 nella base siciliana dal parlamentare di Sinistra Critica-PRC, Salvatore Cannavò, l’allora comandante del 41° Stormo dell’Aeronautica militare, colonnello Antonio Di Fiore, aveva negato l’ipotesi d’insediamento a Sigonella dei Global Hawk in quanto <<la gestione di quel tipo di aerei non è compatibile col traffico civile del vicino aeroporto civile Fontanarossa>>.

Intanto dovrebbe essere ormai questione di giorni l’arrivo a Sigonella del plotone di 4-5 velivoli RQ-4B “Global Hawk” dell’US Air Force, destinati ad operare in Europa, Medio Oriente e nel continente africano. Nella base siciliana sarà pure realizzato il Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, il complesso per le operazioni di manutenzione degli aerei senza pilota in dotazione alle forze aeree USA. Il progetto, da finanziare con il budget 2010 dell’Air Force Military Construction, Family Hosusing and base Realignment and Closure Programs, è stato definito di <<alto valore strategico>> da Kathleen Ferguson, vicesegretaria della Difesa, in occasione della sua audizione davanti al Congresso, il 3 giugno 2009. Il programma dell’US Air Force ha però lasciato perplessi i congressisti che hanno chiesto di posticipare l’installazione del nuovo hangar di supporto ai Global Hawk. <<La Marina USA possiede a Sigonella facilities di volo che attualmente sono sotto-utilizzate e possono pertanto ospitare a breve termine le necessità che deriveranno dall’arrivo dei primi Global Hawk nell’ottobre 2009>>, ha dichiarato il portavoce del Comitato per le installazioni militari del Congresso. <<Raccomandiamo pertanto di deferire l’investimento in facilities di volo aggiuntive a NAS Sigonella sino a quando il Rapporto Quadriennale della Difesa non informi sul futuro dei programmi del velivolo di pattugliamento marittimo P-8 e dei sistemi senza pilota UAV dell’US Navy, nonché su quanto verrà deciso relativamente all’installazione di questi programmi a Sigonella>>.

Lo scorso anno, il Pentagono ha assegnato alla Northrop Grumman il piano di sviluppo dei nuovi velivoli senza pilota che saranno utilizzati dalle forze navali. Con la prima tranche del programma, a partire del 2015 saranno forniti 68 “Global Hawk” in versione modificata rispetto a quelli già operativi con l’US Air Force. Spesa prevista 1,16 miliardi di dollari. <<Una quarantina di questi velivoli UAV saranno dislocati in cinque siti: Kaneohe, Hawaii; Jacksonville, Florida; Sigonella, Italia; Diego Garcia, Oceano Indiano, e Kadena, Okinawa>>, hanno dichiarato i portavoce del Dipartimento della Difesa. <<Ad essi, nelle differenti missioni navali in tutte le aree del mondo, si affiancheranno i velivoli con pilota P-8 Multi-Mission Maritime Aircraft (MMA), che stanno sostituendo i P-3 Orion in servizio dal 1962>>. L’US Navy ha già preannunciato che le front lines per la dislocazione dei nuovi P-8 saranno le stazioni aeronavali di Diego Garcia, Souda Bay (Grecia); Masirah (Oman); Keflavik (Islanda), Roosevelt Roads (Porto Rico) e l’immancabile Sigonella.

Nel cuore delle Star Wars

L’espansione operativa della più grande base della Marina militare USA nel Mediterraneo è pure confermata da quanto sta avvenendo all’interno della rete di telecomunicazione satellitare Global Broadcast Service (GBS). Dal marzo 2009, i terminal terrestri presenti a Sigonella e nelle basi “sorelle” di Norfolk (Virginia) e Wahiawa (isole Hawaii), sono passati sotto il comando e il controllo del 50th Space Communications Squadron, lo speciale squadrone di telecomunicazioni spaziali dell’US Air Force. <<Il trasferimento del Global Broadcast Service al 50th SCS è finalizzato ad accrescere l’operatività e l’efficienza del sistema di supporto stellare a favore delle missioni dell’US Pacific Command>>, ha dichiarato il colonnello Donald Fielden, comandante del 50° squadrone di telecomunicazioni. <<Il GBS è parte integrante dell’arsenale informativo che abbiano creato per le operazioni di guerra in un’area geografica che si estende dall’oceano Pacifico all’Afghanistan>>.

Il Global Broadcast Service è il sistema chiave per le trasmissioni satellitari di altissimo livello strategico. Sviluppato nella seconda metà degli anni ’90, è divenuto pienamente operativo solo a partire dal 2005. Il GBS, come riferito dai vertici delle forze armate USA, <<assicura la trasmissione veloce e in qualsiasi parte del globo di video, immagini ed altre informazioni top secret o non coperte da segreto su richiesta delle forze militari>>. Ai tre siti terrestri di Sigonella, Norfolk e Wahiawa, giungono costantemente flussi di dati da varie fonti d’intelligence, inclusi i comandi e le agenzie metereologiche, dai velivoli senza pilota UAV di nuova generazione e finanche dai network televisivi commerciali. Le informazioni vengono poi immagazzinate, selezionate, elaborate e successivamente inviate ai satelliti distanti 22.300 miglia, grazie a potentissime antenne che trasmettono in UHF ed EHF (Ultra and Extremely High Frequency – frequenze ultra e ed estremamente alte, con un range compreso tra i 300Mhz e i 300Ghz, quello cioè delle cosiddette “microonde”). <<Il Global Broadcast Service – aggiungono i manuali USA - sostiene le operazioni di routine e le esercitazioni militari, le attività speciali, le risposte in caso di crisi, la predisposizione degli obiettivi degli attacchi. Il GBS supporterà inoltre il passaggio e la conduzione di brevi operazioni di guerra nucleare>>.

La nuova architettura delle comunicazioni per le Star Wars USA sarà operativa entro il 2015 con il completamento del MUOS (Mobile User Objetive System), il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari in UHF che si affiancherà agli UFO, i cui terminal terrestri sono in avanzata fase di realizzazione a Niscemi (Caltanissetta), Kojarena-Geraldton (Australia) e nelle basi del GBS di Norfolk e Wahiawa. La stazione di telecomunicazioni dell’US Navy di Niscemi è stata scelta al posto di Sigonella dopo che uno studio sulle onde elettromagnetiche dell’antenna UHF del MUOS aveva determinato che esse potevano causare la detonazione dei sistemi d’arma e creare gravi pericoli al traffico aereo che anima lo scalo militare siciliano (si tratta del cosiddetto “HERO - Hazards of Electromagnetic to Ordnance”).

Attualmente a Niscemi operano una quarantina di antenne di trasmissione HF (alta frequenza) ed una LF. Quest’ultimo impianto trasmette su una frequenza di 39,9-45,5 kHz, contribuendo alle comunicazioni supersegrete delle forze di superficie, sottomarine, aeree e terrestri e dei centri C4I (Command, Control, Computer, Communications and Intelligence) di Stati Uniti ed alleati NATO. A partire dalla fine degli anni ’90, le stazione di Niscemi è stata pure dotata del sistema di trasmissione LF “AN/FRT-95”, che ha consentito alle forze armate USA di accrescere la copertura nelle regioni del Nord Atlantico e del Nord Pacifico. A seguito della chiusura della stazione di Keflavik (Islanda), nel dicembre 2006 sono state assegnate a Niscemi tutte le funzioni di collegamento in bassa frequenza con i sottomarini strategici operanti nella regione atlantica.

L’isola ostaggio dei bombardamenti elettromagnetici

L’inquinamento elettromagnetico generato dalle emissioni delle antenne esistenti a Niscemi ha già raggiunto livelli pericolosissimi per la salute delle popolazioni. Secondo il monitoraggio effettuato dall’ARPA, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, in un periodo compreso tra il 10 dicembre 2008 e il 9 marzo 2009 (quando erano in funzione appena il 50% circa delle antenne della base) sono stati evidenziati valori superiori ai “limiti di attenzione” fissati dalle normative in materia. In Italia, il decreto n. 381 del 10 settembre 1998 e il DPCM dell’8 luglio 2003 fissano i limiti di esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici; relativamente all’intensità della componente elettrica delle emissioni, la cui unità di misura è il volt per metro (V/m), in corrispondenza degli edifici adibiti a permanenza non inferiori a quattro ore, le leggi stabiliscono un limite massimo di esposizione di 6 V/m. Ebbene, in contrada Ulmo, nei pressi della stazione dell’US Navy, una centralina ha registrato una <<media di esposizione di circa 6 V/mt con dei picchi settimanali di superamento>>; la seconda centralina, sita sempre nei paraggi dell’installazione militare, ha registrato i <<valori medi di 4 V/mt con picchi di superamento occasionali>>, che in un caso (il 20 dicembre 2008), hanno raggiunto i 9 V/m. Le altre due centraline hanno invece registrato dei <<valori medi di 1-2 V/mt con picchi preoccupanti>>, specie in contrada Martelluzzo, dove nella giornata del 10 gennaio 2009 si è sfiorata l’intensità soglia dei 6 volt per metro. A Niscemi, dunque, siamo già oltre i valori di rischio e le emissioni elettromagnetiche sono notevolmente superiori a quanto si registra normalmente nei pressi dei più potenti ripetitori televisivi (dove non si supera lo 0,1 V/m) o delle stazioni di trasmissione della telefonia cellulare GSM (le più simili ai sistemi militari satellitari del tipo MUOS), dove l’intensità oscilla tra i 0,3 e i 10 volt per metro.

L’impianto terrestre MUOS avrà frequenze che raggiungeranno valori compresi tra i 244 e i 380 MHz, ma lo “Studio di Incidenza Ambientale” realizzato dalla Marina USA non ha minimamente affrontato i possibili effetti sulla salute delle popolazioni delle esposizioni a lungo termine ai campi elettromagnetici del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare. Opportuno menzionare un passaggio di questo “studio” che la dice lunga sul cinismo e l’inaffidabilità delle forze armate statunitensi e del ministero della Difesa italiano che ha più volte ribadito la “sicurezza” del MUOS: <<Le apparecchiature elettroniche mediche, come ad esempio pacemaker cardiaci, defibrillatori, apparecchi acustici, sedie a rotelle e attrezzature ospedaliere, possono essere vulnerabili alle Interferenze Elettromagnetiche (EMI). Ad ogni modo, non sono stati stabiliti standard di vulnerabilità EMI per le apparecchiature mediche. Pertanto, in quest’analisi non si è data particolare considerazione ad esse. Se un ospedale è situato vicino ad un trasmettitore di elevata potenza, o in caso di personale cui siano stati impiantati dispositivi elettromedicali quali pacemaker e defibrillatori o che utilizzi dispositivi elettromedicali esterni come ad esempio apparecchi acustici, e che sia esposto a campi di alta intensità elettromagnetica, si possono verificare fenomeni EMI... >>. Senza dimenticare inoltre che la stazione terrestre del MUOS è stata progettata all’interno della Riserva Naturale Orientata “Sughereta” di Niscemi. Istituita nel luglio 1997, rappresenta assieme al Bosco di Santo Pietro (Caltagirone), il residuo di quella che un tempo era la più grande sughereta della Sicilia centro-meridionale.

In Sicilia esiste già un’articolata e pericolosa rete di stazioni di telecomunicazioni a microonde. Il testo di un contratto sottoscritto dalla Defense Information Systems Agency nell’aprile 2008, fa esplicito riferimento alla <<fornitura ed installazione di tre siti di comunicazioni a microonde (“microwaves”), il primo a Niscemi, il secondo a Sigonella e il terzo nella base navale USA di Augusta (Siracusa), utilizzata quest’ultima per l’approdo e il rifornimento di armi e carburante delle unità da guerra, comprese le portaerei e i sottomarini atomici. Nel bando si legge che <<NavComtelsta (NCTS) Sicily richiede la sostituzione dei due sistemi radio a microonde esistenti “COTS” che hanno concluso il loro ciclo vitale. Il nuovo sistema fornirà la connessione a microonde di 155MB 21 tra l’NCTS Sicily, ospitato presso la Naval Air Station di Sigonella (NAS II), il Fleet Logistic Support Site nella baia di Augusta e il Naval Radio Transmitter Facility di Niscemi>>. Il contratto prevedeva la conclusione dei lavori entro l’1 ottobre 2008 e la manutenzione degli impianti per la durata di un anno con la possibilità di proroga sino al 30 settembre 2012.

Si sconosce se in questo caso è mai stata fatta una valutazione “HERO” delle onde elettromagnetiche emesse dalla nuova stazione a microonde di Sigonella, scalo aeroportuale dove quotidianamente vengono movimentate grandi quantità di armi e carburante. O nella baia di Augusta, area al centro del triangolo della morte Augusta – Priolo - Melili, dove impianti petrolchimici, cementifici, raffinerie, ecc. convivono con una delle principali basi navali della Marina da guerra italiana e della NATO, e dove sono presenti due grandi depositi carburante a Punta Cugno e San Cusumano più un sospetto deposito munizioni a Cava Sorciaro, a disposizione delle forze armate USA e dei partner atlantici. Senza dimenticare poi che in Sicilia c’è già chi ha sperimentato sulla propria pelle le esercitazioni militari a suon di microonde. Sono gli abitanti della piccola frazione di Canneto di Caronia, nella costa tirrenica della provincia di Messina, che dal gennaio all’aprile del 2004 hanno sofferto una lunga serie di fenomeni di autocombustione di elettrodomestici e impianti elettrici, ecc..

Un rapporto top secret redatto tre anni più tardi dal gruppo di studio interistituzionale creato dalla presidenza del Consiglio, ha avanzato l’ipotesi che all’origine degli “incidenti” ci sarebbero stati <<test militari segreti o esperimenti alieni>>. Intervistato dal settimanale L’Espresso (26 ottobre 2007), il coordinatore del gruppo, Francesco Mantegna Venerando, ha fatto riferimento ad <<una origine artificiale dei fenomeni>>, come <<emissioni elettromagnetiche impulsive>>, capaci di generare <<una grande potenza concentrata in frazioni di tempo estremamente ridotte>>. Si sarebbe trattato cioè di <<fasci di microonde a ultra high frequency compresi nella banda tra 300 megahertz e alcuni gigahertz, applicazioni sperimentali di tecnologie industriali, non escludendo quelle finalizzate a recenti sistemi d’arma a energia elettromagnetica>>. Nuove e terrificanti tecnologie militari a servizio dei signori delle guerre stellari, dunque. Proprio come il MUOS che sarà installato a Niscemi.

Nuovi lavori per 170 milioni di dollari
A fine 2008, il Naval Facilities Engineering Command della Marina militare degli Stati Uniti d’America ha sottoscritto contratti per lavori sino a 6 milioni di dollari per ampliare altre importanti infrastrutture della base di Sigonella. Il primo di essi prevede la riparazione di una parte delle piste di volo, la demolizione e la ricostruzione di circa 27,700 metri quadri di superfici aeroportuali, il rifacimento dell’impianto d’illuminazione. Il secondo contratto prevede invece la ristrutturazione di uffici, spazi comuni e degli hangar per gli aerei. Sigonella si conferma così come la base estera dove è maggiore lo sforzo finanziario della US Navy, 535 milioni di dollari negli ultimi otto anni per il Piano Mega che ha modificato il volto delle due stazioni aeronavali (NAS 1 e NAS 2) in cui la base è divisa.

Ma i cantieri si moltiplicheranno anche nei prossimi anni. Stando al voluminoso rapporto Military Construction and Family Housing Programs – Budget Estimates, relativo alle previsioni di bilancio per l’anno fiscale 2007, a Sigonella sono stati destinati stanziamenti aggiuntivi per oltre 163 milioni di dollari da spendere nel triennio 2008-2010. Tra i programmi più impegnativi, la realizzazione di non precisate <<infrastrutture di supporto operativo della base>> (84 milioni di dollari) e la costruzione dell’AIMD/GSE Shop (34 milioni), che potenzierà le funzioni dell’Aircraft Intermediate Maintenance Department, il dipartimento per la manutenzione e la riparazione dei velivoli imbarcati sulle unità della V e VI Flotta e dei caccia da guerra del Comando centrale europeo delle forze armate USA. Ventuno milioni di dollari andranno invece per creare una “facility operativa” per l’EOD - Explosive Ordnance Disposal Mobile Unit Eight Detachment (EODMU 8), il reparto speciale della US Navy che cura la manutenzione di mine, armi convenzionali, chimiche e nucleari e la loro installazione a bordo di portaerei e sottomarini.

EODMU 8 è stato assegnato a Sigonella nell’ottobre del 1991 per supportare le operazioni del Comando della US Navy, dei servizi segreti statunitensi e del Dipartimento di Stato in un’area compresa tra Europa, Africa e Medio Oriente. Il reparto, in particolare, è stato operativo nel teatro di guerra del nord Afghanistan sin dal 2002, mentre si è guadagnato la “Stella di Bronzo” per i <<servizi>> resi alle forze armate impegnate in Iraq. Dal 2004 un gruppo di militari dell’Explosive Ordnance Disposal Mobile Unit 8 è pure operativo a Gibuti presso la nuova base di Camp Lemonier. In Corno d’Africa, il distaccamento ha addestrato le unità speciali di Etiopia e Kenya in funzione antisomala, alla vigilia dell’attacco scatenato contro le Corti islamiche nel dicembre 2006.

La presenza in Africa di organismi, reparti e mezzi di stanza a Sigonella è notevole. Ufficiali del Naval Criminal Investigative Service (NCIS) dello scalo siciliano sono impegnati nell’addestramento <<in tecniche di sicurezza marittime e portuali>> dell’Africa Partnership Station (APS), la forza multinazionale che gli Stati Uniti hanno promosso con numerosi paesi dell’Africa occidentale e centrale. Buona parte delle operazioni di rifornimento munizioni, carburante e materiali logistici delle unità impegnate in esercitazioni in ambito APS sono coordinate dal Fleet and Industrial Supply Center (FISC), il centro logistico delle forze navali del Comando europeo degli Stati Uniti istituito a Sigonella il 3 marzo 2005. Il centro ha assorbito le funzioni sino ad allora svolte dalle basi logistiche di Napoli, Londra ed Emirati Arabi Uniti, ed è l’unico, insieme a quello giapponese di Yokosuka, esistente fuori dal territorio statunitense.

Ufficiali della Combined Task Force 67 - CTF-67, hanno partecipato a diverse esercitazioni congiunte con le forze armate africane. Il CTF-67 è il comando che sovrintende le operazioni delle forze aeree della Marina Usa nel Mediterraneo, trasferito da Napoli a Sigonella nell’ottobre 2004 proprio per rafforzare la sua proiezione nel continente nero. Nell’autunno 2007 un gruppo di Seabees (il Genio della Marina) di stanza in Sicilia, è stato trasferito a Brazzaville (Repubblica Democratica del Congo) per partecipare ad attività di addestramento delle forze armate locali e alla realizzazione di infrastrutture civili e militari.

L’African Connection

Il fiore all’occhiello dell’intervento di Sigonella nel continente africano è però rappresentato dalla Joint Task Force JTF Aztec Silence, la forza speciale creata dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti per condurre missioni d’intelligence, sorveglianza terrestre, aerea e navale, nonché vere e proprie operazioni di combattimento in Africa settentrionale ed occidentale. Il primo ad illustrarne le finalità è stato il generale James L. Jones, comandante delle forze armate USA in Europa (Eucom), in un’audizione davanti alla sottocommissione difesa del Senato, l’1 marzo 2005. <<Eucom – ha dichiarato Jones - ha istituito nel dicembre 2003 JTF Aztec Silence, ponendola sotto il comando della VI Flotta Usa, per contrastare il terrorismo transnazionale nei paesi del nord Africa e costruire alleanze più strette con i governi locali>>. Il generale statunitense si è poi soffermato sulle unità d’eccellenza prescelte per coordinarne le operazioni. <<A sostegno di JTF Aztec Silence, le forze d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) della US Navy basate a Sigonella, Sicilia, sono state utilizzate per raccogliere ed elaborare informazioni con le nazioni partner. Questo robusto sforzo cooperativo ISR è stato potenziato grazie all’utilizzo delle informazioni raccolte dalle forze nazionali locali>>.

Sino a due anni fa, la JTF Aztec Silence si basava sullo sforzo operativo di differenti squadroni di pattugliamento aereo della US Navy che venivano trasferiti in Sicilia per periodi di circa sei mesi da basi aeronavali statunitensi. Il 7 dicembre 2007, tuttavia, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha istituito il Patrol Squadron Sigonella (Patron Sig), assegnando in pianta stabile in Sicilia uomini e mezzi provenienti da tre differenti squadroni di pattugliamento aeronavale (il VP-5, il VP-8 e il VP-16), più il personale del Consolidated Maintenance Organization di Jacksonville (Virginia), addetto alla manutenzione dei velivoli. L’elemento strategico per <<individuare, attaccare e colpire>> gli obiettivi nemici è rappresentato dall’aereo radar Orion P-3C, nato per il pattugliamento marittimo e la guerra antisottomarini, ma che a partire dagli anni ‘90 è stato orientato sempre di più alle attività ISR e alla cosiddetta <<lotta al terrorismo>>, l’eufemismo di Washington per giustificare i programmi di guerra globale. Per la sua versatilità, il P-3C è stato usato in supporto alle forze terrestri in Iraq ed Afghanistan e in numerose missioni <<umanitarie>> in Golfo Persico, Corno d’Africa e Filippine.

Alla Joint Task Force Aztec Silence sono attribuite le missioni della Operation Enduring Freedom – Trans Sahara (OEF-TS), il complesso delle operazioni militari condotte dagli Stati Uniti e dai suoi partner africani nella vasta area del Sahara-Sahel. In OEF-TS le forze armate Usa possono contare sulla collaborazione di ben 11 paesi: Algeria, Burkina Faso, Libia, Marocco, Tunisia, Ciad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal. Più propriamente, OEF-TS è la componente militare della più ambiziosa Trans Sahara Counter Initiative (TSCTI), il piano a lungo termine degli Stati Uniti d’America per <<prevenire i conflitti>> nella regione, <<attraverso un’ampia gamma di strumenti politici, economici e per la sicurezza>>. All’iniziativa trans-sahariana sono stati destinati 213 milioni di dollari nel triennio 2006-08, mentre è prevista una spesa di circa 100 milioni all’anno dal 2009 al 2013. A ciò si aggiungono i 1.300 milioni di dollari già approvati lo scorso anno dal Congresso per l’esecuzione di <<programmi militari bilaterali>> con i paesi africani e per il nuovo comando AFRICOM, istituito l’1 ottobre 2008 a Stoccarda per coordinare l’intervento militare USA nel continente nero.

Adesso che AFRICOM è nel pieno delle sue funzioni, sta crescendo ancora di più nel teatro europeo-mediterraneo il traffico aereo finalizzato al trasporto di reparti e mezzi statunitensi. Una sfida, quella rappresentata dalle missioni in Africa, che l’Air Mobility Command (AMC), l’alto comando Usa per la mobilità aerea, si trova ad affrontare dopo quella generata dalle guerre in Iraq ed Afghanistan. Secondo quanto pubblicato il 25 marzo 2008 dal quotidiano delle forze armate statunitensi, Stars and Stripes, per rispondere ai bisogni di AFRICOM <<sarà necessario che una parte del personale dell’Air Mobility Command presente in Gran Bretagna e Germania venga trasferito in alcune basi d’Italia, Spagna e Portogallo>>. Il generale Duncan J. McNabb, la più alta autorità militare nel settore del trasporto aereo statunitense, in un’intervista rilasciata al periodico Air Forces Magazine (novembre 2008), ha spiegato che <<per assicurare il successo dell’intervento in Africa>>, è indispensabile <<sviluppare le infrastrutture delle basi chiave, come Lajes Field, l’isola Ascensione nell’Atlantico e Sigonella, Sicilia>>. <<L’Air Mobility Command - ha aggiunto McNabb – sta lavorando con il comando dell’US Air Force in Europa per trasferire in queste installazioni, dalla base aerea di Ramstein, Germania, il traffico aereo di AFRICOM>>.

Il trasferimento in pianta stabile a Sigonella dei grandi aerei da trasporto C-5 Galaxy, C-17 Globemaster e C-130 Hercules e degli aerei cisterna KC-10 e KC-135 avrà impatti ancora più rilevanti sulla salute della popolazione. Questi velivoli militari sono quelli che più contribuiscono alla dispersione nell’ambiente delle cosiddette “scie chimiche”, emissioni in cui si registrano pericolosissime concentrazioni di veleni e sostanze cancerogene, quali alluminio, arsenico, cobalto, etilene dibromide, mercurio, ossido di titanio, piombo, quarzo, sali di bario, silicio, torio, uranio, ecc..

Grandi affari per i contractor atomici

In attesa che nella base di Sigonella le imprese di costruzioni si spartiscano centinaia di milioni di euro per realizzare centrali spionistiche e nuovi trampolini di morte, c’è chi si accontenta di gestire tutta una serie di <<servizi>> funzionali alle missioni in Africa, Caucaso e Golfo Persico. “Accontentarsi” è mero eufemismo, dato che si tratta di contratti per un valore complessivo di 16 milioni di dollari, che potrebbero diventare 96 se il Comando d’Ingegneria Navale della marina militare USA decidesse di prorogarne la durata sino al 2013.

Ad accaparrarsi le commesse è stato il Team Bos Sigonella, un consorzio composto dalle italiane Gemmo Spa (Vicenza) e LA.RA. (Motta Sant’Anastasia) e dalla statunitense Del-Jen Inc.. Il primo contratto, di durata annuale, è stato sottoscritto nel febbraio 2008; il secondo, il novembre successivo. L’elenco dei lavori da eseguire è però pressoché identico: si va dall’<<esecuzione, supervisione, trasporto di armamenti, materiali ed attrezzature necessarie ai servizi operativi e di supporto>>, alla <<gestione ed amministrazione dei servizi ambientali>> e al <<controllo delle sostanze nocive, la raccolta e il riciclaggio dei rifiuti>>. Ma non è finita; al Team Bos Sigonella sono stati pure attribuiti i lavori di manutenzione delle aree interne alla base, la pulizia delle strade e i servizi di bus navetta per il personale militare e civile. Tutti i servizi saranno realizzati a Sigonella e nelle <<installazioni siciliane collegate>>, prime fra tutte il complesso portuale di Augusta, la stazione di telecomunicazione di Niscemi e il Pachino Target Range, in località Marza (Siracusa), centro di supporto per le esercitazioni aeree e navali USA e NATO nel Mediterraneo centrale.

La Del-Jen Inc. di Clarksville, Tennessee, è al suo debutto in Italia. La società è uno dei più fedeli contractor del Dipartimento della Difesa e fornisce tutti i servizi possibili, dalla progettazione e costruzione di basi ed infrastrutture logistiche, alla manutenzione di edifici, attrezzature, velivoli ed abitazioni. Esegue poi la movimentazione negli scali aeroportuali, la fornitura di combustibili ai cacciabombardieri, la gestione di <<programmi ambientali>> in complessi di ogni tipo, comprese le stazioni missilistiche più segrete e i poligoni utilizzati dal Pentagono per la sperimentazione di testate atomiche. La nuclear connection della compagnia è tuttavia più ampia. A partire dal 1970, la holding di cui è parte (la Fluor International) ha costruito negli Stati Uniti d’America una ventina di centrali atomiche; inoltre opera per conto dei Dipartimenti dell’Energia e della Difesa nella manutenzione, gestione, <<decontaminazione e risanamento ambientale>> di buona parte delle centrali USA e dei siti di arricchimento dell’uranio e del plutonio destinato a fini militari. A seguito dell’impulso dato dall’amministrazione Bush alla produzione dell’energia nucleare e alla realizzazione di nuove centrali, la Fluor International ha creato nel marzo 2007 uno specifico dipartimento di ricerca e produzione atomica, con sede a Greenville, Carolina del Sud.

Cresce il numero dei militari USA e NATO

L’espansione delle funzioni operative di Sigonella e delle altre basi USA e NATO presenti nella Sicilia sud-orientale darà inevitabilmente nuovo impulso ai processi di militarizzazione del territorio. Per il funzionamento degli aerei senza pilota e della nuova supercentrale di spionaggio AGS, il ministro della difesa, Ignazio La Russa, ha preannunciato l’arrivo nell’isola di <<800 uomini della NATO, con le rispettive famiglie>>. Dalla lettura delle schede allegate al piano finanziario 2007 dei Military Construction and Family Housing Programs, emerge però un altro dato estremamente preoccupante. La US Navy prevede infatti che entro la fine del 2012 il personale militare in forza a Sigonella raggiungerà le 4.327 unità, contro le 4.097 presenti il 30 settembre 2005. È dunque prevedibile che saranno presto avviati i lavori per realizzare nuovi complessi abitativi per il personale in forza alla stazione aeronavale.

I consigli comunali di Motta Sant’Anastasia (Catania) e Lentini (Siracusa) hanno già adottato quattro progetti di variante ai piani regolatori per l’insediamento di residence e villaggi ad uso esclusivo dei militari statunitensi e NATO. Il programma più ambizioso è certamente quello previsto in contrada Scirumi di Lentini in un’area di 91 ettari dove si prevede di ospitare sino a 6.800 cittadini statunitensi (militari e famiglie al seguito) della base di Sigonella. Il progetto, approvato dalla giunta di centrosinistra il 18 aprile 2006, prevede <<mille casette a schiera unifamiliari con annesso verde privato e parcheggi, un residence per la sistemazione temporanea per i militari in attesa dell’alloggio definitivo, attrezzature ad uso collettivo per l’istruzione, lo svago e il terziario, impianti sportivi, relative opere di urbanizzazione primaria e un sistema di guardiole per il presidio di controllo e sicurezza>>. Una vera e propria città satellite in un’area di particolare pregio paesaggistico, storico e naturale, a cui potrebbero aggiungersi le opere viarie e i servizi per <<rendere facilmente fruibile>> ai militari il lago di Lentini, Sito di Interesse Comunitario (Sic) e Zona di Protezione Speciale (ZPS) della Provincia Regionale di Siracusa. Il megacomplesso residenziale avrà un volume di 670.000 metri cubi di costruzioni, superiore perfino a quello previsto dalla US Army per la conversione a fini bellici dell’aeroporto El Molin di Vicenza.

Fittissima la ragnatela d’interessi che accomunano e non solo strategicamente, la grande base di Sigonella a Vicenza. A presentare il piano per l’approvazione in consiglio comunale ci ha pensato la Scirumi Srl, società con sede a Catania in via XX Settembre 42 presso lo studio del professore Gaetano Siciliano, già presidente dell’ordine dei commercialisti, poi presidente del collegio dei revisori dei conti del Comune di Catania. Cognato del Procuratore aggiunto di Siracusa, Giuseppe Toscano, Siciliano ha ricoperto sino al maggio 2003 la carica di amministratore del Riela Group, importante azienda di trasporto e distribuzione di beni di consumo alimentari. Il Riela Group era stato confiscato in via definitiva a fine anni ’90 perché ne era stata provata l’appartenenza a personaggi legati alla cosca mafiosa di Benedetto “Nitto” Santapaola. Il dottor Siciliano perdette il suo mandato per revoca: fu infatti condannato in primo grado per peculato, avendo deciso senza autorizzazione il proprio compenso all’interno dell’azienda.

Principale azionista della Scirumi Srl è l’Impresa Costruzioni Maltauro di Vicenza, la stessa che ha costruito a Belpasso (Catania) il megacentro Etnapolis del signor Roberto Abate, incontrastato e chiacchierato imprenditore nel settore della grande distribuzione commerciale in Sicilia. Sedici contratti per un valore complessivo di 12.410.282 dollari è il bottino incamerato grazie alle basi USA dalla Maltauro, partner di Gemmo nei lavori di realizzazione della nuova Fiera di Vicenza. L’importante azienda ha costruito piste per il decollo dei cacciabombardieri, hangar e palazzine per le truppe, depositi munizioni ed impianti idrici. Nella Caserma Ederle di Vicenza dell’US Army, la Maltauro ha realizzato un centro d’intrattenimento di 3.000 mq per i soldati e le famiglie statunitensi e diversi uffici amministrativi. Un altro complesso ricreativo è stato realizzato all’interno della base aerea di Aviano (Pordenone). Nell’ambito del cosiddetto “Piano Aviano 2000” avviato da Washington per potenziare le infrastrutture e le funzioni dello scalo friulano, la società vicentina sta realizzando un edificio di circa 1.000 mq per nuovi uffici operativi e ristrutturando tre aree destinate a parcheggio, ricovero ed officine dei cacciabombardieri a capacità nucleare dell’US Air Force. L’8 luglio 2009 la Maltauro ha inoltre vinto la gara per l’ampliamento e la ristrutturazione dell’aerostazione di Pantelleria. Si tratta di opere finalizzate principalmente al traffico civile, ma l’isola nel cuore del Mediterraneo è sede di un distaccamento dell’Aeronautica Militare impegnato principalmente in compiti anti-immigrazione. Sulle due piste di volo di Pantelleria vengono stabilmente schierati i velivoli F-16 ed Am-x del 37° Stormo di Trapani-Birgi e di altri reparti dell’Aeronautica. E accanto allo scalo sorge pure un immenso hangar realizzato all’interno di una collina che funge da ricovero protetto per i cacciabombardieri e da deposito munizioni delle forze militari NATO. L’Impresa Maltauro ha pure tentato di sedersi al banchetto dei lavori per la nuova base al Dal Molin, ma l’appalto è stato assegnato alle due aziende leader della LegaCoop, la Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna (CMC) e il Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna (CCC). La CMC, in particolare, è la principale beneficiaria dei programmi Mega di Sigonella, a conferma di una spartizione bipartisan in Italia dell’oro americano e del “patto del cemento” Maltauro-Impregilo- Pizzarotti-LegaCoop che ha monopolizzato la relazione con il Dipartimento della Difesa USA. Una cordata d’interessi potentissimi (sono le stesse aziende che controllano il business delle Grandi Opere) che lascia trasparire l’esistenza di canali con Washington paralleli a quelli diplomatici e inquietanti capacità di condizionamento delle scelte logistico-strategiche.

Il grande affaire di Ciancio & Soci

Tra i soci della società Scirumi per il megaresidence di Lentini compare inoltre la Cappellina Srl, società nella titolarità della famiglia di Mario Ciancio Sanfilippo, l’ultimo dei cavalieri di Catania, già alla guida della Fieg (la Federazione degli editori di testate giornalistiche), proprietario dell’impero industriale-editoriale de La Sicilia ed azionista degli altri quotidiani e di buona parte delle emittenti radiotelevisive che operano nell’isola. Da sempre Ciancio e le sue testate sono tra i più fervidi sostenitori dei processi di militarizzazione del territorio siciliano, sponsorizzando inoltre le più devastanti opere implementate o progettate nell’isola, prima fra tutte il Ponte sullo Stretto di Messina. A lui erano intestati una parte dei terreni di Lentini venduti alla Scirumi. Una parte, perché gli altri fondi appartenevano alla Sater Società Agricola Turistica Etna Riviera, capitale sociale 1.300.320 euro, 777.600 euro nella disponibilità di Mario Ciancio ed il resto delle quote intestate a Valeria Guarnaccia (la moglie) e ad i figli Domenico e Rosa Emanuela.

La Sater, che ha come indirizzo e-mail sater@lasicilia.it, condivide la stessa sede della Cappellina (via Pietro dell’Ova 51, Catania) e finanche l’amministratore, l’anziano avvocato Francesco Garozzo, presente in altre operazioni finanziarie del gruppo Ciancio. Uno dei figli del legale, Carmelo Garozzo, è membro del Cda della Scirumi; altro Garozzo, l’ingegnere Rosario (direttore generale del Comune di Adrano), è invece uno dei progettisti del complesso destinato ai militari di Sigonella. Professionisti “di peso” anche agli altri due progettisti: l’architetto Matteo Zapparrata, capodipartimento della Provincia regionale di Catania, settore programmazione opere pubbliche ed Antonio Leonardi, dirigente A.U.S.L. 3 di Catania e segretario provinciale dell’ordine degli Ingegneri.

Con la “vendita” dei terreni del lentinese la famiglia Ciancio ha incassato quasi 10 miliardi e 800 milioni di vecchie lire. Soldi non sborsati direttamente dalla Scirumi Srl che ha utilizzato infatti quanto ricavato da un mutuo ipotecario contratto con il Banco San Paolo IMI (oggi Intesa-San Paolo), filiale di Catania. La lettura degli atti contrattuali riserva altre sorprese. Accanto ad appezzamenti acquistati dai Ciancio in contrada Xirumi sin dagli anni ’50 e ’70 ce ne sono alcuni rilevati a fine anni ’90 ed altri addirittura tra il 25 ottobre 2004 e il 9 maggio 2005, tre mesi dopo i primi trasferimenti a favore della Scirumi. Le proprietà del cavaliere risultavano pure gravate da ipoteche multimilionarie con il Banco di Sicilia e l’Irfis, l’Istituto Regionale per il Finanziamento alle Industrie in Sicilia recentemente trasformato in Irfis Mediocredito Spa, gruppo Capitalia. Un’ipoteca per 24.470 euro risultava iscritta sin dal febbraio 1971 e rinnovata vent’anni dopo; altre tre (con l’Irfis) risalgono alla seconda metà degli anni ’80 (importo totale 3.260.000.000 lire).

Alla stipula dei quattro contratti di compravendita gli attori chiesero il <<trattamento tributario agevolato disposto dall’articolo 60 della legge Regionale 26 marzo 2002 n. 2>>. Si tratta si un cospicuo regalo della giunta di Totò Cuffaro agli ultimi feudatari e latifondisti di Sicilia. Per gli atti riguardanti fondi agricoli, la legge regionale ha riconosciuto i benefici che altrove sono appannaggio della piccola proprietà contadina. Per la compravendita si applicano in fase di registrazione le imposte ipotecarie e catastali nella misura fissa di 168 euro, invece che proporzionalmente sul valore della compravendita (il 2%). Una legge con il paradosso di essere a tempo: la data ultima per beneficiarne il 31 dicembre 2006. Un provvidenziale risparmio ai danni dell’erario per Ciancio & Soci.

Le basi di una democrazia blindata e dimezzata

Esiste un’ampia pubblicistica sui rischi per le popolazioni in termini sanitari, ambientali e di sicurezza che derivano dall’emissione di onde elettromagnetiche o dal transito e dallo stazionamento di armi di distruzione di massa, unità a propulsione nucleare, armi all’uranio impoverito, ecc.. Notori il regime extraterritoriale in cui vivono i lavoratori civili italiani delle installazioni militari USA, la costante violazione dei più elementari diritti sindacali di espressione, la sempre più invasiva precarizzazione dei rapporti di lavoro. Rigorosi gli studi in temini di sprechi idrici ed energetici e di saccheggio del territorio. Se è ampliamente condiviso il giudizio sulla gravità istituzionale e politica dell’uso delle basi USA e NATO per operazioni e/o interventi in aree di conflitto fuori da qualsivoglia controllo parlamentare e popolare, resta però insufficiente la consapevolezza sull’impatto di queste infrastrutture sul versante socio-economico, politico e finanche criminogeno-giudiziario.

È così necessario tornare ad analizzare il peso sostenuto dalla fragile democrazia italiana in tutti questi anni di presenza di infrastrutture militari straniere. Le inchieste dimezzate su Loggia P2, Gladio (in Sicilia il Centro Scorpione di Trapani) e sui “Nasco” (i depositi segreti di armi a disposizione di agenti filo-NATO), hanno lasciato trasparire gravi dinamiche eversive e di vero e proprio contenimento paramilitare di ogni eventuale tentativo di estensione della democrazia sostanziale e di ridistribuzione sociale delle risorse e delle ricchezze. Alcune indagini sulla strategia del terrore e sulle bombe neofasciste che hanno insanguinato gli anni ’70 (in particolare quella sulla cosiddetta strage di Peteano) hanno fornito pesanti sull’uso “improprio” delle basi (vedi Camp Ederle a Vicenza o Camp Darby a Livorno) in vista della formazione ideologia e dell’addestramento clandestino di militanti di estrema destra.

In realtà, le finalità di controllo interno ed opposizione di classe della presenza militare USA hanno radici molto più antiche. La desecretazione di molti documenti conservati negli archivi di Roma e Washington hanno permesso di fare luce sul “peccato originale” da cui si è sviluppata la rete di alleanze tra gerarchie militari USA, servizi segreti nazionali e stranieri, estremismo neofascista, ambienti massonici, gruppi economici dominanti e criminalità mafiosa. Innanzitutto quelli relativi alla strage di Portella delle Ginestre, il primo maggio di 62 anni fa, primo eccidio di Stato proprio dopo la vittoria del Blocco del popolo alle elezioni regionali siciliane, l’unica nella storia. Quel successo, quel timido Vento del Sud (lo ricorda Umberto Santino, presidente del Centro antimafia “Giuseppe Impastato” di Palermo), andava bloccato anche a costo di versare sangue innocente, perché poteva sconvolgere gli equilibri che Yalta e l’occupazione alleata avevano imposto all’Italia. Da quel maledetto 1947 il condizionamento sulla storia della Repubblica dell’alleanza tra poteri militari e paramilitari e soggetti politico-economici è stato determinante. E le basi militari originate da accordi bilaterali o sorte in ambito alleato sono stati funzionali a cementare questi relazioni strategiche.

Con la mafia questa partnership è proseguita sino ai giorni nostri. Lo sviluppo di alcune organizzazioni camorriste grazie alla gestione del contrabbando sviluppatosi all’ombra della presenza dei militari di stanza a Napoli; l’omicidio di Pio La Torre che aveva denunciato con coraggio l’equazione mafia-militarizzazione opponendosi all’installazione dei missili nucleari Cruise a Comiso; le inchieste che hanno provato gli interessi delle più efferate cosche mafiose siciliane per i numerosi appalti per l’ampliamento e la gestione dei servizi della base di Sigonella, sono una conferma inequivocabile.

C’è da chiedersi allora come questo possa essere accaduto nel silenzio del mondo politico e dei mass media. Perché sono state dimenticate troppo in fretta le risultanze della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della P2 sulle trame atlantiche di massoni, imprenditori e militari legati ai circoli più conservatori dell’establishment d’oltreoceano? Perché non si è scelto di andare in fondo e chiedere ragione della presenza in Italia di logge massoniche coperte in cui erano affiliati solo cittadini e militari statunitensi (la Commissione sulla P2 ha individuato la “B. Franklin” di Livorno, la “Aviano” in Friuli, la “H.S. Truman” di Bagnoli, la “Colosseum” a Roma, la “J.L. McCellan” di San Vito dei Normanni, la “American Lodge” di Verona e la “G. Washington” di Vicenza)? E come mai negli elenchi delle logge della massoneria ufficiale, accanto ad un gran numero di militari e addetti delle forze dell’ordine, compaiono i nomi di ex “gladiatori”, politici, piccoli e grandi imprenditori, personaggi dalla fedina penale tutt’altro che immacolata e finanche più di un centinaio di ufficiali USA delle basi di Aviano, Vicenza, Camp Darby, Napoli e Sigonella?

Oggi che finalmente si riaccendono i riflettori sulla efferata “trattativa” durante la stagione delle stragi tra apparati dello Stato, Arma dei Carabinieri, (ex) ordinovisti, piduisti e i grandi boss mafiosi, forse possiamo tentare d’incidere e riprendere il filo sull’inquietante ruolo di condizionamento interno dei “cugini” d’oltreoceano e dei loro apparati di sicurezza e d’intelligence (CIA, ecc.). Rilanciando parallelamente la campagna per la smilitarizzazione dello scalo aereo di Sigonella e la sua riconversione ad usi civili, per affermare il ruolo della Sicilia come ponte di pace e di cooperazione nel Mediterraneo.



Antonio Mazzeo, militante ecopacifista ed antimilitarista, impegnato in progetti di cooperazione allo sviluppo, ha pubblicato alcuni saggi sui temi della pace e della militarizzazione del territorio, sulla presenza mafiosa in Sicilia e sulle lotte internazionali a difesa dell’ambiente e dei diritti umani. È membro della Campagna per la smilitarizzazione della base di Sigonella.